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Bottegone (Pt) - Chiesa di S. Angelo

Bottegone (Pt) - La strada statale
nella zona delle scuole nel 1930 |
Intorno al 1500 Pistoia fu nuovamente agitata dalle discordie
civili: ne fu
causa la rivalità fra le due potenti famiglie dei Panciatichi e dei Cancellieri
ed occasione la nomina dello spedalingo di S. Gregorio con tutta la città che si
divise in due partiti ferocemente ostili ed ogni giorno erano scontri
sanguinosi, uccisioni, rappresaglie, devastazioni, incendi; nel 1500 e nel 1501
proprio a Sant'Angelo a Piuvica si ebbero gli episodi più gravi e più feroci.
I Panciatichi erano stati cacciati da Pistoia e se ne stavano nei castelli del
contado preparando armi e fortificazioni, facendo scorrerie per le
campagne, depredando, incendiando, facendo prigionieri, commettendo ogni sorta di
crudeltà: i territori più provati erano Tizzana e Piuvica. Al Ponte alla
Pergola, come a Bonelle, costruirono un bastione, fortificarono la chiesa e il
campanile di Sant'Angelo, la chiesa di San Sebastiano, la Magia, la Ferruccia e il Santonovo e nei punti strategici posero grosse guarnigioni pronte all'offesa e
alla difesa. Il 19 ottobre 1500 si mosse da Pistoia,a bandiere spiegate, un
esercito di parte cancelliera, forte di quattromila uomini, munito di
artiglierie, protetto e fiancheggiato dalla cavalleria: l'esercito si divise in
due parti, una, formata quasi tutta da Bolognesi e guidata da Giovan Paolo Taviani, da
Vincenzo suo fratello, da Camillo Tonti e, principalmente, da Cesare Benvoluti e
da Giovan Piero, suo fratello, doveva assalire il Ponte alla
Pergola, l'altra, condotta da Antonio Bracali, Antonio Carafantoni e da altri
cittadini ,doveva assalire Bonelle. Un'altra schiera di 500 uomini, guidata da
capitan Zagaglia e da capitano Antonio di Belluccio, tutti e due dei Gherardini
di Montale, se ne stava in agguato sulla via Pratese presso Agliana, pronta ad
assalire i Panciatichi se nella fuga si fossero avventurati da quelle parti. Dato
il segno della battaglia con un colpo di artiglieria, i Cancellieri assalirono il
Ponte alla Pergola ed espugnarono i due bastioni anche per la poco resistenza
incontrata: per dar segno a Pistoia della vittoria incendiarono l'ospedale che
c'era al Ponte alla Pergola. Volevano, poi, impadronirsi anche della chiesa di
Sant'Angelo, ma fu loro impedito da Bartolomeo di Niccolao Cellesi, uomo tanto
coraggioso quanto versato nell'arte della guerra. Contro di lui combatterono a
lungo e finalmente ne ebbero ragione: essendo disgraziatamente caduto sotto il
cavallo, fu preso e disarmato da Bati de' Merli e dal Mancino de' Mati, quindi, perché
scontasse tutte le uccisioni compiute contro i Cancellieri, venne ricoperto
d'ogni sorta d'ingiurie e finito a colpi di spada e decapitato. La sua
testa, portata in città sopra un'asta, fu tenuta per tre giorni sopra
l'architrave del pozzo della Sala, facendosi grandissime feste, con suoni e
canti, per tutte le contrade; i Panciatichi furono presi da tanta indignazione per
questo fatto che decisero di fare aspra vendetta e i vari eserciti dei
Cancellieri, da loro più volte sconfitti, dovettero ritirarsi al sicuro in
Pistoia. Nuovamente i Panciatichi rimasero padroni incontrastati della pianura
ove commettevano infinite crudeltà: i Cancellieri, chiusi in città, erano
preoccupati e temevano continuamente di essere assaliti e sopraffatti; per
sventare questo pericolo, con danaro sacrilegamente ricavato dalla vendita di
cose sacre, misero insieme un grande esercito, accogliendo fuoriusciti e cavalieri
bolognesi, pratesi, della Valdinievole e, soprattutto, pistoiesi della città, del
contado e della montagna e a questo esercito, che contava non meno di duemila
uomini, non mancavano né armi, né artiglierie, né munizioni. Il 5 febbraio 1501
(festa di Sant'Agata) la maggior parte di questo esercito di diresse verso
Sant'Angelo fermandosi alla Pergola: solo una piccola parte di armati, uscendo da Ciliegiole, si diresse a Casalguidi, Montemagno e Santonovo. L'esercito fermo al
Ponte alla Pergola attese l'arrivo da Pistoia di Cesare Benvoluti che era stato
a difesa della Badia a Pacciana: giunto questi con un centinaio di
fanti, l'esercito sotto la sua guida si mosse; l'ordine era di conquistare il
Cassero dei Forteguerri, luogo fortificato in Piuvica, S. Sebastiano e S. Angelo. In
quest'ultima località proprio in quel giorno si celebrava con straordinaria
solennità e grande concorso di fedeli la festa di S. Agata e qui si diresse
l'esercito di parte cancelliera. I Panciatichi non se l'aspettavano ma
resistettero strenuamente, però, essendo in piccolo numero (solo ventotto), furono
presto sopraffatti: i Cancellieri, entrati in chiesa con la forza, la spogliarono
d'ogni bene, la devastarono e vi appiccarono il fuoco; lo stesso fecero alla
sacrestia e, mentre il fuoco compiva la sua opera, alcuni soldati salirono sul
tetto della chiesa per raggiungere diversi armati che si erano rifugiati sul
campanile. I Panciatichi avevano combinato con i loro compagni dispersi nei
diversi luoghi fortificati della pianura di fare un segnale con un lenzuolo
legato in cima ad un'asta in caso di bisogno: il momento era venuto, il pericolo
era estremo e la sorte disperata. Il segnale fu fatto e venne immediatamente
raccolto dagli armati del cassero dei Forteguerri che, in numero di 400, con a
capo Franco Gori, si misero subito in marcia verso Sant'.Angelo passando dal
Ponte alla Pergola: l'impresa era rischiosa perché si trattava di andare a
combattere contro duemila armati già padroni della situazione. La morte era
quasi certa per cui Franco Gori volle che solo quelli che erano pronti a
tutto, anche a morire, lo seguissero: dei quattrocento ben trecento si dichiararono
pronti a seguirlo. Prima di partire fecero una breve preghiera e si misero in
marcia verso Sant'Angelo: ecco come viene narrato l'episodio nei testi
dell'epoca. "Franco Gori ,alla cappelletta della vergine al di qua del Ponte
della Pergola, nella via maestra, disse loro (ai soldati n.d.a.)
"Quello, che vuole venire a soccorrere questi nostri assediati, e
stretti nel campanile di S. Angelo, e che è buono ,e vero Panciatico, e tiensi
valente,venga; ma a chi per viltà non basta l'animo di combattere, non passi
questo segno, e si rimanga a guardia della tenuta - e con un'asta ch'ei teneva in
mano, fece un segno in terra, che da una all'altra banda la strada intraversava.
Delli
detti 400 fanti, circa 300 de' migliori volontari si esibirono di andar seco alla
vita, e alla morte, il che vedendo il Capitano, ne prese tanto conforto che ripieno
anche di grande speranza, seguitò a dire
"Iddio e S. Angelo Benedetto, e
l'Avvocata nostra ,e della nostra città, S .Agata gloriosa, che hoggi è la sua
festa, e S. Iacopo nostro Protettore ci aiuteranno, perché noi andiamo per
difendere, e non per offendere, si che padroni miei e fratelli maggiori ,e
cari, siate valenti; mostrateli viso a' nemici spregiatori di Dio, e de' suoi
Santi, che io spero che noi libereremo questi assediati, e avremo vittoria; e che
Sant'Angelo sarà dalla nostra, perché vedendo noi abbruciare la Chiesa, e
Sagrestia, giusto è che noi la difendiamo, e soccorriamo, si che coraggiosamente
nel nome di Gesù Cristo"
Dette queste parole, il capitano fu il primo a
scalzarsi, al cui esempio l'istesso fecero tanto contadini, che cittadini eccetto
un contadino solo,che se bene fu di ciò preso, non volle mai scalzarsi, e così
essendo tutti scalzi,e a ginocchia nude sopra la terra,dinanzi a detta immagine
della Vergine, il capitano soggiunse
"E' ben fatto andare scalzi, perché
guerreggiando noi per Iddio, e per i suoi Santi, doviamo andare con Humiltà, e far
conoscere, che la vittoria non sarà conseguita da noi per le nostre forze, ma con
il loro aiuto, e patrocinio, del quale acciò noi siamo favoriti, diciamo un Pater Noster ,e un'Ave Maria"
Così avanti e dopo a questa breve orazione, baciata la
terra, si abbracciarono insieme l'un l'altro, e si baciarono, dandosi la fede da
buoni cristiani, e da veri, e fedeli Panciatichi di non abbandonarsi mai finchè
avessero vita, quando appena mossi per andare in ordinanza ad attaccar la
battaglia, odono la voce come di un fanciullo, che augurando loro felice
evento, grida assai forte,e dice
"Vittoria,vittoria,vittoria; Panciatichi,
Panciatichi, Panciatichi; Franco, Franco, Franco"
alla quale con tutto ciò non poser mente, per essere, in tutto, e per tutto a
tal fazione intenti - E' evidente che le parole di Franco Gori, per quanto
sostanzialmente vere, o verosimili, sono di narratori posteriori. Alle parole poi
misteriosamente echeggiate alla partenza dei Panciatichi per S. Angelo non c'è
da prestare affatto fede, è certamente una invenzione dovuta all'entusiasmo dei
vincitori di S. Angelo. I Cancellieri, visti i Panciatichi, lanciarono contro di
essi urla feroci: carne, carne! ammazza, ammazza! I Panciatichi non si
scoraggiarono: tanto più rischiosa l'impresa, tanto più grande il loro
ardimento. Con tale impeto si lanciarono contro i Cancellieri che in mezz'ora
ottennero la più completa vittoria: trecento ardimentosi decisi a tutto
disfecero un esercito di duemila armati; dei cancellieri circa 150 rimasero
uccisi, dei Panciatichi uno solo (quest'unico di parte panciatica rimasto ucciso
sarebbe quel contadino che non volle scalzarsi alla Pergola). Fra i morti di
parte cancelliera ci furono: Raffaello Matteschi, Rossino Fioravanti, Filippo
Dondoli, Andrea Boni, Vincenzo Taviani, Nofri Ferretti, un figlio di Stefano
Tonti, Arcangelo Grandoni, Meo di Simone, Prete Nanni da Gualfetta, Giovanni
Carrettino, Andrea Ciati e molti altri di nobile lignaggio. I corpi degli uccisi
furono spogliati e rimasero insepolti per sei giorni poiché gli abitanti di
S. Angelo non permisero che fossero portati via dalle rispettive famiglie se non
dietro pagamento di 3 o 4 ducati; molti furono anche i prigionieri di parte
cancelliera e fra questi Lapo Bonaccorsi, Nofri Dondoli, Bello Bellocci. Cesare
Benvoluti, venuto in aiuto dei Cancellieri con cento fanti, fu impiccato
penzoloni al campanile: egli fu una delle cause della sconfitta perché prima di
attaccar battaglia doveva attendere Capitan Zagaglia che proveniva da Agliana
ma, sperando nella immancabile vittoria, per ricoprirsi di gloria volle
incominciare subito le ostilità; invece che alla vittoria condusse tante
fiorenti gioventù al macello e scontò la sua colpa penzolando dal campanile. Una
sorte non dissimile toccò a Niccolao di Anton Maria Ambrogi: fatto prigioniero,
fu rinchiuso nel Cassero dei Fortegueri in Piuvica da alcuni che speravano di
ottenere un buon riscatto, ma Tommaso Panciatichi, per vendicare
l'uccisione di suo padre, lo fece tagliare a pezzi. La battaglia di S. Angelo
tanto riempì di esultanza i Panciatichi quanto amareggiò Cancellieri: questi
ultimi, oltre la perdita di tanti uomini (uccisi o fatti prigionieri) lasciarono
nelle mani dei vincitori armi e munizioni, una bandiera, delle artiglierie e i
resti dell'esercito sconfitto di dispersero qua e là per la campagna mentre un
drappello si diresse alla strada maestra e, protetto dai cavalieri di Iacopo
Malocchi, raggiunse Pistoia. Contemporaneamente i Panciatichi vincitori si
diressero vero il Santonovo ove l'altra parte dell'esercito dei Cancellieri
faceva stragi e ruberie: per riuscire a coglierli di sorpresa ricorsero
all'inganno, dispiegando una bandiera di parte cancelliera presa a Cesare
Benvoluti, ma l'astuzia non riuscì; Antonio Aldobrandi e Antonio Bracali, che
già sapevano della disfatta dei loro compagni, stavano bene in guardia e,
all'approssimarsi dei Panciatichi, si ritirarono in fretta entro le mura di
Pistoia. Non si può dire quanti pianti e quanti lamenti si udirono in quei
giorni in città: ma tutto questo non servì da insegnamento perché le lotte
continuarono ancora con alterne vicende, specie sulla Montagna Pistoiese, dove
più feroci arsero gli odi partigiani; anche nella pianura si ebbero vari
episodi come nel 1502 quando si ebbe uno scontro fra Cancellieri e Panciatichi
alla Pergola, ma, rimanendo questi sopra un argine dell'Ombrone, quelli sopra
l'altro, tutto finì senza grave spargimento di sangue.
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