La Storia del Bottegone CAPITOLO VI - IL POPOLO

 

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Bottegone (Pt) - Chiesa di S. Angelo

 

 

 

 

Bottegone (Pt) - La strada statale
nei pressi delle scuole nel 1930

 

 

 

 

Dell'antico popolo di S. Angelo, del numero e del carattere dei suoi abitanti non sappiamo niente: prete Taddeo Conversini,nella memoria scritta nel 1652 ,accenna che le famiglie erano oltre ottanta; il primo stato d'anime della Parrocchia risale al 1680 e fu compilato dal pievano Santi Fagioli. In questo anno le famiglie erano 93, le anime 566: queste cifre rimasero pressoché invariate per alcuni anni; infatti nel 1711 le famiglie erano 109 e le anime 565. Nel 1727 le famiglie erano 120 e le anime 518: per arrivare a 602 anime occorre attendere l'anno 1742. Un notevole aumento si ha sotto il Pievano Bartolommeo Nanni: alla sua morte, nel 1782, le famiglie erano salite a 148 e le anime a 714. L'aumento continua sotto i pievani Biagioni, Bianciardi e Diddi: nel 1820 si hanno 171 famiglie e 820 anime. Dal 1820 in poi l'aumento si fa più rapido: infatti mentre nel 1826 gli abitanti sono 908, nel 1849 sono già saliti a 1197; il colera del 1855 e altre cause diverse determinano una diminuzione e nel 1865 le famiglie sono 209 con appena 1053 anime. L'aumento riprende negli anni seguenti tanto che nel 1896 si hanno 248 famiglie e 1478 anime; dopo questo anno gli stati d'anime non sono più compilati con la consueta esattezza e puntualità tanto che risulta difficile seguire il constante aumento della popolazione: dal censimento civile del 1921 risultarono a S. Angelo 1698 abitanti; il cammino fatto dal popolo è dunque notevole perché in circa tre secoli le famiglie di sono quadruplicate e gli abitanti triplicati. Quanto all'origine delle famiglie possiamo affermare con certezza che nel 1681 figuravano i seguenti cognomi: Capecchi (11 famiglie), Biagini (9 famiglie), Cappellini (5 famiglie), Spagnesi (5 famiglie), Tesi (4 famiglie), Bracali (4 famiglie), Niccolai (3 famiglie), Moretti (2 famiglie), Chiti (2 famiglie), Barni (2 famiglie), Gherardini (2 famiglie), Rossi (2 famiglie), Bacarelli (2 famiglie), Bucciantini (2 famiglie), Buoni (2 famiglie), Vannucci (2 famiglie), Vannacci(2 famiglie), e, con una famiglia ciascuno Daddi , Boccardi, Martelli, Manfredini, Belugi, Ciottoli, Dani, Amadori, Tuci, Boghini, Franchi, Pagnini, Socci, Paetti, Civinini, Dei, Querci, Zosi, Gatti, Ravanelli, Marraccini, Tredici, Bonechi, Frosoni, Carradori, Bindi, Menichi, Bini, Marini. Con il miglioramento della qualità della vita sono diminuiti anche i disordini morali: un tempo gli omicidi erano assai frequenti; limitiamoci ad analizzare il periodo che va dal 1652 al 1718. Il 25 febbraio 1652 fu trucidato il giovane Cosimo di Francesco Chiti: aveva 26 anni, morì senza sacramenti e fu seppellito notte tempo "senza alcun honore". Un altro omicidio fu perpetrato il 27 aprile 1655 nella persona del giovane Andrea di Santo Spagnesi; nel 1662 fu ucciso Francesco Ciampi di Capostrada: aveva 28 anni, si trovava in casa di Santi Dani "mentre cenavano arrivorno i Bini e vennero a difficoltà nella quale a detto Francesco li fu sparata una archibusata da un Bino e di lì a cinque ore passò all'altra vita con tutti i sacramenti". Nel 1676 un nuovo omicidio: Giovanni Rocco di Girolamo Cheli di Montecatini fu ferito a morte e morto mentre tornava da Firenze, oltre il Ponte alla Pergola vicino al Brusigliano: aveva 40 anni. Nel 1685 Giovanni di Sandro di Guido Capecchi, in età di 40 anni, fu ucciso nella piazza di Piuvica senza che potesse dire una parola. La dolorosa serie continua: nel 1715 Lorenzo Capecchi venne ferito di notte con un pennato e morì dopo pochi giorni per le ferite riportate; tre anni più tardi, nel 1718, chiuse la dolorosa serie il sacerdote Sebastiano Dani. Per spiegare questo ininterrotto susseguirsi di delitti tanto gravi, il Pievano Taddeo Conversini, nella memoria già citata, afferma: "Dipoi feci instanza a S.S. R.ma che rinnovasse il decreto Sinodale fatto dalla f. m. di Mons. Ill.mo e R.m. Vescovo Aless.ro del Caccia sopra quelli che con poco rispetto di Dio e della sua santa Chiesa, entronno in Chiesa con Archibugi, roncole et altre armi scoperte, qual comandava che si scacciassero dalla Chiesa, e perché d.o decreto era hormai in abuso, e ciascuno a sua piacimento la portava ,né giovava l'avvisarglielo ogni Anno all'Altare pubblicamente ma privatamente ancora et fattoli delle bravate, se ne burlavano e se ne ridevano, si che fu necessario metterci anco la pena a chi ce la portasse e così ordinò al Cancelliere che ne facesse il Decreto e vi mettesse la pena di scudi XXV, la metà a chi farà la Denunzia, e la metà alla mensa Episcopale, e fatto che fu, lo fece attaccare alla porta della Chiesa". Non siamo, dunque, molto lontani da quelle condizioni di vita civile che il Manzoni ha descritto nei Promessi Sposi: se mancano i signorotti, non mancano né i bravi né gli archibugi e nemmeno le gride. Poiché tutto il mondo è paese, se questo avveniva a S.Angelo, cose non dissimili accadevano altrove, quando erano i tempi stessi a favorirle. La maggior frequenza che l'omicidio aveva nel nostro popolo era forse dovuta al contributo che la Pergola vi portava: nel periodo della sua decadenza, l'ospedale aveva favorito il vagabondaggio e la malavita tanto che il Repetti, nel suo Dizionario Corografico della Toscana, ci ricorda come attorno all'ospedale erano delle casupole abitate "da povera oziosa gente che soleva fare alle strade orribil guerra".

 

 
 CAPITOLO I  "PUBLICA"
CAPITOLO II  COL FERRO E COL FUOCO
CAPITOLO III  LOTTE FRATRICIDE
CAPITOLO IV  LA CHIESA
CAPITOLO V  I PARROCI
CAPITOLO VI  IL POPOLO
CAPITOLO VII  GENEROSITA'
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