|
CAMPIGLIO DI QUARRATA
di Aldo Innocenti e Damino
(Roberto Innocenti)
Copyright by Ursea
Tratto da "Terra e Gente del Montalbano Pistoiese"
di Giuliano Mazzei Editore "Omnia Minima Editrice s.r.l. Prato 1994
In un piccolo colle alla base occidentale del Montalbano, sulla destra del
torrente Stella, nel comune di Quarrata, si trova la chiesa di Campiglio
dedicata a Santo Stefano. Queste chiesa è sempre stata dipendente della
pieve di San Giovanni Evangelista di Montemagno la cui giurisdizione
arrivava comprendere persino la chiesa della Ferruccia.
Una leggenda narra che una contessa si recava sempre la domenica alla messa
Campiglio, ma solo quando lei arrivava a Montemagno si suonava l’entrata:
questo per significare che la chiesa parrocchiale di Campiglio era tra le
più antiche del luogo. A quale contessa volesse alludere la leggenda non è
chiaro: probabilmente una delle contesse dei Cadolingi che avevano in
possesso il castello di Lucciano. La dinastia dei Cadolingi si estinse si
estinse nel 1113 con la morte del conte Ugo, a cui seguì l’anno successivo
quello della moglie contessa Cecilia, la quale, prima di esalare l’ultimo
respiro, aveva fatto testamento per donare tutte le sue terre, in memoria
del marito, ai vescovi di Pistoia, Firenze, Lucca e Volterra. Il castello di
Lucciano, invece, venne distrutto nel 1268 da Cialdo della nobile famiglia
pistoiese dei Cancellieri.
La prima data certa in cui si ricordi Campiglio di Montemagno si trova nel
Regesta cartarium pistoriensium del 1132, dove si ricordano i
contributi che alcune parrocchie dovevano dare al vescovado: Campiglio
doveva versare annualmente 32 denari. Allora Campiglio era frazione del
comune rurale di Montemagno.
Troviamo nuovamente citato Campiglio nel 1313 quando il suo parroco ser
Iustus prese parte al Sinodo pistoiese, convocato dal vescovo Ermanno
Anastasi per cercare di porre fine alle lotte fra guelfi e ghibellini che
immiserivano la popolazione e anche il clero. Così si tolse al clero il
peso totale di rifare al vescovo le spese della sua consacrazione e del suo
ingresso in sede: fu stabilito che la cifra massima che avrebbe dovuto
pagare il clero pistoiese in questo frangente non dovesse superare le mille
e duecento lire in denari piccoli fiorentini.
In una pergamena dell’Opera di S. Iacopo di Pistoia si rammenta Campiglio in
un contratto del 28 giugno 1354 riguardo ai beni di un piccolo ospedale
situato in località Il Cassero, detto di S. Jacopo a Montemagno, che
oggi non è altro che Santonuovo. Sempre tra queste pergamene dell’Opera di
S. Jacopo se ne trova una datata 7 ottobre 1367 che ricorda come la chiesa
di S. Stefano fosse dipendente della pieve di Montemagno, sotto la cui
giurisdizione rimase fino al 1839.
Non si hanno poi notizie di un certi interesse se non quelle di ordinaria
amministrazione annotate nei registri dell’archivio parrocchiale fino a
quando nel 1600 iniziarono i diversi restauri della chiesa, lavori che si
protrassero fino al 1800. Nel 1675 il parroco Angelo Pupilli costruì la
sacrestia: di questa sua opera rimangono gli stipiti della porta in pietra
serena col suon nome sull’architrave e il suo stemma diviso in due parti,
una piena e l’altra a piccoli dadi, con la data della messa in opera; simile
a questa è anche la porta che immette in Compagnia. Inoltre in fondo alla
navata sulla parete della facciata a destra aprì una nicchia e ci eresse il
fonte battesimale, anch’esso in pietra serena: quest’ultimo poggia su una
piccola base rettangolare su cui s’imposta una colonnina.
Nel 1691 il signor Sebastiano Niccolai, per ricordare lo zio prete, Giovanni
Pietro, parroco di Campiglio, fece costruire l’altare maggiore in pietra
serena: a questo altare, durante l’economia del priore del Santonuovo,
furono tolte sia la mensa che le volute che la sorreggevano e donate alla
chiesa della Misericordia di Pistoia e ciò per uniformarsi all’innovazione
di collocarvi un altare col celebrante volto verso il popolo. Il ciborio a
tempietto ha la parte centrale bombata con una porticina rettangolare
decorata: come sfondo ha un grande quadro ad olio su tela nel quale è
raffigurata la Vergine col bambino in una gloria di angioli e ai lati,
tra squarci luminosi di notule, S. Antonio e S. Domenico, mentre sul davanti
stanno S. Francesco stimmatizzato e il diacono S. Stefano, titolare della
chiesa.
Però chi dette alla chiesa la struttura attuale fu il parroco Pietro
Niccolai nel 1781, che fece a sue spese questi valori per ecclesiam hanc
reparandam attollendam et in meliorem formam redigendam, ossia per
riparare, rialzare e dare una migliore struttura a questa chiesa. Rialzata
la chiesa, la soffittò con volta a botte con vele alle due finestre poste
sotto la volta stessa, mentre le pareti della navata furono divise con due
lesene per parte sorreggenti un cornicione decorato nel dopoguerra dal
pittore pistoiese Azelio Tuci.Il presbiterio, rialzato di un gradino sopra
la navata, è coperto da una piccola cupola; nell’abside è stato appoggiato
l’altare maggiore preesistente, mentre nella lunetta è stata raffigurata nel
1946 la Madonna della Pace, anche questa dal pittore Azelio Tuci.
Nel 1822, il parroco Vincenzo Sensi, nativo di Lamporecchio, che resse la
parrocchia per 50 anni, morendo il 9 gennaio 1868 all’età di 81 anni,
eresse sulla parete sinistra della navata un altare in pietra serena,
inserendolo in una piccola cappella, e dedicandolo alla Vergine e a S.
Giuseppe. Opera di don Vincenzo è anche il pulpito: per il campanile, che
stava per cadere, e per il loggiato, assai malridotto, il parroco, non
potendo sostenere le ingenti spese necessarie, pensò di ricorrere alla
munificenza del granduca di Toscana Lepoldo II di Lorena. Il principe fu
generoso e grazie al suo contributo nel 1838 venne eretto un nuovo campanile
e un nuovo loggiato a tre arcate, anche se questo risultò sproporzionato
rispetto alle dimensioni della piccola chiesa.
A don Vincenzo Sensi successe il nipote Costantino, che resse la parrocchia
per dieci anni, essendo morto il 30 agosto1877: di lui resta un ricordo, la
Madonna in Gloria, affrescata in mezzo alla soffitta della navata.
Nel 1895 fu nominato parroco di Campiglio don Lepoldo Cosci, nativo
di Lamporecchio: vi rimase fino alla sua morte, avvenuta il 31 dicembre 1917
all’età di 74 anni. Il Cosci era di quelle figure tipiche di preti del
passato di amena semplicità e di piacevole arguzia: il suo ricordo, le sue
battute sono ancora ben vive nei ricordi degli abitanti della zona, tanto
che la celebre frase Merda, disse il Cosci, è divenuta talmente
famosa da essere presa come sinonimo di cosa andata male. Vestiva in maniera
trasandata: la corta gabbanella, il più della volte aperta sul davanti,
lasciava vedere i pantaloni infilati sotto il ginocchio e i polpacci coperti
da massicce calze nere. Il collare lente infilala la pettorina in un
corpetto sempre abbottonato per coprire la camicia di rigatino o di cambrì e
gonfio sul cuore per il grosso portafogli. Un cappello a staio riparava la
testa sia dal sole che dal freddo. Quando poi il sole picchiava per davvero
il prete con la gabbanella sulla spalla, in maniche di camicia e col mezzo
sigaro in bocca, tornava a casa dall’uffizio o dal mercato, soddisfatto
della chiacchierata con i confratelli o degli affari combinati.
Uscivan così naturali le facezie, i paragoni e le storielle dall’anima di
don Leopoldo che quasi non se ne accorgeva; se poi qualcuno si divertiva a
fargli perdere la bussola allora, nella sua semplicità, sbottava come un
torrente in piena.
Ben lo sapeva Petrocche, un cantoniere comunale di Lamporecchio, sveglio di
mente, che cercava ogni occasione per punzecchiare il prete. Un mattino in
pieno inverno don Leopoldo andava a uffizio a Porciano, Petrocchi i suoi
operai lavoravano a un ponte della strada. Faceva un freddo cane e il prete,
avvicinatosi alla spalletta del ponte, con un pezzetto di mattone scrisse su
una pietra: Cruda stagione e proseguì il cammino. Al ritorno volle
dare un’occhiata alla sua scritta e con disappunto vi lesse: Trema
coglione!
Peggio però quella domenica mattina quando don Cosci, entrato in chiesa,
vide in coro una bella cacata: è da qui è nata la famosa espressione
Merda, disse il Cosci. Il prete vide rosso, ma riuscì a contenersi fino
al Vangelo, quando si voltò per spiegarlo non ce la fece più e sbottò:
L’hanno fatta in coro, fuma ancora, ma se l’ho a leva’io, Dio mi fulmini!
E proseguì a dire la Messa.
A Campiglio don Leopoldo prese confidenza con la vita e le abitudini dei
suoi popolani, piuttosto rustici e alla buona. Davanti alla canonica c’era
un bell’orto e il prete ci aveva fatto una bella carciofaia che
curava amorevolmente. Una sera il somaro di un vicino, apertosi un passaggio
nella siepe, entrò e fece man bassa di carciofi. Non ci fu modo di trovare
un accomodamento e la cosa finì in tribunale, dove don Cosci espose le sue
ragioni con una mimica così espressiva che il presidente e i giudici, invece
di prenderla sul serio, sembrava che se la spassassero alle sue spalle. Il
prete se ne accorse e tentò la rivincita: Signor Pretore, disse, mi
sembra che un abbia capito bene i’ mi’ discorso, mi spiegherò meglio con un
paragone: supponiamo che lei sia il ciuco e questi signori i carciofi…..La
cosa si metteva male e il presidente con un’energica scampanellata troncò il
paragone tra le risate del pubblico: il Cosci vinse la causa. Ma il vicino
don digerì la sconfitta e pensò di vendicarsi: aveva notato che tutte le
sere all’imbrunire il prete andava nell’orto, si sbottonava la tonaca e,
chinatosi, facevo il suo bisogno governando un carciofo. Gli tese una
tagliola proprio lì. Anche quella sera don Leopoldo andò nella carciofaia
per farla, nel chinarsi col culo fece scattare la tagliola e questa gli
agguantò i coglioni: un grido di dolore e poi successe il finimondo.
Pieno di zelo don Lepoldo s’era messo in mente di raschiare un po’
d’ignoranza dalla testa dei suoi popolani e per fare entrare in quelle
zucche una qualche idea pratica della vita si sforzava di trovare paragoni i
più adatti e semplici possibili. Una domenica che si sentiva proprio in vena
prese a dire: Il mondo è fatto come un palo maneggiato da pochi
caporioni: ora lo mettono in culo a te – e con l’indice puntava uno dei
fedeli – ora a te, domani a te, domani a un altro…..Un vecchino,
seduto sulla predella dell’altare della Madonna, che lo stava a sentire a
bocca aperta, si alzò prima che il prete puntasse il dito verso di lui e
disse: A me non lo mette in culo nessuno! E se ne andò.
Nonostante tutto alla sua morte i popolani gli dedicarono affettuosamente
una lapide ricordo sotto il loggiato della chiesa, raccomandando al buon
Gesù che accogliesse in pace e coronasse in cielo l’anima direttissima di
Leopoldo Cosci.
Al Cosci successe il canonico Luigi Marini, ben altra figura di uomo e
sacerdote: venne nominato parroco di Campiglio il 24 settembre 1919 e vi
rimase fino alla sua morte, avvenuta il 30 novembre 1962.
Alla sua morte venne nominato economo il parroco del Santonuovo, don
Aldemiro Cinotti: di questo però non erano contenti i Campigliesi, che si
sentivano declassati e reclamavano un proprio sacerdote. Frattanto si era
reso disponibile un sacerdote diocesano, don Evangelino Sisi, prima parroco
della Sambuca e poi cappellano militare nella Legione Carabinieri di
Firenze: venne nominato parroco di Campiglio il 1 giugno 1977. Ma le cose
con i parrocchiani non andarono bene, per il suo modo di fare troppo
militaresco e autoritario, così una domenica mattina, mentre tutti lo
aspettavano per la Messa, non si presentò, rinunciando alla parrocchia il 1
febbraio 1978.
Campiglio rimase per un breve periodo senza parroco: a dire Messa
veniva da Quarrata, dove risiedeva, non avendo una parrocchia propria da
amministrare, sia per l'età e che per problemi di salute, monsignor Luigi
Capecchi.
I Campigliesi, però, ebbero fortuna perché il 1 marzo 1978 venne nominato un
nuovo parroco, don Alfredo Nesi, nato a Baggio il 24 febbraio 1915 e
ordinato sacerdote il 29 giugno 1938. Rinunciò al suo incarico alla fine del
2003 per problemi di salute: è scomparso nel febbraio del 2009.
Il 1 febbraio 2004 venne nominato parroco di Campiglio Padre Mario Franchi,
nato il 9 maggio 1937 a Seravezza e ordinato sacerdote il 17 febbraio 1963.
|
Clicca sulle immagini per
ingrandirle
Copyright by Ursea

Chiesa di S. Stefano 1' immagine

Fattoria

Chiesa di S. Stefano 2' immagine

Stemma sotto il loggiato della chiesa

Chiesa di S. Stefano 3' immagine

La lapide che ricorda don
Leopoldo Cosci

Chiesa di S. Stefano 4' immagine

Veduta panoramica sulla pianura
pistoiese da Campiglio

Chiesa di S. Stefano 5' immagine
|