IL CASTELLO DI ROMENA
                             
di Aldo Innocenti
 

Posto a 621 m. di altezza s.l.m. su un poggio alla cui base scorre l’ Arno, in posizione dominante sul paese di Pratovecchio e sulla vallata del Casentino, il Castello di Romena rappresenta uno dei manieri più ricchi di storia di tutta la Toscana: ma dove si trova? Anzitutto (sempre per chi venga da Pistoia – Firenze) bisogna percorrere l’autostrada del Sole per uscire al casello di Firenze – sud: da qui ci dirigiamo verso Bagno a Ripoli, prima, e Rosano, poi, fino ad arrivare a Pontassieve; evitiamo di entrare nella cittadina ed attraversiamo il grande viadotto che scavalca i fiumi Arno e Sieve fino a pervenire sulla Via Aretina. Da qui andiamo a destra e, dopo poche decine di metri, svoltiamo a sinistra verso il Passo della Consuma: oltrepassiamo questo valico che mette in comunicazione la Valle dell’ Arno con il Casentino e dopo pochi km. notiamo sulla sinistra le indicazioni per il castello la cui visita può essere abbinata con quella alla omonima Pieve di Romena.

Storia
– Romena o Ormena è un toponimo di origine etrusca: la tradizione ci dice che i primi abitanti di questi luoghi furono i Pelasgi, ai quali succedettero gli Etruschi (come attestano i frammenti di vasi e di utensili domestici ritrovati durante alcuni scavi) e quindi i Romani. Romena conobbe poi un lungo declino che durò fino intorno all’ anno Mille quando entrò in possesso del Conte Guido, figlio di Alberto Ribonario e nipote del Marchese di Toscana Bonifazio Giunone. La casata dei Conti Guidi si estinse con la morte di Ermellina, moglie di Guido IV Longobardico, conte di Modigliana: i Guidi nati da questo matrimonio le succedettero nel dominio del feudo che rimase, però, indiviso. Nel 1217, alla morte del Conte Guido Guerra, marito di Gualdrada, i suoi quattro figli di divisero i suoi molti possedimenti: ad Aghinolfo toccarono il Castello di Romena con il territorio attiguo e due case (una a Pratovecchio e l’ altra a Borgo alla Collina); a Romena Aghinolfo fissò la sua dimora e da lui ebbe inizio il ramo dei Conti Guidi che presero  il nome di Guidi di Romena per distinguerli dai Conti Guidi di Battifolle e di Modigliana. Ai possedimenti avuti in eredità ne aggiunse altri e alcuni castelli che si assoggettarono alla crescente potenza dei Conti Guidi di Romena: fra gli altri Ragginopoli, Lerna, Partina, Moggiona, Mandrioli, Cetona, Montemignaio, Porciano, Castel Castagnaio, San Leonino, la fortezza di Risecco, Quota, il castello e la fortezza di Fornace, la rocca di Caprese. Aghinolfo, capostipite dei Conti Guidi di Romena, ebbe tre figli: Alessandro, Guido Pace e un altro di cui non si conosce il nome. Ai tempi del conte Alessandro e di Guido Pace ebbe dimora nel castello Mastro Adamo da Brescia , contraffattore espertissimo, che i conti avevano istigato a falsificare i fiorini d’ oro di Firenze. Questo famoso episodio è narrato da Dante nella Divina Commedia, Inferno canto XXX “.. O voi che senza alcuna pena,siete – e non so io perché nel mondo gramo – diss’elli a noi: guardate e attendete - a la miseria del Maestro Adamo – io ebbi, vivo, assai di quel ch’i volli – e ora, lasso, un gocciol d’ acqua spamo – li ruscelletti che d’i verdi colli – del Casentin discendon giuso in Arno – facendo i lor canali freddi e molli – sempre mi stanno innanzi e non indarno – chè l’immagine lor vie più m’asciuga – chè l male ond’ io nel volto mi discarno – la rigida giustizia che mi fruga – tragge cagion dal loco ov’ io peccai – a metter più li miei sospiri in fuga – ivi è Romena, là dov’ io falsai – la lega soggetta del B atista – perch’ io il corpo su arso lasciai – Ma s’ io vedessi qui l’ anima trista – di Guido o d’ Alessandro o di lor frate – per Fonte Branda non darei la vista..”  Mastro Adamo è rappresentato deformato dall’ idropsìa fino a somigliare ad un liuto con le gambe, arso dalla sete, torturato da una visione di fresche acque correnti, ma confessa a Dante che rinuncerebbe a bere alla Fonte Branda (che si trova tutt’ ora nei pressi del castello anche se è ormai prosciugata) pur di vedere all’ Inferno anche i Conti Guidi responsabili della sua morte e della sua pena eterna. Il celebre fiorino di Firenze aveva tre carati di una lega di vile metallo, ma era il vanto della Repubblica perché manteneva inalterata la sua lega d’ oro e il suo peso: dal rovescio di questa moneta i Fiorentini, con l’ aiuto di San Giovanni in persona, ammonivano chiunque da contraffazioni di sorta pena la morte. Un giorno, però, nel centro di Firenze andò a fuoco la casa degli Archioni in Borgo San Lorenzo e i “pompieri” del tempo, accorsi a spengere l’ incendio, trovarono un piccolo deposito di fiorini che risultarono falsi: avviate le indagini, non fu difficile per i Magistrati fiorentini risalire ai Conti Guidi ed al loro falsario Mastro Adamo. Questi si trovava in città e non appena venne a conoscenza della notizia fuggì subito in direzione di Romena per ripararsi nel castello, ma i suoi inseguitori lo raggiunsero poco sotto la Consuma ed eseguirono la sua condanna a morte bruciandolo vivo; a convalida di ciò poco sotto al valico della Consuma, in versante casentinese, si trova un luogo che conserva l’ insolito nome di Omomorto (uomo morto). Da allora in poi chi transitava per la mulattiera dove era morto Mastro Adamo, per un arcaico gesto di pietà o solo per superstizione, gettava un sasso proprio nel punto dove giaceva il corpo del falsario e lì infatti si formò un cumulo di pietre detto in Toscana Macìa appunto la Macia dell’ Omo morto che esiste tutt’ ora e chi scenda con l’ auto dalla Consuma verso Borgo alla Collina avrà sicuramente notato la località dell’ Omomorto. In seguito il conte Alessandro, divenuto capostipite dei fuoriusciti guelfi, si trovò nel 1288 davanti alle mura di Arezzo insieme agli alleati fiorentini: per prendersi gioco degli aretini assediati, il giorno di San Giovanni Battista,i fIorentini, i Senesi e il conte Alessandro con i suoi soldati, si misero a correre il palio in un prato di fronte alle mura della città. Terminata la gara, gli eserciti si ritirarono: mentre il conte Alessandro scortava i Senesi che facevano ritorno nella loro città per la via di Lucignano, gli Aretini tesero un imboscata a Pieve al Toppo e li sconfissero duramente. Al conte Alessandro successe il fratello Guido Pace al quale nacquero Ildebrandino e Aghinolfo II: Ildebrandino fu nominato vescovo di Arezzo nel 1289 dopo la tragica morte di Guglielmo Umbertini e, nello stesso tempo, fu Delegato apostolico e Governatore della Romagna riuscendo a ridurre alcune città all’ obbedienza del pontefice Niccolò IV. Ildebrandino morì nel 1313 ed ebbe come successore nella cattedra di San Donato il famoso vescovo guerriero Guido Tarlati da Pietramala. Aghinolfo II ebbe sette figli e ad uno di questi nacque il conte Piero di Romena, nominato insieme al cugino Brandino, in due contratti del 14 e 22 ottobre 1357 allorché essi vendettero al Comune di Firenze il castello, distretto e giurisdizione di Romena per il prezzo di 9.600 fiorini di conio fiorentini: questo acquisto fu ratificato dai Signori della Repubblica Fiorentina il 23 ottobre dello stesso anno. Per tale vendita i conti Piero e Brandino furono presi in comodato perpetuo e stipendiati dalla Signoria con l’ obbligo del palio annuale. Nell’ inventario e Regesto dei Capitoli del Comune di Firenze si legge che il “palio valga almeno sei fiorini d’ oro e che sia da inviarsi nella festa di San Giovanni Battista all’ altare maggiore”. Uno degli ultimi conti di Romena fu Roberto di Monte Granelli il quale il 10 giugno 1410 nominò un suo rappresentante per recarsi a Firenze a presentare il palio consueto la mattina della festa di San Giovanni. In seguito alla vendita di Romena,  la Signoria di Firenze il 23 ottobre 1357 emanò una delibera con la quale esentava per cinque anni da ogni dazio, gabella e prestanze gli uomini di Romena e del suo distretto, con l’ obbligo di comprare dal Comune di Firenze il sale necessario al loro consumo; inoltre la Signoria decretò che l’ estimo del castello e del territorio di Romena, ascendeva alla somma di 150 fiorini d’ oro l’ anno da pagarsi dopo i cinque anni di esenzione. Il Capitano di Ventura Niccolò Piccinino il  27 aprile 1440, così come aveva fatto con altri castelli del Casentino, espugnò Romena ma poco dopo ne fu cacciato da Neri Capponi che la riprese per conto di Cosimo de’ Medici. Il Castello passò poi al Ducato di Toscana, quindi all’ Azienda dei Beni Civili e dopo al Comune autonomo di Romena: nel 1768 il castello fu posto all’ incanto pubblico e venne acquistato dagli ascendenti degli attuali proprietari Conti Goretti de’ Flamini.

Il Castello
Il castello di Romena si trova nel comune di Pratovecchio: lasciato abbandonato per molto tempo, i proprietari prima e lo Stato poi hanno cercato di recuperarlo all’ antica bellezza: due stampe del XVIII sec. ci mostrano in quale grave stato di abbandono fossero le torri e le mura a causa dell’ incuria e del terremoto del 1729. Verso il 1860 i proprietari demolirono una casa colonica che era stata costruita insieme ad una stalla ed appoggiato sul Cassero: nel 1930 venne restaurato la Torre delle Prigioni che si stava spaccando a causa di una pianta di edera che si era insinuata nelle sue crepe; nel 1954 venne approvato un progetto di restauro e consolidamento delle tre torri principali finanziato dal Provveditorato delle Opere Pubbliche della Toscana. Osservando oggi quello che resta, possiamo immaginare quanto grandioso ed imponente sia stato il castello: era infatti composto di tre torri principali e da undici torrini che rinforzavano la cinta esterna delle mura; la parte centrale, costituita da una spaziosa piazza d’ armi, era circondata da una possente muraglia merlata dove si trovava anche il camminamento di ronda. La cinta esterna del castello aveva tre porte: la porta nord, dato che era sempre all’ ombra, fu chiamata con espressione toscana a bacìo trasformatosi poi in Bacìa ; la porta nord – ovest, sempre esposta al sole, fu detta Gioiosa; infine la terza porta fu chiamata Don Gori e attraverso questa si scende a Fonte Branda. La cinta esterna del castello misurava 500 metri: al tempo dei Conti Guidi è da ritenere che per difendere il maniero occorressero almeno mille uomini ( due soldati per ogni metro); le due cinte murarie dovevano costituire un baluardo imprendibile quando gli eserciti disponevano soltanto di armi bianche. Il Cassero era formato da quattro lati di cui uno faceva parte integrante della cinta esterna delle mura: nel lato rivolto a nord si trovava, e si trova tutt’ ora, una piccola porta; i lati verso ponente e verso levante erano protetti dalla cinta esterna delle mura; il lato sud, con la Postierla, costituiva il  principale fronte durante l’ ultimo assalto. Pare certo che i Conti Guidi abitassero al primo piano del cassero: nel cortile interno esisteva (e c’è ancora) una cisterna che raccoglieva l’ acqua dei tetti. Del Cassero faceva anche parte la torre del Mastio che è la più alta e solida delle tre torri. Il Mastio è una torre costituita da mura dello spessore di 1,80 metri: questa solidità seppe fronteggiare anche le cannonate della Seconda Guerra Mondiale; il mastio aveva la funzione di rinforzare la cinta esterna delle mura per proteggerla dall’ attacco più pericoloso e doveva costituire l’ ultimo baluardo dell’ estrema difesa: la breccia che si trova attualmente fu scavata più tardi per usi agricoli: Ai tempi d’ oro del castello i difensori che si fossero trovati accerchiati dentro il mastio potevano calarsi con una scala a corda in un lungo sotterraneo che portava all’ esterno. Addossata al cassero e posta a sua protezione era la Postierla : essa aveva un ponte levatoio che sovrastava un ampio fossato e che veniva alzato in caso di attacco nemico. Nella postierla ai aprono due grandi vani ad arco: uno si chiudeva con l’ alzata del ponte levatoio e l’ altro con una porta e sia il ponte che la porta venivano puntellati con travi orizzontali infilate nel muro e i cui fori di appoggio sono ancora visibili. In fondo alla piazza d’ armi, isolata dalle altre costruzioni, si trova la Torre delle prigioni : vi si accedeva attraverso il cammino di ronda e all’interno era divisa in due zone, nella parte più alta vivevano gli armigeri addetti alla sorveglianza e nella parte più bassa erano rinchiusi i prigionieri che ricevevano il cibo e l’ acqua attraverso una botola praticata nel solaio e respiravano attraverso strette feritoie rivolte a ponente: sembra, inoltre, che il diverso piano della prigione fosse stabilito in base alla pena avuta e che i condannati a morte venissero calati nella prigione più in basso di tutte. Da qualche studioso è stata formulata anche l’ ipotesi che Dante, che fu ospite del castello, avesse tratto l’ idea per la creazione dei famosi cerchi dell’ Inferno, graduati in base alla colpa commessa, proprio dalla distribuzione verticale dei luoghi di pena di questa prigione.  A Romena si collegano molte memorie dantesche: si è già detto di Mastro Adamo e della località di Omomorto ma nei pressi del castello si trova anche la Fonte Branda  che il falsario cita nei famosi versi del canto XXX dell’ Inferno  “… per Fonte Branda non darei la vista…” ; la fonte, che si incontra poco prima del castello quando si proviene dalla Pieve di Romena, è ormai secca da molti anni e si presenta, ahimè, piuttosto mal ridotta. Nel 1902 fu a Romena Gabriele D’ Annunzio insieme ad Eleonora Duse:  la diva prese alloggio in una villetta che si trovava vicino all’ antica Pieve e ogni mattina raggiungeva il poeta con una treggia piena di cuscini e trascinata da un paio di buoi; D’ Annunzio durante il suo soggiorno nel castello compose il Libro III de Le Laudi che fa parte dell’ Alcione e, per trarre maggiore ispirazione dai gloriosi ricordi del passato e dalla pace solenne di questi luoghi, fece montare una tenda nella piazza d’ armi.

Il Museo
Da pochi anni Romena è diventata sede di un Museo Archeologico e delle Armi: i reperti etruschi non appartengono a questa rea ma sono stati rinvenuti prevelantemente in Umbria. Nella Sala Grande si trovano otto vetrine con oggetti di grande valore come anfore, coppe, crateri e una curiosa collezione di ferri chirurgici appartenuti ad un dentista etrusco mentre nella vicina sala si trovano frecce e coltelli in silice di età neolitica insieme a varie armi: alla fine della visita è possibile acquistare un fiorino d’ argento dorato a ricordo del fascino del luogo ed in memoria del conio dei fiorini falsi fabbricati da Mastro Adamo. Ricordiamo che il presidente del Museo è l’ ingegner  Forattini Pojani di cui disponiamo anche il numero di cellulare: ma crediamo che non sia il caso di pubblicarlo su internet; però se qualcuno fosse interessato seriamente a visitare il museo non ha che da scrivervi una mail al sito e noi glielo forniremo
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Per acquisire conoscenze che accrescano la nostra cultura, ritengo fare cosa utile pubblicare quello che afferma su Romena il “ Dizionario Corografico della Toscana ” scritto nel 1855 dal cav. Repetti : si tratta di un libro eccezionale che tratta della nostra regione e dei suoi luoghi in rigoroso ordine alfabetico e con grande approfondimento. Il linguaggio è quello di 150 anni fa (siamo nel Granducato di Toscana!) ma affascina ancora oggi.
Romena nel Val d’Arno casentinese - Castello semidiruto, con vicino chiesa plebana, nella comunità, giurisdizione civile e circa un miglio a libeccio di Prato Vecchio, diocesi di Fiesole, compartimento di Arezzo. Siede sopra il risalto di un colle alla cui base orientale scorre l’Arno, mentre dal lato occidentale passa la strada rotabile che guida ala pieve di Romena situata a piè del semidiruto castello di Romena. Questo castello fu lungamente dominato dai conti Guidi di Modigliana, e diede il titolo al ramo de’ conti Aghinolfo, uno dei 4 fratelli figli del conte Guido Guerra e della buona Gualdrada, e che nel 1229 circa fecero la divisione de’ feudi con gli altri conti della stessa prosapia, cioè col conte Marcovaldo di Dovadola, col conte Teudegrimo di Porcino e col conte Guido Guerra di Modigliana. Da quest’ultimo e dalla contessa Giovanna Pallavicini sua consorte nacquero i due fratelli conte Guidi Novello di Modigliana e conte Simone di Battifolle, privilegiati entrambi nel 1247 dall’imp. Federigo II. Dallo stesso conte Aghinolfo di Romena nacque un altro conte Guido, il quale nel 1255 aderì alla vendita per sua parte del castello e distretto di Montevarchi, quello stesso che nel 1256 assisté ad un contratto matrimoniale di famiglia, che poi nel 1263 3 di nuovo nel 1271 permutò alcun i beni feudali con i suoi cugini conti di Dovadola. Infine resta a sapere se fu padre cotesto conte Guido di Romena oppure fratello di quel conte Alessandro che con un altro fratello l’Alighieri nel canto XXX del suo “Inferno” rammenta come falsarj del fiorino d’oro. Il chierico Carlo Troya nel suo “Veltro allegorico” (pag. 91), citando cotesto fatto disse: << Non si poter comprendere come trascorsi 28 anni dalla punizione di Maestro Adamo da Brescia, l’Alighieri avesse voluto attribuire il principale odio di quel delitto ad Alessandro conte di Romena, con cui aveva famigliarmente vivuto nella guerra contro Firenze>>. Quindi il Troya soggiunge:<< Forse Alessandro parteggiò coi fratelli Guido e Aghinolfo contro il cardinale legato (Orsini) allorché questi giunse a Romena>>. Ma tutto ciò è fondato in semplici congetture, né il chierico Troya cita la fonte donde egli estrasse il nome di quel terzo fratello, rammentato dall’Alighieri “..Di Guido, d’Alessandro o di lor frate…”. Comunque sia egli è certo però che dal citato conte Guido di Aghinolfo I nacque un altro conte Aghinolfo II, del quale si conosce il testamento dettato nel 1338, in cui si nominano sei o sette figliuoli suoi, fra i quali un conte Guido di Romena e Monte Granelli, un conte Ildebrandino,ecc. Resta per altro da sapere se quel loro frate fratello carnale,o fratello cugino, che pure fratelli si appellavano. Tale fu probabilmente quel conte Guglielmo di Romena, forse figlio del testatore Aghinolfo II sopra chiamato Spadalonga, che nel 28 febbraio del 1327 con l’ajuto di certi tedeschi prese il castel di Romena, salvo la rocca, che era de’ suoi consorti guelfi figli del conte Aghinolfo. Io non saprei dire tampoco se avesse che fare la storia dell’Alighieri per quel falsario Adamo da Brescia col fatto accaduto dall’anno 1281 in Firenze quando fortuitamente si scoprirono in una casa posta nel borgo S. Lorenzo dei fiorini d’oro falsi in quantità << Che si facevano fare da uno de’ conti di Romena, e funne preso un loro spenditore, il quale per cose che confessò fu arso>>. Il castello e distretto di Romena fu acquistato in più tempi dalla Repubblica Fiorentina dopo la metà del sec. XIV, fu acquistato per grossa moneta codesto castelluccio con la sua rocca, posseduto in gran parte attualmente dal conte Luigi Goretti di Stia. Fra le pergamene dell’Archivio Diplomatico Fiorentino alcuni di quelle rammentano i castellani mandati dal comune alla posteria di Raggialo cui fu aggregato il territorio Rocca di Romena; la quale oggi è ridotta a due torri semidirute circondate da mura castellane pressoché cadenti.


Numeri utili
Ristoranti
“Miramonti
”   Via Casentinese, 45     La Consuma    055 / 8306469
“Sbaragli
”   Via Consuma, 3      La Consuma   055  /   8306651
Consumi ”  Via Casemntinese,307   La Consuma   055  /  8306507
L’Oasi di Samira ”  Via A. Minacci,3   Pratovecchio  0575  /  540615 
L’Osteria”   Viale Roma,57   Pratovecchio   0575  /  583843
“Gli Accaniti”
  Via Fiorentina,14   Pratovecchio   0575  /  583345
La tana degli orsi”   Via Roma,1    Pratovecchio   0575  /  583377
Osteria Toscana Twist ”  Via Libertà,3   Pratovecchio    0575  /  582120
I 4 cantoni”   Via Uffenheim,10  Pratovecchio     0575  /  582696  

 


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Il Castello da lontano

 

 

Il Castello

 

 

Una torre

 


 

Altra torre

 

 

Altro lato del castello