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LUCCIANO
di Damino (alias Roberto Innocenti)
e Aldo Innocenti
Lucciano è una frazione del comune di Quarrata
ed è situato sulle pendici
del Montalbano, circondato da una bellissima campagna coltivata
soprattutto ad oliveti. La popolazione attuale è di circa 770 persone.
Lucciano fu sede di un fortilizio, già prima del mille, dei conti
Cadolingi di Fucecchio. Nel XII secolo fece parte dei possedimenti dei
Vescovi di Pistoia e successivamente passò ai Panciatichi che ne fecero
una roccaforte. Nel 1268 il ghibellino Astancollo Panciatichi fu costretto
alla fuga perché la roccaforte venne assalita e distrutta dal guelfo
Cialdo Cancellieri, podestà di Pistoia.
Storia (da Terra e gente del Montalbano pistoiese di
Giuliano Mazzei per edizioni Omnia Minima Editrice - Prato)
Del glorioso castello che un tempo era Lucciano è rimasto soltanto il
nome; salendo verso la chiesa parrocchiale ci si trova in una piccola
pizza posta sulla cime di un colle; proprio qui sorgeva il castello dei
Conti Cadolingi di Fucecchio. Sulle numerose terre della sua signoria il
conte Tedicio, capo della grande famiglia feudale, morto nel 923, aveva
fatto costruire diversi castelli: molti erano anche i possedimenti nel
territorio di Quarrata e di questi il conte Calcolo, nipote di Tedicio, ne
donò molti alla cattedrale di Pistoia. Alla morte di questi, la vedova
Gemma, i figli ed i nipoti, ne seguirono l’esempio, fondando anche
ospedale per malati e pellegrini, di cui uno era proprio a Quarrata: si
tratta di Spedaletto.
Nel 1113 il conte Ugo, ultimo discendente dei Cadolingi, morì nella difesa
del castello di Montecascioli e la vedova, contessa Cecilia, non avendo
figli, in memoria dell’estinto, donò quasi tutte le sue terre ai vescovi
di Pistoia, Firenze, Lucca e Volterra. Dopo un anno la contessa seguì il
marito nella tomba e con lei si estinse il nobile casato. Ancora oggi in
Lucciano c’è una campagna coltivata sul confine con Montemagno che porta
il nome di Vescovado.
Fin dal secolo XI una delle più potenti famiglie ghibelline pistoiesi era
quella dei Panciatichi: tra i numerosi beni che questa famiglia possedeva
vi era anche il castello di Lucciano, anche se non è noto come ne fosse
entrata in possesso.
Nemici acerrimi dei Panciatichi erano i Cancellieri, di parte guelfa.
Durante le varie guerre succedutisi fra guelfi e ghibellini nel 1267
Pistoia si ritrovò guelfa ed elesse come suo podestà Cialdo Cancellieri:
ai ghibellini pistoiesi non rimase che chiedere il perdono che ottennero
dal papa Clemente IV per mezzo del vescovo di Pistoia Guidaloste
Vergiolesi nel 1252.
Non tutti i ghibellini però vollero sottomettersi e tra questi Astancollo
Panciatichi, che accolse e riunì i compagni ribelli nel castello di
Lucciano.
Quando i guelfi pistoiesi vennero a conoscenza del fatto, dettero incarico
al loro podestà, Cialdo cancellieri, di assalire il castello e di
stroncare la ribellione.
Le spie riferirono ad Astancollo della forza rilevante di soldati e
cavalieri che stava per cingere d’assedio il castello e, considerando che
non avrebbe potuto difenderlo per lungo tempo, eludendo il nemico, di
notte riparò con i suoi a Pisa, sua alleata, mentre i servi e tutti quelli
che non avevano potuto seguirlo si rifugiarono sui colli del Montalbano.
Quando Cialdo arrivò, trovò il castello deserto: sfogò la sua ira
ordinando ai suoi di depredare il maniero. Dopo averlo spogliato di tutto,
non contento, ordinò lo smantellamento totale del castello: esso fu raso
al suolo e le rovine date alle fiamme. Era la primavera del 1268 e da
allora il castello di Lucciano cessò di esistere.
Sappiamo che fino dal 1132 Lucciano faceva parrocchia e che la cappella
del castello fungeva da chiesa parrocchiale, mentre il parroco risiedeva
nel castello stesso. Così quando il castello fu distrutto ed il parroco
perse la sua abitazione, egli andò ad abitare in una casetta vicino alla
chiesina di S. Martino a Montorio (i parroci di Lucciano ebbero la
residenza a Montorio dal 1268 al 1713!), tuttora esistente: ebbene in
quella casa hanno abitato anche i nostri zii, Giuseppe Bardi e Dina
Innocenti (n.d.a. Damino e Aldo Innocenti).
Dopo la distruzione del 1268 non si hanno più notizie di Lucciano fino al
1519, quando dall’archivio parrocchiale si ricava che venne eretto parroco
Gabriello di Mino d’Andrea di Quarrata. Tra i parroci a lui succeduti si
ricordano Giusto Lunari, Carlo Orlandini e Felice Pecorini, luccianese,
divenuto curato il 26 agosto 1672. Morto il Pecorini nel 1704, venne
eletto parroco di Lucciano il sacerdote Tommaso Pacini di Silvestro, di
Quarrata, il quale, consapevole che dal 1268 i parroci di Lucciano
avessero la residenza a Montorio, decise di costruire la nuova canonica a
Lucciano. Prete Tommaso vi andò a risiedere il 13 agosto 1713.
Nello stesso tempo pensava anche ai restauri della chiesa, ma, essendo i
progetti piuttosto vasti ed il popolo piccolo ed in miseria, risultava
assai difficile trovare il denaro necessario. Il curato escogitò di
risolvere il problema alienando i beni che la cura possedeva a Campiglio:
chiesto il beneplacito al vescovo, nel 1718 dette inizio ai lavori, che
terminarono nel 1718 con la solenne inaugurazione. Prete Tommaso Pacini
morì il 27 dicembre 1767.
A lui successero Giovanbattista Fedi e Luigi Sarteschi, fino a che il 29
maggio 1804 fu nominato parroco Francesco Marchetti, di Calamecca. Egli
proseguì l’opera di Tommaso Pacini nell’abbellimento della chiesa di S.
Stefano. Abbattuta la parete absidale, alla quale era appoggiato l’altere,
vi aggiunse un transetto triabsidato a croce latina: coprì la navata con
una volta divisa in tre campate, di cui la centrale a cupola rotonda a
sesto ribassato. Fece eseguire anche molti altri lavori, tra questi gli
affreschi effigiati dal pittore pistoiese Bartolomeo Valiani. La chiesa
rinnovata venne consacrata dal vescovo Francesco Toli il 9 novembre 1815.
Tra le note storiche su Lucciano ce n’è da segnalare una curiosa: la
scoperta di una sorgente termale in località Montanino, avvenuta nel 1873
da parte di Giuseppe Venturi, uno dei sette fratelli venuti dall’Orsigna a
risiedere a Lucciano. Giuseppe si rese conto della fortuna che gli era
capitata e cercò di sfruttare la sorgente mettendosi a vendere l’acqua un
tanto al fiasco. La cosa non poteva durare, per cui, chiesto consiglio in
famiglia, decise di chiedere la collaborazione del prete don Niccolao
Salvi e del sor Giuseppe Cateni, agiato possidente. Il 24 settembre 1873
fu sotto sottoscritto un atto con il quale si stabiliva che i signori don
Niccolao Salvi e Giuseppe Cateni acquistavano da Giuseppe Venturi la
famosa sorgente del Montanino per la somma di lire 250; al Venturi stesso,
nel caso in cui la sorgente avesse dimostrato requisiti per essere
adoperata nelle cure igieniche, sarebbe andato un terzo dei profitti. Ma
moglie ed il figlio del Venturi non furono per niente soddisfatti
dell’accordo e, dopo aver infamato il congiunto, tentarono di annullare il
contratto facendolo passare per matto. Ma il giudice che doveva accertare
la pazzia del Venturi chiese una prova che attestasse la verità: così nel
mese di luglio del 1874 il Venturi, con l’idea di farlo passare per pazzo,
fu portato a Pistoia con indosso un pesante pastrano con pelliccia, tenuto
in vita da una fune. Così, sotto la canicola, il pover uomo fu condotto in
tribunale, ma la causa andò avanti per le lunghe, tanto che nel 1878 non
era ancora risolta. Ci pensò la sorgente a spengere il dibattito: il
terreno, disboscato e ridotto a vigna, s’inaridì, la sorgente andò calando
e poi si disseccò del tutto.
La fonte del Montanino rimase abbandonata per moltissimi anni, fin tanto
che il sindaco Amadori non vi fece fare l’acquedotto.
La Chiesa
La chiesa attuale, dedicata a
Santo Stefano, e l'ex asilo, sorgono entro il perimetro di quello che era
l'antico fortilizio. La chiesa fu trasformata nel XVII secolo secondo
linee barocche, inoltre altre decorazioni interne furono eseguite agli
inizi del XIX secolo. Il vescovo Toli, durante la sua visita pastorale del
17 maggio 1820, elevò la chiesa alla dignità di prioria.
L’interno è a navata unica, con un transetto sopraelevato a croce latina e
cupoletta centrale, probabilmente aggiunta settecentesca. Interessante è
anche lo snello campanile, costruito nei primi dell’Ottocento.
Il dipinto posto sulla parete di contro facciata, una Annunciazione,
è una copia settecentesca dell’originale trecentesco che si trova nella
chiesa della SS. Annunziata a Firenze, e costituisce conferma della
diffusione che aveva la devozione per questa immagine.
L’altare di sinistra, dedicato a S. Giuseppe, è stato realizzato nello
stesso periodo in cui la chiesa venne ristrutturata, mentre il dipinto che
lo sovrasta, e che rappresenta S. Giuseppe, S. Antonio da Padova e S.
Francesco di Paola, è probabilmente un po’ più tardo. Sul simmetrico
altare di destra è posta invece una tela con la Madonna e un santo,
che dovrebbe essere della stessa mano di quello antistante, forse un
allievo di quel Puglieschi che ha firmato la tela dietro l’altar maggiore.
Da notare nell’iconografia di questo dipinto i simboli della Passione
mostrati dalla Madonna: la croce, il calice, la corona di spine e la
sindone. Sull’altare maggiore, come già accennato, c’è una tela di Antonio
Puglieschi che raffigura il Martirio di S. Stefano, e che è una
copia di un’opera del Cigoli. Antonio Puglieschi fu un pittore fiorentino
vissuto tra il 1860 ed il 1732, che lavorò, oltre che nella sua città
natale, anche a Pistoia, a Rimini, a vallombrosa ed all’Impruneta.
Sulla parete di sinistra, poi, sopra la porta della sacrestia, è una
Pietà seicentesca in gesso policromo, che mostra nella posizione delle
figure una certa aderenza ai modelli nordici del secolo precedente, e che
è accompagnata da due angeli, aggiunti, però, in epoca più tarda. Sotto
questo gruppo una lapide ricorda gli ulteriori lavori eseguiti nella
chiesa nel 1814, tra i quali la realizzazione della cantoria, a sinistra
dell’altar maggiore, oltre a quella dello stesso altare maggiore, che però
non quello attuale, che è di più recente collocazione.
La Fattoria Spalletti
Nei pressi di Lucciano si trova la Villa Fattoria dei Conti Spalletti,
nobile famiglia originaria del Canton Ticino, in Svizzera, dove nel
Cinquecento i loro avi esercitavano l’arte della seta. Nel Settecento i
Conti Spalletti lasciarono il loro luogo d’origine per trasferirsi a
Reggio Emilia, dove ritrovarono una famiglia imparentata con loro. Non
sono però noti i motivi che li spinsero poi a spostarsi ancora ed a
fissare definitivamente la loro residenza sulle pendici del Montalbano,
dove nel 1889 acquistarono una vasta tenuta con villa: l’acquirente fu il
conte Venceslao. Oggi i conti Spalletti hanno una splendida fattoria che
va giustamente famosa per il vino (1600 quintali la produzione, con
212.000 bottiglie) e per l’olio (220 quintali) che produce. La fattoria
vanta una tenuta di 260 ettari, di cui 31 ettari coltivati a vigneto e 53
a uliveto.
Antichi mestieri: il
Filet
Lucciano è nota per il Filet. Il mestiere o arte del Filet è stato
uno tra i più diffusi nel Quarratino (oltre a quello delle trecciaiole),
infatti, proprio a Lucciano, fu fondata nel 1897, dalla Contessa Gabriella
Rasponi Spalletti, una scuola, per preparare le donne della zona a questa
particolare attività. Essa si diffuse rapidamente in tutto il territorio
del comune di Quarrata, infatti non c'è casa che non abbia un centrino di
Filet, fatto dalle nonne o dalle bisnonne, che tutt'ora lo lavorano. Il Filet è una specie di trina di cotone, o seta, ottenuta ricamando un
disegno su un fondo costituito da una rete a maglie legate tra loro da
nodi minuti, ma solidi. Le origini del Filet risalgono al 1000 a.C., in
quanto le persone usavano questi reti per catturare animali e pesci e la
struttura di questi reti è rimasta invariata nel tempo, composta da
riquadri annodati ai quattro angoli. Gli antichi Egizi usavano questi reti
per decorare gli abiti, ricamando le maglie della rete con oro, argento e
sete colorate, realizzando una primitiva forma di pizzo. Fu nel XI e XII
secolo che i Crociati, dall'Oriente, portarono in Europa questi tipi di
pizzo, prima in Inghilterra, poi in Germania, Scandinavia, Italia e
Francia, dove fu dato appunto il nome di "Filet". Inoltre in
Italia fu usata una nuova tecnica per variare le dimensioni e la grandezza
delle maglie a rete. La lavorazione del Filet equivale a
modano, così definita dall'ago a doppia cruna utilizzato per
costruire la rete base. A Lucciano, per volontà della Contessa Spalletti,
nacque la scuola di Filet, sia con l'intento di recuperare un'attività
artigianale , sia come strumento di emancipazione femminile, e sia come
miglioramento di condizioni per le famiglie di Lucciano, ed in particolare
modo per le donne. All'inizio la Contessa riunì cinque donne nella sua
villa per istruirle, dopodiché, in appena due anni, nel 1899 le
ricamatrici erano una cinquantina, fino ad arrivare, intorno al 1904 a
circa quattrocento. Nel 1903 la ditta "Navone di Firenze acquistò
tutto il lavoro fatto e si impegnò a fornire nuovi disegni, filo e tutto
quanto occorreva per lavorare; negli anni successivi, nel 1904 la scuola
ottenne il gran premio d'onore nell'Esposizione Universale di S. Louis in
America, e l'anno successivo un premio alla mostra di Genova. Va pure
ricordato che queste ricamatrici lavoravano con regolare libretto di
lavoro e contributi previdenziali, infatti, diventate anziane, poterono
percepire una regolare pensione. Devo ricordare anche che di questa scuola
ha fatto parte mia nonna paterna, che era originaria proprio di Lucciano.
Col passare degli anni la Contessa nomino delle maestre e direttici e fece
sì che la scuola si costituisse in forma legale in una società a
carattere cooperativo e di mutuo soccorso, col nome di Scuola
Merletti Lucciano - Quarrata. Nel 1924, invece, un'assemblea delle
operaie volle che la scuola si chiamasse "Scuola di Modano e Ricamo
Contessa Gabriella Spalletti Lucciano - Quarrata", in segno proprio
di gratitudine e stima verso la Contessa, perché aveva operato per
migliorare le loro condizioni di vita avviandole ad un lavoro remunerato,
creativo ed apprezzato. La Contessa Spalletti morì nel 1931 e fu sepolta
nel cimitero del paese, nella cappella di famiglia; ma a distanza di 35
anni, nel 1966, le anziani lavoranti fecero erigere a proprie spese, sulla
piazza della chiesa di Lucciano, una bella vasca in pietra, perché si
ricordasse che l'amore e la riconoscenza per le persone non muore mai.
N.B.
Facciamo presente che a Quarrata, presso la Scuola Media Bonaccorso
da Montemagno è stato aperto un laboratorio di ricamo a modano e
filet, per adulti, dopo quello già attivo, dagli anni 90, per le classi
della scuola media, sull’antica arte del Filet. La sede del corso, che si
articola in 15 lezioni di due ore ciascuna, è presso la Scuola Media di
Quarrata, in via Petrarca; per ulteriori informazioni ed eventuali
iscrizioni il numero telefonico è 0573 / 72444, oppure per fax al numero
0573 / 778855. Il corso si articola in un corso di base ed un corso di
perfezionamento. Nel 1998 le professoresse Marta Burchietti e Catuscia
Spicciani, responsabili del laboratorio raccolsero documenti e
testimonianze sulla scuola di filet tenuta a Lucciano dalla Contessa
Gabriella Spalletti nel 1897 che si trovano oggi raccolte nel libro La
Contessa & le Contadine, ed. Gli Ori. Le copie sono reperibili presso
la scuola media Bonaccorso da Montemagno di Quarrata. La
responsabile del corso adulti è la Professoressa Rosita Testai
(cellulare 338 / 4075221).
Dal Dizionario Corografico della Toscana
del Cav. Repetti, stampato nel 1845 e che costituisce la
base fondamentale di tutta la storia e la geografia della Toscana ( vi
sono indicati tutte le città e i paesi della nostra regione in ordine
alfabetico), ritengo fare cosa utile pubblicare quello che riporta su
Lucciano e anche se il linguaggio è quello di 160 anni fa (tanto per dire
non si parla di Toscana ma di Granducato di Toscana) credo che leggere
queste righe sia veramente affascinante.
Luciano o Lucciano, nella Valle dell'Ombrone pistojese. - Villaggio con
casale parrocchia (S. Stefano) nel piviere di Quarrata, nella Comunità
Giurisdizione e circa 3 miglia toscane a libeccio di Tizzana, Diocesi di
Pistoja, Compartimento di Firenze. E’ posta sul dorso del Monte Albano
presso la sua sommità , dove traggono origine le sorgenti del rio Formulla
uno dei tributarii del torrente Stella. La rettoria di S. Stefano di
Luciano nel 1833 ebbe 514 abitanti.
Si può aggiungere, che questo castelletto nel secolo XIV era di proprietà
della nobile famiglia Panciatichi di Pistoja.
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Il Filet







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Chiesa di S. Stefano: 1' immagine

Chiesa di S. Stefano: 2' immagine

Cava del Guado

Cava di Bindino

Fattoria Spalletti: 1' immagine

Località Bindino: 1' immagine

Località Bindino: 2' immagine

Centrotavola di Filet

Lavoro a Filet

Altri lavori a Filet

Chiesa di S. Stefano: 3' immagine

Campanile della chiesa di S. Stefano

Monumento ai Caduti della
1' Guerra Mondiale

Chiesa di S. Stefano: 4' immagine

Campanile della chiesa di S. Stefano
visto dalla fattoria Spalletti

Chiesa di S. Stefano: 5' immagine

Fattoria Spalletti: 2' immagine

Chiesa S. Stefano: 6' immagine

Fattoria Spalletti: 3' immagine

Chiesa S. Stefano: 7' immagine |