PINONE - S. BARONTO,
traversata del Montalbano
di Aldo Innocenti
CARATTERISTICHE ITINERARIO
Dislivello: S. Giusto 410 m. s.l.m.
– Monte Pietramarina 585 m. s.l.m. – Gli Spianati 545 m. s.l.m. – Monte La
Cupola 633 m. s.l.m. – S. Allucio 540 m. s.l.m. – Le Croci 452 m. s.l.m. –
Bivio Sassone della Palaia di Pietra 480 m. s.l.m. – Madonnino 443 m. s.l.m.
– dislivello totale 549 metri.
Distanze progressive: San Giusto – Masso del Diavolo 1.500 metri –
Bivio Fonte dello Scodellino in località Gli Spianati 1.900 metri – Fonte
dello Scodellino 2.050 metri – Bivio Fonte dello Scodellino in località Gli
Spianati 2.200 metri – Poggio Ciliegio 2.800 metri – Bivio Cupola 3.900
metri - Cupola 4.200 metri – Bivio Cupola 4.500 metri - - Torre S. Alluccio
6.100 metri – Le Croci 7.400 metri – Bivio Sassone della Palaia di pietra
9.000 metri – Madonnino 10.400 metri - distanza totale 10.400 metri.
PERCORSO
Il percorso ha inizio non proprio dal Pinone bensì dalla località
San Giusto (410 m. s.l.m.) che è situata nei pressi del Passo del
Pinone, sulla strada che collega Carmignano a Vitolini e Empoli: infatti
circa 500 metri prima del Pinone, in versante empolese, si trova l’antica
Abbazia di San Giusto (410 m. s.l.m.), che è poco distante dalla strada:
sul lato opposto della strada stessa ha inizio una carrozzabile asfaltata,
preclusa al traffico privato, che conduce ai numerosi ripetitori presenti in
questa zona del Montalbano.
Abbazia di S. Giusto -
Attualmente l’Abbazia di San Giusto versa in pessime condizioni perchè
vittima dell'incuria e dell'abbandono dell'uomo: volgarmente chiamata San
Giustone, venne fondata tra l'XI e il XII sec. come abbazia cistercense
dipendente dalla vicina badia di San Martino in Campo. La tradizione afferma
essere stata costruita da un monaco eremita francese, San Giusto o Giustone,
così come la contemporanea chiesa di San Baronto, fondata dal monaco eremita
francese San Baronto. La chiesa è in stile romanico e mostra una semplice
facciata arricchita da un arco in marmo bianco e verde: sul retro si trovano
tre absidi, mentre la massiccia torre campanaria, separata dalla chiesa, in
origine doveva essere una torre militare.
Dopo aver osservato l'abbazia possiamo attraversare la strada e prendere in
direzione di una larga strada chiusa da una sbarra,(vedi foto A), (ultimamente è sempre alzata, ma ricordiamo
che c’è il divieto di transito) che corrisponde al sentiero n. 300 del
Montalbano e che si dirige verso la sommità del monte Pietramarina.
Continuiamo a salire e volgendo lo sguardo alle nostre spalle ci appare un
panorama maestoso: Empoli e tutto il Valdarno Inferiore fanno bella mostra.
Camminiamo sempre lungo la strada fino a quando non arriviamo in cima ad una
erta salita: sulla sinistra notiamo le indicazioni (vedi foto B) per monte Pietramarina e
Masso del Diavolo, per cui ci dirigiamo proprio a sinistra. A poche
decine di metri dalla strada si trova il Masso del Diavolo, immerso nella
grandiosa lecceta di Pietramarina (585 m. s.l.m., 1.500 metri dalla
partenza).
Il Masso del Diavolo è un
grosso masso di arenaria macigno così chiamato probabilmente per i riti
sacrificali che anticamente vi si svolgevano: dalla sommità del Masso vasto
panorama su tutta la pianura empolese, sulla zona di San Miniato, sul monte
Serra e anche su alcune vette delle Alpi Apuane (segnatamente Pania della
Croce).
Lecceta di Pietramarina - La
parte occidentale del territorio dell’area protetta del monte Pietramarina è
caratterizzata da boschi a dominanza di leccio, le cui altezze raggiungono i
20 m., a cui si associano le specie tipiche della macchia mediterranea.
Sulla sommità del Monte Pietramarina al leccio si associano numerose piante
di agrifoglio a portamento arboreo. Le dimensioni di queste piante di
agrifoglio sono uniche nel territorio provinciale, altezze intorno ai 20 m.
e diametri del fusto fino ad oltre 50 cm., e probabilmente fra le maggiori
in ambito regionale.
Dopo aver osservato il panorama dalla vetta del Masso del Diavolo
riprendiamo il cammino: dal masso andiamo a nord lungo la sterrata che
giunge nei pressi. Scendendo verso la sella degli Spianati costeggiamo
alcuni scavi archeologici che attestano come questa zona del Montalbano
fosse abitata fino dai tempi più remoti: agli Spianati (545 m. s.l.m., 1.900
metri dalla partenza) incrociamo nuovamente la strada asfaltata di servizio
ai ripetitori . La attraversiamo perché qui siamo al Bivio per la Fonte
dello Scodellino (vedi
foto C): andiamo sul versante opposto della strada e della
linea di crinale, versante pratese, e dopo poco raggiungiamo la Fonte
dello Scodellino (2.050 metri dalla partenza) una bella e fresca fonte.
Sul lato opposto dello stradello dove si trova la fonte, nel 2007 l’Istituto
Italiano di Geofisica e Vulcanologia ha installato un impianto per la
rilevazione dell’intensità dei terremoti: l’impianto si alimenta con
pannelli salari fotovoltaici. Facciamo quindi ritorno nuovamente al Bivio
per la Fonte dello Scodellino, Sella degli Spianati (545 m. s.l.m.,
2.200 metri dalla partenza) per incrociare la strada asfaltata: ora dobbiamo
andare decisamente a destra e iniziare a salire il pendio di Poggio
Ciliegi,o transitando di fianco al grosso ripetitore in cemento armato della
Telecom, noto come pisellone. Sul Poggio Ciliegio (2.800 metri
dalla partenza) s’incontrano numerosi ripetitori. Proseguiamo il cammino,
sempre lungo il sentiero CAI n. 300, e la strada, avendo sempre una
carreggiata assai larga, diventa ora sterrata, pur se in ottime condizioni
di fondo. Dopo circa un km. di falsopiano troviamo un bivio: siamo al
Bivio per il monte La Cupola (3.900 metri dalla partenza,
vedi foto D). Abbandoniamo la sterrata
principale e il sentiero CAI 300 per andare a destra e raggiungere la vetta
del monte La Cupola (633 m. s.l.m., 4.200 metri dalla partenza) il
colle più alto di tutto il Montalbano: sulla vetta si trovano un
edificio e una antenna di servizio per il Corpo dei Vigili del Fuoco.
Torniamo quindi al Bivio per il monte La Cupola (4.500 metri dalla
partenza) e andiamo a destra lungo la sterrata e il sentiero CAI 300:
scendiamo lungo il fianco ovest de La Cupola in versante empolese con ottime
vedute sul Valdarno e sul fiume Arno. Camminando ci immergiamo nuovamente
nella vegetazione di castagni fino a raggiungere un incrocio di strade al
cui centro si trova una pianta di castagno: qui andiamo a dritto in
direzione San Baronto tralasciando la strada a destra, diretta a Spazzavento
e Bacchereto, e quella a sinistra diretta a Faltognano e Vinci. A poche
decine di metri da questo incrocio troviamo sulla sinistra una vecchia
pietra miliare (vedi foto E): sul lato destro della
strada, proprio davanti alla pietra, inizia la breve strada (vedi
foto F) che conduce alla
Torre di S. Alluccio (540 m. s.l.m., 6.100 metri dalla partenza).
Dell’antica torre di proprietà del Conte Spalletti di Lucciano, della casa
del contadino (situata sul lato ovest) e della casa del guardiacaccia ora
restano i ruderi, ma sono sufficienti a far intravedere la magnificenza di
un tempo. La zona si presenta come un vasto pianoro punteggiato da alberi e
da grosse antenne: un tempo qui di alberi ce n’erano pochi e tutta l’area
veniva coltivata a grano, orzo e patate, tanto da rendere autosufficienti le
famiglie che vi abitavano. Sul pianoro insiste una grossa croce installata
dall’Associazione Nazionale Alpini di Quarrata: sono loro che una volta
l’anno, in occasione della loro festa che svolgono qui (nell’ultima domenica
del mese di giugno) danno una pulita alla zona.
Torre di S. Alluccio - Prima
della seconda guerra mondiale e fino agli anni cinquanta del Novecento per
Ferragosto, Pasquetta e Ascensione era tradizione che le genti di Quarrata e
dintorni si recassero alla Torre di S. Alluccio: naturalmente a piedi e in
comitiva con il paese che si svuotava quasi del tutto. La sera precedente
tutti si preparavano per la gita: pane, braciole impanate (quei pochi che
potevano permettersele), uova sode, frittate, frutta, mentre l’acqua veniva
presa lungo il percorso alle varie fonti che si potevano incontrare come
quella del Nelli, del Sasso Regino, di Tacinaia, della Bettina. Generalmente
la colazione veniva fatta al Sasso Regino: per chi capiti ora da quelle
parti è difficile credere che la zona fosse priva di alberi e che lo sguardo
potesse abbracciare tutta la pianura pratese e pistoiese fino al centro
storico di Firenze. Addirittura guardando a ovest, nelle giornate più
limpide, si poteva vedere il mare. Nel bellissimo libro Quarrata, voci
dal passato, a cura di Laura Caiani Giannini e Carlo Rossetti, Edizioni
Gli Ori, ci viene descritto il viaggio fatto da Quarrata a
Sant’Alluccio e la permanenza alla torre dove si trovavano anche la casa del
contadino e la casa del guardiacaccia: nella casa del guardiaccia fino al
1950 viveva Oreste Baldacci, guardiacaccia del conte Spalletti, con la
moglie Spinalba e la figlia. Purtroppo Oreste, che svolgeva le sue mansioni
di guardiano dei boschi in compagnia del suo cane Rai, il 3 aprile 1950
venne ucciso a bastonate nella vicina località de Le Croci dal
contadino che abitava nella casa situata sul lato ovest della Torre di S.
Alluccio, tale Mengarino (questo è il soprannome perché il nome vero
non mi è noto), probabilmente sorpreso a rubare legna. Questo triste
episodio è stato ricordato dai parenti del Baldacci con un croce posta sopra
un masso proprio in località de Le Croci: di fianco al masso ne è
posto un altro più piccolo su cui sono incise O. B. 3.4.1950, cioè le
iniziali di Oreste Baldacci e la data del suo assassinio. Per chi volesse
vedere il sasso con la croce ricordo che le Croci (dove c’è anche un piccolo
circuito per motocross) è il passo che mette in comunicazione Quarrata con
Vinci: partendo da Buriano, appena si arriva sul crinale del Montalbano,
invece di proseguire per S. Amato di Vinci lungo la strada asfaltata si gira
a destra per S. Baronto e dopo pochi metri la si incontra sul lato destro.
La zona della Torre di S. Alluccio è stata frequentata fino dall’antichità:
da qui passava una delle strade che mettevano in comunicazione la valle
dell’Ombrone pistoiese con il Valdarno e, quindi, con la Via Francigena,
la più importante arteria del Medioevo. S. Allucio aveva la funzione di
ricovero per pellegrini e viandanti: la tradizione afferma che il romitorio
sia stato fondato da Alluccio, santo nato in Val di Nievole.
S. Alluccio (dal
sito
www.santiebeati.it) -
Sant'Allucio è il Santo di Pescia, e le sue reliquie sono accolte nella
bella cattedrale della città. Ed è un Santo che ben incarna le
caratteristiche di una terra e di un popolo, perché fu strenuo senza essere
rigido; ascetico senza essere astratto; votato alla contemplazione, ma anche
pronto all'azione; di profonda pietà, ma anche di ardente carità. Egli era
nato, nell'XI secolo, a Campugliano, in Val di Nievole, da famiglia
contadina. Ragazzo, custodiva gli armenti, quando si fece notare per
insoliti episodi che testimoniavano la sua non comune tempra spirituale.
Cresciuto d'anni, venne affidato alla sua operosa pietà l'ospizio di
Campugliano, praticamente in rovina. Allucio lo riportò ad un'ammirabile
efficienza di bene, aiutato da alcuni compagni ricchi come lui di zelo di
carità, detti poi Fratelli di Sant'Allucio. Per assistere meglio i poveri e
i bisognosi, il giovane Allucio fondò un altro ospizio sul Monte Albano
(proprio alla Torre detta di S. Alluccio). Un terzo lo creò presso la
riva dell'Arno, sul quale costruì addirittura un ponte, per comodità dei
pellegrini. Quest'ultima non fu impresa facile, non soltanto per i problemi
tecnici ma perché Sant'Allucio dovette convincere e ammansire il
traghettatore locale, che traeva lauti guadagni facendo passare i
viaggiatori da una sponda all'altra. 1 miracoli, a detta della tradizione,
si moltiplicarono numerosissimi intorno al benefattore dei poveri. Per
questo gli furono demandate, in città lontane, vere e proprie missioni
diplomatiche, che Allucio svolse con successo, riuscendo a pacificare tra
loro, per esempio, le due città rivali di Ravenna e di Faenza. Tra gli
interventi miracolosi tramandati dalla devozione, il più insolito fu quello
dell'uomo al quale erano stati cavati gli occhi, come punizione per qualche
delitto commesso, secondo la cosiddetta " legge del taglione ", comune nel
Medioevo. Non per dispregio della giustizia, ma per pietà dell'accecato,
anche se colpevole, Sant'Allucio avrebbe rimesso al loro posto gli occhi
nelle cave orbite del condannato, restituendogli la vista. Quanto era attivo
nel fare il bene, altrettanto era severo con se stesso, Non mangiava mai
carne, né formaggio, né uova. Digiunava tre volte alla settimana. E per
sette Quaresime consecutive non toccò cibo affatto. Morì il 23 ottobre 1134,
sereno e attivo fino all'ultimo istante. Immediatamente venne fatto oggetto
di un vivace culto popolare. Soltanto nel '700, però, il suo culto venne
autorizzato ufficialmente dalla Chiesa, e pochi anni dopo le reliquie di
Sant'Allucio trovavano degna accoglienza nella cattedrale di Pescia, la
città di cui l'antico Santo penitente e benefattore sembrava fatto su
misura.
Tornati sul sentiero n. 300 andiamo a destra fino a scendere alla località
Le Croci (quota 452, 7.400 metri dalla partenza,
vedi foto G):
alla strada che s’incontra si va a sinistra e si arriva là dove giunge la
strada asfaltata da S. Amato. Noi tralasciamo l’asfalto e procediamo a
destra sul sentiero n. 300. Dopo poche decine di metri notiamo una piccola
croce sopra un masso e la lapide che ricorda l’omicidio del Guardiacaccia
Oreste Baldacci, avvenuta nel 1950 (vedi note storiche). Proseguiamo in
leggera ascesa per poi scendere leggermente di quota fino ad arrivare nella
zona dove si trova il Sassone della Palaia di pietra (quota
480, vedi foto
H): con una breve deviazione a sinistra è possibile andare a
vedere questo grande sasso.
Sassone della Palaia di Pietra
- Questo enorme masso di arenaria macigno un tempo svettava ben al di sopra
della vegetazione e dalla sua vetta si poteva godere di un vasto panorama:
gli anziani di Montemagno ricordano ancora con nostalgia quando ancora
giovani si spingevano sul crinale del Montalbano e salivano sul sasso per
poter osservare il mare, mare che tanti di loro hanno visto solo da lassù.
Il Sassone
altro non e’ che un colossale monolito, alto quasi tre metri, circondato da
altri sassi di minori dimensioni, disposti in circolo attorno ad
esso. La sua forma, le sue dimensioni e la collocazione hanno dato origine a
diverse e suggestive ipotesi, tra cui quella che possa trattarsi di un luogo
di sepoltura o di culto, da collegare alle civiltà megalitiche. Ovviamente
non si tratta che di supposizioni tutte da verificare, ma, in certa misura,
queste possono essere avvalorate dal toponimo, dalla tradizione locale e
anche dal posto in cui si erge il monolito, a dominare le due vallate, come
un vero e proprio osservatorio.
Tornati sul sentiero n. 300 andiamo a sinistra: è in questo tratto
finale del percorso che s’incontra la parte conservata in maniera migliore
delle mura del Barco Reale Mediceo (vedi
foto I).
Il
Barco Reale Mediceo
fu realizzato nel XVI secolo e costituiva una delle più importante riserve
di caccia della famiglia dei Medici: il toponimo barco stava ad
indicare un terreno boschivo circondato da un recinto, in questo caso un
territorio delimitato da un robusto muro al cui interno di trovavano tante
specie di animali da poter cacciare. Il muro di questa bandita partiva da
Poggio alla Malva, dove ancora oggi si trova la Porta d’accesso, raggiungeva
Vitolini, Mignana, Faltognano, Papiano, sfiorava San Baronto, aggirava il
Montalbano spingendosi sul lato nord oltre il Colle di Montefiore, arrivava
a Montemagno (nei pressi del cimitero di questo paese, lungo la strada che
conduce a Lucciano, si trova ancora la casa del guardia del Barco), sfiorava
Campiglio e Villa la Magia, risaliva subito al di sopra degli abitati di
Lucciano, Montorio e Buriano, raggiungeva Spazzavento, oltrepassava a nord
il borgo di Bacchereto, superava Santa Cristina a Mezzana e, infine,
raggiungeva Artimino, dove si trova la grande villa La Ferdinanda,
che era la residenza di caccia dei Medici, e Poggio alla Malva. I
lavori di costruzione del Barco Reale iniziarono nel 1624 e terminarono nel
maggio del 1626 sotto il regno di Ferdinando I: il muro di recinzione,
costruito in pietre di arenaria e arenaria macigno di dimensioni molto
grandi, legate con calce, ed era dotato di cancelli e piccoli ponti per il
passaggio delle acque, ma, mentre i cancelli sono del tutto scomparsi,
restano ancora piccole tracce dei ponti e cateratte. Le mura delimitavano
una grande estensione di terreno, circa 50 km. di cui ne restano tracce per
30 km., al cui interno si trovavano numerose fattorie come quella di
Ginestre, di Artimino e molte case abitate dalla Guardie e dai
Birri (vedi il Casino dei Birri sul monte Pietramarina),
sorveglianti del barco che avevano il compito di tutelare il patrimonio
faunistico e boschivo della tenuta. Esistevano, infatti, delle regole molte
rigide riguardo la caccia, il taglio dei boschi e il mantenimento delle
mura. Con l’avvento dei Lorena nel 1738 il barco fu soggetto ad uno
sfruttamento più razionale: la gestione diretta delle fattorie granducali
venne affidata agli affittuari che avevano il compito di anticipare
la rendita al proprietario. Sempre ai Lorena si deve la suddivisione del
barco in dieci parti, chiamate decimi, per la rotazione dei tagli
degli alberi, e la realizzazione di una pianta del perimetro della bandita
attribuita a Bernardo Sgrilli. Tale planimetria dettagliata fa capire che
nella alla metà del Settecento l’interesse per il barco era esclusivamente
legato al commercio del legname: dopo la seconda metà del XVIII secolo, per
la diminuita richiesta di legname e per i costosi lavori di manutenzione
necessari, il barco venne dimenticato. Il granduca Pietro Leopoldo tentò di
ripristinare il barco, ma venne fermato nelle sue intenzioni dalle ingenti
spese che si sarebbero dovute affrontare: così il 13 luglio 1772 giunse
inevitabile la sbandita del Barco Reale, che decretò anche la vendita
della fattorie in esso contenute e la demolizione di alcuni tratti delle
mura. Nell’ottocento, poi, le pietre del barco vennero usate per delimitare
poderi e terreni privati: così oggi non sono molti i tratti visibili, tra i
quali quello che si trova su questo percorso è sicuramente uno dei meglio
conservati.
Scendendo di quota arriviamo alla località Madonnino (quota 443,
10.400 metri dalla partenza,
vedi foto L) dove termina il nostro percorso. Siamo ai piedi del
Colle di Montefiore, dove, fino al 1944, si trovava una torre; era la
Torre Poggi – Banchieri, perché di proprietà della nobile famiglia che
possedeva, e ancora possiede, la villa di Santonuovo. La torre, mèta
preferite delle gite degli abitanti di Montemagno e dintorni, venne
abbattuta con la dinamite dai tedeschi nel 1944.
Da qui San Baronto è raggiungibile in circa 30 minuti di cammino: basta
scendere per poche decine di metri lungo la strada asfaltata e poi andare a
destra lungo un sentiero ben segnalato e indicato anche da una tabella in
legno.
Il Repetti nel suo Dizionario Corografico
della Toscana, stampato nel 1845 e che costituisce la base fondamentale di
tutta la storia e la geografia della Toscana, così descrive la Torre di S.
Alluccio e il Montalbano:
Torre di S. Alluccio - Casalone con torre sopra una delle
più eminenti creste del Monte Albano, dove, a riferire del biografo di S.
Alluccio, sembra che questi vi avesse edificato un qualche ospizio o eremo,
divenuto in seguito possessione del vicino monastero di S. Baronto. È un
punto di prospettiva magnifico, di dove si dominano le valli dell'Arno dai
monti di Vallombrosa sino a bocca d'Arno con tutte le sue tributarie.
Risiede a 929 braccia sopra il livello del mare.
Monte Albano nel Pistoiese - Dicesi Monte Albano la più
elevata diramazione dell'Appennino che dalla foce di Serravalle stendesi
nella direzione di maestro a scirocco fra l'Ombrone pistojese e l'Arno sino
alla gola della Golfolina, dal 28° 29' al 28 ° 41' di longitudine e dal 43°
44' al 43° 55' di latitudine. Le sue principali cime denominate Pietra
marina e S. Alluccio sono elevate sopra il livello del mare, quella 984, e
questa 929 braccia. Trovansi nel suo fianco orientale le Comunità di
Carmignano e di Tizzana, nel lato occidentale Monte Vettolini, Lamporecchio,
Vinci e Cerreto Guidi, a settentrione maestro Serravalle, e a scirocco
Capraja. - La natura del terreno partecipa nella massima parte di quello di
sedimento inferiore, coperto nella sua base orientale da sedimenti palustri,
e nel suo fianco occidentale da immensi depositi di ciottoli e ghiaje che
ricuoprono una marna ricca di fossili terrestri e marini. Alla parte
australe di questa diramazione fu dato il nome di Barco Reale per un vasto
parco, vestito di selve, fatto circondare di mura dal Gran Duce Ferdinando
II ad uso di caccia.
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Foto A

Inizio strada per monte Pietramarina
Foto B

Bivio Masso del Diavolo: andare a sinistra

Masso del Diavolo: Damino fotografa

Masso del Diavolo: ancora Damino che fotografa

Masso del Diavolo: la famiglia Vanni

Masso del Diavolo: Aldo sale sul Masso

Masso del Diavolo: Franca scende dal Masso

Masso del Diavolo: panorama pianura empolese

Masso del Diavolo: s'intravedono le Apuane
Foto C

Bivio Fonte dello Scodellino:
andare a destra

Fonte dello Scodellino

Fonte dello Scodellino: Franca beve

Fonte dello Scodellino: Gianluca beve

Fonte dello Scodellino: Damino beve

Fonte dello Scodellino: Aldo beve

Fonte dello Scodellino: Barinci beve

Fonte dello Scodellino: ancora Barinci che beve
Foto D

Bivio per la Cupola: andare a destra

Antenna sul monte Cupola, il
più alto del Montalbano
Foto E

Cippo posto davanti alla deviazione per
la Torre di S. Alluccio
Foto F

Bivio S. Alluccio: andare a destra

Torre di S. Alluccio

Torre di S. Alluccio: da sinistra
Damino, Franca e Barinci

Torre di S. Alluccio: croce degli Alpini

Torre di S. Alluccio: altra immagine

Torre di S. Alluccio: croce degli Alpini e
antenna per telecomunicazioni

Torre di S. Alluccio: Barinci e Gianluca

Torre di S. Alluccio: Damino (alias Roberto Innocenti)

Torre di S. Alluccio: castagni

Torre di S. Alluccio: Barinci

Torre di S. Alluccio: Franca raccoglie le pigne

Torre di S. Alluccio: Aldo

Torre di S. Alluccio: ancora Gianluca e Barinci

Torre di S. Alluccio: Aldo, Barinci e Gianluca

Torre di S. Alluccio: ancora Damino
Foto G

Bivio de Le Croci: qui si va a sinistra e dopo
poche decine di metri si va a destra, tralasciando
la strada asfaltata per S. Amato
Foto H

Bivio per il Sassone della Palaia
di Pietra: andare a sinistra

Sassone della Palaia di Pietra
Foto I

Mura del Barco Reale Mediceo
Foto L

Località Madonnino
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