SACRO EREMO DI CAMALDOLI
di Aldo Innocenti

Il Sacro Eremo di Camaldoli  si trova a 1.104 m. di altezza s.l.m. in un luogo solitario e suggestivo: fu la prima sede dell’ ordine monastico costituito nel 1023 da San Romualdo  che qui costruì cinque celle e un piccolo oratorio: è uno dei maggiori luoghi della spiritualità toscana, racchiuso entro la monumentale foresta di abeti che i monaci hanno curato e gestito per secoli; trecento metri più in basso, a circa 3 km. di distanza, si trova il Monastero che in origine era nato proprio come ospizio per i pellegrini diretti all’ eremo, ma in questa escursione parleremo solo dell’ Eremo riservando al Monastero un itinerario a parte. Dove si trova l’ Eremo di Camaldoli e come raggiungerlo? Essendo io pistoiese spiegherò come arrivarci prendendo come base la zona di Pistoia, Prato e Firenze: prima di tutto bisogna prendere l’ Autostrada del Sole e uscire al casello di Firenze – Sud; da qui ci dirigiamo verso Bagno a Ripoli ma prima di entrare in paese seguiamo le indicazioni per Rosano e percorriamo la strada che costeggia il fianco orografico sinistro dell’ Arno fino a giungere a Pontassieve; non entriamo nella cittadina ma seguiamo le indicazioni per Forlì e Arezzo e questo ci permette di evitare il centro cittadino; attraversiamo il nuovo grandioso viadotto che scavalca l’Arno e, giunti allo stop con la statale, si svolta a destra per prendere la Statale aretina; la si percorre per poche decine di metri perché poi bisogna svoltare a sinistra per il Passo della Consuma; si arriva alla Consuma e si scende nel Casentino seguendo le indicazioni per Poppi; giunti a Ponte a Poppi sulla sinistra si trovano le indicazioni per Camaldoli e, successivamente, quelle per l’ Eremo.

Storia
La tradizione racconta che il territorio di Camaldoli viene donato dal Conte Maldolo di Arezzo a San Romualdo (da qui il nome di “Ca’ Maldoli”) che, monaco nell’ abbazia di Sant’ Apollinare in Classe a Ravenna, è alla ricerca di un luogo dove riproporre l’ originaria chiamata dei fedeli alla fedeltà radicale al vangelo e alla libertà interiore: qui nel 1012 Romualdo costruisce il primo nucleo dell’ eremo e dopo qualche anno anche l’ hospitium. Gli storici invece datano l’ anno di fondazione dell’ eremo al 1023 – 24 e  fanno derivare il toponimo da Campus Amabilis, così detto per la bellezza del luogo; quello che è comunque certo e che già dalla morte di Romualdo (1027) la congregazione da lui fondata ( che fa parte dell’ Ordine dei Benedettini) si sviluppa rapidamente.tanto che già nel 1080 il quarto priore di Camaldoli, il beato Rodolfo, è in grado di codificare quello che fino ad allora erano state le consuetudini seguite. La Congregazione dei Monaci Camaldolesi viene approvate dal Papa Pasquale II già nel 1113 e già nel XII e XIII sec. raggiunge ricchezza e potenza estendendo la sua influenza a tutto il Casentino: vengono fondati nuovi monasteri e nel 1400 alcuni monaci e monasteri camaldolesi sono protagonisti della riscoperta dei Padri della Chiesa congiunta a quella degli autori classici latini e greci; Santa Maria degli Angeli a Firenze e San Michele a Murano a Venezia diventano veri e propri laboratori di spiritualità, arte e cultura. Tra i monaci vissuti in questi monasteri si ricordano il pittore e miniatore Lorenzo Monaco, il grande animatore del Concilio di Firenze del 1439 Ambrogio Traversari e il cosmografo Fra’ Mauro. Il 1500 costituisce un secolo di grave crisi per tutta la Chiesa: logorata interiormente e incapace di rinnovarsi, vede verificarsi la rottura della sua unità con la Riforma protestante; anche Camaldoli vede interrotta la propria unità con una scissione che si verifica nel 1520 sotto il priorato di Pietro Delfino. Infatti il veneziano Paolo Giustiniani , propugnatore di una radicale riforma della chiesa, forma una nuova Congregazione a carattere esclusivamente eremitico: i membri di questa nuova congregazione camaldolese saranno poi noti come Eremiti di Monte Corona e avranno come base San Michele a Murano; detta congregazione sarà poi soppressa dal papa Pio XI nel 1935. Il 1600 e 1700 sono secoli di grande risalto per le scienze naturalistiche, matematiche e storiche: anche i monaci camaldolesi danno il loro contributo ed emergono fra gli altri il naturalista Ambrogio Soldani (del Monastero di Santa Maria della Rosa a Siena), il matematico Guido Grandi (del Monastero di San Michele in Borgo a Pisa), gli storici Odoardo Barboncini (della Comunità di Camaldoli), Giovanni Benedetto Mittarelli e Anselmo Costadoni autori degli Annales Camaldolenses (fonte principale della storia camaldolese). IL 1800 è il secolo dell’ anticlericalismo e Camaldoli ne deve subire le conseguenze causate dalla soppressione della comunità monastiche voluta da parte di Napoleone nel 1810 e dallo stato italiano nel 1866; i pochi monaci superstiti accolgono coraggiosamente l’ invito di un vescovo del sud del Brasile ed aprono là una nuova comunità inserendosi fra le masse degli immigrati italiani, dando grande prova di impegno monastico e di servizio alla popolazione.Il 1900 segna la rinascita dell’ Ordine Camaldolese: nel 1927, in occasione del nono centenario della morte di San Romualdo,vengono appianate le incomprensioni con il ramo che si era separato quattro secoli prima e in tutte le comunità camaldolesi viene fatto quel percorso che, insieme a tutta la Chiesa, sfocerà nel Concilio Vaticano II. Ma la storia di Camaldoli è anche la storia della sua foresta: monaci e bosco qui costituiscono un binomio veramente inscindibile.

San Romualdo
Romualdo nacque del 952 nei pressi di Ravenna: era figlio di un duca. Seguendo l’esemoio dei suoi genitori, fino al ventesimo anno di vita si dedicò con tutto se stesso ai piaceri del mondo. Turbato da un’ esperienza sconvolgente (vide suo padre uccidere, durante un alterco, un parente) Romualdo tornò in sé e si rinchiuse per quaranta giorni nel Monastero di Sant’ Apollinare in Classe, nei pressi di Ravenna. Là maturò la decisione di non tornare mai più nel mondo in cui aveva vissuto sino a quel momento. Romualdo chiede di essere ammesso nel monastero benedettino, e vi prese i voti. Dopo alcuni anni abbandonò Sant’ Apollinare in Classe e si unì ad un anziano eremita che viveva nei pressi di Venezia e che gli insegnò molto duramente come si viveva in un romitaggio. Insieme a Pietro Orseolo, Doge di Venezia deposto, nel 978 Romualdo si recò nei Pirenei, dove fondò una comunità di eremiti. Quando tornò in Italia l’ imperatore Ottone II lo nominò abate di Sant’ Apollinare in Classe, ma l’ anno seguente Romualdo rinunziò all’ incarico. tenendo sempre presente l’ ideale della vita eremitica, a partire dal 999 Romualdo fondò e riformò numerosi monasteri  romitaggi in tutta Italia e così nel 1012 giunse anche a Camaldoli, dove si stabilì definitivamente e si costruì una piccola cella, che fu la prima cellula dell’ ordine camaldolese. Questo ramo riformato dell’ ordine benedettino ebbe una regola estremamente rigida. I Monaci vivevano in celle separate le une dalle altre, osservavano il più rigoroso silenzio e un digiuno costante. Il fondatore Romualdo era il migliore esempio per quei monaci che, a più riprese, si scoraggiavano di fronte ala severità della regola: non pretendeva da nessuno dei suoi confratelli quanto lui stesso non praticasse. Quando sentì di essere vicino alla morte, Romualdo si ritiò in una cella solitaria in Val di Castro. Là morì il 19 giugno 1027, solo e in pace, come aveva sempre desiderato. Nel 1481 le spoglie del santo (Romualdo era stato canonizzato già nel 1032) furono traslate nella chiesa di San Biagio a Fabriano, a sud est di Ancona, che da allora è intitolata ai santi Biagio e Romualdo; la regola dei camaldolesi fu approvata nel 1072 dal Papa Alessandro II. La chiesa lo commemora il 19 giugno anniversario della sua morte.

Cosa c’ è da vedere
Innanzi tutto la foresta, monumentale e bellissima da qualunque parte la si osservi e inserita nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna e poi l’ Eremo al quale si accede dal Monastero lungo una strada di 3 km. Il Sacro Eremo era in origine composto di cinque celle e un piccolo oratorio: attualmente è composto da venti celle e conserva l’ impianto originario con le costruzioni riunite in forma di villaggio secondo il modello del monachesimo orientale; dall’ ingresso si accede sulla sinistra alla Cappella di S. Antonio, di antica costruzione ed inglobata dal muro di cinta , e ad un cortiletto fiancheggiato da basse costruzioni una delle quali è la Biblioteca che è del 1622 e contiene circa cinquemila volumi ed edizioni rare: purtroppo, però, il preziosissimo patrimonio di codici, pergamene ed incunaboli raccolti nei secoli è andato disperso con le soppressioni degli ordini ecclesiastici avvenute nel 1810 e nel 1866. Alla destra del cortiletto si trova la chiesa del Salvatore, consacrata nel 1027, ampliata più volte, rifatta nel 1658, rovinata nel 1693 da un incendio e restaurata nel 1708; la facciata (del 1713 – 14), di forma barocco e racchiusa fra due campanili, contiene tre statue: nel centro il Salvatore, ai lati San Romualdo e San Benedetto. La chiesa, cui si accede tramite il vestibolo che reca sopra il portale Madonna e il Bambino di Tommaso Flambert, bassorilievo marmoreo, ha pianta a croce egiziana rovesciata con volte a sesto ribassato e le pareti sono ricoperte da ricche decorazioni barocche. Navata traversa. All’ altare del braccio destro Madonna con Bambino e santi di Naldini, nell’ altare del braccio sinistro Immacolata di Candido Sorbini; per una porta a destra si passa nell’ ala capitolare (XVI sec.) ; sul lato opposto, a sinistra, si entra nella Cappella di S.Antonio il cui altare ha una terracotta invetriata (Madonna col Bambino e Santi) della scuola dei Della Robbia. La navata trasversale è divisa dal resto della chiesa da una parete lignea riccamente intarsiata in stile barocco e racchiude il coro dei monaci, non accessibile ai visitatori: qui le pareti sono decorate da due affreschi di G.B. Draghi: San Romualdo con l’ imperatore Enrico II  e Visita di Ottone III a San Romualdo; segue a sinistra un altro affresco (Confessione di Ottone III a San Romualdo) e, quindi, ai lati dell’ altare maggiore due tabernacoli di marmo opera di Gino da Settignano. Il fondo al fianco destro della chiesa di trova il Refettorio nel quale gli eremiti desinavano insieme dodici volte l’ anno osservando sempre il silenzio; di fronte all’ ingresso della chiesa si trova la cella di San Romualdo l’ unica cella visitabile di tutto l’ eremo e dove visse il santo fondatore della comunità; le celle degli eremiti, invece, si trovano al di là di una cancellata di ferro e non vi può accedere: sono venti, disposte su cinque file di viali ortogonali e sono in realtà casette ad un piano di pianta rettangolare, formate da portichetto, vestibolo, camera da letto, studio, oratorio, legnaia e orto. Nella seconda fila a sinistra del viale centrale si trova la cella di San Francesco che è tra le cinque celle originarie edificate da San Romualdo e dove il Santo d’ Assisi visse per qualche tempo. In fondo al viale sorge la cosiddetta cappella del papa perché abitata dal cardinale Ugolino dei conti di Segni che sarebbe poi divenuto papa nel 1227  con il nome di Gregorio IX; la cella fu ridotta a cappella nel 1500 e vi sono sepolti alcuni eremiti beatificati; attiguo è il cimitero dei monaci. Sul lato destro dell’ ingresso dell’ Eremo si trovano i locali dove poter acquistare i liquori e tutti gli altri prodotti che sono fatti dai monaci stessi, o da privati su loro licenza, sfruttando ricette antichissime: io consiglio vivamente di acquistare l’ Elixir dell’ Eremita un amaro molto gradevole e direi proprio eccezionale; inoltre sono disponili ricordini, cartoline e poster fra i quali quello meraviglioso dell’ Eremo con la cometa e quello del Castagno Miraglia, enorme albero compreso nell’ elenco delle piante monumentali d’ Italia, nel cui fusto aperto è seduto un frate intento a leggere. (Notizie tratte da “Toscana”  Guida d’ Italia del Touring Club Italiano in vendita c/o Libreria Stella Alpina Via Corridoni Firenze tel. 055 / 411688  sito www.stella-alpina.com)

La Foresta
L’ Eremo di Camaldoli è compreso nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinese,MonteFalteronaeCampigna(www.parks.it/parco.nazionale.for.casentinesi/index.html ) che si estende a cavallo dello spartiacque appenninico tra il Passo dei Mandrioli e il Monte Falterona e che con i suoi 36.400 ettari di superficie costituisce uno dei maggiori complessi boschivi d’ Italia: tale superficie coincide con l’ alto bacino idrografico dell’ Arno e occorre anche aggiungere che le foreste demaniali sono nate dall’ unione di tre grandi feudi appartenuti per secoli alle Abbazie di Camaldoli, Badia Prataglia e all’Opera del Duomo di Firenze. I Monaci Camaldolesi hanno sempre avuto un rapporto diretto con la foresta: infatti fin dalla fondazione dell’ eremo per i monaci era prioritario il mantenimento della foresta e fin dall’ inizio della congregazione camaldolese furono emanate regole precise di gestione in modo da garantire il miglioramento delle specie boschive. Nel 1520 la regola camaldolese impose addirittura di piantare almeno 5.000 nuovi abeti ogni anno: alle soglie del secolo XIX i camaldolesi avevano un piano di rimboschimento annuo di 30.000 piante. Nel corso dei secoli la foresta casentinese, e Camaldoli, con essa dovette subire una drastica riduzione del numero delle piante grazie ad un massiccio ed incontrollato taglio degli alberi: i Lorena, per porre fine a questa pessima situazione e ripristinare l’ antica foresta, chiamarono in Toscana il boemo Karl Simon (nome italianizzato in Carlo Siemoni) e nel 1839 lo nominarono amministratore unico della Regia Foresta casentinese. Il Simon investì grande risorse in una grandiosa opera di rimboschimento, anche con l’ importazione di piante e sementi dall’ Austria: fra il 1840 e il 1850 furono posti a dimora circa 900.000 nuovi abeti. Dopo l’ unità d’ Italia e la soppressione degli ordini religiosi nel 1871, la parte di foresta dei monaci camaldolesi fu acquisita dal Demanio dello Stato: oggi Camaldoli, insieme a Campigna e Badia Prataglia, costituisce una riserva biogenetica che, all’ interno del parco, è gestita direttamente dal Corpo Forestale dello Stato. Un lussureggiante manto verde ricopre la zona dell’ eremo con prevalenza di faggi e abeti, con la luce del sole che riesce a malapena a filtrare tra le foglie il che ha impedito al sottobosco di crescere rigoglioso: numerosissimi gli animali che abitano la foresta, per altro bandita alla caccia, dai cervi (introdotti nel 1839 da Leopoldo II di Lorena) ai caprioli, ai cinghiali, tassi, volpi, istrici, ghiri, scoiattoli e, occasionalmente, si è osservata anche la presenza del lupo (notizia tratte da “A piedi in Toscana” di Pratesi e Arrighi edizioni Iter in vendita c/o Libreria Stella Alpina  Via Corridoni  Firenze  tel. 055  /  411688    www.stella-alpina.com

Numeri utili
Sacro Eremo di Camaldoli
0575  /   556021  www.camaldoli.it   e.mail  eremo@camaldoli.it
Parco Nazionale Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna 
www.parks.it/parco.nazionale.for.casentinesi/index.html         e.mail   parco@technet.it
Sede di Pratovecchio   Via G, Brocchi,7      0575  /  50301
Corpo Forestale dello Stato  
Stazione di Camaldoli   0575  /  556014
Ristoranti
Pucini    
Via Pucini,4     Camaldoli    0575  /  556017
Il Rustichello     Centro turistico del Corniolo     Camaldoli       0575  /  556020    -  556046

 


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Aldo davanti all'Eremo

 

 

L'Eremo

 

 

Altra immagine dell'Eremo

 

 

Romano davanti all'Eremo

 

 

Il castello di Poppi