SANTA FIORA 
di Aldo Innocenti

Adagiata ai piedi del Monte Amiata, Santa Fiora è una antica cittadina dalla quale nasce il fiume Fiora che alimenta l’omonimo acquedotto, appunto l’Acquedotto del Fiora che alimenta di acqua tutta la Maremma. Per raggiungere questo paese è necessario percorrere l’ Autostrada del Sole (A1), uscire al casello di Certosa, quindi immettersi sulla superstrada Firenze – Siena per percorrerla in tutta la sua lunghezza. Giunti nella città del Palio ci dirigiamo in direzione di Grosseto per uscire a Paganico: da qui seguiamo le indicazioni per Arcidosso; si supera questa cittadina e dopo pochi km. si svolta a sinistra per Santa Fiora.

La storia
Il nome di Santa Fiora viene citato per la prima volta in un documento del 27 agosto 890, dal quale si ricava che il paese faceva sicuramente parte dei beni dell’Abbazia di San Salvatoresul Monte Amiata; in detto documento l’abate del monastero amiatino conferma ad un affittuario l’uso di un terreno posto fra il distretto di Pian Castagnaio e Santa Fiora. Quando i Longobardi scesero a conquistare l’Italia, la nobile famiglia longobarda degli Aldobrandeschi si installò in Toscana, prima a Roselle e poi a Sovana e Santa Fiora, quest’ ultima inutilmente rivendicata dai monaci del monastero di San Salvatore all’Amiata. Un documento che attesta senza ombra di dubbio il possesso del castello di Santa Fiora è dl giugno 1114: con detto atto la contessa Adelasia, vedova del conte Ranieri d’Ildebrando dei conti Aldobrandeschi, con il consenso dei suoi figli, dona alla badessa e alle monache di Monte Cellese, presso Siena, la chiesa di Santa Trinità situata in Monte Calvo. Alla fine del 1100 la famiglia degli Aldobrandeschi si divide in due contee: quella di Sovana e quella di Santa Fiora. Il ramo aldobrandesco di Santa Fiora tentò di allargare i propri domini anche stipulando trattati con Siena e Orvieto mentre nella rocca viene rinchiuso anche Uguccione di Sassoforte (vedi storia del castello di Sassoforte). In seguito al privilegio concesso dall’imperatore a Ildebrando VII Novello, e poi confermato al suo successore Ildebrandino VIII, a Santa Fiora venne concesso di poter battere una propria moneta, il provisino, che fu accettato in buona parte della Toscana. All’inizio del 1200 troviamo signore di Santa Fiora il conte Guglielmo, che venne presto in contrasto con il monastero di San Salvatore all’Amiata: Dante Alighieri, a causa della sua smisurata sete di conquiste, lo colloca nel Purgatorio della Divina Commedia (canto XI vv. 68 – 66)   nel girone dove sono a scontare la pena i peccatori di superbia: “…Io fui latino e nato d’un gran Tosco;  /   Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;  /  non so se ‘l nome suo già mai fu vosco.  /  L’antico sangue e l’opere leggiadre  /  de’ miei maggior mi fer sì arrogante,  /  che, non pensando a la comune madre,  /  ogn’uomo ebbi in dispetto tanto avante,  /  ch’io ne morì, come i Sanesi sanno,  / e sallo in Campagnatico ogne fante:::”  (Io fui italiano, nacqui da un grande di Toscana: Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre; ma non so se il suo nome vi fu noto. Il sangue della mia antica nobiltà e le opere generose dei miei antenati mi resero così arrogante che, non pensando alla nostra stessa origine, disprezzai tutti quanti tanto smisuratamente che ne ebbi la morte, come sanno bene i Senesi e lo sa pure ogni fanciullo in Campagnatico). Successive divisione interne alla famiglia aldobrandesca indebolirono a tal punto il ramo di Santa Fiora che i conti dispersero gran parte del patrimonio familiare e non furono in grado di opporsi validamente alle mire espansionistiche di Siena e Orvieto, con la contea che si ridusse talmente male che Dante la cita come cattivo esempio nel VI canto del Purgatorio “..e vedrai Santafior com’è oscura…”  Particolarmente pericolosi furono i Senesi che nel XIV sec. tolsero piano piano tutto il territorio agli Aldobrandeschi arrivando addirittura fra il 1331 e il 1374 a sottomettere il castello di Santa Fiora  che, però, rimase in possesso dei conti Aldobrandeschi. Nemmeno nel 1438 il castello di Santa Fiora passò in mano a Siena: infatti in quell’anno morì il conte Guido, senza lasciare eredi maschi, ma designando come erede la figlia donna Cecilia che nel 1430 si era maritata con il conte Bosio di Muzio Sforza Attendolo di Cotignola. Ha inizio così la dinastia dei conti Sforzai che dominarono il borgo per altri due secoli grazie anche al fatto che la Repubblica di Siena concesse alla loro famiglia in accomandigia perpetua il castello di Santa Fiora; fu con Guido Sforza prima e con Federico Sforza dopo che il castello conobbe il suo momento di massimo splendore con la ristrutturazione dell’intero borgo e l’arricchimento delle chiese (a Guido si deve fra l’altro la commissione delle terrecotte robbiane che ornano la pieve delle sante Flora e Lucilla. Annessa nel 1624 al Granducato di Toscana, nel 1633 il Granduca Ferdinando II concesse la contea di Santa Fiora con il titoli di feudo prima ai figli e ai nipoti del duca Mario e dopo di loro ai discendenti di Federico, il cardinale Sforza. I nipoti di Federico aggiunsero alla casa Sforza il cognome Cesarini a causa del matrimonio contratto il 27 febbraio 1674 da Federico II con donna Livia Cesarini. L’ultimo conte di Santa Fiora fu il duca Francesco Sforza Cesarini, figlio del duca Gaetano, conte di Santa Fiora: infatti nel 1789 il granduca Pietro Leopoldo ordinò l’abolizione dei feudi e Santa Fiora venne trasformata in Comunità.

Da vedere
Santa Fiora risulta divisa in tre parti ben distinte a partire dal 1700: è in quel secolo, infatti, che il borgo viene diviso in tre terzieri, Castello, Borgo e Montecatino. Il Castello è la parte più antica del paese e si trova sopra un’alta ripa: il punto centrale è costituito dalla Piazza Garibaldi sulla quale si affacciano la Torre dell’orologio e la Rocca aldobrandesca dalla quale emerge la torre; al lato della rocca si trova il Palazzo Sforza – Cesarini, che ora è sede del Municipio e la cui costruzione, risalente al 1570, si deve a Fulvia Conti, moglie di Mario Sforza e, tra le numerose costruzioni di epoca medioevale che fronteggiano le strette vie, al termine di via Carolina si trova la Pieve delle Sante Flora e Lucilla, edificio religioso in stile romanico a navata unica coperta a capriate; al suo interno è conservata una serie di terrecotte robbiane di grande rilievo, eseguito da Andrea della Robbia e dalla sua scuola su commissione del conte Guido Sforza alla fine del Quattrocento. Si tratta di opere di grandissima qualità con scene che rappresentano gli eventi più significativi della vita di Maria e di Cristo: Incoronazione della  Vergine (attorniata da San Francesco che riceve le stimmate e da San Girolamo penitente); Nascita di Gesù; Battesimo di Gesù; Ultima Cena; Crocifissione. Dal Terziere del Castello, oltrepassata la Porticciola, si accede al Terziere del Borgo, un tempo animato dalle attività artigianale e commerciali e anche residenza stabile di una comunità di ebrei che qui avevano il proprio ghetto( alla fine dell’attuale via Lunga)  e la propria sinagoga: il Borgo si sviluppa lungo l’asse che collega la chiesa di Sant’.Agostino alla chiesa di San Michele. La chiesa di Sant’Agostino, costruita nei primi anni del 1300, è ora sede espositiva: vi si possono ammirare due settecenteschi busti reliquiari in bronzo dorato, un Crocifisso ligneo del XIV sec., una Madonna con Bambino della scuola di Jacopo della Quercia, una pala d’altare del Cinquecento raffigurante Madonna in trono col Bambino e Santi.In posizione più elevata rispetto alla chiesa di Sant’Agostino si trova il Convento delle Cappuccine, fondato nei primi anni del Seicento da Passitea Crogi: il complesso, che fu costruito grazie alla donazioni di Eleonora Orsini, moglie di Alessandro Sforza, ha ospitato fino al 1991 una comunità di suore di clausura. Al convento è annessa una piccola chiesa dove è custodito un Crocifisso ligneo, forse appartenuto alla stessa suor Passitea, che viene ritenuto miracoloso e che viene portato in processione una volta all’anno in occasione della Festa della Santa Croce; in questa occasione insieme al Crocifisso filano tre enormi tronchi fatti a croce retti ognuno da un solo membro delle tre confraternite di Pieve, Suffragio e Sant’Agostino ed è per questo motivo che la cerimonia viene detta localmente Festa dei Tronchi. Dopo la chiesa di San Michele si oltrepassa la Porta di San Michele e si accede al Terziere di Montecatino che si sviluppa attorno alla Peschiera, lo splendido ed originale parco – giardino creato dai conti Sforza nel XV sec.: tutto intorno edifici essenziali costituiti per lo più da case a un piano con tetto a capanna e con sassi e pietre locali la cui costruzione ha avuto inizio ai tempi della costruzione della grande vasca. In questo Terziere l’unico edificio religioso di rilevante importanza è l’Oratorio della Madonnna delle Nevi, risalente al Seicento: sopra il portale d’ingresso bassorilievo robbiano e all’interno alcuni affreschi di Francesco Nasini; nel corso di recenti restauri è stata rinvenuta una strada medioevale visibile grazie alla sostituzione del pavimento originale con lastre di cristallo, lastre che ci permettono anche di vedere scorrere l’acqua di una vena sorgiva del fiume Fiora che si dirigono verso la Peschiera. La Peschiera è senza dubbio la costruzione più nota di Santa Fiora: dovuta ai conti Sforza e risalente al XV sec., costituisce uno splendido esempio di parco – giardino e raccoglie le copiose acque del Fiora che vanno poi ad alimentare l’acquedotto omonimo che rifornisce del prezioso liquido tutta la Maremma. In essa si trovava, e lo si trova ancora oggi, un vivaio di trote e l’acqua che usciva andava ad alimentare un tempo gli opifici industriali (ferriera, gualchiera) e i mulini: nell’acqua nuotano anatre e cigni e sotto la superficie si intravedono pesci enormi, mentre sul lato nord si trova un bel parco. Splendida è l’immagine della Peschiera con alle spalle le antiche case di Santa Fiora: unica e veramente suggestiva; dal lato sud fuoriescono le acque del Fiora e cadono in un grande lavatoio nel quale le donne locali  vanno ancora a lavare i propri panni (ho constatato il fatto personalmente).

Manifestazioni – Cantare la Befana
è il primo appuntamento dell’anno: a partire dal pomeriggio del 5 gennaio e per tutta la notte dell’Epifania, gruppi di uomini vanno a giro per le vie intonando canti e fermandosi in prossimità delle abitazioni per chiedere una offerta in denaro o in natura. Sant’Antonio Abate (17 gennaio). Come in ogni altro paese dell’Amiata, per questa ricorrenza si è soliti procedere alla benedizione degli animali: nella piazza antistante la chiesa di Sant’Agostino viene portata una statua in legno del santo e qui vengono condotti gli animali per essere benedetti; un tempo la festa terminava con una grande pranzo a base di polenta. Il carnevale è una delle ricorrenze più importanti: un divertimento, specie nel passato, fatto di balli, feste e piccole rappresentazioni di strada (Satira e Bruscello) nelle quali si evidenziano i vizzi e le virtù degli abitanti del paese, i problemi delle coppie, le critiche ai politici e ai padroni. San Marco. Da pochi anni il 25 aprile è stata ripristinata la Processione di San Marco, oggi denominata processione della Peschiera Incoronata: il tutto fa riferimento ad antichi riti pagani e con essa si intende rendere omaggio alle acque cingendo il capo delle sorgenti del Fiora con ghirlande di fiori. Il Primo Maggio.La sera del 30 aprile viene allestito un albero di abete nella piazza principale della cittadina a simboleggiare il maggio: all’albero si è soliti apporre una bandiera rossa in ricordo della festa dei lavoratori. Il Tre Maggio.E’ la festa per eccellenza di Santa Fiora ed è legata al culto del crocifisso ligneo miracoloso. Insoddisfatto del suo lavoro, il falegname che lo scolpì (era il padre di suor Passitea Crogi, fondatrice del convento delle Cappuccine) gettò la sua opera nella legnaia, dove di lì a poco si sarebbe rivolta con voce umana alla stessa Passitea. Al che, il crocifisso fu fatto oggetto di devozione anche da parte delle popolazioni dei paesi vicini. Si dice che il crocifisso riapparve miracolosamente a Santa Fiora dopo essere stato portato a Siena con l’intento di far cessare una epidemia di colera. La data in cui esporre ogni anno il crocifisso non fu scelta a caso: infatti il tre maggio del 1778 il crocifisso protesse la popolazione dalle drammatiche conseguenze di un terremoto, ma in questa data viene anche celebrata la ricorrenza religiosa di Santa Croce. Il rituale religioso comprende l’uscita del crocifisso, affiancato da emblemi e insegne riempiti di ex – voto e da tre grosse croci in legno portate dai cirenei (ruolo un tempo molto conteso perché simbolo di virilità) in rappresentanza delle comunità di Pieve, Suffragio e Sant’Agostino, per essere portato in processione: prima, però, di sfilare in processione il crocifisso viene esposto nella chiesa dove viene baciato dalle donne del paese che, inoltre, lo sfiorano con nastri e catenine che diventano un amuleto benedetto. Sagra della trota alla Peschiera di Santa Fiora nella terza domenica di luglio. Festa delle Sante Flora e Lucilla.Si tiene il 29 luglio e con questa festa si celebrano le sante Flora e Lucilla, patrone del paese: per la parte religiosa si procede con una solenne Messa e con la processione che porta le reliquie delle sante per le vie del paese, mentre per la parte laica si organizza una grande fiera e il Palio delle Sante, con un corteo storico ambientato intorno alla metà del Quattrocento al quale fa seguito un torneo di tiro con l’arco cui partecipano, come contrade contendenti, il capoluogo e le frazioni del comune. San Rocco.Il 16 agosto ricorre la festa di San Rocco: si dice che intorno al 1500 il santo abbia salvato Santa Fiora dalla peste e in detto giorno si organizza una grande fiera. Un tempo era la fiera del bestiame, oggi è una vetrina per molti commercianti: unica costante il pranzo a base di trippa cucinata secondo la tradizione locale, ovvero in umido con sugo di carne. La Fiaccolata.Il 30 dicembre le carbonaie (grosse cataste di legno si castagno a forma di piramide) allestite nei giorni precedenti in ogni angolo del paese, vengono accese e lasciate bruciare fino al loro naturale esaurimento; nella notte le persone vagano per le vie del borgo recando fiaccole fatte da bastoni di castagno con sulla cima un crine di rami di scopa.

Numeri utili

Comune di Santa Fiora   Piazza  Garibaldi,25     0564  /  979611
Ristoranti
Roma 
  Via Roma,8    Santa Fiora    0564  /  978154
Al Ponte 
 Via Roma,16   Santa  Fiora    0564  /  977295
Croci Pierangelo  
Via Carolina,24   0564  /  977089 
Il Caminetto 
Via Ferdinando di Giulio,98   Santa Fiora   0564  /  978396
K2 
Via Roma,1   Santa Fiora    0564  /  977094

Dal Dizionario Corografico della Toscana compilato nel 1855 dal Cav. RepettiIl Dizionario Corografico della Toscana è stato stampato nel 1855 e costituisce la base fondamentale di tutta la storia e la geografia della Toscana: vi sono indicati tutte le città e i paesi della nostra regione in ordine alfabetico; ritengo fare cosa utile pubblicare quello che riporta su Santa Fiora e anche se il linguaggio è quello di 150 anni fa (tanto per dire non si parla di Toscana ma di Granducato di Toscana) credo che leggere queste righe sia veramente affascinante.
Santa Fiora del Montamiata nella Val di Fiora – Terra, già castello, contea e residenza prima di una branca di conti Aldobrandeschi,poi dei conti Sforza Attendolo, finalmente de’ duchi Sforza Cesarini di Roma, attualmente capoluogo di comunità, con chiesa parrocchiale e arcipretura (SS. Flora e Lucilla) nella giurisdizione civile e criminale di Arcidosso, diocesi di Città della Pieve, compartimento di Grosseto. Siede questa terra sull’estrema pianura meridionale del Monte Amiata dove termina la roccia trachitica che costituisce la parte superiore del Monte Amiata da quella del monte inferiore consistente in rocce stratiforme compatti. Siede sopra immense rupi trachitiche cadute costà dall’alto le une sopra le altre, costì donde scaturisce in copiosissime fonti perenni il fiume Fiora, già detto Armino; non più che 5 miglia a scirocco di Arcidosso, 6 a ponente e libeccio del pian Castagnajo, e appena 9 miglia a libeccio dell’abbadia di S. Salvatore, fra il gr.29° 14’ 8” longitudine ed il grado 42° 50’ latitudine,ad una elevatezza di circa piedi 2170 sopra il livello del mare. Mi parve questa, se non m’inganno, la terra più pittoresca fra tutte le altre del Monte Amiata. L’ingresso alla medesima dalla parte del monte voltava a greco e quello stesso che dava accesso al palazzo già fortilizio de’ conti Aldobrandeschi situato nel punto più elevato del paese. Dopo aver attraversato un grande cortile, si scende fuori di quello a piè del quale abocca da numerosi fonti e di mezzo alle rupi rachitiche il fiume omonimo, Non è cosa facile, diceva l’abate Fantoni nel suo “Viaggio pittorico della Toscana”, non è facile cosa, per mancanza di vetuste memorie, il supporre quel che si fosse in antico questo luogo, il quale probabilmente prese il nome del fiume che nasce costì, dai Latini anticamente detto Ossa (anzi Amino) e posteriormente Fiora. All’articolo su Pian Castagnajo indicai un in strumento del 27 agosto 890 nel quale trovai la più antica rimembranza, fra quelle a me note, di questa terra, già castello; quando cioè l’abate del mon. Amiatino confermò ad un fittuario il livello fra le altre cose di un pezzi di terra posta fra il distretto di Pian Castagnajo e quello di Santa Fiora. Un’altra membrana del giugno 1114 il cui originale conservasi dal signor Scipione Borghesi Bichi in Siena, sembra importante in quanto che essa ci scopre che i conti Aldobrandeschi, i quali signoreggiavano costì, erano di origine salica e non longobarda come fu da molti finora supposto. E’ un atto scritto nella chiesa di S. Trinità, tuttora esistente e situata fuori di Santa Fiora, in luogo detto allora Monte Calvo, col quale la contessa Adelesia, vedova del conte Ranieri d’Ildebrando, sopra chiamato Malebranca, dei conti Aldobrandeschi, col consenso de’ suoi figli e delle loro mogli, i conti Maluguale e Ildebrando di Santa Fiora, dichiarando di professare e vivere tutti secondo la legge salica, alla presenza di varj distinti personaggi, fra i quali il vescovo di Siena e quello di Soana, donò alla badessa e alle monache di Monte Ceellese, presso Siena, la chiesa di Santa Trinità situata in Monte Calvo super fluvio Amino”. Inoltre furono donate per la chiesa medesima varie terre poste nei contorni di quel monastero ed altri luoghi. Rispetto al fiume Amino, e non Ossa, ora detto Fiora, col nome antico lo trovo forse per l’ultima volta nominato in una membrana del 13 giugno 1240 scritta nel campo d’assedio davanti a Soana preso il fiume Amino. Al capitolo XII parlai de’ conti Aldobrandeschi dal sec. IX fino alla divisione della loro contea in Soana e Santa Fiora accaduta nel 1274. Al quale capitolo serve di corredo una tavola genealogica degli ascendenti principali in quella famiglia a partire dall’anno 800 da Ilprando abate, padre di Ildebrando I, misso imperiale in Lucca negli anni 823 – 826, mentre dal conte Ildebrando IV, rammentato nel 1077 dalla carte Amiatine, nacque quel conte Ranieri di Santa Fiora, detto Malebranca, che lasciò vedova e madre di due figli maritati la contessa Adelasia di sopra nominata. Lo stesso conte Ranieri in un documento del 13 novembre1077 ei scoprì chi fosse stato suo padre, il qual conte allora rinunziò a favore dell’abate e monaci Amiatini tutte le consuetudini e visite che facevansi dai ministri de’ conti Aldobrandeschi nelle terre di quell’abbadia comprese nella contea Aldobrandesca. La qual rinunzia era stata fatta dal conte Ildebrando suo padre (nel 1027, 16 dicembre) e dal conte Ildebrando suo avo (nel 1013, 7 febbraio). Quest’ultimo era quel conte Ildebrando ricchissimo del quale fece menzione il cardinale S. Pier Damiano nell’epistola VII del libro IV, e l’abate del monastero Amiatino in una lettera pubblicata dall’Ughelli nella sua “Italia sacra”, dicendo che nesso contava tanti castelli in Toscana quanti erano i giorni dell’anno. Rispetto alla discendenza de’ conti Aldobrandeschi, dopo i due figli lasciati dal conte Ranieri Malebranca, troviamo un conte Malagaola che morì nel 1121, forse senza figli, ed il conte Ildebrando V di tal nome, del quale non si conosce la discendenza. Per cui resterebbe sapere se nascesse da quel conte Ildebrando V, oppure dal conte Ildebrtando Novello, figlio del conte Uguccione di Grosseto e marito della contessa Maria de’ conti Ghiberti che lasciò vedova nel 1208 con 6 figli, 4 de’ quali maschi,cioè, un Ildebrandino maggiore, un Ildebrandino minore, un conte Bonifazio di Santa Fiora ed un conte Guglielmo I di Soana e Grosseto; mentre delle due figlie nubili, donna Gemma e donna Margherita, fece menzione un lodo del 2 luglio 1213, dal quale apparisce che la loro madre contessa Adelasia era passata alle seconde nozze con Napoleone Visconti di Campiglia d’Orcia, e che suo figlio Ildebrandino minore era sempre sotto la tutela della madre come minorenne. Mercè detto lodo fu assegnata la dote di mille marche d’argentoalle dette due figlie, per cauzione della qual dote fu ipotecato il castello di Arcidosso. Dal conte Guglielmo I nacquero quel conte Umberto di Camapagnatico ucciso nel 1259, ed il conte Ildebrandino di Soana che nel 1274 fece divisione della contea col cugino Bonifazio I palatino di Toscana; il quale con gli altre tre fratelli nel 2 ottobre del 1221 si pose sotto l’accomandigia della repubblica di Sena (Archivio Diplomatico senese). Sono del medesimo archivio i due documenti seguenti: uno del 27 agosto 1224, rogato in Siena, col quale il conte Bonifazio stesso confermò al governo senese e per esso al suo potestà, la promessa di procurare, che gi uomini i Grosseto di sottomettessero a quella repubblica. Dello stesso anno 1224 e dello stesso mese24 agosto aveva fatto una simile promessa il di lui fratello conte Guglielmo palatino di Toscana. Finalmente con scrittura del 7 agosto 1225 rogata nella città di Soana il conte Bonifazio medesimo prestò giuramento di fedeltà al delegato del pontefice Onorio VII, con obbligo di riconoscere alla chiesa romana quanto egli possedeva nella contea Aldobrandesca, eccettuato il castel di Montalto dal quale feudo non fu data al conte Bonifazio alcuna investitura. Ciò che forse farà specie al lettore, sarà quel sentire come tanti illustri personaggi (non meno di 20) ivi nominati si trovassero nel 7 agosto del 1225  nella città di Soana, nella piazza dell’episcopio, alla presenza del cappellano del papa, specialmente a ciò incaricato, e da notaro che rogò l’atto. Ma che tali promesse e giuramenti fossero falsi, lo dichiara una bolla diretta due anni dopo (17 settembre del 1227, l’anno prima del pontificato di Gregorio IX) con la quale ordinava ai conti Bonifazio e Guglielmo palatini, figli del fu conte Ildebrandino, di restituire ai Sanesi ciò che avevano loto tolto, minacciandoli in caso diverso di privarli del feudo papale per aver dato essi occasione ai Sanesi dell’eccidio fatto a Grosseto. Avveratasi che lo stesso pontefice Gregorio IX, con altra bolla del 21 settembre del 1229, rimettendo in campo delle vecchie promesse fattela Carlomagno al pontefice Adriano I e non mai eseguite, si rimproverava ai Sanesi sul modo ostile da essi tenuto con i Grossetani, dicendo che specialmente la detta città apparteneva alla chiesa romana. Lo stesso pontefice Gregorio IX con altrettanti monitorj diretti nel 20 e 21 settembre ai comuni di Faenza e di Perugia, nel 21, 23 e 27 ottobre a quelli di Sanminiato, di Lucca e di Pisa; nel 7 e 12 novembre del 1232 ai Pistojesi ed ai Bolognesi, li minacciava tutti di scomunica se davano ajuto ai Fiorentini, già da lui scomunicati nella guerra contro i Sanesi. Inoltre fra le pergamene dell’archivio privato del nobile Scipione Borghesi – Bichi di Siena, avvenne una del 30 aprile 1229, scritta nel plaustro di S. Mustiola a Torri, nella quale si dichiara che ivi si presentò un incaricato del comune di Siena per esigere e richiedere quanto i conti Bonifazio e Guglielmo degli Aldobrandeschi tenevano di pertinenza della repubblica Sanese e de’ suoi cittadini, conforme ordinava una bolla pontificia, la quale ultima bolla del 9 aprile di quell’anno era stata a tal uopo diretta dal detto pontefice ai due fratelli Aldobrandeschi predominati. Anche la pergamena 112 del volume V contiene lettere dirette lì 4 gennaio 1250 da Gallerano, vicario imperiale in Toscana per Federigo II, al potestà di Siena, nelle quali comandava agli Aldobrandeschi di consegnare alla detta Repubblica il castello Aldobrandesco, acciò fosse custodito dalle armi di Federigo II (l’ultimo anno di sua vita) e di Manfredi suo figlio, per difenderlo specialmente contro il conte Guglielmo di Grosseto ed Ildebrandino di Soana suo figlio, entrambi dichiarati ribelli dell’impero. Finalmente con altra membrana del 27 gennajo 1257, il potestà di Grosseto promise in nome del suo comune a quello di Siena riguardare detta città per la Repubblica Sanese, a tenere degli ordini ricevuti pochi mesi innanzi dall’imperatore Federigo II (N.B. L’imperatore Federigo II morì nel 13 dicembre del 1250). Fra i figli del conte Guglielmo di Grosseto sono conosciutissimi due conti; il primo conte Umberto, stato ucciso dai sanesi nel 1256 in un fatto d’armi a Campagnatico; ed era quello stesso conte Umberto degli Aldobrandeschi alla cui ombra si rivolse il sommo poeta nel suo Purgatorio, quando al C.XI cantò di lui: - Io fui Latino, nato da gran Tosco  / Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre, ecc  -  Dell’altro figlio del conte Guglielmo, fratello dell’infelice conte Umberto, nacque quel conte Ildebrandino palatino di quel tempo, una delle quali scritta in Arcidosso il 10 novembre del 1258 e l’altra del 1271, rispetto a una sentenza data in Suvereto dal potestà di quella terra contro il conte Ildebrandino, figlio del fu conte Guglielmo degli Aldobrandeschi (Archivio Diplomatico Senese:carte della Comunità di Massa Marittima). Nello stesso Archivio, fra le pergamene del volume X, quella del 929 riguarda il patto originale delle divise fatte nel 21 dicembre 1274 fra i due rami principali della famiglia Aldobrandesca, cioè, fra il conte Ildebrandino di Soana, figlio del fu conte Guglielmo palatino in Toscana, ed altro conte Ildebrandino, nato dal conte Bonifazio palatino toscano, autore dei conti Aldobrandeschi di Santa Fiora; l’ultimo dei quali abitava già nel suo palazzo di Santa Fiora, siccome lo dichiara fra le altre una pergamena Amiatina scritta nel 19 febbraio del 1262 nel palazzo del conte Ildebrandino di Santa Fiora, di quel conte, cioè, che nacque dal conte Bonifazio seniore.  La detta divisione del 21 febbraio 1274 fatta alla presenza del padre David vescovo di Siena e di molti altri magnati, ebbe per oggetto, dice la membrana, determinare le discordie di famiglie nate spesse volte a causa della promiscuità de’  possessi della contea Aldobrandesca. Dondechè in quell’atto fu risoluto: 1° che la città di Soana con i castelli di Pitigliano, di Montevitozzo, di Sorana, della Marsiliana e di Orbetello, toccassero al ramo del conte Ildebrandino, figlio del fu conte Guglielmo palatino di Toscana, il quale si appellasse dei conti di Soana; 2° che i castelli di Santa Fiora, Arcidosso, Selvena, Campagnatico, Rocca strada e Castiglion d’Orcia, tenessero al conte Ildebrandino figlio del fu conte Bonifazio palatino toscano, e questa contea si appellasse dei conti di Santa Fiora, salvo che i conti Aldobrandeschi di Soana dovessero percepire la metà del frutto delle miniere di Selvena, e la metà del castello, abitanti, giurisdizione, ecc,. di Monte Masti. Molti altri castelli e distretti della contea Aldobrandesca furono ripartiti in questa divisione in modo che da un lato furono posti i castelli in Pian Castagnajo, di Aspretulo, di Boccino, di Marciano, di Procedo e di Castel del Piano, con gli affitti feudali di Potentino e di Monte Pinzutolo; e dall’altra fu messa a parte la terra di Saturnia, castel di Palmula, di Ginestra di Montiano, di Monte Pescali, di Suvereto e di Castel d’Argentaro; salvo il diritto della contessa d’Orbetello sull’isola di Giannutri e gli affitti feudali di Giuncario della tenuta del Tricusto, di Caparbio, di Montato, Sano, Pereta, Sassoforte con le ragioni spettanti ai conti Aldobrandeschi sopra i castelli di Roccalbegna, di Calisano, di Tatti, di Ravi, di Cugnano e di Sassofortino; sulle terre di Monte Torliano e di Moscona; sugli affitti feudali dei castelli d’Istia e di Roselle, sopra Castel Martino nell’isola del Giglio, sopra Scarpenna, Manciano, Cinigiano, Canna, Striana, Stribuliano, Cinigiano, Ansedonia, Castel di Pietra, Balignano, Stortignano, Gerfalco, Isola di Castro, Montemerano, Sala e Montepetrella, con tutti i loro distretti, abitanti, chiese, pedaggi e pascoli in quelle compresi. Inoltre in quell’atto rimase convenuto che la città di Grosseto colle sue pertinenze e distretti dovesse restare in comune al pari de’ castelli e terre di Radicandoli, di Monteguidi, di Belforte, della Rocca a Sillano e di Montegermoli, compresi tutti nella diocesi di Volterra, meno il castello della Rocchetta e la terra di Scarlino. Infine il conte Ildebrandino di Soana, diede facoltà al cugino conte di Santa Fiora di scegliere quella parte di contea ch’egli volesse al prezzo da convenirsi. Ammettendo poi per vero ciò che si scrisse ne’ suoi frammenti storici pisani Guidone de’ Convasa, bisognerebbe credere che il conte Ildebrandino palatino di Santa Fiora, figlio del conte Bonifazio seniore, oppure il di lui padre che visse fino al 1287, avesse avuto un figlio maritato ad una figlia del conte Ugolino della Gherardesca di Pisa. Lo storico però tace i nomi, e niente meglio v’è da sapere da una membrana dell’Archivio Diplomatico Senese del 1286, rogato da Michele d’Jacopo medico e notaro, nel quale atto trattasi di una concordia fatta dalla contessa Margherita di Soana, figlia ed erede del fu conte Ildebrandino, detto il Rosso, e gli eredi e i figli del conte Ildebrandino di Bonifazio seniore di Santa Fiora e di donna Giovanna contessa palatina loro madre. da quella scrittura pertanto compariscono non meno di 4 figli maschi,cioè: 1°  il conte Ildebrandino Novello; 2° il conte Bonifazio juniore; 3° il conte Enrico Novello; 4° il conte Guido. Un’altra carta del dì 8 gennaio 1291 discopre un quinto figlio del fu conte Ildebrandino di Santa Fiora non rammentato nel 1286, quale fu un conte Umberto juniore. Per rogito poi del 1297, scritto in Santa Fiora, fu fatta una nuova suddivisione dei castelli e beni della contea di Santa Fiora tra i fratelli suddetti, figlioli tutti del conte Ildebrandino del conte Bonifazio seniore, di santa Fiora, col mezzo di polizze scritte e tirate a sorte da un fanciullo. Che se la linea de’ conti Aldobrandeschi di Santa Fiora si spense assai presto (maggio 1284) nel conte Ildebrandino il Rosso, che lasciò un’unica figlia nella contessa Margherita; all’incontro si mantenne sino al secolo XV l’altro ramo de’ conti Aldobrandeschi di Santa Fiora, dei quali si conosce chiaramente la discendenza. Avvegnachè rispetto ad uno de’  figli del conte Ildebrandino di Santa Fiora non compariscono meno di cinque membrane scritte tutte nel 1289, nelle quali si nota il conte Bonosa, zio juniore, figlio del conte Ildebrandino di Santa Fiora, uno de’ quattro fratelli rammentati di sopra; tra le quali membrane quella del 23 marzo 1289 mantiene la nomina di due sindaci incaricati dall’abate Amiatino e dal comune dell’abadia di S. Salvatore ad eleggere il detto conte Bonifazio juniore in arbitro per giudicare sopra le vertenze insorte fra loro (Archivio Diplomatico Fiorentino, Carte di detta badia). Spetta allo stesso archivio e alla provenienza medesima una scrittura degli 8 ottobre 1295 rogata nel palazzo de’ conti in Santa Fiora, con la quale le due contesse Giovanna madre e donna Isabella forse moglie del conte Bonifazio juniore, contestano di aver ricevuto a frutto dal sindaco della badia amatina per quattro anni 960 capi di bestiame a ragione di lire 55 il cento per il tempo suddetto. Da tutto ciò servirà apparire che il primogenito ed i conte ereditario di S. Fiora fosse il conte Bonifazio juniore, nato dal conte Ildebrandino e dalla contessa Giovanna. Se poi nell’atto della nuova suddivisione della contea di Santa Fiora fatta nel 1297 il capoluogo toccasse a lui o a qualche altro fratello, la cosa è dubbiosa; mentre del fratello di lui, il conte Ildebrando Novello,  fece menzione altra membrana Amiatina del 23 giugno 1303 scritta nel castello di Santa Fiora, quando il detto conte Ildebrandino Novello ricevè a locazione perf venti anni dall’abate e monaci di detta badia i pascoli della Valentina in luogo detto Collecchio per l’annuo fitto di lire 50 cortonesi. Ma questo fitto dovè essere una conferma di altre scritture precedenti, tosto che il cronista sanese Andrea Dei dice che i conti di Santa Fiora, generalmente di partito ghibellino, nel 1300 furono costretti ad accordarsi e far pace col comune di Siena, che restituì a quei conti il castello di Scansano, i pascoli di Collecchio,ecc. previa la rinunzia fatta d’ogni ragione che avevano sopra Castglion d’Orcia e sua corte o distretto. Allora erano conti di Santa Fiora un conte Guido ed un conte Guglielmo, il primo de’ quali fu rammentato  fra i quattro figli del conte Ildebrandino di Bonifazio seniore. Lo storico medesimo all’anno 1303 soggiunse: che in quell’anno comprò Telamone per fiorini 8000 dall’abate di San Salvadore. Da un accordo scritto in Siena il 18 novembre del 1331 si apprende che tra i diversi conti della linea di Santa Fiora eravi un conte Enrico juniore, nato dal conte Enrico Novello, che nel 1286 trovammo uno de’ quattro figli del conte Ildebrandino e della contessa Giovanna di Santa Fiora insieme al conte Guido che fu padre del conte Conticino, il quale pur esso figurò nel trattato del 18 novembre 1331. Di altri conti Aldobrandeschi di Santa Fiora si fece menzione dal Malvolti intorno alla stessa età nella sua storia sanese. Fra i quali rammenterò quel conte Stefano, figlio del conte Ildebrandino Novello e nipote del conte Ildebrandino di Bonifazio seniore, il qual conte Stefano sembra che morisse in Siena, al dire del cronista Dei, nel 3 dicembre del 1316. Dobbiamo pure a quello scrittore contemporaneo quella notizia di un conte Jacopo di Santa Fiora (senza dire di chi figlio), il quale cessò di vivere nel giugno del 1316 nel castel di Santa Fiora, lasciando suo erede il comune di Siena. Quindi poco dopo aggiunse che poco fuori del castel di Santa Fiora nell’anno medesimo del 1316 fu colpito da un fulmine il conte Pietro, figlio del conte Ernico juniore e nipote di altro conte Enrico Novello; e nel novembre dell’anno precedente (1315) nel castel dell’abadia San Salvadore era stato ucciso all’istante da un fulmine altro fratello del conte Pietro per nome esso pure Enrico. Il qual conte Enrico che chiamo III, per la concessione fattagli dal comune di Orvieto teneva il castello dell’abadia quasi per suo. Ma nell’ottobre del 1316 l’abate del monastero Amiatino considerata la decadenza in cui trovatasi il comune di Orvieto,e la sua espulsione dal detto monastero fatta dai figli del fu conte Enrico predominato, donò al comune di Siena il castello dell’abadia di San Salvadore col suo distretto,ecc. L’ultima pergamena relativa alla dinastia de’ conti Aldobrandeschi di Santa Fiora dubito sia quella del 10 gennaio 1362, esistente nell’Archivio Diplomatico Fiorentino fra le carte della Badia Ardenghesca nel Monastero degli Angioli in Siena, la quale ci scopre in un conte Ildebrandino un altro fratello del conte Enrico, entrambi nati dal conte Pietro di Enrico juniore. Fra tanti conti Aldobrandeschi di Santa Fiora, farà meraviglia al lettore il sentire come essa restasse spenta prima della metà del secolo XV, quando un conte Guido di Santa Fiora, di cui si desidera conoscere il padre, essendo restato senza figli maschi, chiamò erede della sua contea la figlia donna Cecilia, maritata nel 1430 a Bozio di Muzio Sforza Attendolo di Cotignola; i cui figli e nipoti dominarono per due secoli nella contea di Santa Fiora, finchè per atto pubblico del 9 dicembre 1633 il granduca Ferdinando II di Toscana concedè la contea di Santa Fiora con titolo di feudo prima ai figli e nipoti del duca Mario e dopo essi ai discendenti di Federigo, poi cardinale Sforza; i cui nipoti innestarono alla casa Sforza il cognome Cesarini stante le nozze contratte nel 27 febbraio 1674 con donna Livia Cesarini da Federigo II, nato dal conte Paolo, di Alessandro; dal conte Federigo I Sforza Cesarini, il quale passò in Roma il suo domicilio. L’ultimo conte di Santa Fiora fu il duca Francesco Sforza Cesarini, figlio del duca Gaetano conte di Santa Fiora; poiché salito al trono della Toscana il granduca Leopoldo I, tutti i vassalli de’ feudi granducali, senza eccezione di alcuno, furono liberati da ogni sorta di aggravio feudale, ed in quanto al duca Francesco Sforza Cesarini per i diritti feudali ch’egli esigeva sopra gli uomini della sua contea, fu indennizzato dal magnanimo sovrano con una rendita equivalente,cui aggiunse nel 1789 la commenda del priorato di Sanminiato de’ cavalieri di S. Stefano PP. da passare ai suoi discendenti maschi e primogeniti. Il popolo di Santa Fiora, era fino almeno dal 1111 dipendente dalla diocesi di Chiusi, nel 1601 fu staccato per darlo alla nuova chiesa cattedrale di Città della Pieve. Siede in Santa Fiora un potestà ed un cancelliere comunicativo, che sopravvede anche alla comunità di Rocca; un ingegnere di circondario sta all’abadia a S. salvadore. L’uffizio di esazione del registro è in Castel del Piano, la conservazione delle ipoteche ed il tribunale di prima istanza sono in Grosseto. COMUNITA’ DI SANTA FIORA. Il territorio di questa comunità occupa una superficie di quadr. 12,534.16, pari a miglia 52.08, dei quali quadr. 1342.11 erano stati dati alle strade, corsi d’acque e nude scogliere; dove nel 1845 esisteva una rendita imponibile di lire 81,112, con una popolazione di 4922 abitanti, a proporzione di circa 96 individui per ogni miglio quadrato di suolo imponibile. Confina con sei comunità del granducato e con una (Acquapendente), dirimpetto a levante dello Stato Pontificio. Dirimpetto a scirocco ha la comunità di Sorano, di fronte a ostro e libeccio a pontente – maestro tocca il territorio della comunità di Arcidosso e di là sino al Pianello della Montagnuola dirimpetto ai Prati della Contessa, sempre a maestro, si trova il territorio della Comunità di castel del Piano, finchè s’incontra a settentrione al comunità dell’abadia San Salvadore, con la quale passa nel lato orientale della Montagna sul Poggio Pinzi e di lassù dirigendosi a levante del Mont’Amiata, di conserva con la comunità di Pian Castagnajo arriva sul torrente Siele dove ritrova lo Stato Pontificio. Fra i corsi più copiosi d’acqua che passano per questa comunità havvi prima il fiume Fiora, che scaturisce copioso nella terra fra le scogliere rachitiche sulle quali sorge la terra; secondi sono i torrenti Costone e Scabbia, tributarj superiori dello stesso fiume ed a levante della comunità i torrenti Fieme e Siele tributari della Paglia. Fra le parti più elevate contasi una delle sommità del Mont’Amiata posta a maestro del capoluogo, sul poggio detto Pinzi, che si alza 3570 piedi sopra il livello del mare, ma che è circa 1724 piedi inferiore al punto più elevato della stessa montagna, compreso però nella comunità dell’abadia San Salvadore. A scirocco poi di Santa Fiora si alza il poggio di Castell’Azara, che misurato la professor padre Inghirami dalla sommità detta Civitella vecchia fu trovato a 3114 piedi sopra il livello del mare. A poca differenza di elevatezza contasi a libeccio il Montlabro, tanto che la sua cima benché misurata dal lato della comunità di Arcidosso, circa cento piedi più alta del Poggio Pinzi. Rispetto a strade rotabili, la comunità in discorso da pochi anni conta una strada regia, che staccasi dalla postale Romana alla posta della Poverina e per Castel del Piano e Arcidosso tocca Santa Fiora, passa per Pian Castagnajo, di dove riscende in valle per rientrare nella postale medesima a ponte a Rigo. Sono poi comunicative rotabili tanto quella che va alla Villa della Sforzesca, a Castell’Azara, San Giovanni delle Contee, Selvena e di là a Santa Fiora. IN qual pessimo stato fossero le strade di questa comunità al tempo de’ conti Sforza di Santa Fiora, lo disse per tutti il pontefice Pio II allorché nel 1162 invitato dal conte Guido Sforza, con gran fatica si aprì il cammino quasi impraticabile nel breve tragitto fra l’abadia San Salvadore e Santa Fiora. Per quel che sia la struttura fisica di cotesta contrada, essa spetta a tre serie diverse, alla trachite – vulcanica dal lato del capoluogo sino alla sommità del Monte’Amiata, e dalla parte di ostro e libeccio, in rocce stratiforme compatte, consistenti specialmente in macigno scistoso e talvolta le masse di calcare compatto, mentre dirimpetto a scirocco -  levante, dal capoluogo sottentrano le rocce ofiolitiche, coperte talvolta e più spesso a confine con ghiaje e ciottoli della stessa indole. Inoltre il territorio di questa comunità è celebre per le sue  miniere di vitiolo verde e di cinabro. Il professor Giorgio Santi prima di tutti indicò nel suo “Viaggio al Montamiata” i luoghi dove emergono in questa comunità le acque minerali, come era quella gazzosa dell’Acquaforte, che sgorga sul confine occidentale presso il territorio di Arcidosso vicino al fosso degli Ontani: tale è l’acqua minerale ferruginosa sulfurea nel fosso delle zolfiere sotto il poggio di Selvena. Fra questo poggio ed il monastero di S. Trinità esiste il poggio detto tutt’ora Monte Calvo, dove il detto Santi incominciò a trovare le rocce ofiolitiche e schistose di varj colori, alle quali serviva di base salendo il monte una calcarea denditrica, mentre a libeccio di Monte Calvo si alza il Poggio di Selvena, la cui sommità appellasi Belvedere, diverso però dal Belvedere del Pigelleto, selva posta fra il confine orinetale di santa Fiora e australe di Pian Castagnajo e diverso eziandio dal Belvedere sotto Pian Castagnajo, dove fu un giardino di delizia dei conti Orsini di Pitigliano, che chiamasi ancora il Belvedere, sebbene sia ridotto a un serpaio. Lo stato ognora crescente di questa popolazione, la vita frugale e semplice di quegli abitanti sorprendono giustamente il viaggiatore che crede quasi di essere costì in un nuovo mondo. Ma la contrada veramente patriarcale è quella del luogo detto Bagnolo, lungo un miglio distante da Santa Fiora,sulla via regia che conduce a Pian Castagnajo, dove fra magnifici castagni, sparsi di campetti e di orti esistono isolate casupole di villici poveri si ma indipendenti dai ricchi e dai padroni, i quali vivono costì frugalmente in casa propria provvista di un orticello con campo e castagneto, e se una famiglia è troppo numerosa, il secondo che prende moglie fabbrica una nuova casa con orticello contiguo, si divide il castagneto e il campo se occorre, oppure si conserva questo, come al tempo dei Longobardi, indiviso a comune e si spartisce in comune. Il benefico Leopoldo I aggiunse a questa brava gente una chiesa parrocchiale ed il magnifico Leopoldo II , suo augusto nipote, vi aggiunse un medico a spese del regio erario. Del resto i Bagnolesi contenti della loro tenue esistenza poco curano ne hanno bisogno di comunicare con gli abitanti delle terre e delle città, e lo stato prosperoso della loro popolazione può calcolarsi dalla statistica de’ loro abitanti, i quali nel 1833 era di 885 e nel 1845 di 950 abitanti. Rispetto a prodotti agrarj, la comunità è coperta specialmente da Santa Fiora sino a mezza salita della montagna di giganteschi castagni, cui sottentrano balze nude di trachite (peperino) che servono di base ai faggi che continuano sino alla vetta, ed in mezzo ai quali compariscono di tanto in tanto de’ campi dove si brcciano i scopeti per seminarvi la segala, di cui nel Montamiata suol farsi ampia raccolta.  Sceso da Santa Fiora per la via Selvena e passato il fiume Teglia, uno dei primi influenti del Fiora, cambia aspetto la contrada perché cessano affatto le rupi terchitiche, né più incontrasi vestigio alcuno di quella pietra che i paesani appellano porporino e sottentrano le rocce schistose calcari color rosa, e di costà s’incontra presto una folta macchia bassa, alla fine della quale si trovano i poderi degli abitanti di Selvena, ed a grecale dei medesimi il confine di una vasta abetina compresa fra il torrente Sielle e quello della Senna, influenti entrambi nel sottostante Paglia. Per quanto la foresta sia chiamata costì in Pigelleto, dai Pigelli ossia Abeti, la foresta è sparsa eziandio di cerri, carpini, lecci, faggi, ecc. Nell’interno di questa selva al disotto del poggio della Roncaccia sgorga una sorgente di ottima acqua potabile, mentre copiose sono le sorgenti che nascono nel territorio e dentro la stessa terra di Santa Fiora, dove è pure una peschiera d’acqua viva, costruita per vivajo di trote, Cotesta grande abbondanza di acque perenni, ed il loro sensibile pendio non è stato utilmente messo a profitto dell’industria dei suoi abitanti, i quali si sono limitati agli usi più indispensabili di mulini e di gualchiere, massimamente dopo che quelle genti furono svincolate dagli aggravj baronali. Non vi sono in Santa Fiora mercati settimanali bensì mensuali, i quali cadono nel primo giovedì di ciascun mese, oltre due fiere annuali, che una nel 1 maggio e la seconda nel 16 e 17 agosto. Lo stato della popolazione di questa comunità è progressivamente aumentato come lo dichiara la popolazione del 1115 quando Santa Fiora era sempre contea, postochè la sua comunità superava i 2792 individui, i quali nel 1833 erano saliti a 4397, nel 1840 a 4900 e dall’anno 1845 a 4922 come può vedersi dal prospetto seguente. Popolazione della comunità di Santa Fiora nel 1845. Bagnolo (SS. Nome di Maria) abit. 931; Castell’Azara (Pieve di S. Niccolò) 994 abit.; Cellena, già in Contevecchia (pieve SS.ma Annunziata) 102 abit.; Santa Fiora (pieve SS. Flora e Lucilla) 1876 abit.; Selva (Santo Stefano in Santa Trinita) 538 abit.; Silvana (pieve San Nicola) 428 abit.; Villa Sforzesca (pieve San Gregorio Magno) 33 abit.; Totale abitanti 4922.                                                

 


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Torre Aldobrandesca

 

 

Chiesa della Madonna della neve

 

 

La peschiera e la Chiesa della Madonna della neve

 

 

Sorgente del fiume Fiora

 

 

La peschiera

 

 

Il fiume Fiora esce dalla peschiera

 

 

Altra immagine della peschiera

 

 

Crocifisso della chiesa di S. Agostino
usato nella Festa dei Tronchi

 

 

Terracotta robbiana nella
pieve della Sante Flora e Lucilla