VALICARDA del Montalbano
(da Artimino)

di Aldo Innocenti

 

Distanza 4.000 metri, tempo di percorrenza 1 h. e 30 minuti, dislivello 250 metri.

Percorso Trekking

Dal viale alberato che collega Villa La Ferdinanda ad Artimino (260 m. s.l.m.) andiamo verso il borgo: non entriamo nell’antica porta che vi dà accesso, ma svoltiamo a sinistra costeggiando le mura. La strada asfaltata procede in discesa: poco dopo raggiungiamo l’antica Pieve di S. Leonardo. Seguiamo la strada asfaltata in discesa fino a raggiungere un bivio (700 metri dalla partenza): a sinistra si va verso Camaioni, noi svoltiamo a destra in direzione Comeana - Carmignano. Percorso circa un chilometro di questa strada giungiamo al podere La Vergine (159 m. s.l.m., 1700 metri dalla partenza): abbandoniamo la strada principale, che va a destra in direzione Comeana – Carmignano, e andiamo a dritto verso l’antica pieve di San Martino in Campo, che è ben segnalata da cartelli indicatori. Camminando in salita tra gli olivi raggiungiamo questa antica chiesa: siamo a 213 m. s.l.m., 2600 metri dalla partenza. Superato l’edificio religioso, procediamo a dritto in direzione monte con la strada che diviene sterrata e che s’inoltra in un bosco di querce, pini e macchia mediterranea. Procediamo fino a raggiungere quota 267, fra le valli del Rio Caselle e del Borro dei Diavoli: ora procediamo a destra lungo l’ampia strada sterrata che corrisponde al sentiero n. 1 del Montalbano. Giungiamo così di fronte la grande leccio della Valicarda, 308 m. s.l.m., 4.000 metri dalla partenza. La pianta di leccio è veramente imponente: non ci sono note le sue dimensioni, ma le foto allegate, con la presenza di due persone nei pressi del tronco, credo che forniscano un’idea della sua magnificenza. Qui si trova anche un vecchio cippo confinario: al leccio giungono ben cinque strade, dall’abbazia di San Giusto al Pinone, da Castra, da Capraia, da San Martino in Campo e dal podere La Sala. Da qui transita il lungo sentiero 00 del Montalbano: questo lungo percorso inizia da Capraia per terminare al Passo di Serravalle Pistoiese.  

Lungo il percorso

Artimino

Artimino
e' un antico borgo d’origine etrusca adagiato sui pendii del Montalbano: nei suoi pressi si trovano alcuni edifici di grande importanza storica come la Villa la Ferdinanda (fatta erigere da Ferdinando I de’ Medici e detta anche dei cento camini per la numerosa presenza di comignoli); l'Abbazia di San Martino in Campo (eretta probabilmente intorno al Mille, si presentava in origine con tre navate e cinque campate); la Pieve di San Leonardo (in origine dedicata ai Santi Maria e Giovanni, fu eretta probabilmente prima del X sec., anche se la tradizione la vuole fondata dalla contessa Matilde di Canossa). Inaugurato nel 1983, il Museo Archeologico d’Artimino ha sede nei sotterranei della villa Medicea e presenta gran parte dei reperti provenienti dagli scavi nelle necropoli e nell’abitato del centro etrusco d’Artimino. Artimino e' oggi un piccolo agglomerato di case che conta appena duecento abitanti e domina da sopra un colle un paesaggio straordinario, proprio dirimpetto alla villa medicea dai cento camini costruita dal granduca Ferdinando I sul finire del '500. Per lo storico dell'Ottocento Emanuele Repetti il nome d’Artimino deriverebbe dal latino arctus minor, cioe' stretto minore rispetto all'altro stretto, piu' ampio ed esteso lungo sempre il corso dell'Arno, della Gonfolina. Gia' centro abitato in epoca etrusca e romana, il primo documento che lo ricorda e' un privilegio del 25 febbraio 998 in cui Ottone III lo consegna, insieme ad altri possedimenti, al vescovo di Pistoia Antonio. Il castello d’Artimino, i cui resti sono ancora in parte visibili, e' documentato fin dal 1026 e fu un forte di frontiera del comune di Pistoia molto importante, vista la posizione strategica. Della stessa epoca e' la torre turrita (oggi con orologio), che da sempre contraddistingue l'accesso al centro del paese.
Gia' centro abitato in epoca etrusca e romana, il primo documento che lo ricorda e' un privilegio del 25 febbraio 998 in cui Ottone III lo consegna, insieme ad altri possedimenti, al Vescovo di Pistoia Antonio. Nei Primi secoli dopo il Mille fu un castello di frontiera monto importante vista la posizione strategica, del comune di Pistoia. Nel 1204 la Repubblica Fiorentina tolse momentaneamente Artimino al dominio pistoiese. Riconquistatolo nel 1219, i Pistoiesi lo persero di nuovo nel 1225, quando i Fiorentini presero al vescovo Ildebrando la curtem Carmignanam. Nel 1226 si impadroni' del castello la potente famiglia Fabbroni, gia' proprietaria di quella di Signa. Successivamente Artimino gravitera' nell’ orbita della vicina Carmignano e ne seguira' le sorti nel corso delle guerre tra Firenze e Pistoia. Rimurato e fortificato da Castruccio Castracani, il castello fu di nuovo assediato e conquistato dai Fiorentini nel 1327 che ne stabilirono, con il trattato di pace del 1329, il governo meta' guelfo e meta' ghibellino. In epoca rinascimentale divenne di proprieta' medicea insieme alla tenuta e all’ annessa riserva di caccia e nel 1559 Cosimo I ne ordino' la riforma degli statuti speciali.

Pieve di San Leonardo

Nei suoi pressi si trovava un gruppo di sepolture d’epoca etrusca e proprio da qui provengono due frammenti di sarcofago, un tempo inglobati nelle pareti esterne della chiesa, ma sostituiti da calchi in gesso, mentre gli originali (due casse, un coperchio e alcuni frammenti) sono conservati nel Museo d’Artimino. La chiesa di San Leonardo, in origine dedicata ai Santi Maria e Giovanni, fu eretta probabilmente prima del X sec., anche se la tradizione la vuole fondata dalla contessa Matilde di Canossa. La pieve conserva quasi intatti i fianchi e la parte posteriore, dove sono visibili le pregevoli absidi ornate e la massiccia torre campanaria, in origine torre d’avvistamento facente parte del sistema difensivo del vicino castello d’Artimino. La facciata è preceduta da un portico d’epoca posteriore e l’interno mostra la pianta ad aula della chiesa, suddivisa in tre navate impostate su pilastri.
All’interno incontriamo una bella scultura lignea policroma, databile agli inizi del Quattrocento, riferibile al senese Domenico di Niccolo' dei Cori, che raffigura San Leonardo con la catena da ceppi nella mano destra in ricordo della prerogativa che la tradizione gli attribuiva di liberare i carcerati quando andava a visitarli. In posizione simmetrica si trova un'altra scultura lignea policroma con l'immagine di Sant'Antonio, al quale sappiamo che era stato dedicato un altare nel XVI secolo. Allo stesso classicismo devoto e' riconducibile anche il gruppo della Visitazione in terracotta policroma, opera della bottega robbiana del secondo - terzo decennio del Cinquecento, posta fin dall'origine nell'absidiola di destra. All'altare maggiore stava nel Seicento la bella tavola con la Madonna col Bambino e san Giovannino, oggi nella navata destra. Nell'abside maggiore e' stata collocata una tavola con la Crocifissione, san Leonardo, l'arcangelo Raffaele, con due fratelli della Compagnia, databile intorno alla meta' del Cinquecento. 

Abbazia di San Martino in Campo

Eretta intorno al Mille, è citata per la prima volta nel 1166: costituita in origine con tre navate, subì varie modifiche nel corso dei secoli. Nel XII secolo fu completamente rifatta: nel 1464 un furioso incendio, probabilmente scoppiato in seguito ad un attacco di truppe lucchesi, ne distrusse una navata, che non fu mai più ricostruita. Sempre nel corso del Quattrocento l’abbazia fu soppressa e convertita in parrocchia con il nome di Santa Maria. Nel 1592 fu incorporata nei beni dello Spedale degli Innocenti, come risulta da una bolla di Clemente VIII, e nel Settecento fu intonacata e restaurata con l’aggiunta di infrastrutture barocche. I lavori di restauro realizzati nel 1951 hanno rimesso in luce quel che e' rimasto dell’antica struttura. Di particolare rilievo sono l’abside e la facciata, risalenti al XII secolo: l’interno, a due navate, racchiude pregevoli elementi come uno splendido architrave che reca al centro il Redentore e ai lati un leone ed un lupo, due capitelli romanici ed una pietra, murata capovolta, che reca un’iscrizione dell’VIII secolo.

Leccio: note su quest’albero

Il leccio (nome scientifico quercus ilex) appartiene alla famiglia delle Fagaceae: si distingue dalla quercia perché non perde mai le foglie durante l’inverno. E’ diffuso e abbondante nelle regioni mediterranee ed è una specie adattabile nei confronti del terreno, su cui esercita un'azione miglioratrice. Poiché le sue radici penetrano molto in profondità tollera condizioni d’aridità ed è poco esigente nei confronti della luce e della temperatura. Ha un accrescimento lento ed è una pianta longeva, raggiungendo anche 1000 anni; è frequentemente usata come pianta ornamentale ed è molto decorativa, perché sopporta bene la potatura in forme obbligate e si presta anche per alberatura stradale. Può raggiungere l’altezza di 20 m..Ha chioma globosa, densa, tronco eretto e robusto, diviso o ramoso fin dalla base; ramuli pubescenti; corteccia bruno - nerastra o nera, quasi liscia, poi divisa in piccole squame angolose. Fogliame sempreverde con foglie semplici, ovali - ellittiche di 3 -7 cm, acute, sopra lucide e sotto grigio - tormentose; margine liscio; picciolo pubescente di 1 - 2 cm; inserzione alterna. I fiori sono delle infiorescenze unisessuali come nelle altre querce; i frutti sono ghiande di 2 - 3 cm., ovoidali, avvolte a meta o per 1 / 3 dalla cupola che ha squame brevi e chiare. Il legno è duro e pesante, difficile da stagionare e da lavorare; è buon combustibile e produce carbone molto pregiato; le ghiande sono utilizzate come mangime per i suini.  

Barco Reale Mediceo

I Medici, nel 1626, realizzarono il Barco Reale, una riserva di caccia circondata da un muro di circa 50 km, nell'area del Montalbano, per salvaguardare cinghiali, lepri, starne, fagiani, cuturnici, francolini, ecc., ma anche per poter disporre di selvaggina da destinare alle cacce dei Granduca. Era prevista una rigida salvaguardia dei boschi (querce, cerri, castagni, gelsi, pini, lecci, abeti, olmi, noci, cipressi, ecc.) e arbusti (scopa, ginepro, mirto, marruca, ecc.). Nei primi decenni del XVII secolo le cacce subirono un certo declino e anche il Barco subì lentamente l'abbandono e la decadenza; con il passaggio della proprietà ai Lorena (1736) la gestione delle fattorie venne affidata agli affittuari che rappresentavano gli interessi dei padroni dinanzi ai contadini. Dopo la metà del XVIII secolo, la diminuzione del commercio del legname e la consistenza dei lavori necessari a rimettere in sesto i recinti e i terreni interni la riserva, determinò una situazione di stasi sbloccata solo dopo la salita al trono di Pietro Leopoldo (1765), allorché furono presi provvedimenti decisivi per la sorte del Barco. Per gli alti costi di gestione, iniziò la "sbandita" che portò ad una diversa destinazione di queste aree. Dei poco più di 50 km. di recinzione muraria che in origine costituivano il limite della riserva, attualmente rimangono tracce e resti più o meno ben conservati, su 30 chilometri. La muratura è in bozze irregolari di pietra arenaria e arenaria macigno, di dimensioni molto grandi, legati con calce. Il muro era intervallato da cancelli e chiuse a cateratte; i cancelli sono scomparsi mentre restano alcune cateratte.

Il Montalbano dal Dizionario Corografico della Toscana del Repetti, stampato nel 1855 e che costituisce la base fondamentale di tutta la storia e la geografia della Toscana ( vi sono indicati tutte le città e i paesi della nostra regione in ordine alfabetico), ritengo fare cosa utile pubblicare quello che riporta sul Montalbano e anche se il linguaggio è quello di 150 anni fa (tanto per dire non si parla di Toscana ma di Granducato di Toscana) credo che leggere queste righe sia veramente affascinante. Monte Albano nel Pistojese. Dicesi Monte Albano la più elevata diramazione dell'Appennino che dalla foce di Serravalle stendesi nella direzione di maestro a scirocco fra l'Ombrone pistojese e l'Arno sino alla gola della Golfolina, dal 28° 29' al 28 ° 41' di longitudine e dal 43° 44' al 43° 55' di latitudine. Le sue principali cime denominate Pietra marina e S. Alluccio sono elevate sopra il livello del mare, quella 984, e questa 929 braccia. Trovansi nel suo fianco orientale le Comunità di Carmignano e di Tizzana, nel lato occidentale Monte Vettolini, Lamporecchio, Vinci e Cerreto Guidi, a settentrione maestro Serravalle, e a scirocco Capraja. La natura del terreno partecipa nella massima parte di quello di sedimento inferiore, coperto nella sua base orientale da sedimenti palustri, e nel suo fianco occidentale da immensi depositi di ciottoli e ghiaje che ricuoprono una marna ricca di fossili terrestri e marini. Alla parte australe di questa diramazione fu dato il nome di Barco Reale per un vasto parco, vestito di selve, fatto circondare di mura dal Gran Duce Ferdinando II ad uso di caccia.

 

 

 

 


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Villa La Ferdinanda



Absidi della Pieve di S. Leonardo

Abside dell'Abbazia di S. Martino in Campo

Facciata dell'Abbazia di S. Martino in Campo

Grande leccio della Valicarda: 1' immagine



Franca e Gianluca davanti al leccio

Franca, Alessandro, Gianluca e Aldo

Sentiero 00 Capraia - Passo di Serravalle

Grande leccio della Valicarda: 2' immagine

Alessandro, Gianluca e Aldo