VALICARDA del Montalbano da Capraia
di Aldo Innocenti

Lunghezza del percorso circa 5,5 km., tempo di percorrenza 2 h., dislivello 267 metri

Percorso   

Dalla piazza Raffaele Dori di Capraia (41 m. s.l.m.) ha inizio il sentiero 00 del Montalbano che ora, però, è stato definito come sentiero CAI n. 300 ed è quello che percorre tutto il crinale del Montalbano da Capraia al Passo di Serravalle Pistoiese. Saliamo verso via del Castello e via del Fosso: giunti nei pressi di un parcheggio andiamo verso via del Cimitero ma la lasciamo quasi subito per immetterci in una strada che si diparte sul lato destro dirigendosi verso le pendici del Montalbano. Dopo circa un chilometro raggiungiamo Villa La Croce (quota 103): ora la strada diviene sterrata e si restringe. Raggiungiamo Casa Cantagallo (131 m. s.l.m.) e proseguiamo in salita sulla carrareccia, tralasciando tutte le stradine che si dipartono ai lati della carreggiata. Dopo aver camminato a lungo, immersi nella macchia mediterranea, giungiamo al grande leccio della Valicarda (quota 308, 2 h. dalla partenza). La pianta di leccio è veramente imponente: non ci sono note le sue dimensioni, ma le foto allegate, con la presenza di due persone nei pressi del tronco, credo che forniscano un’idea della sua magnificenza. Qui si trova anche un vecchio cippo confinario: al leccio giungono ben cinque strade, dall’abbazia di San Giusto al Pinone, da Castra, da Capraia, da San Martino in Campo e dal podere La Sala.  

Capraia

Capraia
e' un castello situato sulla riva orografica destra dell'Arno ed e' di origine antichissima, come testimoniato dai reperti etruschi riportati alla luce recentemente: ha avuto grande importanza strategica, militare ed economica nel periodo medioevale quando dipendeva da Pistoia. L'ubicazione stessa su una solida rocca, mostra come un tempo Capraia dominasse sul territorio circostante, respingendo energicamente ogni minaccia fluviale o terrestre: per contrastare l'espansionismo dei pistoiesi, allora capeggiati dal Conte Guido Borgognone, i Fiorentini nel 1203 costruirono il borgo di Montelupo, anche per controllare in maniera migliore l’importante strada che collegava Firenze al mare transitando per Empoli. Da allora i castelli di Montelupo e Capraia sono sempre stati uniti dal popolo nel famoso detto: Da Montelupo di vede Capraia, Cristo fa le coppie e poi le appaia. Il castello di Montelupo crebbe di importanza e sovrasto' il dirimpettaio Capraia.
Le mura dell’antico castello di Capraia sono visibili solo in parte: in paese s’incontra la chiesa di Santo Stefano dove e' custodito il corpo di Santa Grania (protettrice dei bambini). Ogni anno, alla mezzanotte del 1° Maggio, si puo' assistere ad una suggestiva manifestazione locale chiamata I Fuochi di Santa Grania, durante la quale tutta la comunita' capraina si riunisce davanti ad immensi falo' in onore della Santa. Il giorno seguente, 2 maggio, presso la stessa chiesa si svolge la benedizione dei bambini e di tutti i fedeli. 

Leccio: note su quest’albero

Il leccio (nome scientifico quercus ilex) appartiene alla famiglia delle Fagaceae: si distingue dalla quercia perché non perde mai le foglie durante l’inverno. E’ diffuso e abbondante nelle regioni mediterranee ed è una specie adattabile nei confronti del terreno, su cui esercita un'azione miglioratrice. Poiché le sue radici penetrano molto in profondità tollera condizioni d’aridità ed è poco esigente nei confronti della luce e della temperatura. Ha un accrescimento lento ed è una pianta longeva, raggiungendo anche 1000 anni; è frequentemente usata come pianta ornamentale ed è molto decorativa, perché sopporta bene la potatura in forme obbligate e si presta anche per alberatura stradale. Può raggiungere l’altezza di 20 m..Ha chioma globosa, densa, tronco eretto e robusto, diviso o ramoso fin dalla base; ramuli pubescenti; corteccia bruno - nerastra o nera, quasi liscia, poi divisa in piccole squame angolose. Fogliame sempreverde con foglie semplici, ovali - ellittiche di 3 -7 cm, acute, sopra lucide e sotto grigio - tormentose; margine liscio; picciolo pubescente di 1 - 2 cm; inserzione alterna. I fiori sono delle infiorescenze unisessuali come nelle altre querce; i frutti sono ghiande di 2 - 3 cm., ovoidali, avvolte a meta o per 1 / 3 dalla cupola che ha squame brevi e chiare. Il legno è duro e pesante, difficile da stagionare e da lavorare; è buon combustibile e produce carbone molto pregiato; le ghiande sono utilizzate come mangime per i suini.

Barco Reale Mediceo

I Medici, nel 1626, realizzarono il Barco Reale, una riserva di caccia circondata da un muro di circa 50 km, nell'area del Montalbano, per salvaguardare cinghiali, lepri, starne, fagiani, cuturnici, francolini, ecc., ma anche per poter disporre di selvaggina da destinare alle cacce dei Granduca. Era prevista una rigida salvaguardia dei boschi (querce, cerri, castagni, gelsi, pini, lecci, abeti, olmi, noci, cipressi, ecc.) e arbusti (scopa, ginepro, mirto, marruca, ecc.). Nei primi decenni del XVII secolo le cacce subirono un certo declino e anche il Barco subì lentamente l'abbandono e la decadenza; con il passaggio della proprietà ai Lorena (1736) la gestione delle fattorie venne affidata agli affittuari che rappresentavano gli interessi dei padroni dinanzi ai contadini. Dopo la metà del XVIII secolo, la diminuzione del commercio del legname e la consistenza dei lavori necessari a rimettere in sesto i recinti e i terreni interni la riserva, determinò una situazione di stasi sbloccata solo dopo la salita al trono di Pietro Leopoldo (1765), allorché furono presi provvedimenti decisivi per la sorte del Barco. Per gli alti costi di gestione, iniziò la "sbandita" che portò ad una diversa destinazione di queste aree. Dei poco più di 50 km. di recinzione muraria che in origine costituivano il limite della riserva, attualmente rimangono tracce e resti più o meno ben conservati, su 30 chilometri. La muratura è in bozze irregolari di pietra arenaria e arenaria macigno, di dimensioni molto grandi, legati con calce. Il muro era intervallato da cancelli e chiuse a cateratte; i cancelli sono scomparsi mentre restano alcune cateratte.

Il Montalbano dal Dizionario Corografico della Toscana del Repetti, stampato nel 1855 e che costituisce la base fondamentale di tutta la storia e la geografia della Toscana ( vi sono indicati tutte le città e i paesi della nostra regione in ordine alfabetico), ritengo fare cosa utile pubblicare quello che riporta sul Montalbano e anche se il linguaggio è quello di 150 anni fa (tanto per dire non si parla di Toscana ma di Granducato di Toscana) credo che leggere queste righe sia veramente affascinante. Monte Albano nel Pistojese. Dicesi Monte Albano la più elevata diramazione dell'Appennino che dalla foce di Serravalle stendesi nella direzione di maestro a scirocco fra l'Ombrone pistojese e l'Arno sino alla gola della Golfolina, dal 28° 29' al 28 ° 41' di longitudine e dal 43° 44' al 43° 55' di latitudine. Le sue principali cime denominate Pietra marina e S. Alluccio sono elevate sopra il livello del mare, quella 984, e questa 929 braccia. Trovansi nel suo fianco orientale le Comunità di Carmignano e di Tizzana, nel lato occidentale Monte Vettolini, Lamporecchio, Vinci e Cerreto Guidi, a settentrione maestro Serravalle, e a scirocco Capraja. La natura del terreno partecipa nella massima parte di quello di sedimento inferiore, coperto nella sua base orientale da sedimenti palustri, e nel suo fianco occidentale da immensi depositi di ciottoli e ghiaje che ricuoprono una marna ricca di fossili terrestri e marini. Alla parte australe di questa diramazione fu dato il nome di Barco Reale per un vasto parco, vestito di selve, fatto circondare di mura dal Gran Duce Ferdinando II ad uso di caccia.

 

 

 

 


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Capraia: chiesa di S. Stefano



Capraia: chiesa e castello



Capraia: veduta panoramica



Il sentiero 300 del Montalbano al
leccio della Valicarda

Il grande leccio della Valicarda

Franca, Alessandro, Gianluca e Aldo
 al leccio della Valicarda

Ancora il grande leccio della Valicarda

Alessandro, Gianluca e Aldo
 al leccio della Valicarda

Franca e Gianluca al leccio della Valicarda