VALLOMBROSA
                           
di Aldo Innocenti


Posta a circa 1.000 di altezza, ai piedi del Pratomagno, Vallombrosa è adagiata in una bellissima conca montana, riparata ad est dal Monte Secchieta e ad ovest dal Poggio alla Ghirlanda: questa felice posizione geografica ha fatto di questa località una eccezionale stazione climatica che unita alla bellezze naturali la rendono unica ed incomparabile. Nelle belle stagioni la zona si rianima e si riempie di persone in cerca di aria buona e di passeggiate ristoratrici: a poca distanza da Vallombrosa si trova la località Il Saltino che è nata proprio per dare ospitalità ai turisti; infatti qui si trovano solo alberghi, ristoranti e seconde case per cui nella stagione invernale è assolutamente deserta tanto da destare quasi una certa impressione. Vallombrosa, però, non è famosa solo per le bellezze naturali, come l’Alboreto, eccezionale raccolta di piante di tutto e il mondo, collezione unica e rara a livello planetario ma visitabile solo su permesso del Corpo Forestale dello Stato (vedi omologo itinerario Ursea),ma anche per le bellezze artistiche e storiche come la famosa Abbazia. Ma come si raggiunge un posto così splendido? E’ molto semplice, anche se credo che molto gia lo sappiano: prima di tutto è necessario uscire al casello di Incisa Valdarno della Autostrada del Sole (A1) e da qui seguire le indicazione per Reggello; giunti in questa cittadina si seguono i cartelli stradali per Vallombrosa che dista circa una diecina di km.( in tutto 20 km. dall’Autostrada).

La Foresta – Vallombrosa
è una foresta formata da faggi e castagni ai quali, in tempi successivi, sono stati aggiunti gli abeti piantati dai Monaci Vallombrosani, abeti che ora sono divenuti la pianta prevalente; la foresta è di proprietà del demanio fino dal 1867 e da questo anno fino al 1913 ha ospitato l’Istituto Superiore Forestale Nazionale, in seguito trasferito a Firenze, la prima scuola forestale che sia mai istituita in Italia e che era ospitata nei locali dell’Abbazia. E’ vasta 2.400 ettari e si estende ad una altezza compresa fra i 500 e i 1450 metri: di questa fa parte anche l’ Albereto Sperimentale raccolta di piante unica al mondo, gestito dall’ Istituto Sperimentale di Selvicoltura di Arezzo, diretto dal mitico Dr. Augusto Verando Tocci; e chi ha avuto la fortuna come me di poterlo visitare più volte, di cui una proprio in compagnia del Dr. Tocci, non può che dirsene entusiasta: ma per averne un’idea basta consultare l’itinerario sul sito Ursea. Ricchissima è la flora della foresta, flora che nel corso dei secoli ha subito profonde evoluzioni: basti pensare che, a differenza di oggi, intorno all’anno Mille il faggio ed il cerro predominavano sull’ abete bianco; il merito di questa evoluzione è dovuto principalmente all’introduzione di una razionale selvicoltura tanto che il bosco appare caratterizzato da fustaie di abete. Le specie di abeti presenti sono quello bianco, così detto per la sua corteccia bianco – grigiastra, e quello rosso che presenta una corteccia rossastra: la fascia che comprende queste conifere va dai sette – ottocento metri fino al crinale,mentre fino a questa quota predomina il castagno, rinomato sia per la qualità del legname che per le castagne che produce. Il pino larice è diffuso un po’ ovunque mentre il faggio predomina alle alte quote: sono presenti anche alberi esotici come l’abete americano; il sottobosco è ricco di innumerevoli specie vegetali come ginestra, ginepro, erica, felce, agrifoglio, alloro, lamponi, mirtilli,ecc. L’articolata conformazione geografica su cui si estende la foresta, oltre al divieto assoluto di caccia, ha favorito lo sviluppo di una abbondante e varia fauna selvatica: sono presenti volpi, faine, tassi, daini, caprioli, scoiattoli, cinghiali,poiane, gufi e molti altri mentre nei limpidi ruscelli si possono trovare le trote anche queste, però, protetto da un assoluto divieto di pesca. Fra i luoghi particolarmente suggestivi da poter visitare in questa foresta, suggeriamo le Cascate del Vicano, corso d’ acqua che nasce poco sotto il rifugio Secchiata, a 1300 metri di altezza, con la dominazione di Fosso dei Bruciati, e che forma numerose e belle cascate a causa della forte pendenza della montagna e il Lago del Bifolco, costituito da un sbarramento sul Fosso del Bifolco, oltre naturalmente allo splendido Arboreto.

L’ Abbazia
Preceduta da una grande vasca costruita nel 1790, l’Abbazia, posta a 958 m. s.l.m., si presenta in tutta la sua imponenza: è circondata da mura interrotte da un grande bastione, da una torre quattrocentesca e da un campanile del Duecento; qui ha sede la Congregazione dei Monaci Vallombrosani fondata da Giovanni Gualberto (985 – 1073, canonizzato nel 1193) della nobile famiglia fiorentina dei Visdomini. La Congregazione vallombrosana è una ramificazione dell’ordine benedettino e nacque dell’ XI sec. appunto su iniziativa di San Giovanni Gualberto, patrono non solo di Vallombrosa ma anche di tutti gli appartenenti al Corpo Forestale dello Stato, come riforma monastica ispirata alla fusione di due ideali religiosi diversi: il cenobitismo benedettino, impegnato nella lotta alla simonia, e l’eremitismo, che movendo dalla purezza della vita contemplativa, rifiutava ogni compromesso con il mondo. Monaco benedettino del Monastero di San Miniato a Firenze, Giovanni Gualberto si ritirò con pochi seguaci a Vallombrosa, allora detta Acquabella, e dette inizio alla congregazione ispirata alla regola benedettina nella solitudine della foresta. Era nato nei pressi di Firenze da una nobile famiglia e malgrado una educazione marcatamente religiosa, la sua gioventù fu contraddistinta da dissolutezze d’ ogni genere. Fu una esperienza sconvolgente a cambiare la sua vita: un parente assassinò suo fratello. Giovanni giurò vendetta e si mise alla ricerca dell’ omicida. Quando però gli fu davanti e costui gli si gettò ai piedi, in preda al terrore, Giovanni lo perdonò. Secondo la tradizione Giovanni sarebbe entrato poi in una chiesa e avrebbe visto Gesù che dalla croce abbassava la testa verso di lui. Dopo questa esperienza Giovanni, diciottenne, maturò la decisione di farsi monaco. Nel 1013 entrò nel monastero benedettino di San Miniato, nei pressi di Firenze, dove trascorse quattro anni. Dopo essere rimasto qualche tempo anche nel monastero di Camaldoli, si ritirò nel 1030 in un eremitaggio solitario dove costruì un monastero per sé e per alcuni compagni animati dalle medesime intenzioni. Giovanni dette alla comunità una regola da lui redatta e basata sulla continuazione benedettina. Il monastero era sorto in località Vallombrosa e la nuova congregazione fu detta dei Vallombrosani. Giovanni aveva previsto una rigorosa separazione tra i monaci veri e propri e i fratelli cooperatori. I monaci non potevano mai lasciare il monastero ed erano i fratelli cooperatori a recarsi all’ esterno per tutte le necessità. Giovanni Gualberto morì a Passignano, vicino Tavarenelle Val di Pesa, il 12 luglio 1073 e fu sepolto nella chiesa del locale monastero. Fu canonizzato nel 1193 da papa Celestino III: la chiesa lo commemora il 12 luglio, giorno della sua morte. Tornando all’Abbazia, si può notare come la severa facciata settecentesca sia preceduta da un piazzale cinto da alte mura cui si accede da un cancello in ferro battuto: la facciata è opera di Gherardo Silvani che proseguì una fase costruttiva iniziata del Cinquecento da Alfonso Parigi. Si attraversa, poi, un portale e si entra in altro atrio che presenta un chiostro che preannuncia l’ingresso della chiesa:sopra la facciata di questa si trova una statua della Madonna Assunta, ai cui lati si trovano lo stemma della Famiglia Medici e lo stemma di Vallombrosa ( un bastone appuntito a forma di Tau ) : sul lato sinistra della porta d’ ingresso si trova la statua di San Giovanni Gualberto. La chiesa, a croce latina tipica delle strutture dell’ ordine vallombrosano, con la cupola sorretta da otto colonne ioniche, è prevalentemente barocca anche se conserva ancora le mura perimetrali della costruzione romanica del 1224 – 1230. La volta della navata è rivestita di affreschi eseguiti nel 1750 da Giuseppe Antonio Fabbrini, lo stesso che ha eseguito l’affresco nella cupola e le virtù (Carità, Speranza, Fede ) nei pinnacoli della stessa. Al centro della navata ci sono due altari con grandi affreschi mentre a sinistra della crociera si apre la cappella di San Giovanni Gualberto, contenente il reliquiario con il braccio del santo, mentre il corpo si trova nella abbazia vallombrosana di Passignano, piccolo e bellissimo borgo sito nelle vicinanze di Tavarenelle Val di Pesa. Dietro l’altare maggiore si trova il coro ligneo del XVI sec., opera di Francesco da Poggibonsi e, dietro ad esso, la tela della Madonna Assunta, opera del Volterrano. A destra della crociera si trovano gli ingressi della sacrestia e del Chiostro del Mascherone.

Il Paradisino –
Seguendo da Vallombrosa la strada che conduce al Secchiata, dopo circa 1 km. sulla sinistra, si trova l’antico romitorio del Paradisino, situato su una roccia che domina la sottostante vallata: dalla sua terrazza si può ammirare uno splendido panorama su Vallombrosa e su una bella fetta di Toscana comprese, in casi di condizioni climatiche particolarmente favorevoli, le vette delle Apuane, così come è raccontato splendidamente nella prefazione al bellissimo libro di fotografie sulle Alpi Apuane di Bruno Giovanetti. Anticamente il romitorio era formato da diverse celle, alle quali si unì nel 1227 un oratorio, fino a che, con successive modifiche, non si è giunti all’ attuale costruzione. Sulla facciata dell’edificio è posta una targa che ricordo il soggiorno che qui fece il grande scrittore inglese John Milton  nel 1638, il quale ricordò Vallombrosa nel suo “Paradise Lost”. Attualmente la costruzione viene utilizzata come sede estiva dalla facoltà di Scienze Agrarie e Forestali dell’ Università di Firenze.
Saltino –
 A distanza di 1,6 km. da Vallombrosa la vegetazione ai apre in una distesa erbosa che preannuncia il Saltino ( m.995), località di villeggiatura sorta tra la fine dell’ Ottocento e la prima metà del Novecento dando inizio allo sfruttamento turistico del Pratomagno e di Vallombrosa: questa stazione climatica dispone di strutture turistiche ben attrezzate, confortevoli alberghi e pensioni di ogni categoria, oltre a numerose ville residenziali e appartamenti offerti in affitto durante il periodo estivo.

Numeri utili
Abbazia di Vallombrosa    055  /  862251        055  /  862074
Ristorante Hotel Moderno località Saltino  055  /  862002

Dal Dizionario Corografico della Toscana
compilato nel 1855 dal Cav. Repetti
Il Dizionario Corografico della Toscana è stato stampato nel 1855 e costituisce la base fondamentale di tutta la storia e la geografia della Toscana: vi sono indicati tutte le città e i paesi della nostra regione in ordine alfabetico; ritengo fare cosa utile pubblicare quello che riporta su Vallombrosa e anche se il linguaggio è quello di 150 anni (tanto per dire non si parla di Toscana ma di Granducato di Toscana) credo che leggere queste righe sia veramente affascinante.
Vallombrosa e Valle Ombrosa nel Val d’Arno sopra Firenze. Badia insigne sul monte omonimo, in origine eremo, sotto il titolo di Santa Maria d’Acquabella sul monte Taborre, compresa nel popolo di S. Andrea a Tosi, che trovasi circa due miglia e mezzo al suo maestro, nella comunità, giurisdizione civile e circa 6 miglia a settentrione di Reggello, diocesi di Fiesole, compartimento di Firenze. Non vi è viaggiatore il quale venendo a Firenze tralasci in estate di recarsi alla Vallombrosa. Il grandioso suo fabbricato che ha nel suo centro una devota, ricca e bella chiesa, il razioso eremo delle Celle, noto sotto il nome di Paradisino, posto appena un quarto di miglio a scirocco della badia sopra un’ erta rupe di macigno, ed il magnifico resedio di Paterno sotto il poggio di Migrale, fanno un imponente contrasto alle cupe foreste che lo circondano, alle verdi praterie e fiori montani sparsi per quei prati ed alle rupi immense di macigno, dalle quali precipitano con eterno rumore le acque del torrente Vicano di S. Ellero; tutto ciò offre al contemplatore di tante maraviglie una tal quale malinconia, un raccoglimento religioso ed una meditazione assai confacente per fornire materia di seria riflessione, siccome la offrì un dì all’Ariosto nel suo “Orlando Furioso” (Canto XXII) e più tardi all’inglese Milton nel suo “Paradiso perduto”. La prima donazione di questo monte fatta da detta badessa di S. Ellero a San Giovanni Gualberto risale all’anno 1039; il quale santo fondatore costruì costassù il primo eremo di S. Maria di Acquabella al quale nel 27 agosto di quell’anno fu fatta la prima offerta di beni da un pio fiorentino. E siccome sul Monte Taborre (oggi detto di Secchieta) nel cui fianco occidentale risiede la badia di Vallombrosa, avevano diritti feudali i conti Guidi del ramo di Battifolle o di Poppi, con atto pubblico del maggio 1068 scritto nel monastero di Rosano, uno di quei conti con la sua consorte contessa Ermellina rinunziarono a San Giovanni Gualberto stesso i loro diritti sul monte Taborre. Alla stessa donazione servì di conferma altra rinunzia fatta nel loro resedio di Strumi il 31 gennaio del 1104 dai conjugi successori, cioè dal conte Guido e dalla comtessa Emilia nella persona dell’abate e cardinale Bernardo degli Uberti successore del defunto San Giovanni Gualberto e capo di quella Santa Congregazione Vallombrosana, e per esso al di lui rappresentante don Teodorico,  proposto della nuova badia, fatta poi in grazia di molte offerte, come cantò l’Ariosto “…Ricca e bella, né men religiosa, e cortese a chiunque vi venia…”. Né debbo tacere della gran contessa Matilde, la quale non solo fu larga di beni donati a cotesta badia, ma che arricchì di privilegj amplissimi tutta la S. Congregazione, presieduta dal pio cardinale Bernardo Uberti. Non starò poi a fare lunghe parole né del monastero, né della bella chiesa, edificati l’uno e l’altra più grandiosi dopo la metà del secolo XV tostochè dell’uno e dell’altra fu fatta descrizione dall’abate Fontani nel suo “Viaggio pittorico della Toscana”; dirò bensì che nel 1640 fu decorata la sua gran facciata dal piombate don Averardo Niccolini da Firenze. Né debbo passare sotto silenzio che fino dal secolo XIII si diede opera alla costruzione dell’eremo delle Celle, noto sotto il vocabolo di “Paradisino”, edificato sulla ripa destra del torrente Vicano di S. Ellero sopra il risalto di una rupe di macigno; il quale poco dopo fu abitato da molti monaci esemplari, fra i quali il beato Giovanni di Catignano, detto per antonomasia delle Celle. Fra i monaci distinti che accoppiarono alla vita contemplativa dell’eremo delle Celle lo studio delle scienze e delle belle arti conterò nel secolo passato il botanico don Bruno Jazzi e don Enrico Hugford, l’ultimo dei quali ripristinò in Toscana l’arte della scagliola. L’insigne badia della Vallombrosa si mantenne costantemente copiosa di monaci esemplari e non meno cortesi fino all’invasione francese del 1808, per opera dei quali rimase presto soppressa, ed il suo locale, chiesa, biblioteca, ecc. dilapidato. Finalmente al ritorno del legittimo sovrano Ferdinando III in Toscana anche la Vallombrosa si ripopolò di monaci del suo ordine, che ritornarono cotesta badia all’antico splendore.

  

                    

 


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La facciata dell'Abbazia

L'Abbazia

Ingresso all'Abbazia

La grande torre dell'Abbazia

La grande vasca davanti all'Abbazia

Lato ovest dell'Abbazia

Aldo e il mitico Dr. Tocci

Aldo, il Dr. Tocci e il maresciallo Moroni
del Corpo Forestale dello Stato

Ancora Aldo e il mitico Dr. Tocci

Romano e il Dr. Tocci

Romano, il Dr. Tocci e il maresciallo Moroni

L'antica cucina dell'abbazia

Ancora l'antica cucina dell'abbazia