La storia del Bottegone

Chiesa di Sant’Angelo a Piuvica a Bottegone

Note Storiche di Aldo Innocenti, scrivi a: innocentialdo52(at)gmail.com
(Rielaborazione del testo “Sant’Angelo a Piuvica” compilato dal Sacerdote Don Carlo Migliorati nel 1931).

Ho intitolato questa ricerca come Bottegone perché non tutti sanno che Sant’Angelo a Piuvica è il nome della parrocchia di Bottegone: ho deciso di mettere le vicende storiche del mio paese anche sul sito internet www.ursea.it (sito di cui sono autore) dopo che ho pubblicato una dispensa, della quale sono in possesso solamente alcune persone, perché ritengo che così molti avranno la possibilità di conoscere la storia del posto dove sono nati e dove abitano. Il linguaggio usato potrà apparire un po’ arcaico, prosaico, ma è bene ricordare che si tratta della rilettura di un testo pubblicato addirittura nel 1931 da parte del Sacerdote Don Carlo Migliorati, l’unico dei numerosi parroci che si sono succeduti a Sant’Angelo (anzi per l’esattezza è stato in parrocchia solamente due anni e come cappellano) che abbia ritenuto utile fare ricerche storiche sulla chiesa locale.
Chiesa di San Michele Arcangelo in Piuvica.  Prepositura – Vicariato del Bottegone – Parroco: Don Pier Giorgio Baronti nato a San Piero Agliana il 21 marzo 1942, ordinato sacerdote il 29 giugno 1966, nominato proposto di Sant’Angelo il 1 aprile 1975. Oratorio: Ponte alla Pergola.

Dal Dizionario Corografico della Toscana del Repetti apprendiamo alcune notizie su Piuvica, S. Angelo a Piuvica e Ponte alla Pergola. Il Dizionario Corografico della Toscana è stato stampato nel 1845 e costituisce la base fondamentale di tutta la storia e la geografia della Toscana: vi sono indicati tutte le città e i paesi della nostra regione in ordine alfabetico; ritengo fare cosa utile pubblicare quello che riporta su Piuvica, S. Angelo a Piuvica e Ponte alla Pergola  e, anche se il linguaggio è quello di 160 anni (tanto per dire non si parla di Toscana ma di Granducato di Toscana), credo che leggere queste righe sia veramente affascinante.

Piuvica già Publica nella Valle dell’Ombrone pistojese. – Contrada che abbraccia tre popoli nella Comunità di Porta Carratica, Giurisdizione Diocesi e tre in quattro miglia a scirocco di Pistoja, Compartimento di Firenze. È una fertile pianura situata fra l’Ombrone, il fosso Dogaja ed il torrente Stella. Una delle più antiche ricordanze di cotesta contrada di Piuvica, già detta Publica, la somministra un istrumento appartenuto al Monastero di S. Bartolommeo di Pistoja, rogato lì 16 dicembre, dell’805, cui assisté per testimone un Walprando di Publica. Più importante ancora è un altra membrana scritta nel giorno 20 agosto 1243, nella quale non solo è rammentata la Comunità di Publica, una ancora è specificata la prediale che a quel tempo pagavano i tre popoli costituenti fino d’allora quel distretto. È una nota autentica scritta dal notaro Riccomino riguardante la Lira, o Decima stata imposta nel detto anno dagli Alliratori deputati dal Comune di Publica onde ripartirne il pagamento fra i tre popoli delle parrocchie di Piuvica; cioè, di S. Angelo, di S. Sebastiano e di Cumungno (sic), ammontante in tutto a lire

La Chiesa di Sant’Angelo a Piuvica a Bottegone nel 1930

794 e soldi 13. Nella contrada di Piuvica, o Publica ebbero signoria i Conti Guidi, siccome apparisce dai più volte citati Diplomi imperiali concessi loro da Arrigo VI e da Federigo II. Riferisce poi specialmente alla chiesa plebana di S. Angelo a Piuvica un istrumento scritto lì 20 febbrajo 1169, col quale donna Massimilla badessa del Monastero di S. Mercuriale di Pistoja diede l’investitura a tre fratelli di tutto ciò che possedeva il monastero predetto, in Piuvica, eccettuate le terre che donna Benedetta badessa sua antecessore aveva donato alla chiesa di S. Angelo a Publica, o Piuvica. Appella alla stessa contrada una sentenza del 1 settembre 1333 pronunziata ad istanza di Gualfreduccio del fu Meo de’ Cancellieri colla quale messer Niccolò da Castel Focognano conservatore della pace, ed uffiziale sopra i beni dei ribelli della città di Pistoja fece cassare dal libro de’ribelli e restituire a Gualfreduccio predetto l’annuo fitto di sette mine di grano che doveva pagargli uno di Publica a titolo di censo per un pezzo di terra posto in Publica stessa, lungo detto l’Ombrone. Fra le tre chiese parrocchiali, o cappelle di Piuvica, quella di S. Angelo fu eretta in pieve in un’epoca per altro posteriore alle bolle pontificie rammentate all’Articolo Diocesi di Pistoja, poiché in un istrumento del 13 giugno 1344 si fa menzione della chiesa di S. Michele a Piuvica come semplice rettoria.Attualmente il piviere di S. Angelo a Piuvica conta per suffraganee le parrocchie di S. Pietro alla Casa del Vescovo e di S. Maria a Canapale. Le altre due di S. Sebastiano a Piuvica, e di S. Maria e S. Biagio a Piuvica sono del pievanato di S. Pietro a Casal Guidi. È compreso nel territorio della parrocchia di S. Angelo a Piuvica il borghetto del Ponte alla Pergola sulla strada regia del Poggio a Cajano a Pistoja, dove fu uno de’ tanti spedaletti per i pellegrini. La parrocchia della pieve di S. Angelo a Piuvica nel 1833 aveva 1019 abitanti. La parrocchia di S. Sebastiano a Piuvica nel detto anno contava 688 abitanti. La parrocchia de’ SS. Maria e Biagio a Piuvica allo stesso anno noverava 671 abitanti.

Ponte alla Pergola nella Valle dell’Ombrone pistojese. È il quarto ponte che cavalca il fiume Ombrone situato sulla strada regia fra il Poggio a Cajano e Pistoja, circa miglia toscane 2 e 1/2 a scirocco della città prenominata, nella parrocchia di S. Angelo a Piuvica, Comunità di Porta Carratica, Giurisdizione e Diocesi di Pistoja, Compartimento di Firenze. Alla testata del Ponte alla Pergola sulla ripa destra del fiume, nel luogo del quale esisteva un ospedale con oratorio dedicato a S. Bartolommeo, si trovano adesso alcune casupole, le quali sono abitate da povera e oziosa gente che soleva fare alle strade orribil guerra innanzi che fosse stabilito costà presso un picchetto di soldati per tenerla in dovere.

La storia del Bottegone è divisa in sette capitoli

CAPITOLO I – PUBLICA

Quel tratto della pianura pistoiese che si estende a destra e a sinistra della Strada Statale n. 66, fra il Ponte alla Pergola ed il Barba, prende il nome di Bottegone, ma dal punto di vista religioso questo territorio si chiama Piuvica. La regione di Piuvica (comprendente i tre popoli di S. Angelo, S. Biagio e S. Sebastiano) è costituita da terreni fertilissimi: dove una volta erano acque morte e stagnanti, oggi sono campi coltivati dove si afferma potente l’opera dell’uomo.

Asilo Santa Margherita e campanile della chiesa nel 1930

Il nome Piuvica, che viene dal latino “Publica”, appare per la prima volta assai presto in documenti ufficiali: esiste un instrumento appartenuto al Monastero di San Bartolomeo in Pistoia, rogato il 6 dicembre 805, in cui si dà per testimone un certo Wolprando di Publica; questa data ci conduce, quindi, al periodo che seguì immediatamente la caduta dei Longobardi avvenuta nel 774. E’ noto che i Longobardi, venuti in Italia nel 568, conquistarono ben presto la Toscana e s’insediarono anche a Pistoia e nel contado, usurpando vasti territori: anche Piuvica divenne loro possesso. Il nome Piuvica deriva da “Publica” (pubblica) e si deve al fatto che questa contrada, come molte altre della Montagna Pistoiese, della Pianura Pistoiese, del Montalbano e della Valdinievole, costituì una proprietà demaniale: bisogna, altresì, rilevare che i possedimenti della pianura pistoiese avevano grandissima estensione; basti dire che nel 937 il re Ugo tolse dal demanio regio, per farne dono alla propria consorte, la regina Berta, una “curtis” del territorio così estesa che comprendeva 500 “mansi” o poderi. Un secondo possedimento demaniale, chiamato “Terra regis”, situato a Pratali fra la Ferruccia e San Sebastiano, appare in un documento compilato il 17 febbraio 1067. Qualche secolo dopo la caduta dei Longobardi, il territorio di Piuvica, che tuttavia dovette conservare il suo carattere di possesso demaniale, fu dato in feudo ai conti Guidi: infatti, mentre “Publica” non appare nell’enumerazione delle “curtes,villae e plebes” donate dall’Imperatore Ottone III nel 998 al vescovo di Pistoia Antonino. Troviamo invece fin dall’anno 1078 nel Libro Croce “Curtis Comitis Guidonis in Publica”. Più tardi il territorio di Piuvica passò in feudo ai vescovi di Pistoia e da questi ai Tedici e ai Forteguerri; ecco il documento che lo afferma: “In nome di Dio, amen, il venerabile fratello signore Guidaloste per misericordia divina vescovo di Pistoia, desiderando d’imitare nel bene le orme dei suoi predecessori e di conservare l’incomparabile tesoro acquistato alla Chiesa Pistoiese dai suoi predecessori, cioè gli amici e vassalli del medesimo Episcopato,con quella cura e con quello zelo che può, per amore e servizio del medesimo Episcopato; e in special modo i nobili e potenti uomini de’ Tedicinghi e Forteguerri, il cui aiuto e consiglio esperimentò fino ad ora fruttifero all’Espiscopato, il feudo concesso ab antiquo ai medesimi nobili dai suoi predecessori, cioè le decime di tutti i possessi che appartennero a detti nobili, ai loro parenti ed anche ai loro vassalli, e di quelli altresì che ora posseggono ed hanno nella Villa di Piuvica della Diocesi Pistoiese; possessi che fino ad ora tennero e possederono le suddette persone: solennemente confermò ai suddetti nobili e ai loro figliuoli e nipoti legittimamente discendenti, previa cognizione e deliberazione; e i medesimi nobili investendo a perpetua stabilità del detto feudo, in segno della investitura porse il pastorale che teneva in mano. E viceversa (Tedicinghi e Forteguerri coi loro vassalli, prestarono al detto venerabile Padre personalmente il giuramento di fedeltà: promettendo che saranno fedeli al detto signor Vescovo e alla Chiesa Pistoiese e ai suoi successori canonicamente eletti.. Fatto in Pistoia …nell’anno 1280 a nativitate, indizione VIII, 2 Marzo” (il documento in latino si conserva nell’Archivio Forteguerri: nell’Archivio Parrocchiale se ne conserva una copia in latino ed una traduzione in italiano). I tre popoli (S. Angelo, S. Biagio, S. Sebastiano) compaiono insieme per la prima volta in un documento del 2 agosto 1243: si tratta di una nota autentica scritta per mano del notaro Riccomino riguardante la “lira”o decima, imposta nel 1243 dagli “alliratori” deputati del Comune di “Publica” onde ripartire fra i tre popoli della contrada la prediale ammontante complessivamente a lire 794 e soldi 13 (interessante rilevare che in questo documento San Biagio a Piuvica è chiamato “comunguo”); raramente compaiono, però, i nomi propri dei tre popoli che vengono identificati per lungo tempo con il nome della contrada “Publica”. Anche nella bolla di Papa Onorio III, datata a Roma il 7 luglio 1218, ove si delimitano i confini della diocesi pistoiese, i tre popoli di S. Angelo, S. Biagio e S. Sebastiano, che pure vivevano di vita propria, sono indicati con il nome della contrada “Publica”; questo fatto è sicuro indice della poca importanza che allora avevano i tre popoli. La popolazione doveva essere piuttosto scarsa se nel 1680 Sant’Angelo aveva 526 abitanti quanti potevano essere gli abitanti intorno al Mille? Ampi tratti di terreno erano sommersi dalle acque o coperti da boschi tanto che in un documento del 1080 si ha notizia di una “Silva de Paciana et Runco” che doveva rimanere fra Badia e Piuvica e, inoltre, la chiesa di San Biagio ha continuato a chiamarsi fino quasi ai nostri giorni “Piuvica in Selva”; anche la piccolezza delle antiche chiese della contrada di Piuvica (ampliate in secoli assai vicini a noi) fanno pensare ad un contado piuttosto spopolato. Nella prima metà del secolo X Piuvica, come le altre terre del contado Pistoiese, ebbe a soffrire assai delle incursioni di Ungheri e Saraceni: per porre riparo a tanta calamità signori e popolazione innalzarono castelli e torri a e anche in Piuvica stessa sorse un castello. Con il passare dei secoli anche Piuvica andò acquistando una certa importanza: intorno al 1300 infatti nella Villa di Piuvica si avevano due consoli, nominare i quali era privilegio della famiglia Tedici di Pistoia: quando però questa famiglia nel 1333 fu bandita dalla città, il diritto di nomina passò al Comune di Pistoia, pur rimanendo integra la giurisdizione che Forteguerri e Marratici avevano sulla contrada.

CAPITOLO II – COL FERRO E COL FUOCO

Piuvica soffrì molto per le lotte dei Bianchi e dei Neri che prima e dopo il 1300, per parecchi lustri, agitarono Pistoia: a causa di tali lotte la città perse la propria indipendenza e fu asservita alla vicine rivali Firenze e Lucca che imposero con le armi la loro volontà; quante volte Pistoia vide eserciti nemici fuori e dentro le sue mura e a quanti stragi e devastazioni dovette assistere. In tutte queste lotte ebbe a soffrire molto anche il contando: il territorio di Piuvica fu uno dei più provati data la sua vicinanza alla città. Carlo di Valois, venuto in Toscana come

Il centro di Bottegone nel 1930

pacificatore, fece la sua prima apparizione presso Pistoia nell’agosto 1301: tre mesi dopo compariva a Montemagno insieme ai Lucchesi per muovere alla conquista della città, il tutto si ridusse, però, ad una scorreria per le campagne di Montemagno e Casalguidi ove fu seminato terrore e devastazione. Nella primavera dell’anno seguente un simile flagello si abbatteva proprio su Piuvica: Fiorentini e Lucchesi si erano nuovamente alleati contro Pistoia e mentre i Fiorentini, passando per Cecina e Montevettolini, scesero a Casalguidi ove si fermarono i Lucchesi giunsero presso l’Ombrone e si accamparono al Ponte alla Pergola; era il mese di giugno. I fiorentini iniziarono subito le devastazioni e i saccheggi che continuarono ancora per alcuni giorni, poi partirono e, preceduti dai Lucchesi, andarono ad accamparsi a Bonelle e qui si trattennero per un mese perché non osarono assalire Pistoia, allora troppo fortificata, per cui si allontanarono dopo aver percorso le campagne circostanti depredando e incendiando. Pistoia sostenne due assedi, nel 1303 e nel 1305 e quest’ultimo, che durò ben undici mesi, si concluse con la sua resa: anche le campagne circostanti dovettero subire devastazioni e saccheggi. Fece sperimentare ai Piobbichesi la sua ferocia anche il grande capo ghibellino Castruccio Castracani degli Antelminelli: egli mirava a conquistare Pistoia e nel 1320 marciò contro la città ma a San Baronto fu sconfitto e dovette ritirarsi a Montevettolini, da dove si recò a Vinci, quivi chiamato da Lippo d’Anchiano; dopo alcuni combattimenti vittoriosamente sostenuti, valicò il Montalbano e, puntando su Piuvica, si diresse verso Pistoia. Qui signoreggiava Pino della Tosa, il quale andò incontro al conquistatore con molti armati verso lo Sperone ma, quando gli venne annunziato che Castruccio si stava avvicinando con un forte esercito, ritenne più sicuro ritirarsi in fretta in città; Castruccio, allora, ripiegò su Piuvica ove passò la notte. Avendo saputo che qui, in una fortezza costruita da poco tempo da una abitante del posto, si erano rinchiusi molti Piuvichesi, intimò la resa: non fu obbedito ed egli sfogò il suo odio occupando la fortezza e tagliando a pezzi i fieri contadini che gli avevano opposto la più strenua resistenza. Dove si trovasse questa fortezza non è certo: in altre circostanze si accenna ad una Villa di Piuvica dove risiedevano i Consoli del Comune di Pistoia e non è certo se questa definizione interessasse l’intera contrada oppure una località con questo preciso nome. Infatti in San Biagio di Piuvica sorge una località chiamata La Villa (si trova all’incrocio fra via del Crociale e via Lungagna) e qui esisteva una costruzione assai robusta ed ampia, abitata da più famiglie, che era appartenuta (con annesso podere) all’Opera di San Iacopo: ce lo dice per certo una vecchia iscrizione che rimaneva in una stalla e che doveva, un giorno, essere all’esterno. In un muro di recente costruzione si vede sopra una pietra la data 1526; le cifre però sono state incise da poco perché la costruzione è sicuramente antecedente a questa data. Dopo l’assalto e la carneficina compiuta, Castruccio abbandonò il territorio di Piuvica e si diresse verso Serravalle, ma una nuova e più terribile distruzione dovette subire la contrada nel 1325 quando i Fiorentini inviarono un grande esercito, guidato da Raimondo di Cardona, contro Pistoia dove, ormai, per il tradimento del Tedici, signoreggiava Castruccio. La città non fu riconquistata ma furono, invece, devastate le campagne: l’esercito fiorentino, che niente aveva da invidiare alle orde di Attila, percorse per lungo e per largo il contado pistoiese, assalì castelli e ville, incendiando e saccheggiando, seminando ovunque terrore e morte; Agliana fu arsa per prima, la stessa sorte toccò subito dopo a Piuvica e più tardi a Badia a Pacciana, Santomato, Artimino, Tizzana fino a che questa orda devastatrice, passata in Lucchesia, non fu completamente distrutta da Castruccio ad Altopascio.

CAPITOLO III – LOTTE FRATRICIDE

Intorno al 1500 Pistoia fu nuovamente agitata dalle discordie civili: ne fu causa la rivalità fra le due potenti famiglie dei Panciatichi e dei Cancellieri ed occasione la nomina dello spedalingo di S. Gregorio con tutta la città che si divise in due partiti ferocemente ostili ed ogni giorno erano scontri sanguinosi, uccisioni, rappresaglie, devastazioni, incendi; nel 1500 e nel 1501 proprio a Sant’Angelo a Piuvica si ebbero gli episodi più gravi e più feroci. I Panciatichi erano stati cacciati da Pistoia e se ne stavano nei castelli del contado preparando armi e fortificazioni, facendo scorrerie per le campagne, depredando, incendiando, facendo prigionieri, commettendo ogni sorta di crudeltà: i territori più provati

La zona delle scuole a Bottegone nel 1930

erano Tizzana e Piuvica. Al Ponte alla Pergola, come a Bonelle, costruirono un bastione, fortificarono la chiesa e il campanile di Sant’Angelo, la chiesa di San Sebastiano, la Magia, la Ferruccia e il Santonovo e nei punti strategici posero grosse guarnigioni pronte all’offesa e alla difesa. Il 19 ottobre 1500 si mosse da Pistoia, a bandiere spiegate, un esercito di parte cancelliera, forte di quattromila uomini, munito di artiglierie, protetto e fiancheggiato dalla cavalleria: l’esercito si divise in due parti, una, formata quasi tutta da Bolognesi e guidata da Giovan Paolo Taviani, da Vincenzo suo fratello, da Camillo Tonti e, principalmente, da Cesare Benvoluti e da Giovan Piero, suo fratello, doveva assalire il Ponte alla Pergola, l’altra, condotta da Antonio Bracali, Antonio Carafantoni e da altri cittadini ,doveva assalire Bonelle. Un’altra schiera di 500 uomini, guidata da capitan Zagaglia e da capitano Antonio di Belluccio, tutti e due dei Gherardini di Montale, se ne stava in agguato sulla via Pratese presso Agliana, pronta ad assalire i Panciatichi se nella fuga si fossero avventurati da quelle parti. Dato il segno della battaglia con un colpo di artiglieria, i Cancellieri assalirono il Ponte alla Pergola ed espugnarono i due bastioni anche per la poco resistenza incontrata: per dar segno a Pistoia della vittoria incendiarono l’ospedale che c’era al Ponte alla Pergola. Volevano, poi, impadronirsi anche della chiesa di Sant’Angelo, ma fu loro impedito da Bartolomeo di Niccolao Cellesi, uomo tanto coraggioso quanto versato nell’arte della guerra. Contro di lui combatterono a lungo e finalmente ne ebbero ragione: essendo disgraziatamente caduto sotto il cavallo, fu preso e disarmato da Bati de’ Merli e dal Mancino de’ Mati, quindi, perché scontasse tutte le uccisioni compiute contro i Cancellieri, venne ricoperto d’ogni sorta d’ingiurie e finito a colpi di spada e decapitato. La sua testa, portata in città sopra un’asta, fu tenuta per tre giorni sopra l’architrave del pozzo della Sala, facendosi grandissime feste, con suoni e canti, per tutte le contrade; i Panciatichi furono presi da tanta indignazione per questo fatto che decisero di fare aspra vendetta e i vari eserciti dei Cancellieri, da loro più volte sconfitti, dovettero ritirarsi al sicuro in Pistoia. Nuovamente i Panciatichi rimasero padroni incontrastati della pianura ove commettevano infinite crudeltà: i Cancellieri, chiusi in città, erano preoccupati e temevano continuamente di essere assaliti e sopraffatti; per sventare questo pericolo, con danaro sacrilegamente ricavato dalla vendita di cose sacre, misero insieme un grande esercito, accogliendo fuoriusciti e cavalieri bolognesi, pratesi, della Valdinievole e, soprattutto, pistoiesi della città, del contado e della montagna e a questo esercito, che contava non meno di duemila uomini, non mancavano né armi, né artiglierie, né munizioni. Il 5 febbraio 1501 (festa di Sant’Agata) la maggior parte di questo esercito di diresse verso Sant’Angelo fermandosi alla Pergola: solo una piccola parte di armati, uscendo da Ciliegiole, si diresse a Casalguidi, Montemagno e Santonovo. L’esercito fermo al Ponte alla Pergola attese l’arrivo da Pistoia di Cesare Benvoluti che era stato a difesa della Badia a Pacciana: giunto questi con un centinaio di fanti, l’esercito sotto la sua guida si mosse; l’ordine era di conquistare il Cassero dei Forteguerri, luogo fortificato in Piuvica, S. Sebastiano e S. Angelo. In quest’ultima località proprio in quel giorno si celebrava con straordinaria solennità e grande concorso di fedeli la festa di S. Agata e qui si diresse l’esercito di parte cancelliera. I Panciatichi non se l’aspettavano ma resistettero strenuamente,  però, essendo in piccolo numero (solo ventotto), furono presto sopraffatti: i Cancellieri, entrati in chiesa con la forza, la spogliarono d’ogni bene, la devastarono e vi appiccarono il fuoco; lo stesso fecero alla sacrestia e, mentre il fuoco compiva la sua opera, alcuni soldati salirono sul tetto della chiesa per raggiungere diversi armati che si erano rifugiati sul campanile. I Panciatichi avevano combinato con i loro compagni dispersi nei diversi luoghi fortificati della pianura di fare un segnale con un lenzuolo legato in cima ad un’asta in caso di bisogno: il momento era venuto, il pericolo era estremo e la sorte disperata. Il segnale fu fatto e venne immediatamente raccolto dagli armati del cassero dei Forteguerri che, in numero di 400, con a capo Franco Gori, si misero subito in marcia verso Sant’.Angelo passando dal Ponte alla Pergola: l’impresa era rischiosa perché si trattava di andare a combattere contro duemila armati già padroni della situazione. La morte era quasi certa per cui Franco Gori volle che solo quelli che erano pronti a tutto, anche a morire, lo seguissero: dei quattrocento ben trecento si dichiararono pronti a seguirlo. Prima di partire fecero una breve preghiera e si misero in marcia verso Sant’Angelo: ecco come viene narrato l’episodio nei testi dell’epoca. “Franco Gori, alla cappelletta della vergine al di qua del Ponte della Pergola, nella via maestra, disse loro (ai soldati n.d.a.)
“Quello, che vuole venire a soccorrere questi nostri assediati, e stretti nel campanile di S. Angelo, e che è buono ,e vero Panciatico, e tiensi valente,venga; ma a chi per viltà non basta l’animo di combattere, non passi questo segno, e si rimanga a guardia della tenuta – e con un’asta ch’ei teneva in mano, fece un segno in terra, che da una all’altra banda la strada intraversava.
Delli detti 400 fanti, circa 300 de’ migliori volontari si esibirono di andar seco alla vita, e alla morte, il che vedendo il Capitano, ne prese tanto conforto che ripieno anche di grande speranza, seguitò a dire
“Iddio e S. Angelo Benedetto, e l’Avvocata nostra ,e della nostra città, S .Agata gloriosa, che hoggi è la sua festa, e S. Iacopo nostro Protettore ci aiuteranno, perché noi andiamo per difendere, e non per offendere, si che padroni miei e fratelli maggiori ,e cari, siate valenti; mostrateli viso a’ nemici spregiatori di Dio, e de’ suoi Santi, che io spero che noi libereremo questi assediati, e avremo vittoria; e che Sant’Angelo sarà dalla nostra, perché vedendo noi abbruciare la Chiesa, e Sagrestia, giusto è che noi la difendiamo, e soccorriamo, si che coraggiosamente nel nome di Gesù Cristo”
Dette queste parole, il capitano fu il primo a scalzarsi, al cui esempio l’istesso fecero tanto contadini, che cittadini eccetto un contadino solo, che se bene fu di ciò preso, non volle mai scalzarsi, e così essendo tutti scalzi, e a ginocchia nude sopra la terra, dinanzi a detta immagine della Vergine, il capitano soggiunse
“E’ ben fatto andare scalzi, perché guerreggiando noi per Iddio, e per i suoi Santi, doviamo andare con Humiltà, e far conoscere, che la vittoria non sarà conseguita da noi per le nostre forze, ma con il loro aiuto, e patrocinio, del quale acciò noi siamo favoriti, diciamo un Pater Noster ,e un’Ave Maria”
Così avanti e dopo a questa breve orazione, baciata la terra, si abbracciarono insieme l’un l’altro, e si baciarono, dandosi la fede da buoni cristiani, e da veri, e fedeli Panciatichi di non abbandonarsi mai finchè avessero vita, quando appena mossi per andare in ordinanza ad attaccar la battaglia, odono la voce come di un fanciullo, che augurando loro felice evento, grida assai forte, e dice
“Vittoria, vittoria, vittoria; Panciatichi, Panciatichi, Panciatichi; Franco, Franco, Franco”
alla quale con tutto ciò non poser mente, per essere, in tutto, e per tutto a tal fazione intenti – E’ evidente che le parole di Franco Gori, per quanto sostanzialmente vere, o verosimili, sono di narratori posteriori. Alle parole poi misteriosamente echeggiate alla partenza dei Panciatichi per S. Angelo non c’è da prestare affatto fede, è certamente una invenzione dovuta all’entusiasmo dei vincitori di S. Angelo. I Cancellieri, visti i Panciatichi, lanciarono contro di essi urla feroci: carne, carne! ammazza, ammazza! I Panciatichi non si scoraggiarono: tanto più rischiosa l’impresa, tanto più grande il loro ardimento. Con tale impeto si lanciarono contro i Cancellieri che in mezz’ora ottennero la più completa vittoria: trecento ardimentosi decisi a tutto disfecero un esercito di duemila armati; dei cancellieri circa 150 rimasero uccisi, dei Panciatichi uno solo (quest’unico di parte panciatica rimasto ucciso sarebbe quel contadino che non volle scalzarsi alla Pergola). Fra i morti di parte cancelliera ci furono: Raffaello Matteschi, Rossino Fioravanti, Filippo Dondoli, Andrea Boni, Vincenzo Taviani, Nofri Ferretti, un figlio di Stefano Tonti, Arcangelo Grandoni, Meo di Simone, Prete Nanni da Gualfetta, Giovanni Carrettino, Andrea Ciati e molti altri di nobile lignaggio. I corpi degli uccisi furono spogliati e rimasero insepolti per sei giorni poiché gli abitanti di S. Angelo non permisero che fossero portati via dalle rispettive famiglie se non dietro pagamento di 3 o 4 ducati; molti furono anche i prigionieri di parte cancelliera e fra questi Lapo Bonaccorsi, Nofri Dondoli, Bello Bellocci. Cesare Benvoluti, venuto in aiuto dei Cancellieri con cento fanti, fu impiccato penzoloni al campanile: egli fu una delle cause della sconfitta perché prima di attaccar battaglia doveva attendere Capitan Zagaglia che proveniva da Agliana ma, sperando nella immancabile vittoria, per ricoprirsi di gloria volle incominciare subito le ostilità; invece che alla vittoria condusse tante fiorenti gioventù al macello e scontò la sua colpa penzolando dal campanile. Una sorte non dissimile toccò a Niccolao di Anton Maria Ambrogi: fatto prigioniero, fu rinchiuso nel Cassero dei Fortegueri in Piuvica da alcuni che speravano di ottenere un buon riscatto, ma Tommaso Panciatichi,  per vendicare l’uccisione di suo padre, lo fece tagliare a pezzi. La battaglia di S. Angelo tanto riempì di esultanza i Panciatichi quanto amareggiò Cancellieri: questi ultimi, oltre la perdita di tanti uomini (uccisi o fatti prigionieri) lasciarono nelle mani dei vincitori armi e munizioni, una bandiera, delle artiglierie e i resti dell’esercito sconfitto di dispersero qua e là per la campagna mentre un drappello si diresse alla strada maestra e,  protetto dai cavalieri di Iacopo Malocchi, raggiunse Pistoia. Contemporaneamente i Panciatichi vincitori si diressero vero il Santonovo ove l’altra parte dell’esercito dei Cancellieri faceva stragi e ruberie: per riuscire a coglierli di sorpresa ricorsero all’inganno, dispiegando una bandiera di parte cancelliera presa a Cesare Benvoluti, ma l’astuzia non riuscì; Antonio Aldobrandi e Antonio Bracali, che già sapevano della disfatta dei loro compagni, stavano bene in guardia e, all’approssimarsi dei Panciatichi, si ritirarono in fretta entro le mura di Pistoia. Non si può dire quanti pianti e quanti lamenti si udirono in quei giorni in città: ma tutto questo non servì da insegnamento perché le lotte continuarono ancora con alterne vicende, specie sulla Montagna Pistoiese, dove più feroci arsero gli odi partigiani; anche nella pianura si ebbero vari episodi come nel 1502 quando si ebbe uno scontro fra Cancellieri e Panciatichi alla Pergola, ma, rimanendo questi sopra un argine dell’Ombrone, quelli sopra l’altro, tutto finì senza grave spargimento di sangue.

CAPITOLO IV – LA CHIESA

A che anno risale la fondazione della Chiesa di S. Angelo? Non lo sappiamo. La traccia del dominio longobardo nel territorio di Piuvica e il titolare S. Michele Arcangelo (le chiese che hanno questo titolare sono le più antiche: la devozione a S. Michele era molto sentita dai Longobardi; nei tempi antichi tre chiese nella città di Pistoia e non meno di quattordici nella campagna furono dedicate al glorioso Arcangelo) farebbero credere che la chiesa risalga al tempo dei Longobardi o, più probabilmente, al periodo che seguì la caduta di questo regno. Il Libro Croce parla della Curtis Comitis Guidonis esistente in Publica nell’anno 1078: è da credere che questa Curtis avesse il suo servizio religioso e,  quindi, un luogo destinato al culto; forse in principio si trattò di un semplice oratorio dedicato a San Michele che poi, in seguito ampliato, divenne la chiesa di Sant’Angelo, da cui si staccarono le altre chiese di S. Biagio e S. Sebastiano. Certamente la prima a sorgere fu la Chiesa di Sant’Angelo,  come è dimostrato dalla sua antichità, dalla maggiore importanza di cui sempre godette e dal possesso del fonte battesimale a cui furono portati, fino a circa il 1800, i battezzandi da S. Sebastiano, S. Biagio, Masiano, Ramini, San Pierino, Canapale, Badia a Pacciana (il primo libro dei nati risale al 1555). Una tradizione che, però, non è stata suffragata da alcun documento, fa risalire la fondazione della chiesa

La Chiesa di Sant’Angelo oggi

intorno all’anno 1150, ai tempi cioè di S. Atto (a questa tradizione accenna una breve memoria del Proposto Vincenzo Sensi conservata nell’archivio parrocchiale) può darsi che questa data approssimativa si riferisca alla non costruzione della chiesa ma alla costituzione della parrocchia; infatti in questo tempo si parla di dotazioni fatte alla chiesa di S. Angelo. Un instrumento del 20 febbraio 1169 ci fa sapere che donna Massimilla, badessa delle monache di S. Mercuriale in Pistoia, diede a tre suoi fratelli l’investitura di tutto ciò che il monastero possedeva in Piuvica, eccettuate le terre che donna Benedetta aveva donato alla chiesa di S. Angelo (nel 1717 le monache di San Mercuriale possedevano ancora alcune terre e case a Sant’Angelo). Il 2 marzo 1280, un secolo dopo circa, il Vescovo Guidaloste Vergiolesi confermò il possesso di alcune decime alla Chiesa di S. Angelo e di S. Sebastiano: “I rettori delle chiese di S. Angelo e di S. Sebastiano che ora sono in Piuvica e che saranno pro tempore abbiano e ritengano il possesso delle suddette decime, come ora hanno e meglio e con maggior pienezza ebbero nei tempi trascorsi….” (queste parole sono tolte dall’instrumento, già citato, con cui il Vescovo Vergiolesi, confermava il feudo di Piuvica ai Tedici e Forteguerri; la famiglia Forteguerri, tanto benemerita in ogni tempo, conserva ancora il patronato della Chiesa, mentre i Tedici persero ogni privilegio fino dal 1331). In questo tempo la chiesa doveva avere poco importanza, mentre nelle bolle dell’epoca non figura tra le debes nel 1280 il parroco porta il titolo di rector, titolo che sussiste ancora nel 1372 e che rimane fino al 1638. Anche la primitiva chiesa doveva essere proporzionata all’importanza del popolo e al numero dei fedeli: come era questa chiesa? Quali trasformazioni ha subito? Non lo sappiamo. La chiesa, quale oggi la vediamo, è preceduta da un bellissimo loggiato fatto a proprie spese dal Pievano Andrea Franchi verso il 1645 (questa notizia è contenuta nella memoria, già menzionata, del Proposto Vincenzo Sensi per quanto nessun cenno si trovi nell’Archivio Parrocchiale, però è sicura: basti considerare che lo stemma Franchi figura sul loggiato e sulla porta della chiesa); il loggiato è di stile settecentesco, con pilastri e colonne in pietra serena, dalla linea sobria e elegante. Sulla parete della chiesa, in alto, è affrescata la vita di S. Agata: opera di ignoto autore e di scarso valore artistico; nel 1920 è stato posto il monumento ai Caduti sotto il loggiato di cui è stata decorata la volta :peccato che monumento e decorazione siano in così stridente contrasto di stile (l’epigrafe ai Caduti fu dettata dal sacerdote prof. A. Pisaneschi). L’interno della chiesa, settecentesco, è bello e potrebbe essere assai più bello se le proporzioni fossero più armoniose e le pareti più sgombre. La chiesa fu consacrata il 9 novembre 1682 dal vescovo Gherardo Gherardi essendo Pievano Santi Fagioli: il segno caratteristico delle chiese consacrate (le croci sulle pareti) scomparve negli ultimi restauri; in più punti se ne vedono però le tracce. Dalla consacrazione della chiesa ci parla una iscrizione posta sopra la porta nella parte interna della chiesa che dice
“Ecclesiam hanc Archangelorum Principi dicatam – Gherardus de Gerardis Epus Pistorien,et Praten. – V idus novembr 1682 solemni ritu consecravit – Anniversar: um vero Festum XL,Annor.m indulg: a cumulatum – Postero die statuit – Sancte de Fagiuolis Piebano”
Nella memoria citata del Proposto Vincenzo Sensi si legge che S. Angelo ebbe due pievani Nanni, uno dei quali, Bartolommeo, che resse la chiesa dal 1763 al 1782; nel 1700 il pievano era Santi Fagioli. Bisogna, altresì ricordare che Santi Fagioli negli anni precedenti aveva trasformato la chiesa nelle forme attuali rialzandola e costruendo la volta. Il bel battistero in pietra serena fu fatto anch’esso da Santi Fagioli, che fece pure nel 1696 il piccolo altare di Sant’Antonio: sul battistero è lo stemma Fagioli, la luna e tre stelle nella scritta “In tenebris lucent”; nella parte inferiore dell’altare di S. Antonio, oltre lo stemma, si legge: D.O.M.- ac – Divo Antonio Gratiarum Sancto – Sanctes de Fagiuolis huius Eccl:Pleb: – earundem non immemor – Devozione motus – hoc altare erigi – Anno D. MDCXCVI . L’organo è stato restaurato all’inizio del Novecento e quasi completamente sostituito: il primitivo era della nota ditta Agati – Tronci. Si ignora quando e da chi siano stati fatti i due altari laterali del Rosario e di S. Agata: quello del Rosario esisteva già nel 1652 ed era, anche allora, privilegiato mentre il secondo ha una tela assai pregevole; la statua di S. Agata, in pietra tinta a colori, è veramente bella e ricorda con la sua posa estatica le figure del Perugino ed è certamente antica e di squisita fattura. Le due cappelle laterali, così diverse per stile dal resto della chiesa, furono costruite dal Pievano Bartolommeo Nanni per supplire ai bisogni della crescente popolazione: ï due altari di marmo, di Nostra Signora e di S. Giuseppe, furono fatti con le oblazioni dei fedeli nel 1883. Per lungo tempo la chiesa non ebbe coro: fu Giovan Battista di Niccolò Forteguerri, canonico della Cattedrale di Pistoia e patrono della Chiesa che nel 1646, mentre era Pievano Andrea Franchi, aprì il grande arco del campanile e, costruita la cappella, vi pose nel fondo l’altar maggiore: questo è in pietra con qualche intarsio di marmo e porta ai lati lo stemma dei Forteguerri (n.d.a. si tratta dell’altare che ora non c’è più sostituito da quello attuale dopo il Concilio Vaticano II). La sacrestia con il lavabo ed il confessionale fu costruita nel 1685 dal Pievano Santi Fagioli: la sacrestia che già esisteva (costruita dal Pievano Giusto Ranfanti di Cutigliano) venne demolita; nella volta della sacrestia si legge, sotto lo stemma Fagioli
“Anno ab urbe redempto MDCLXXXV – Plebanus Sanctes de Fagiuolis – aere proprio iterum a fundamentis excitavit – una cum domo superiori – In apmpliorem et nobiliorem quam cernis formam iampridem erectum – Sacrarium hoc a Just. de Ranf. Ple.”
Il nome del Ranfanti si legge anche sulla porta della sacrestia nella seguente iscrizione
“Justi de Ranfantibus a Cutiliano Plebani – sumptibus – Sacrarium a fundamentis excitatum – et exernatum – A.D. MDCXXX –
Anche la porta che fa simmetria con questa fu fatta al tempo del Ranfanti a spese, però, di Sebastiano Dani. Ce lo ricorda l’iscrizione
“Sebastiani Danij sumptibus – Justo Ramfantis Plebano – A.D. MDCXXXX”
L’attuale compagnia era, una volta, la cappella di S. Agata: il vecchio altare è in pietra e ha sopra una discreta tela raffigurante il martirio della Santa. Chiesa e compagnia servirono, un tempo, come altrove per la tumulazione dei defunti; diversi erano i sepolcreti: quello dei Biagini, quello della Compagnia di S. Agata (posto in compagnia), quello dei fanciulli (pure in compagnia), quello dei Cappellini, quello dei Capecchi (che rimaneva sotto il pulpito), quello dei Dani (che rimaneva a destra dell’ingresso della chiesa), quello dei sacerdoti. La sepoltura Dani fu costruita nel 1641 da Sebastiano di Santi Dani, uomo piuttosto facoltoso: il 2 maggio 1640 ne fece domanda al Vescovo assicurando che il sepolcreto sarebbe stato di ornamento alla chiesa e promettendo che in più avrebbe costruito una porta in pietra; la grazia fu concessa e nel 1641 furono edificati sepoltura e porta (quella accennata che immette nel campanile); pure da un Dani fu costruito il sepolcreto per i sacerdoti: sulla lapide in marmo si legge
“Sacer.b.sibi et Clericis Sacerdos Dani domum hanc perpetuam posiut A.D. 1718”
L’infelice doveva rinnovarlo in quello stesso anno poiché venne ucciso tragicamente di notte da ignori e sacrileghi assassini. Nel 1855 una epidemia di colera mietè a S. Angelo oltre 50 vittime: i defunti si seppellirono anche sotto il loggiato; quando, però, alcuni ani dopo il pavimento si guastò in più parti uscivano dalle tombe e dai sepolcreti tali esalazioni pestilenziali, specie nelle afose giornate d’estate, che il Comune di Porta Carratica dovette costruire nel 1872 l’attuale cimitero: alla costruzione di questo contribuirono anche i popolani (le donne con una treccia). Alla chiesa è unito il campanile: anche questo è stato rialzato e consta di due parti distinte ben visibili internamente dall’accenno dell’antica volta in mattoni; è da credere che il campanile sia stato rialzato dopo la chiesa, quindi dopo il 1700. Lo stemma Manni, che si scorge internamente, farebbe credere che il campanile sia stato rialzato dal Pievano Manni: lo stemma Manni porta tre stelle in alto e in basso, una mano con tre dita chiuse e due (il pollice e l’indice) aperte. Un tempo il campanile era merlato così che presentava l’aspetto di una torre quadrata e massiccia: in seguito i merli scomparvero sostituiti da un attico poggiante su piccoli archi gotici: la campane, che danno un suono grave ed armonioso, sono state messe su travi di ferro nel 1931; la maggiore fu rifusa nel 1912, la mezzana nel 1772,  la più piccola fu fatta a spese del Parroco Beneforti nel 1840.

CAPITOLO V – I PARROCI

Il primo Parroco di S. Angelo, di cui si abbia memoria, è Dimoldiedi: di lui sappiamo solo che era rettore della chiesa nel 1280 quando il territorio di Piuvica, passato dai Conti Guidi ai Vescovi di Pistoia, fu dato in feudo dal Vescovo Guidaloste Vergiolesi ai Tedicinghi e Forteguerri; nel 1372, in occasione della visita pastorale a S. Angelo del Vescovo Giovanni IV, figura come rettore Prete Mazzeo (esiste di questo tempo anche un inventario degli arredi della chiesa, compilato in questa occasione). Prete Antonio Sensi da Firenze resse la parrocchia dal 1438 al 1464 e Prete Pietro de’ Corradi dal 1404 al 1502: con il 1555 si stabilisce la successione ininterrotta dei parroci. In tale anno è Parroco Pasquino Bugiani: in un libro dove sono segnati battesimi e morti, S. Angelo porta il titolo di cura e Prete Pasquini si firma (con grafia illeggibile) curatore; Prete Pasquini muore nel 1592. Gli succedono Prete Pagno Forteguerri (19 ottobre 159X 1598) e Prete Vincenzo di Tommaso Chiti (1599-1630). Nel 1632, in un libro di battesimi, cresime, matrimoni e morti, si dà come rettore “l’illustrissimo molto reverendo Scipione Forteguerri” tale nome non ricompare mai più; compare invece il nome di Giusto Ranfanti di Cutigliano, il quale dal 1632 al 1634 si firma Vicecurato, dal 1634 al 1638 Rettore, dal 1638 in poi

Tabernacolo sul torrente Ombroncello

Pievano, avendo Monsignor Alessandro del caccia fino al 9 agosto di detto anno, ad istanza dei patroni Forteguerri, elevato a tale dignità il Parroco di S. Angelo. Il decreto con cui veniva concessa tale dignità è andato smarrito: Prete Taddeo Conversini, in una memoria conservata nell’archivio parrocchiale, narra in proposito un episodio assai curioso, avvenuto in occasione di una visita pastorale compiuta a S. Angelo nel 1652 dal Canonico Gio.Batta Forteguerri, “visitatore” generale del Vescovo Nerli : “Questi – parla Prete Taddeo Conversini-  volle veder Bolla, quando questa chiesa fu fatta Pieve, qual da me si fu mostrata ma senza bollo e senza cordon per averla così ritrovata in una cassa di tal Prete Giuseppe Arrighetti stato qui per economo dopo la morte del sig. Pievano Landini, mio antecessore e da me poi fermato (a petizione di alcuni popolani) per cappellano, quale per sua gentilezza l’haveva levata di sagrestia e servitosi della cera rossa per sigillar lettere e della salimbacca per tenervi il tabacco, e il cordoncino per legarsi il borsellino, per lo che fu necessario che S.S.Rev.ma, come informata molto prima del fatto e per tor via ogni lite e controversia che havesse potuto muover contro di essa il Pievano di Casale pro tempore esistente fece il decreto della Confermazione e pagai al Cancell.re scudi 2 et a S.S. rev.ma dovevo pagar scudi 4, ma non volle niente”. Prete Ranfanti costruì a sue spese la sacrestia: morì nel 1644. Nel 1645 venne a Sant’Angelo Andrea Franchi, discendente della famiglia del Beato Andrea Franchi Vescovo di Pistoia: a lui si deve il bellissimo loggiato della chiesa; rimase poco a S. Angelo e dopo qualche anno gli successe il Pievano Giovanni Landini. Anche l’opera del Landini fu breve: nel 1648, mentre si trovava alla Corte Pontificia, morì Il 3 gennaio 1649 fu nominato Taddeo Conversini: egli venne a Sant’Angelo in un momento particolarmente doloroso, quando cioè la carestia infieriva e stava per scoppiare la peste; negli anni precedenti erano venute stagioni pessime: terremoti, tempeste, grandinate, alluvioni. I raccolti erano stati scarsi e la carestia si faceva sentire: ai primi caldi del 1649 incominciò la peste; fra città e contado di Pistoia morirono circa dodicimila persone, a Sant’Angelo dal 31 luglio al 26 novembre si ebbero 84 morti, a giorni morivano anche 2 o 3 persone, il 26 novembre ne morirono 5. Il Pievano Conversini morì l’8 giugno 1659. Prete Taddeo Conversini, nella memoria già citata, descrive minuziosamente la visita fatta dal Can.G. B. Forteguerri a S. Angelo il 17 giugno 1652. Il ciborio fu ritrovato ben condizionato e onorevolmente foderato e tutti gli altari della Chiesa e della Compagnia furon trovati senza mancamento. La pisside per portare il Santiss.mo alle processioni era antica e tutta guasta, il visitatore guastò del tutto due pianete nere antiche e tutte guaste e proibì l’adoprarle; spezzò una Croce di legno che stava sopra l’altar della Compagnia, per esser tutta rotta e legata con spago, e le fece bruciare et ordinò che il Cam.o ne facesse fare un altra più onorevole per metter sopra l’asta che si porta quando si va per i defunti e per portar il santissimo alle Processioni, e far acomodare il terribile…Si voltò al fonte battesimale e trovò che Haveva necessità di uno spargimento o ver vaso di pietra, che potesse ricever l’acqua che cade…Riconobbe la Bolla dell’altar del Rosario e proibì l’uso di n. III Rituarii…Stette qui a cena et alloggiò, assieme con il suo Cancell.re un Messo et un servitore, con tre cavalli, e la mattina seguente celebrò Messa e fecero tutti una buona colazione, con frittata, mortadella, un pasticcio di animelle e altri ingredienti, piccioni, un cappon freddo, mannerino in stufa, vitella lessa, lepre in tochetto, sfogliata, formaggio e altre frutta, avendo fatto provisione di verdea di Carmignano, trebbiano di Lamporecchio e vino di Groppoli…Di poi saliti a cavallo s’inviorno a visitar la Chiesa di Masiano…questo servirà per avviso a me, se mi ritrovassi, et alli successori acciò sappiano come devono contenersi per non esser giunti alla sprovvista….Fra i preti più benemeriti di S.  Angelo va certamente annoverato Santi Fagioli che svolse nel popolo l’opera sua per cinquanta anni, dal 1659 al 1709: a lui si devono il battistero, l’altare di Sant’Antonio da Padova, la sagrestia e la riduzione della chiesa nella forma attuale; anche la consacrazione della chiesa avvenne a suo tempo. Era un uomo che teneva al suo decoro ed ai suoi diritti, come appare da un episodio da lui riferito nel libro dei morti: il 27 maggio 1660 morì a Pistoia Madonna Francesca di Bartolommeo Capponi, vedova di Sebastiano Dani; per quanto di Sant’Angelo, fu seppellita in San Francesco a Pistoia. Sante Fagioli, che prese parte al trasporto narra: “Ebbi il secondo luogo e le mie distribuzioni manuali e quarta che doveva Havere e ancora la distributione manuale per il mio cappellano. Il tutto serva per esempio ai miei successori”. Dopo una vita nobilmente spesa Santi Fagioli morì il 28 novembre 1709 in età di anni 78. Il nuovo Pievano fu Francesco Maria Manni che rimase a Sant’Angelo dal 1711 fino alla morte, cioè fino al 7 agosto 1745: il suo nome è scritto sopra l’immagine della Madonna posta presso il ponte sull’Ombroncello fra Sant’Angelo e il Bottegone. Dal 1745 al 1753 fu Pievano Gio Batta Vannucchi: gli successe nel 1753 Bartolommeo Nanni: sotto di questi fu rifusa la campana mezzana a spese del popolo e delle Compagnie e furono costruite le cappelle laterali della Chiesa; morì il 18 dicembre 1782 in età di anni 59 e fu sepolto in coro con una iscrizione marmorea che ne tramanda ai posteri la memoria. Dal 1783 all’11 novembre 1786 resse la Parrocchia Francesco Biagioni, che partecipò al Sinodo giansenista del Vescovo Scipione de’ Ricci. Breve fu l’opera di Francesco Bianciardi: 1787-1788. Più a lungo rimase a S. Angelo Giov. Pasquale Diddi, che qui iniziò il suo ministero nel 1790 e lo continuò fino alla morte, avvenuta il 21 giugno 1821: nel 1817 dovette assistere a una fiera epidemia durante la quale morirono n. 58 persone, 19 delle quali in tenera età. Giovanni Manganelli fu Parroco dal 1821 al 1828. Gli successe il pistoiese David Beneforti: venne a Sant’Angelo nel 1828 e per rimanervi rifiutò la Chiesa di Tizzana alla quale era già stato nominato: la campana piccola fu fatta a sue spese nel 1840. Fu uomo di grande intelligenza e di non minore cultura: fu codino intransigente e sostenne contro le nuove idee vere battaglie. Per lui alberi della libertà e demoni erano la stessa cosa: fu sacerdote zelante ed attivo e con lui s’inizia il periodo aureo della Chiesa di Sant’Angelo, la quale dal Vescovo L. Niccolai, il 14 luglio 1850, in occasione della visita pastorale, fu innalzata alla dignità di proprositura, fatta “considerazione dell’antichità della parrocchia, della vastità del di lei territorio, della frequenza, decoro e solennità della sacre funzioni nonché dei particolari meriti del rettore di essa” (archivio parrocchiale copia autentica del decreto di Mons. Leone Nocciolai conservato in Curia). Il Beneforti morì il 3 aprile 1869 all’età di 69 anni: una lunga epigrafe latina sotto le logge ne ricorda le preclare virtù. Pari splendore godette S. Angelo sotto il nuovo proposto D. Vincenzo Sensi di Lamporecchio: venne da Maresca nel 1869. Sua prima cura fu restaurare chiesa e canonica addirittura in rovina (le spese per tali restauri furono lire 8.463). Nel 1872 molto si adoperò per la costruzione del nuovo cimitero: ma le sue cure migliori furono rivolte alle condizioni morali e religiose del popolo che cercò di migliorare ed elevare sempre più. Ben presto si rivelarono gli effetti benefici dell’opera di D. Vincenzo Sensi e il popolo acquistò nuova importanza tanto che il Vescovo Sozzifanti il 28 novembre 1882 trasferiva la sede del Vicariato Foraneo da Badia a S. Angelo, a cui aggregava le pievanie di Badia a Pacciana e Ferruccia e le priorie di S. Sebastiano, S. Pierino Casa al Vescovo, Canapale e Chiazzano. Il Proposto Vincenzo Sensi fu uomo di grande dignità e autorità: la sua parola era per tutti un comando. Presso le autorità civili godette di grande prestigio di cui si valse per far del bene al popolo: tale prestigio gli derivava, oltre che dalle sue doti, dai suoi sentimenti patriottici: fu di idee liberali e tenace assertore dell’Unità d’Italia. Si conserva nell’archivio parrocchiale una lettera del Capo del Governo provvisorio della Toscana Bettino Ricasoli inviata a Maresca a D. Sensi in risposta ad un indirizzo incitante ad unificare tutta l’Italia
“Rev.mo Signore, Le parole del Vostro Indirizzo mi consolano. Ho sempre ritenuto che difendendo l’unione della Toscana alla Monarchia Sabauda come a centro della Nazione Italiana, propugnava il massimo dei comandamenti – l’amor di Dio e del prossimo; ma oggi confortato dalla Vostra dottrina, vado lieto di non essermi ingannato. Io seguirò costante la mia missione, e con coraggio ormai, che Voi mi aiutiate nell’impresa e son sicuro che ove il bisogno lo richieda Voi col vessillo della Croce procederete il Vostro popolo alla difesa della patria italiana ed alla conquista dei nostri civili diritti. Gradite i miei ringraziamenti, ed ho l’onore di segnarmi con distinto ossequio e rispetto. Delle S.S. V.V. Rev.me Lì 27 marzo 1860 Dev.mo Servitore Ricasoli.
Il Proposto Vincenzo Sensi fu buon predicatore e la sua parola fu ovunque ascoltata con ammirazione: molte prediche di lui si conservano in archivio manoscritte e alcune stampate; si conservano pure di lui moltissime poesie, alcune delle quali di squisita fattura. Vincenzo Sensi passò a S. Angelo 29 anni: morì il 15 maggio 1898. Nello stesso anno gli successe come proposto suo nipote Alessandro Sensi: sotto di lui è stata rifusala campana grossa (1912), è stato decorato il loggiato ed è stato inaugurato il Monumento ai Caduti (1920), sono stati fatti importanti restauri alla Chiesa, all’Oratorio della Pergola (1929) e al campanile (1931); pure sotto di lui è stato creato l’Asilo Infantile retto per moltissimi anni dalle Suore Minime del Sacro Cuore di Poggio a Caiano. Alla sua morte, avvenuta nel 1933, si avvicendarono a Sant’Angelo diversi cappellani e sempre per periodi piuttosto brevi: Don Carlo Migliorati (autore di queste note storiche) poi parroco alla Chiesa di San Filippo a Pistoia, Don Giovan Battista Betti, poi parroco a San Niccolò Agliana e Don Alcide Bruni, poi parroco alla chiesa dell’Immacolata a Pistoia. Nel 1935 arrivò come proposto Don Giuseppe Damerini, nativo di Carmignano, che è rimasto ininterrottamente a Sant’Angelo fino al 1974: i parrocchiani lo ricordano ancora e con lui la sorella Carolina, perché tanti sono stati da lui battezzati, cresimati e uniti in matrimonio. Dopo un anno di interruzione, con la Parrocchia retta da vari sacerdoti, il 1 aprile 1975 è stato nominato proposto Don Pier Giorgio Baronti, nato ad Agliana il 21 marzo 1942 e ordinato sacerdote il 29 giugno 1966: era stato cappellano a San Bartolomeo a Pistoia e parroco a Baggio; inutile elencare quello che ha fatto e sta facendo per la parrocchia perché questa è storia attuale.

CAPITOLO VI – IL POPOLO

Dell’antico popolo di S. Angelo, del numero e del carattere dei suoi abitanti non sappiamo niente: prete Taddeo Conversini, nella memoria scritta nel 1652 ,accenna che le famiglie erano oltre ottanta; il primo stato d’anime della Parrocchia risale al 1680 e fu compilato dal pievano Santi Fagioli. In questo anno le famiglie erano 93, le anime 566: queste cifre rimasero pressoché invariate per alcuni anni; infatti nel 1711 le famiglie erano 109 e le anime 565. Nel 1727 le famiglie erano 120 e le anime 518: per arrivare a 602 anime occorre attendere l’anno 1742. Un notevole aumento si ha sotto il Pievano Bartolommeo Nanni: alla sua morte, nel 1782, le famiglie erano salite a 148 e le anime a 714. L’aumento continua sotto i pievani Biagioni, Bianciardi e Diddi: nel 1820 si hanno 171 famiglie e 820 anime. Dal 1820 in poi l’aumento si fa più rapido: infatti mentre nel 1826 gli abitanti sono 908, nel 1849 sono già saliti a 1197; il colera del 1855 e altre cause diverse determinano una diminuzione e nel 1865 le famiglie sono 209 con appena 1053 anime. L’aumento riprende negli anni seguenti tanto che nel 1896 si hanno 248 famiglie e 1478 anime; dopo questo anno gli stati d’anime non sono più compilati con la consueta esattezza e puntualità tanto che risulta difficile seguire il constante aumento della popolazione: dal censimento civile del 1921 risultarono a S. Angelo 1698 abitanti; il cammino fatto dal popolo è dunque

La Chiesa di Sant’Angelo ora

notevole perché in circa tre secoli le famiglie di sono quadruplicate e gli abitanti triplicati. Quanto all’origine delle famiglie possiamo affermare con certezza che nel 1681 figuravano i seguenti cognomi: Capecchi (11 famiglie), Biagini (9 famiglie), Cappellini (5 famiglie), Spagnesi (5 famiglie), Tesi (4 famiglie), Bracali (4 famiglie), Niccolai (3 famiglie), Moretti (2 famiglie), Chiti (2 famiglie), Barni (2 famiglie), Gherardini (2 famiglie), Rossi (2 famiglie), Bacarelli (2 famiglie), Bucciantini (2 famiglie), Buoni (2 famiglie), Vannucci (2 famiglie), Vannacci(2 famiglie), e, con una famiglia ciascuno Daddi , Boccardi, Martelli, Manfredini, Belugi, Ciottoli, Dani, Amadori, Tuci, Boghini, Franchi, Pagnini, Socci, Paetti, Civinini, Dei, Querci, Zosi, Gatti, Ravanelli, Marraccini, Tredici, Bonechi, Frosoni, Carradori, Bindi, Menichi, Bini, Marini. Con il miglioramento della qualità della vita sono diminuiti anche i disordini morali: un tempo gli omicidi erano assai frequenti; limitiamoci ad analizzare il periodo che va dal 1652 al 1718. Il 25 febbraio 1652 fu trucidato il giovane Cosimo di Francesco Chiti: aveva 26 anni, morì senza sacramenti e fu seppellito notte tempo “senza alcun honore”. Un altro omicidio fu perpetrato il 27 aprile 1655 nella persona del giovane Andrea di Santo Spagnesi; nel 1662 fu ucciso Francesco Ciampi di Capostrada: aveva 28 anni, si trovava in casa di Santi Dani “mentre cenavano arrivorno i Bini e vennero a difficoltà nella quale a detto Francesco li fu sparata una archibusata da un Bino e di lì a cinque ore passò all’altra vita con tutti i sacramenti”. Nel 1676 un nuovo omicidio: Giovanni Rocco di Girolamo Cheli di Montecatini fu ferito a morte e morto mentre tornava da Firenze, oltre il Ponte alla Pergola vicino al Brusigliano: aveva 40 anni. Nel 1685 Giovanni di Sandro di Guido Capecchi, in età di 40 anni, fu ucciso nella piazza di Piuvica senza che potesse dire una parola. La dolorosa serie continua: nel 1715 Lorenzo Capecchi venne ferito di notte con un pennato e morì dopo pochi giorni per le ferite riportate; tre anni più tardi, nel 1718, chiuse la dolorosa serie il sacerdote Sebastiano Dani. Per spiegare questo ininterrotto susseguirsi di delitti tanto gravi, il Pievano Taddeo Conversini, nella memoria già citata, afferma: “Dipoi feci instanza a S.S. R.ma che rinnovasse il decreto Sinodale fatto dalla f. m. di Mons. Ill.mo e R.m. Vescovo Aless.ro del Caccia sopra quelli che con poco rispetto di Dio e della sua santa Chiesa, entronno in Chiesa con Archibugi, roncole et altre armi scoperte, qual comandava che si scacciassero dalla Chiesa, e perché d.o decreto era hormai in abuso, e ciascuno a sua piacimento la portava ,né giovava l’avvisarglielo ogni Anno all’Altare pubblicamente ma privatamente ancora et fattoli delle bravate, se ne burlavano e se ne ridevano, si che fu necessario metterci anco la pena a chi ce la portasse e così ordinò al Cancelliere che ne facesse il Decreto e vi mettesse la pena di scudi XXV, la metà a chi farà la Denunzia, e la metà alla mensa Episcopale, e fatto che fu, lo fece attaccare alla porta della Chiesa”. Non siamo, dunque, molto lontani da quelle condizioni di vita civile che il Manzoni ha descritto nei Promessi Sposi: se mancano i signorotti, non mancano né i bravi né gli archibugi e nemmeno le gride. Poiché tutto il mondo è paese, se questo avveniva a S. Angelo, cose non dissimili accadevano altrove, quando erano i tempi stessi a favorirle. La maggior frequenza che l’omicidio aveva nel nostro popolo era forse dovuta al contributo che la Pergola vi portava: nel periodo della sua decadenza, l’ospedale aveva favorito il vagabondaggio e la malavita tanto che il Repetti, nel suo Dizionario Corografico della Toscana, ci ricorda come attorno all’ospedale erano delle casupole abitate “da povera oziosa gente che soleva fare alle strade orribil guerra”.

CAPITOLO VII – GENEROSITA’

Il popolo di S. Angelo è sempre stato generosissimo nelle opere di carattere religioso; tre cose troviamo, fino dagli antichi tempi, che dimostrano la singolare generosità del popolo: la dotazione della Chiesa, la fondazione dell’Ospedale della Pergola e l’istituzione dell’Opera di S. Angelo. La dotazione della Chiesa risale, come abbiamo già accennato, a circa il 1150: il benefizio parrocchiale fu dotato assai largamente. Il pievano Taddeo Conversini ci descrive i beni della Chiesa quali erano nel 1652. “Un campo di Staio e altre in circa di Terra lavorativa et avvig.ta e parte a orto, sopra di cui è la Chiesa e Pieve e la Canonica di S. Angelo. Una presa di terra lavorat.a et avvig.ta per prode di Staiora X dico dieci in circa posta in d.to Com.ne d. alla Chiesa di S.Angelo. Una presa di terra lavorat.a et avvig.ta per prode di Coltre tre in circa posta in .to Com.ne l. d. à Totti. Una presa di terra lavorat.a et avvig.ta per prode di Staiora sei in circa, posta in d.to Com.ne l. d. à Bonechi. Una presa di Terra lavorat.a et avvig.ta per prode di Staiora quattro in circa posta in d.to Com.ne l. d. Salceto. Una presa di Terra lavorativa et avvignata per prode di Staiora quattro circa posta in d.to Com.ne l. d. Ianella. Una presa di Terra lavorat.a et avvig.ta per prode di Staiora uno e mezzo in circa, posta in d.to Com.ne l. d. à Castello, a piè di cui passa l’Ombroncello. Una presa di terra lavorat.a et avvig.ta per prode di Staiora tre e mezzo in circa, posta nel Com.ne di S. Bastiano l. d. il Pratale. Sono in tutto Coltre dieci, Staiora uno e mezzo, rendono un anno per l’altro, non compreso il Campo della Chiesa st.a 130 ½ g.no” Prete Taddeo Conversini, per meglio indicare tutti gli appezzamenti di terra appartenenti alla Chiesa, segnala anche i loro confini: è interessante constatare come gran parte della proprietà fondiaria di Piuvica appartenesse un

La Chiesa di Sant’Angelo ora

giorno a congregazioni religiose, a opere di beneficenza, a istituzioni di culto. Nel 1717 troviamo, fra i possessori di beni a S. Angelo, i Canonici del Duomo, l’opera di S. Iacopo, la Trinità, le Monache delle Vergini, di S. Lucia, di S. Desiderio, di S .Giorgio, di S. Mercuriale, il Monastero di S. Domenico, lo Spirito Santo, l’Ospedale del Ceppo; su molte case di contadini anche oggi di vedono stemmi e ricordi degli antichi proprietari. Giova anche ricordare che a quasi tutte le spese di manutenzione della Chiesa e della Canonica e a gran parte delle spese di culto pensò per molti secoli l’Opera di S. Angelo; altre offerte riceveva il Parroco dai fedeli e dalle diverse congreghe esistenti in parrocchia, specie da quella di S. Agata. Nella Memoria di Prete Taddeo Conversini al dicembre si legge. “La mattina di Natale, cioè alla prima, alla 2.da et alla terza, si fa l’offerta per il Pievano alla capannuccia”. Altra istituzione che dimostra la religiosità e la bontà del popolo di S. Angelo è l’Ospedale della Pergola: fu creato intorno al 1350 e fu dotato ampiamente dalla generosità dei buoni; purtroppo i suoi beni, come si può immaginare, furono male amministrati, onde, nel 1474, l’Ospedale passò sotto l’amministrazione della Sapienza di Pistoia, per essere nel 1740 addirittura incorporato nell’Ospedale del Ceppo. Non sappiamo quanto sia sorta l’Opera di S. Angelo: le prime notizie risalgono al 1570; nell’archivio di S. Angelo se ne conservano i libri di amministrazione nel quali sono scritti tutti i “debitori e creditori, affittuari, entrate, uscite ,ragioni et altri negotii di detta opera”. Il primo libro, segnato “A”, fu iniziato nel 1570 “per Paolo Ceccarelli commissario generale et amministratore delle opere et compagnie della Diocesi di Pistoia”. Da questo libro risultano tutti i debitori dell’opera: “Baldassari di Filippo de Nichelai da Piuvica de dare ogni anno di fitto in perpetuo staia 20 di grano stietto e 21 di grano segalato. Pandolfo di Antonio Aldobrandi da Pistoia de dare ogni anno di fitto staia 8 di grano. Angiolo di menico Capecchi da S.to Angiolo de dare ogni anno di fitto staia 12 di grano. Bartolomeo di Pier Francesco Chiarito Consolini da Pistoia de dare ogni anno in perpetuo staia 15 di grano. Redi di Stagio di Biagio Mongai da S.to Bastiano denno dare ogni anno di fitto in perpetuo di coltre due di terra posta nel Comune di Montemagnio staia 9 di grano. Redi di Francesco di Iacopo Tolomei da Pistoia denno dare per fitto in perpetuo staia 54 di grano2;  il grano dovuto all’Opera era, dunque, nel 1570 di staia 139. A questi debitori dell’Opera altri se ne aggiungono in danaro: Angiolo di Menico Capecchi pagava 25 lire, Baldassare di Filippo Niccolai 46, Bartolomeo di Chiarito Consolini 25, Niccolao di Francesco Biagini 20. Tutte le entrale dell’Opera venivano spese per la Chiesa, per feste, per arredi sacri, per manutenzione ordinaria e straordinaria. Nella memoria già citata prete Taddeo Conversini ci descrive gli obblighi dell’Opera di S. Angelo: per la festa di S. Antonio “fa la solita distribuzione di pane, e dona al Piev.no libbre VI di pane per la benedizione; per la purificazione fa la solita distribuzione delle candele, e dona al Piev.no una candela e XII candeline; per la settimana Santa provvede n.ro 15 candele di cera bianca per li offizzi, quali, finiti, restano al Piev.no; provvede il cero Pasquale et il Lumen Xr.i per Sabbato Santo, quale si accende tutte le feste sino all’Ascensione, che in tal mattina detto l’Evangelo si spegne e resta al Piev.no; la mattina di Pasqua distribuisce il pane e dona al Piev.no una pane di libbre XII et alla serva libbre III; paga al Piev.no lire sedici, e tanti sono per rimborso delle spese che fa al Predicat.re nel corso della quadragesima in darli disnare e alloggiarlo et alcune volte più secondo quante prediche occorrono farsi; fa celebrare la festa dell’Apparizione di S. Michele Arcangelo, del Corpus Domini, di S Lorenzo, di S. Caterina, di S. Croce, di S. Salvatore, di S. Lucia; per le Rogazioni dona al Piev.no una pane di libbre XII et alla serva libbre III per spazzare la Chiesa; nell’Ottobre dà al Piev.no ogni anno due barili di mosto, ò vino cotto, conforme à che li piace, per servizio delle Messe; la mattina di Ognissanti e di Natale dona al Piev.no una pane tondo di libbre XII et alla serva libbre III perché spazza; dà al Piev.no per mantener accesa la lampada tutto l’anno fiaschi XV e XVI di olio secondo il bisogno; è obbligata a mantenere la cera per l’Altar Magg.re e mantenere la Chiesa delle cose necessarie, e la Sagrestia, e far buone al Piev.no tutte l’imbiancat.re e saldat.re de camici, corporali, tovaglie delli Altari, ostie e particule per le Messe e per le Comunioni, e granate per spazzar la Chiesa, e tutti libri necess.ri per servizio della Pieve ecc.” Prete Taddeo Conversini volle anche qualche cosa di più: nella relazione delle visita del Canonico Forteguerri, più volte citata, scrive: “Finito d’aggiustar tutte le suddette cose, feci istanza a S. S. R. ma che per non trovar alcun Chierico, che mi serva per le messe era di necessità, che mi assegnasse qualche provisione à fine che più facilm.te venissero a servire, et ordinò, che l’operaio pro tempore mi desse staia tre di grano ogn’Anno”. Con l’andare del tempo l’Opera perse la sua importanza finche nel 1784 venne soppressa. Non cessò non di meno la generosità del popolo verso la sua Chiesa: le spese notevoli, che furono via via fatte dai Pievani, furono possibili per la cooperazione dei fedeli: basti dire che in trenta anni, precisamente dal 1901 al 1931, sono state spese per la Chiesa e per le altre opere di carattere religioso quasi 60 mila lire. Infatti per opere varie fatte dal Proposto Alessandro Sensi col concorso del popolo (restauri generali, fusione della campana rossa, arredi sacri, restauro dell’organo) furono spese circa 8 mila lire, per la decorazione del loggiato e monumento ai Caduti, nel 1920 L: / mila, per la fondazione e dotazione dell’asilo L: 17 mila, per restauri alla Chiesa e alle Cappelle laterali, nel 1928, L. 6 mila, per il ripristino dell’Oratorio della Pergola, nel 1929, L. 15 mila, per i restauri al campanile, nel 1931, L. 7 mila.
Le Feste – Dove, attraverso i secoli, più si è manifestata la religiosità del popolo di S. Angelo è stato nelle feste: di S. Antonio Abate, di S. Giuseppe, del Rosario, di S. Caterina d’Alessandria, di S. Lucia, di S. Lorenzo, della S. Croce, di S. Michele Arcangelo, del Corpus Domini, di S. Niccolao, di S. Simone, di S. Salvadore (anche le novene di Natale si celebravano un tempo solennemente con 6 o 8 messe per mattina); all’Oratorio della Pergola si celebravano le feste di S. Bartolomeo e della Visitazione. Più tardi si aggiunsero le Quarantore, le feste della Consacrazione della Chiesa, di S. Filomena (il culto di S. Filomena risale al 1884: fu in tale anno, il 19 aprile, istituita una Congrega che ebbe fino al 1930 una vita floridissima e che, dai Sommi Pontefici, fu arricchita di diverse indulgenze), di S. Antonio da Padova e della Natività della Madonna. Però la festa più solenne di S. Angelo fu sempre quella di S. Agata: anche i popoli vicini vi concorrevano numerosi; i Pontefici arricchirono la festa di diverse indulgenze: si conserva la bolla con cui Clemente XII nel 1736 concedeva per il giorno della festa l’Indulgenza Plenaria. Di tale festa si parla già nel 1501: la battaglia di S. Angelo avvenne proprio il giorno di questa festa. La vita di S. Agata si trova frequentemente raffigurata: sotto le logge, in Compagnia mentre sopra l’altare si trova un bellissimo simulacro in pietra. Le feste di S. Agata si celebravano con straordinario numero di Messe: nel 1758, di domenica, se ne celebrarono 15, mentre il lunedì seguente se ne celebrarono altre 13 per i congregati defunti e il martedì altre 9 per tutte le anime del Purgatorio. S. Agata, però, non era insensibile a tanta devozione: al 23 luglio 1758 di dice la vacchetta delle Messe: “Si tenne scoperta la miracolosa immagine di S. Agata Vergine e Martire, per impetrare da Dio la serenità dell’aria e la liberazione dagli altri flagelli e cioè terremoti, pestilenze e guerre”; si celebrarono 12 Messe. Le varie Congreghe, alla morte dei propri iscritti, facevano celebrare diversi suffragi: la Compagnia di S. Agata, ad esempio, faceva celebrare 7 messe. In generale alle feste pensavano apposite Congreghe e Compagnie, l’Opera di S. Angelo, famiglie private; nella memoria di Prete Taddeo Conversini si legge: “La Compagnia di S. Agata la mattina della festa invita quanti Sacerdoti può havere e dà per elemosina lire 1 oltre un bel disnare”. “L’opera fa celebrare la festa del Corpus Domini con Messe % piane e la cantata e oltre il disnare dà per elemosina lire 2 et ala serva se aiuta alla cucina disnare, con qualche altra gentilezza”. Riguardo a questa festa il Conversini ci dà, come al solito, delle curiose notizie: narra, infatti, a proposito della già citata visita compiuta dal Canonico Forteguerri: “All’operaio stabili ciascun Anno che per la festa del Corpus Dom.ni potesse spendere scudi dieci dove prima erano sol cinque, oltre però le staia quattro di grano solite consumarsi in d.tta mattina per fare il desinare alli sacerdoti, che intervengono a celebrare e solennizzare la festa, assieme con il Populo, cioè uno per casa, e questo fu per l’istanza fattali da Giovanni Cappellini Operaio cadente in fine del pre.nte mese di Giugno 1652, si che il futuro Operaio incomincerà a conseguire, e valersi dell’emolumento liberam.te senza di haver necessitar il Piev.no come si è fatto sin’ora a metter sotto, a chiamarsi di haver ricevuto più cera, che che non si consuma ordinariam.te frà l’anno, è raro inventar qualche altra bugia di haver murato, è fatto riveder li tetti, e comprato calcina, mattoni, et altri lavori, pagato più maestranze, e simili, per aggiustar che le partite dell’operaio tornassero bene nel rimetter li conti col mondo, et andasse a casa del Diavolo per loro, e se ostava niente, egli era il ladro e l’assassino; onde non tanto per fuggir questo male, quale a prima vista pareva veram.te degno di compassione, conoscendo, che con cinque scudi soli, e staia quattro di grano, non potevano bastare per dare magnar a sette, o ver otto Sacerdoti, e Chierici, oltre di Ottanta e più popolari, pagando di più lire 2 per l’elem.na della Messa, ma perché ho scoperto questo pre.nte Anno nell’amministrazione fatta dal suddetto Giovanni Cappellini, che ciascun altro operaio stato avanti di lui, hanno usato di avanzarsi ogni volta, che si dava il pane, una quartina di grano, cioè quando di doveva spianarne quattro staia per distribuire, se ne spianava tre, e mezzo e per le Rogazioni, se ne doveva spianar staia sei, se ne spianava sol cinque si che in cinque data l pane se n’avanzavano staia tre, con pretesto di supplire alla spesa del Corpus Domini, ma non ho saputo, se non questo Anno di questo avanzo, e non se n’è mai fatto conto; se ci sia stata malizia,o no, sallo Iddio”. L’opera faceva pure celebrare la festa di S. Lorenzo, dell’Apparizione, di S. Michele, di S. Caterina, della S. Croce, di S. Salvadore e di S . Lucia, tutte con tre Messe piane e le cantate. La festa del Rosario si celebrava colle elemosine di un’apposita cassetta: alla festa di S. Michele pensava il Parroco, alle feste della Pergola lo spedaliere aiutato da diversi oblatori. Molte feste erano celebrate da particolari famiglie: nel 1652 Sebastiano di Santi Dani pensava alla festa di S. Antonio Abate ed a una festa di S. Michele da celebrarsi il giorno dopo il titolare, Leonardo Gatti a quella della Croce, Batistone Biagini a quella di S. Simone, Pietro Cappellini a quella di S. Caterina. In questi tempi erano molto in onore anche le processioni: si facevano ogni mese tre ritornate; la prima domenica quella della Madonna del Rosario, la seconda quella del Sacramento, la terza quella di S. Agata. Le Rogazioni venivano fatte con vera solennità: fino dal 1576 nel libro dell’Opera si notano le spese piuttosto considerevoli che si facevano per queste processioni. Nella vacchetta delle Messe si nota che nel 1759 le Rogazioni furono impedite dall’Ombrone che aveva straripato: allora fu fatta una funzione propiziatoria all’Oratorio della Pergola dove, da allora in poi, si continuò sempre a dire la Messa nella seconda processione delle Rogazioni; questa Messa era cantata dinanzi all’Immagine scoperta della Madonna. Si ha notizia di un devoto pellegrinaggio compiuto alla Madonna dell’Umiltà nel 1788: in questa occasione si offrirono in dono due doppieri. Grande pietà si aveva verso i defunti: nel 1759 ben 10 uffizi si fecero per le anime del Purgatorio, e tutti con numerose Messe; anche nelle feste solenni non si dimenticavano i trapassati: per tutti i fedeli defunti, nella quarta domenica del mese, si cantava l’uffizio dei morti. E non parliamo dei funerali: nel 1657 fu trasportato da Badia a S. Angelo Piero d’Agniolo Cappellini; al trasporto presero parte17 preti i quali “ritornorno anco il dì seguente e si fece un offitio” . Al trasporto di Paolo Bindi i preti furono 14, a quello di Pasqua di Piero cappellini 12. Mai fu superato, però, il funerale del sacerdote ucciso Sebastiano Dani: vi presero parte ben 36 preti. Anche le Compagnie prendevano parte ai trasporti:a quello già menzionato di Pasqua di Piero Cappellini parteciparono la Compagnia di S. Agata di S. Angelo, quella del Rosario di Badia e quella del Corpus Domini di Chiazzano. Al trasporto di Bartolomeo di Benedetto capecchi nel 1661 è ricordata “la Compagnia della Nunziata di S. Bastiano”.
L’Ospedale della Pergola – Si ignora quando questo ospedale sia stato costruito: approssimativamente può considerarsi il 130 come anno di fondazione. Infatti è intorno a questa epoca che sorsero altri ospedali come quello di S. Lucia fuori Porta al Borgo e quello di S. Maria Maggiore fuori Porta Lucchese, coi quali quello della Pergola ebbe comune la sorte. Consta, inoltre, che nel 1473 l’ospedale era dotato di un discreto patrimonio ed aveva una notevole importanza: può ritenersi, dunque, sicura la fondazione dell’ospedale intorno al 1359. Lo scopo della fondazione fu l’assistenza agli ammalati e l’alloggio ai viandanti: allora i viaggi erano assai disagevoli e la necessità di qualche ospizio lungo le vie principali fu sempre sentito, specialmente nel periodo che seguì l’epoca gloriosa dei Comuni;i commerci che cominciarono a svilupparsi, le continue relazioni fra città e città, i pellegrinaggi religiosi rendevano i viaggi più frequenti. Così sorse l’ospedale della Pergola: esso, come gli altri ospedaliera amministrato da frati, ma a quale ordine appartenessero detti frati non si sa. Dato il vivo sentimento religioso e la generosità delle popolazioni di allora ben presto l’ospedale ebbe un considerevole patrimonio: questo patrimonio, per quanto fosse sotto la tutela dell’Opera di S. Iacopo, non fu sempre bene amministrato e col tempo andò assottigliandosi. Istituita nel 1473 a Pistoia la Pia Casa della Sapienza per le munifiche donazioni del Card. Niccolò Forteguerri, ‘ospedale della Pergola, insieme a quelli di S. Lucia, di S. Maria Maggiore e di S. Bartolommeo all’Alpe, passò sotto l’amministrazione di questa Pia Casa. Nel 1474 Sisto IV, per le premure del medesimo Cardinale Niccolò Forteguerri, approvò gli statuti della Sapienza e il passaggio sotto la giurisdizione di questa Pia Casa dei quattro ospedali menzionati.. Lo spedalingo fu ancora un frate, prima ancora del 1652 al frate si era sostituito un laico: il primo spedalingo laico di cui si abbia notizia fu Dario Lazzerini; non era un uomo troppo virtuoso e contro di lui dovette sostenere aspre lotte il Pievano Taddeo Conversini. Un primo accenno di questi dissensi lo troviamo nel libro dei morti: il 6 aprile 1652 morì alla Pergola Giovanni di Giuliano Micheli da Vidiciatico (Porretta); aveva egli 30 anni e tornava di Maremma. Scrive Prete Taddeo: “Si fermò all’Ospedale della Pergola quasi moribondo ove per la solita avarizia di Dario Lazzerini spedaliere morì in spazzio di otto o vero nove ore senza averli voluto procurare di farli havere alcun sacramento”. Nella memoria lasciata dal Pievano Conversini troviamo notizie più particolareggiate: “Inoltre lo pregai a fare un precetto a Dario Lazzerini spedal.re della Pergola di non potere seppellire defunti segretam.te come ha fatto più volte, senza chiamarmi pur à sacramentarli, di che ne diedi conto alli S. S. Officiali di Sapienza, il che fatto, mi fecero intendere che io giustificassi quanto gl’avevo esposto, perché volevano alcuni di questi S. S. castigarlo, e così li mandai alcune fedi, soscritte da testimoni religiosi e degni, e domandavo che lo mortificassero e che dovesse riconoscermi com’erono stati tutti gli altri miei Antecessori e non mi levasse il concorso le feste alla Chiesa, ammettendo quanti Sacerdoti forestieri e frati che quivi vi fossero fermati, senza saper, né domandar se havevono fatto riconoscere la Demissoria all’ordinario, cioè sentito da quel magistrato, gli ordinarono in voce che mi dovesse riconoscere per quello che ero, e mi servisse, et assistesse quando vi andassi a celebrare, e non ammettesse alcuno per dir Messa, se prima non mi facesse veder la sua Demissoria et havend’io fatto instanza che ne facessero il Decreto, acciò che venendo occasione, io me ne potessi servire, e produrlo ad un altro Magistrato, si come per lassarne memoria alli Suiccess.ri mi fecero intendere che per ora non volevon metter niente in carta per non haver a castigarlo per esser la prima volta, ma che havendo commesso al Cancell.re che tenesse conto della mia comparsa e fedi per consegnarli alli Officiali nuovi e così ha cagionato che egli più superbo che mai, non fa stima di me némi degna per verso alcuno, e pensando che tornerà di nuovo alle medesime, feci instanza che fosse castigato se incorreva più in l’avvenire in simili mancam.ti ciò sentito da S. S. R.ma li fu fatto un precetto che sotto pena di scomunica non ardisse seppellir alc.o senza me,né ammettesse alcun religioso secolare o regolare se prima non mostrava la sua Demissoria riconosciuta dall’Ordinario”. Di altri ospedalieri della Pergola succeduti a Dario Lazzerini niente conosciamo, ad eccezione del nome: sappiamo che all’ospedale conveniva gente di ogni paese. Già abbiamo accennato alla morte, qui avvenuta, di Giovanni di Giuliano Micheli da Vidiciatico presso Porretta: nel libro dei morti al 15 novembre 1651 si legge “Un povero huomo morse allo spedale. Non si seppe di dove fosse, né come si avesse nome. Era giovane circa 22 anni di statura grande pelo castagno hebbe il sacramento della penitenza e la raccomandazione dell’anima. Si seppellì in detto spedale della Pergola”. Nel 1690 vi morivano Sabatino Passini di Monte Torto presso Modena e Antonia Vivarelli di Frassignoni; nel 1696 vi moriva un certo Rocco scarpellino abitante nei pressi di Bologna. L’ospedale ebbe vita fino al 1740:in tale anno, con ordinanza governativa, fu incorporato al Ceppo di Pistoia insieme ad altri ospedali. Le ragioni non mancavano: l’ospedale era assai decaduto e il patrimonio era andato via via assottigliandosi; con i tempi nuovi esigenze nuove erano sorte e il piccolo ospizio non era in grado di soddisfarli. Anche la mancanza di pellegrinaggi faceva sentire meno la necessità di tale istituzioni e, infine, intorno a questi ospedali si erano creati veri e propri covi di vagabondi e malviventi.  Accanto all’ospedale era anche un Oratorio dedicato a S. Iacopo e a S. Bartolomeo: detto Oratorio conserva ancora oggi il titolo di S. Iacopo mentre di S. Bartolomeo non si fa oggi più menzione alcuna: una volta non era così: risulta che anticamente vi si celebrava la festa di S. Bartolomeo, e questo apostolo figura insieme a S. Iacopo sia nella tavola del Detti sia in una campana rotta e poi rifusa. La Sapienza aveva l’obbligo di farvi celebrare una Messa la settimana: il sabato e 4 nella festa di S. Bartolomeo; lo spedaliere aveva l’obbligo di far celebrare la festa della Visitazione. Colò tempo s’introdusse la festa della Natività di Maria Vergine, sotto il titolo di Madonna delle Grazie: tale festa sussiste anche oggi (n.d.a. si riferisce all’anno in cui sono state scritte queste note storiche: 1930) e si celebra con grande solennità nella domenica che precede o che segue l’8 settembre; siamo però ben lontani dall’antica solennità, quando nel giorno della festa si celebravano anche 10 o 11 messe. Nell’Oratorio era un giorno una bellissima tavola dipinta da Bernardino Detti pistoiese: questo quadro di grande valore artistico si conserva oggi nel Museo Comunale di Pistoia; rappresenta in basso la Madonna col Bambino fra S. Bartolomeo e S. Iacopo, e S. Giovannino recante piccoli oggetti al bambino Gesù, con una fascia su cui è scritto: Ecce Agnus Dei. Nel fondo sono parecchie figure e più in alto è la scena del giudizio di Salomone. Bernardino Detti degli Ufficiali dell’Opera della Sapienza ebbe nel 1523 l’incarico di fare questa tavola “secondo el modello per tale effetto ordinato el quale è nelle mani del provveditore”. Grandissima fu sempre la venerazione verso tale Immagine: più d’una volta il popolo ne impetrò solennemente la celeste protezione. Nel 1772 il 10 maggio per ottenere la serenità, detto il Vespro a S. Angelo, il popolo si recò processionalmente alla Pergola cantando le litanie; dopo la funzione propiziatoria la processione ritornò alla Pieve. Si ha memoria di un’altra processione fatta all’Oratorio nel 1782. Varie furono le vicende dell’Oratorio in tempi a noi più vicini: certo è che, venuto a mancare l’ospedale, esso pure decadde; passarono anche lunghi anni senza che vi fosse celebrata la Messa. Oggi però le cose sono cambiate e l’Oratorio ha incominciato ad esser di nuovo officiato; auspice il Vescovo Gabriele Vettori, sotto la guida dell’Architetto Fagnoni, sono stati fatti restauri importantissimi: è ritornata in luce anche l’elegante portico quattrocentesco che dà accesso all’Oratorio (la spesa complessiva per tali restauri ascese a circa 15 mila lire). Per i restauri non è mancato l’aiuto del Comune, ma il contributo più valido è venuto dal popolo, soprattutto dai generosi abitanti della Pergola.