Proprieta’ letteraria riservata (C) Dr. Franco Antonelli   autore – scrivimi:  antonelli(AT)gmx.net
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LA CASETTA DEL MONTANILE

Arrivò il momento tanto temuto. I tedeschi rastrellavano uomini validi al lavoro per le loro industrie pesanti, su, in terra di Germania. Fabio, Demetrio e Tonino stavano occhiolinando da dietro la montagna di travi per binari e tavole accatastate alla stazione ferroviaria di San Mommè. Uomini in fila, con pacchetti e coperte arrotolate tra le mani, si avviavano ai carri merci, badati da soldati in uniforme del Reich. Videro incolonnato anche l’amico Ugo, che, come loro, uomo non era: provarono il brivido della paura, sconosciuto ai loro animi di tredicenni, Demetrio un po’ di più.
E decisero. Le mamme se li strinsero al petto, con struggimento vero, ma li lasciarono andare per la montagna, per le forre, per i balzi e le rocce di Baggio e dell’Acquifredola, liberi come nuvoli di tramontano. L’unico ad avere un’idea di dove andare era Demetrio, figlio dei pastori Michele e Fortunata, nato a Mengarone, terra già montanina, non più di pianura: aveva accompagnato spesso i suoi genitori a badare le pecore su ai pratoni all’alpe. La mulattiera di Chiappore li stava facendo sudare, andavano silenziosi, pur con le scarpe chiodate; gli scarponi pesanti nello zaino, con maglie, farina gialla, mele, calzini, marmellata, sapone, mutande e pensieri, infiniti pensieri…
La luce aveva invaso il cielo da poco, era una bella giornata, fresca e pulita, autunno da favola. “Ma sei sicuro che ci sia gente lassù?” Fabio fu il primo a interrompere il silenzio monastico e puro dell’ottobre appena svelato. La domanda era per Demetrio, capo riconosciuto e guida dei due ‘cittadini’ sfollati al casone del Breschi. “Ci sono, ci sono, i partigiani sono tutti lassù, nei boschi del Poggione, ai Trogoli, su per l’Orto di Corso, chi vuoi che li trovi in quei grotti? Chi non ha voluto andare in Germania… lo vedrete, non saremo soli.” Erano agli ultimi olivi, piante magre, poi sarebbe stata montagna vera. Tonino vide svolazzare in terra, s’avvicinò e chiamò i compari. Uniti, osservarono il tordo preso al laccio che si dibatteva dando l’anima nell’ultimo respiro. Fabio protese le mani in suo aiuto, ma Demetrio lo fermò, guatando in giro. A due metri un altro tordo esanime, allacciato al collo; poco più in là un altro e un altro ancora, e un merlo, anzi due. “Ragazzi siamo in mezzo a una tesa, state attenti…”
Non aveva pronunciato che poche parole, una voce dura sibilò da dentro il ginestraio impenetrabile. “Fermi, vi guardo, state fermi sennò vi sparo, state fermi, non muovete i piedi, siete armati?” Rimasero impietriti, sudore ghiaccio al collo, brividi verso il coccige, roteando gli occhi, cercavano di penetrare l’alto erbaio frammezzato a stipa, mortella e albatri, sudicio di palèo. Si aspettavano che l’uomo uscisse da dove avevano udito il tremendo avvertimento, invece quello sbucò alle loro spalle. “Ma voi non siete Menico?” Domandò Demetrio credendo di aver riconosciuto la voce bassa e strascicata. “Fermo, non ti girare, stai dove sei o ti mando all’inferno dei bambocci… ma chi sei? Di dove vieni? Di chi sei figliolo?” “Sono di Michele e della Fortunata…”
“Allora tu sei fratello dell’Alma?” “Sì, meno male m’avete riconosciuto…” “Giratevi piano, senza muovere i piedi da dove siete, sennò mi sciupate tutta la tesa.” Brutto, brutto e sudicio, barbaccia ispida da cinghiale, pantaloni militari con una sola bretella in tralice, camicia rattoppata, magrezza di eremita costretto, una doppiettaccia a cani esterni tra le mani. Si dette veloce a togliere i tordi e i merli di terra, fece cenno ai ragazzi di tornare sullo stradello senza inciampare nei lacci tesi. Undici pezzi. Dall’ombra delle ginestre tirò fuori un paniere di funghi ceppatelli scuri, sbarbati giù bassi, coperti di foglie di castagno; sopra dispose i tordi e i merli, quindi ricoprì con una pezzola a quadri blu. “Anche per oggi la spesa s’è fatta.”Disse soddisfatto e poi domandò: “Ma dove andate? Non lo sapete che quassù c’è del pericolo?” Demetrio spiegò tutto e cosa avessero in mente, dove volessero andare. “Siete troppo giovani per giocare alla guerra, non state vicini alla strada sterrata, lì i tedeschi arrivano anche con i camion, di rado ma alle volte vengono anche quassù, anche se non sono riusciti mai a prendere nessuno. Andate ai Pozzi del Bagno, ci sono anche i figlioli del Taddei e quelli del Mazzarrini, ragazzi come voi…”
“Ma voi… dite, dove abitate… quassù di che si campa?” Domandò Tonino. “Ci s’arrangia, per passare la notte ci sono i metati, s’è rizzato delle tende; le nostre donne vanno al mercato di Piazza del Duomo a Pistoia, barattano uccelli e funghi con farina bianca e gialla. Più in qua ci saranno le castagne. Fucilate non se ne tira per non fare rumore, la doppietta è caricata a pallettoni, non è per gli uccelli…”
Mostrò la tesa, micidiale, fatta a regola d’arte. Ogni laccio di crine di cavallo maschio era piazzato in verticale a giusta altezza da terra, posto in mezzo a bacchettini di stipa attaccati l’uno all’altro, un’oliva matura di qua e una di là dall’insidia. Videro l’uomo staccare dai cespugli tre gabbie messe basse, due tordi e un merlo, e coprirle; poi dette un cenno per aria di saluto e sparì nella macchia, silenzioso come uno strigide. (Rapace notturno, civetta) Lungo lo stradello parlavano dell’accaduto, avevano dimenticato la paura e si sentivano presi d’ammirazione per quell’uomo dei boschi, brutto e puzzoso, ma fiero e cacciatore. Due ore di scarpinata senza impegno, furono avvistati e fermati da un ragazzo come loro, macilento e con un gran paio di occhi, un MAB (mitra Beretta) della milizia penzoloni, a bandoliera. Li accompagnò a una specie di accampamento in una zona rocciosa dove maestosi alberi di faggio svettavano la loro secolare autorevolezza. Accanto alla bocca di una stretta caverna crepitava un fuoco di legna secca, solo fiamma e niente fumo, solo un po’ di vapore soffiava da un pentolino vicino, disposto su un triangolo di ferro con delle braci sotto. Furono interrogati da un uomo di poche parole, che conosceva la famiglia di Demetrio.
Colazione di pan secco tuffato nell’orzo e chiacchierata su quel che succedeva in città: quegli uomini si dimostravano curiosi e ghiotti di comprendere cose che conoscevano a menadito. Dettero loro il compito di sentinelle sulla strada che veniva dal Termine della Collina, ripartirono per quella direzione con una guardia del corpo, quel ragazzo con il MAB che li aveva intercettati. Sul posto dettero il cambio ad altri due, dei quali uno conosciuto, ma non si dettero a smanacciate e allegri riconoscimenti, sapevano che si trattava di interpretare un lavoro difficile, molto serio e si scambiarono le bianche bandierine di segnalazione. Tonino (Antonelli, mio fratello) s’era seduto su un tronco di faggio ribaltato in terra e mezzo marcito. Dalla sua postazione poteva vedere a destra Demetrio, lontano due o trecento metri e Fabio (Fiorini) a sinistra, molto più vicino alla stradina sterrata proveniente dal Signorino. Le ore non passavano, ogni tanto salutava gli amici sventolando una mano, attento che non agitassero la stoffa bianca. Ma non successe niente, e neppure il giorno dopo e neppure quello di poi. Si annoiavano, anche se si accorgevano di diventare uomini. Un giorno all’accampamento arrivò Menico con uno zaino talmente grande e pesante che tutti si domandarono come avesse fatto a portarlo fino lì dalla città. L’uomo era stanco, ma felice. Aveva di tutto, salami e dadi per il brodo, zucchero e sale, cartucce in calibro 16 e 12, etere e cotone idrofilo e poi lettere, lettere dalle famiglie che furono aperte in un battibaleno. La moglie del Tinti era incinta e in suo onore fu smarimesso un fiasco di grappa; tutti ne bevvero, anche i nostri eroi che all’ingollo diventarono di mille colori, strabuzzarono gli occhi ma non dettero cenno di non gradire un liquido da uomini mai assaggiato nella sua forza. Meglio andò con il fumo di sigarette avvolte, puzzolenti e pestilenziali,ma si sa, dura e faticosa da aprire è la porta che dà accesso al mondo degli uomini.
“Allora, ragazzi, come va quassù?” Domandò Menico,“vi divertite?” L’uomo sapeva che ai novizi venivano affidati sempre i compiti più rompicoglioni, anche se meno faticosi, ma non per questo meno importanti. I tre lo guardarono, avrebbero voluto dire, raccontare delle ore e ore passate a guardare il nemico inesistente, ma tacquero, invidiando il ruolo di Menico, cacciatore e trasportatore. La grappa di mirtilli liberava le pastoie del rispetto e dei reverenziali riguardi giovanili. Risposero all’unisono Fabio e Tonino, incespicando e avvolgendo parole simili, partite insieme dalle loro bocche, scontrandosi l’una con l’altra in modo comico e non voluto.
Così come avevano aperto bocca insieme, così si chetarono, guardandosi con aria interrogativa e invitandosi reciprocamente a parlare. Ma il timore di aprire bocca di nuovo insieme li frenava, finché Tonino si decise a parlare. “Si fa le sentinelle lungo la stradetta che va dal Termine all’Acquerino, un par di palle… sarebbe meglio venire a caccia con voi.” L’uomo pensò, considerando una situazione che conosceva bene: anche a lui era toccato di fare la sentinella, sapeva delle ore che non passano mai, del sonno che viene anche senza stanchezza, della testa che dondola cercando un appoggio, del tremendo impegno preso con la comunità di fuggiaschi, del nemico che può apparire all’improvviso…“Che credete… che gli uccelli e le lepri si facciano prendere da voi? Scommetto che non sapete neanche quante gambe ha una lepre… te, Morino, lo sai quante ne ha? L’hai mai vista un’orecchiona quando si fa ingroppare al lume di luna dal suo maschiaccio?” Menico si era rivolto a Tonino che badava ora a stare zitto, quasi impaurito dal tono dell’uomo, burbero e apparentemente astioso, ma non poi tanto, visto che parlò dei tre al capo indiscusso della brigata, il silenzioso Cecco di Valdibure. Gli occhi s’erano allargati di soddisfazione a tutti e tre gli amici, quando s’accorsero ch’erano stati distaccati in aiuto di Menico. “Vettovagliamento.” Disse il Tondini di Villa, quando Menico passò tra gli uomini con i tre ragazzi accodati dietro di lui. “Sussistenza, passa la Sussistenza, rendetegli onore.” Fece un altro. “Ragazzi, ricordatevi che la cambusa è sempre vuota e che la fame vien tre volte al giorno, tutti i giorni, acqua o sole…”
Aggiunse un altro, strofinando uno zolfanello, la cicca in bocca. Era terminata la noia. La scuola di Menico era interessante, era scuola di caccia, niente sogni: ciccia, il resto non contava. Impararono a nascondersi, a non muoversi, camminare silenziosi, fare capanni ‘alla Menico’ . L’uomo insegnava che non si deve riconoscere dove uno ha cacciato, dove si è nascosto. Niente tagli di frasche, solo tessitura di ramaglia secca, poi riposta in terra come era stata trovata. Un cespuglio di stipa morta fu dato a Fabio perché ne facesse bacchettini. Il cacciatore gl’insegnò a tagliarli a un palmo e appuntirli per le tese con i lacci. Non sapevano niente di niente; Demetrio, nato in campagna, era l’unico che sapeva maneggiare il coltello, i due cittadini tradivano la loro estrazione ignorante, ma impararono alla svelta: il lavoro -di questo si trattava- era piacevole e si divertivano a metterlo in pratica. Menico era prodigo di consigli, bisognava stessero attenti perché non si dilungava, non ripeteva:era esigente e non si rendeva conto come mai qualcuno non capisse alla prima. E impararono a riconoscere le mosse delle lepri dai loro cacherelli, se maschi o femmine, se giovani o adulte. La lepre è regina del suo territorio, può muoversi all’alto o al basso, seguire pascolo di capriccio temporalesco, ma da una certa area non si muove. Sfruttando la siccità della passata torrida estate, impararono a prendere le lepri con…l’acqua! A lume di luna camminavano nel bosco dietro a Menico che portava un secchio d’acqua. Demetrio con un tegame sbreccato di coccio, Fabio e Tonino con due pesanti tagliole tra le mani. Il silenzio assoluto e la mancanza di riferimenti umani dava loro una certa preoccupazione; ma stare con l’esperto cacciatore infondeva sicurezza e un’aria di superiorità mai provata.Appena sbucarono ai Prati Alti, andarono in cerca di un abete piccolo che aveva deciso di abbandonare i fratelli dell’antica abetaia, nascere e svilupparsi tre metri dentro l’erba, nel prato. Veloce, Menico attaccò il secchio con del fil di ferro al fusto dell’albero. Dallo zaino tolse il tubo di gomma di una macchina per ramare, col rubinetto.
Mise un’estremità nel secchio, e succhiò l’altra finché non sgorgò dell’acqua. Chiuse il rubinetto. Si fece dare il coccio e lo interrò in direzione e sotto la canna di gomma. Con dei sassi disegnò un piccolo passatoio, al di qua e al di là del tegame, una stradellina obbligata per quale animale fosse voluto andare a bere. Dispose le tagliole dentate prima e dopo l’acqua e le legò all’albero con un grosso filo di rame. Dette una stropicciata con dell’aglio selvatico e menta di campo alle tagliole e ai sassi. Le forzò e dispose due piccole tavolettine leggere sullo scrocco. Aprì il rubinetto e permise all’acqua di cadere giù a gocciole lente. Si guardarono e i tre amici ebbero occhiate di ammirazione per Menico, che invitò a ritornare alla Casetta del Montanile, dove avevano preso dimora. Prima di addormentarsi l’uomo spiegò che la lepre forse non aveva tutta l’acqua di cui aveva bisogno e che forse…Nella Casetta c’era un forte odore di bruciato. Un angolo era servito per fare un fuoco improvvisato, per chissà quale tormenta invernale; Tonino si tirò la coperta addosso pensando a sua madre e alle sue sorelle, non aveva rivisto il padre partito per la Russia; Fabio pensava alla lepre e la vedeva grossa come una pecora, rimanere alle tagliole e portarsele via, albero e secchio compresi. Demetrio russava, mentre Menico pensava alla S.Giorgio, la fabbrica dove aveva lavorato come tornitore fino a che non erano scappati in tanti verso le montagne. Non dormì mai e mezz’ora prima del brùzzico svegliò i ragazzi. “Forza, si va a vedere se c’è rimasta, l’orzo caldo si piglierà dopo, forza che è quasi giorno…” Camminare verso l’appostamento dava una sensazione sconosciuta agli apprendisti cacciatori: la speranza del risultato positivo aveva riempito i loro sogni; quasi di corsa arrivarono e Menico li rallentò, si sentiva un rumore come di sbatacchiamento. La lepre c’era! L’uomo fece un salto verso il buio, la luna s’era oscurata e luce non ce n’era. Sentirono squittire e Menico sparare una parolaccia talmente sudicia che si rifiutarono d’aver sentito, mescolati un santo comprensivo e una puttana di via Tomba, conosciutissima dai maschi di tutta la città. La lepre era rimasta agganciata per la zampa sinistra anteriore. Menico impartiva gli ordini. “Demetrio, muoviti, allarga le ganasce, tanto l’ho presa per il collo, ora non mi va più via.” “Arrivo, arrivo…” Un briciolo di fredda luce nascente mostrava la scena di Demetrio che non riusciva ad aprire le ganasce della tagliola, mentre l’uomo lo invitava ad appoggiarla in terra. Gli altri due compari stavano fermi, non potendo fare alcunché. “Così, bravo, aprile e attento che non ti ci rimangano le mani, arreggile, ecco, l’ho in mano io, s’è avuto fortuna,”aggiunse il cacciatore,“altri due minuti e non ci si trovava che il moncherino della zampa, guardate, è rimasta acchiappata proprio nel piede, se l’è rosicchiato…” Presala per le zampe di dietro, le lasciò andare una tremenda botta tra capo e collo con la mano. Due singulti, un ultimo rabbrividire di nervi e tendini, gocce di sangue dal muso, un altro giorno era pronto da vivere, un giorno da cacciatori.

Antonelli dottor Franco
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BOBI, Il CANE DEL RAMINGO

Dino è del ’15, e sta con noi; è zio di mia moglie, in casa c’è anche sua sorella, che poi è mia suocera, una donnina impagabile. Dino sta perdendo la memoria, il che da una parte è male, ma anche un bene: non si ricorda i momenti buoni della sua vita, ma neppure quelli meno esaltanti. Non sa di avere novant’anni, crede di essere ancora in Sicilia a recitare la sua parte di combattente contro gli Alleati, racconta della sua vita di contadino, ancora vorrebbe lavorare e se gli danno delle patate da sbucciare si sente un uomo: l’antica, usata e maledetta necessità di servire il padrone lo tormenterà fino alla fine. Alle volte fa girare gli zebedei, vuole tornare a casa sua e non vuole credere che casa sua – che non era sua ma del Signor Ugo Niccolai Lazzerini – è stata stravolta dal tempo: nel più bel podere del piano di Pistoia, che lavorava con la sua famiglia; a S. Agostino ora ci sono strade e capannoni, il frenetico mondo del lavoro moderno. Ma quando ricorda la sua vita e parla di vitelli e conigli, del maiale e delle tradizioni, lo sto ad ascoltare come il fedele il prete dal pulpito. Andrebbe registrato perché è tutto una favola bella:
“Il Lario (doppietta a cani esterni) lo riportò il nonno, non so da chi lo compriede, o se l’avesse barattao, ma come tiraa…! Una mattina d’ottobre si vide il cielo… e gl’era nero dagli storni, roba di passo, s’avea dei richiami… lo sai? Non l’avea nessuno uccelli in gabbia comme i nostri e neanche una doppietta ‘ome il Lario aveano…Si stea nel capanno a testa bassa, se tu avessi mosso la pupilla d’un occhio… e gl’ eran dolori. Davanti la feritoia era stretta per vede’ appena e di lì sbucaa il tiratoio delle reti; dietro c’era n’apertura un po’ più larga per spara’ a volo e sul seccaione di noce. Se s’andava male a scuola il babbo non ci facea nulla, ma se gli si fosse mandao via gli uccelli dalla tesa…”;
“Ma che ne prendevi tanti, di uccelli?”
“Che scherzi davvero? C’era la fila alla nostra tesa, la fila de’ ‘acciatori; specialmente d’ottobre la gente volea ingabbiare, gli mancaan le pavoncelle, lodole, pispole, stipaiole, fossacci, ballerine, fanelli, filunguelli, tutti gli uccelli di prateria e i cacciatori diventaano matti per le pa’oncelle, che quelli di là dal monte di Serravalle chiamaano mìciole. Veniano dell’ ommini sconosciuti, arroganti, e per ave’ una mìciola non pregaano sconti, bastava dagliela e pagaano qui cche gli si chiedea. Quella mattina lì me la ricordo come fusse ora, nuvoli di storni passaano uno dietro l’altro, ma non daano retta, né agli affili, né a quelli di gabbia, così il babbo mandò me, ero il più grande, capisci? Sarò stato alto come un soldo di cacio, a prende’ la ‘anna alta per mettecci uno storno. Arò avuto diec’anni tra il sì e il no, calzini di stame e zoccoli ai piedi, feci tutt’una vola’a, la canna era ‘n due pezzi, pesa, ma io non sentio fati’a, quanno gliela detti mi parve d’esse diventato un omo; contento del dovere fatto, com’ un cane che riporta una lodola persa. Ir babbo ci piazzò una retina tonda e uno storno accodato; quando la rizzò, si vide subito la musica cambiare: que’ branchi che non da’ano retta e anda’ano compatti a diritto senza curare, curiosonno e patinno la novità, avvionno a scomporsi, gironno, fermannosi e rinvolandosi, si mescolonno come muscini impazzi’i fino a icché un gomitolo nero di storni non s’abbarbiò alla secca, saronno stati un miglione… una palla scura. Il babbo alzò i cani al Lario e scaraventò nel mucchio due bordae di gialla Randite, a lui quella porvere gli garbaa più della rossa Camia. Come fare un grosso buo con le forbici in un lenzolo nero. Io e Alfredo, il mi’ fratellino, s’avviò a rincorre’ quelli che ribaltaeno feriti, ce li mettenno in seno e qualcuno ci cascava, s’avea il fiatone, mentre il babbo raccattava quelli morti, sotto alla secca. Si durò un’ora a gira’ pe’ le fosse, nei cigli, non si facea che trova’ storni da ogne parte…”
“Ma quanti ne rimediaste?
“E chi lo sa? Tanti, ma tanti che il babbo, il giorno dopo, andiede al mercato e co’ sordi degli uccelli ivi e di quelli morti riportò calzoni lunghi per noi due e un vezzo alla mamma, anco la schiacciata con l’uva… mi vien da piange’, guarda, m’emmozionno, ma mmé lo ri’ordo come fosse ora.”
“Ma di quel cane che mi rammentavi… non l’hai salvato il sangue? Voglio dire, non lo facesti mai razzare, quarche cucciolo per rinnovare la genìa… che so’.. non gliela trovasti mai una femmina?”
“Bobi? Eh… come Bobi, di ‘ani a ‘uel modo lì non n’ avea mai scorti nessuno, nemmen’io e, bada, a me di tutto tu mi poi dire, ma che non abbia visto cani… mi venia a cerca’ della gente mai vista né conosciuta, solo per un parere, per fammene vede’, per sape’ di quello o di quell’artro cane… ma che te l’ho mai racconto di come lo trovai?”
“No, non mi pare” Rispondo così, pur sapendo di mentire per compiacere lui e me stesso perché avrei di nuovo goduto nel sentir raccontare, rinnovellare una storia vera, ma ogni volta un po' diversa, con fantasie aggiunte ai fatti, mescoli mescolati di cani, uomini e fucilate. Accadimenti che non se la sentono di rimanere senza materialità, in continuazione affacciandosi dal passato alla vita vera ogni qual volta ci sia qualcuno ben disposto a sentirli rivivere. Ed eccola la storia, come me la racconta spesso Dino, a volte in modo semplice, a volte più infiorettata, ma la sostanza è questa che vi trasmetto. Scusate il briciolo di vernacolo toscano e pistoiese che incontrerete nel leggere, di solito non lo uso – chi mi legge lo sa – ma Dino parla solo la su’ lingua.
“Voiàrtri vussie’e giovani e nun potete capi’ i nostrani tempi, tempora di streghe e carestie. Oggi annate tutti a lavora’, ahete studiato, e non vi viene neanch’ in mente per l’immaginazione cosa voglia di’ arriva’ a tavola, nun ave’ da mangia’ che pohinino e rialzassi sempre leggeri. E s’andava per le fosse a prende’ pesci e ranocchi da frigge’ e nel bosco per uccelli con la pania e con le reti, e, se ci riusciva, di sotterfugio, si prendea il Soffione, il fucile a bacchetta, e si sparaa a un branco di luherini o carderugi, non si sprecaa un colpo per un solo uccello, sennò tu lo sentivi il babbo come brontolava…Successe che s’andiede a comprare una vacca pregna in Maremma; vent’anni non l’aveo, fu po’o prima della guerra; nel camioncino del Vettori ci si staa stretti pigiati, ma come Dio volle verso le dieci s’era a Campagnatico, sotto Siena, in un podere chiamato Polveraia. Nel mentre i’ babbo conoscea querla gente, col Vettori che facea da sensale, io presi il ario e andai a vede’ di quarche lodola, s’era d’ottobre, un cielo di Tramontano, celeste come il mantello della Madonna di Valdibrana. Un terreno… meglio la mi’ pianura, da’ retta, costaggiù c’era tutti campi a saliscendi, fossi di lecci, grotti pericolosi che bisognaa arrampicaccisi con le mani. Lodole non ce n’era, da una vigna mi schizzonno via du’ tordi fora tiro, entrai in un fossone, buio dalle piante fitte soprammesse, in fondo c’era un rigagnolo d’acqua chiara e canterina e mi chinai a bere comme ‘n animale.” Un silenzio che parea d’;essere in chiesa. “Fu in quer momento che lo sentiedi, e mi fecia un po’ paura, voglio dì la verità, davvero. Uno scagno corto. Ma profondo come da gola di lupo.” Aahùùùùùùùù… “Voglio dì la verità davvero, mi fece un po’ ‘mpressione, anche perché non me l’aspettao, in quer silenzio. Alzai la testa verso l’alto, di dov’era vegnuto quer verso di bestia, ma non veddi niente, né risentiedi altro. Mi sarà sembrao, penso.” “Prendo per una specie di stradello ritto com’ un muro, terra rossa commi i’ssangue, scivolosa per l’acqua dei giorni prima, il fucile mi daa quasi noia per il peso, ma mi faceva sentire omo, padrone dei boschi e delle maggesi, più che contadino qual ero. Sòrto fuori di quella forra, arrivo su un pianoro, un colmo in cima a n’oliveta stenta; le piante n’aveano pochine… d’olive, foglie allungae dalla fame, insomma, ulivi guasi inselvati’iti. Sento un tordo zirlare, poi un altro, ne schizza uno fora da un àlbatro e si buttiede su na ‘uercia icina, ma c’ è troppa foglia e non lo veggo, punto la doppietta, pronto, mi sforzo di vedere in dove si fosse inselvato, e… di nuovo quell’abbàio mi smontiede facendomi accapponà la pelle dalla paura. Uno scagno breve e profondo, basso e potente, macchè scagno… parea il ruggito d’un leone, parea. Aahùùùùùùù…Lontano, ma sembraa vicino, a du’ metri. on penso più ai tordi, ne veggo un altro uscì’ dagli olivi, verso la ‘uercia anche lui, sulla punta di n ramo, gli potevo tirare a fermo, dove volevi che andesse… ma non gli tiro. Il fucile non mi dava in quel momento voglia d’ icchiappare come sempre, ma l’intendeo come un’arma da difesa, non so come spiegammi, ma che mi ‘apisci?”
“Eh capisco, capisco, va avanti, continua…”
“A vent’anni non avevo paura neanche di chi n’aveva dieci di più. Nelle scazzottate aveo imparao a tira’ per primo e di prepotenti n’aveo buttati in terra parecchi, e non sapevo icchè fosse la paura, per lo meno nei riguardi degli ommini. Ma qui non si trattava d’òmmini… Mi misi in sentita, appoggiao a un leccio che svettaa sul colmo, in posizione rialzata. lo sentii vicinissimo, poi lo veddi, maremma cignala… era un cane, un segugio. Nero focato e grosso, ma ti dico grosso, esagerao. Femmina, e vecchia, non ce la facea a correre e camminaa un passo veloce, col tartufo e i lunghi orecchi in tera a strasciho. Lo sapevo, non potea che esse’ uno scagno di ‘ane, ma il vedello in ciccia e ossa mi fece anda’  ia quella specie di paura, quer bbrivvido che m’era entrao drento, addosso a ‘i corpore. S’avvicinò e alzò la testa a guardammi per un sorso d’attimo. La pelle abbondante gli ricascaa sugli occhi, che gli avea rossi come il foco.Un capezzolo s’era allontanato dalle mammelle sformae e gonfie, andando guasi fora a sfiora’ la tera; mantello di pelo corto e nero, lucido come uno specchio, zampe color der tabacco tuscanio e poderose. Riprese il su’ cammina’ col naso in tera. Vidi che cacciava e gli andai dreto: non alzaa mai ‘l ceppione e ogni tanto aumentaa quel pistare cor naso quanno gli paresse di ave’ trovato ‘n odore interessante, che fosse lepore o cignale… chissà icché cacciaha codesto canaccio, però cacciaha e si vedea che era un seguitare impegnao, d’un segugio insanguao che va a trova’ l’animale, ma camminaa, non ce la faceva a corre’, perché era vecchia… forse guanto gli zolli ‘he pestava. Intanto e mi guardao d’intorno per vede’ se fossi bono a scorge’ er su’ padrone, di si’uro appostato all’alto, ma non veggeo nessuno. E drento di me mi dicevo sta a vede’ stamane s’ammazza la lepre senza ringrazià nessuno. Il cane sparisce, lo sento scagnare e quello strano abbàio giù di sotto, lontano, verso la pianura, poi niente, poi il vento me lo riporta in mente da poggi distanti, di molto remoti, poi gnente e non ci penso più. Mi fermo; da un alberottolo piccolo ma rigoglioso stacco una mela, bacata: la mangio a morsi, anche se ho dentro ‘l giubbotto ir coltello; scanso il torsolo e il baho Gianni intento a lavora’ sulle sue amate gallerie; ma guanto lavoreno i bahi Gianni… ehi, che c’hai fatto caso? Che gliela daranno la pensione? Che fa’ ridi? Nun tu lo sai che… e songo un tipo curioso. Ascolta, ti dico come andonno le cose: mi sento come se quarcuno mi guardasse, sbilucio intorno, ma non veggo nessuno; poi mi parve di scorge n’ombra, sì, in cima alla collina c’era un omo col fucile che va verso casa, quella in dov’era il mi’ babbo col Vettori; si ferma, scruta verso di me, te che avresti pensato? Io penso che fusse il padrone del cane. Codesto riprende il cammino, sparisce ingollato da un poggiolino, m’aspetto di vedello riappari’, ma non lo veggo più e all’improvviso ti risento di nuovo ‘l cane, di morto accosto. La stranezza di questo avvenimento non m’abbandona, facendomi passa’ la voglia di caccia’, e mi dico ora piglio e ritorno dal babbo e dal Vettori. Sto per torna’ dreto quanno riveggo il cane, a non più di trenta o quaranta metri; mi guarda e dà in quello scagno suo particolare, basso e lugubre, corto, e mi rimpaurisce, accidenti a te…Aahùùùùùù…Lo guardo e lui stea fermo, a testa alta, senza mette’ il naso in terra, sembra chiamammi, invitammi, insomma, lo scagno è per me, lo capisco, nun sono miha grullo; poi accanto a lui vedo l’uomo che mi sorride, io alzo ‘na mana in segno di saluto e vo verso di loro, forse abita nella casa dove semo andai a compra’ la vacca pregna, penso. E’ di pohe parole, sa della vacca, è il figlio del contadino, mi dice che la cagna è dietro a un leprone da due giorni. I modi, l’aspetto e il linguaggio uso me lo fanno apparì come uno che ha studio, è un ‘ommene maturo, più grande di me, voglio dì la verità, sa mettermi a mio agio anche se sono un contadino, non è curioso come me, non fa domande, solo mi parla bene del Lario, fucile che conosce per avenne uno uguale un su’ amiho. La conversazione dura poco perché la ‘agna, vicino al bosco, riomincia a caccia’ e pare ave’ risolto un girigogolo e trovao na pista bona, sihura. Manda quer su’ latrato al cielo con più frequenza, e pare che tutte l’anime dei segugi siano in ascolto, di lassù… o che vuoi che non ci sia un paradiso anche per i cani? Eh…? Te che dici? L’omo mi indica un alloro, con un largo sasso vicino, dove appostammi, mi incita a fare in fretta, mentre lui corre di scatto verso un’altra posta, non lontana. Resto imbambolao, non conosco l’usanze de’ lepraioli e di ‘uei luoghi, sono un po’ indeciso, ma corro verso il grosso macigno, cerco in tasca du’ corazzate. Quando arrivo sotto l’albero, ho il fiatone alla gola, al Lario gli ho messo in pancia piombo del due, alzo i cani e sto pronto, digli che vegna… La segugia ha rinfittio l’abbaià, mi fo pregne’ dall’emozione, sento un groppo arla gola, non m’era mai capitao di caccia’ con ‘no sconosciuto. Appoggiato al tronco, riparao dal sasso, guardo e veggo mi finisco gli occhi e sbilucio ancora in tera davanti ar cane, ma non veggo nulla. D’un subito mi par di vedere, sì… sono orecchi dritti, è ‘n leprone al cuccio, immobbile sta sbilucianno la cagna. Potrei tenta’ anche una fucilaa a fermo, ma è lontanina, e vedo il cane camminargli addosso… la lepre parte come ‘na molla, uno zighezaghe e scappa ‘n do ero io, col segugio che lamentaa il suo profondo urlo di vittoria. Diomio comme andea ‘l leprone! Mi venia addosso, non m’ ha visto, ora mi domina il timorpanio di padellallo, gli tiro una mina davanti, tropp’avanti, maremma cignala! Uno sbuffo di terra sur muso paffuto gli fa cambia’ direzione, ci ripensa, torna di nuovo verso di me a tutta velocità, mamma comme gli è grosso! Guasi mi pesta i piedi, non sciupo la fucilaa nel tiragli così vicino, lo fo allungare, occhi fissi sul culo bianco, ora ho la cagna tra i piedi che dà in un ululao tremendo e prolungao, ha il leprone negli occhi e il suo puzzo ni naso…Veggo all’insieme il lepre che parea un fulmine, quasi fori tiro, e il cane del Lario abbattersi sul percussore della canna sinistra e una sfumacciaa alzare ‘n polverone di terra e pelo; le fucilae son due, deve avè sparao anche il padrone del cane: il leprone è stoppao, bela come un capretto, agita ‘na gamba e scalcia al cielo come a volessi levà il foho di dosso, sussulta un tremito, chiama i sua dei e gli dice che non lo sapea che la su’ vita…ch’era tutto ‘n inganno… e tutto è finito. Sangue dappertutto, dal naso e nella bella pelliccia, ora non tu mi scappi più! Gli arrivo sopra tutt’uno col segugio, sono contento, un nodo di gola, che ti deo dire… chiamalo come ti pare, quarcosa mi prende gli occhi e il gorgozzule, il core e le gambe, mentre dico bravo al cane che sta leccando il sangue sulle costole. Fo per accarezzare la testa della cagna e… m’ artrovo il manto del leprone sotto le dita! Riecco la paura, mi riporta alla realtà di brividi ghiacci per il corpo, te… che l’hai mai provata la paura? Non te la consiglio… è robaccia, non tu la ‘omandi. Il cane è lì che mi guarda, lo tocco e non c’è, lo vedo, l’occhi mia…le mi’mana non incontrano il suo corpo, scorgo la lepre, la cagna gli è tra me e il leprone, che mi riuscirà dirti come stavano le cose? Il mi sguardo l’attraversa, proprio l’attraversa, cerca di ‘apirmi… hai inteso? Arriva il padrone del cane, ha il fucile aperto, fumante, vede la lepre morta, è felice anco lui, una grande soddisfazione gli si stampa in faccia, si congratula con me, io non so icchè fare, ho sempre drento di me la paura avuta… ascolto le parole belle drento del cacciatore, gli dico che la lepre gli appartiene, io l’ho sbagliata, la lepre è sua, è del cane, così m’hanno insegnato, ma quello si rifiuta, non la vole, non so icché fare, lo sguardo mentre s’è chinao a accarezza’ la ‘agna. Un tremore improvviso mi brivida e tramuta le mi mana in pelle d’oca, ho paura, ma che mi ‘apisci? Mi parea d’esse ammattito! L’occhi attraversano anche il corpo dell’uomo, di lui e della cagna e io vedo il macigno e l’alloro dretro. Strizzo e chiudo gli occhi per allontanarmi di lì, di sicuro son dei fantasmi, mi dico, m’hanno fatto una malìa… o chi può essere stato? Li riapro e non veggo più né la ‘agna né l’omo. Solo la lepre è in terra vicino a me. Vaffanculo a tutt’ mmondo…! Ma icchè succede?
Lentamente mi ripiglio, mi raddò, non mi raccapezzao più. Apro il Lario, levo i bossoli, li metto in tasca senza ricaricare; vo a taglia’ dei lacci da un ginestraio icino e lego il lepre a un ramo traverso d’alloro per le zampe posteriori; la sbuzzo, budellame caldo in terra, pulisco ‘l cortello e le mana con l’erba, levo il fiele, il fegato è lucido, bello sano. Mi guardo intorno, non c’è nissuni, non sento scagni di sorta, tocco il lepre, è vero, perdìo, è caldo, setoso… è vero! Mi guardo le mana, sempre sporche di sangue, sangue vero, le stringo a pugno. Torno alla casa. Gli uomini s’erano dati da fare, la vacca l’aveano già cari’ata sul pianale del camioncino, con delle presse di paglia dalle parti, perchè nun si facesse male a scivola’. Quanno veggono la lepre quasi a strascio in tera, tutti mi fèciano dei gran cumplimenti con manae sulle spalle; solo il padrone di casa, sempre con i soldi della vendita in mano, mi fissa negli occhi, invitandomi col babbo e il Vettori sul dietro della casa. Mentre apre la porticina di una legnaia si dà a racconta’ d’una storia strana, d’un su’ bisnonno, famoso lepraiolo, sempre rammentao a veglia per il monte delle lepri che riuscia a cchiappare grazie a un suo particolarissimo cane, un segugio che abbaiaa in modo che facea paura a tutti. “Guarda mimmo, lo vedi quer canino nella cuccia? E’ l’ultimo discendente di quel cane famoso del mio bisarcavolo. Avrà du’ mesi, se tu lo voi, piglialo, io son vecchio e a caccia non vo più, i mi’ figlioli lavorano a Siena e di caccia non sono mai stati appassionati. Piglialo, da’ retta, te lo regalo, ma non gli cambiare nome, perché porta male.” “O come si chiama?” Balbettai. “L’ho chiamato Bobi, come quel cane che vi raccontavo… quel fenomeno. Era una femmina, ma lo chiamavano Bobi, gli era un omaggio a un altro cane di chissà quando, anche lui un Bobi… oramai c’era codesta tradizione, se un cane era bravo il su’ nome non potea esse’ che Bobi.” ; Una forte curiosità m’avvampiede ni petto, mi fecia coraggio e gli domandai: “Sentite, ma quel vostro avo, o come si chiamava?” “L’avea un soprannome, ma s’è perso col tempo, mi pare… no, non me lo ricordo, io ero un bimbetto e mi sovviene che a veglia i cacciatori lo rammentavano, ma il nome non me lo ricordo, aspetta…mi pare “Il Ramingo” o qualcosa del genere, sì mi pare proprio che lo chiamassero il Ramingo, ma non sprecaan troppo fiato per dire il su’ nome, perché gli avea intimorito tutti e più che rispetto n’avean…’na specie di paura, anche se lui non avea mai fatto del male a nessuno, ma lo sapete com’è, non avea amici, vivea ne’ boschi, comparìa all’improvviso… fece una brutta fine, poveraccio…” ;
“Che fine…? Dite dite, o raccontaela tutta la storia.”
“Scivolò in un botro, battiede una gamba in un sasso, se la rompiede e non si potiede rizza’. Ma avea picchiato anco la testa… fu il cane a dare l’avviso a casa, ma quando i soccorritori arrivonno lui e gli era bell’e morto, poeraccio…”
“E il cane?”
“Dei cacciatori del paese cerconno di prendello, perché sulle lepri non lo battiede nessuno, ma lui scappò e lo sentinno abbaia’ per degli anni da quelle parti, senza mai vederlo… poi, non ci crederete, – l’hanno sempre raccontato da queste parti – non si sa neppure se sia vero, avete visto la gente come fa? Succede quarcosa, se la raccontan tra sé, magari e ci canta anche un paio d’ottave un poeta di fori e non si sa più se quel fatto fusse vero oppure no… comunque hanno sempre detto che lo ritrovonno morto nì punto preciso di quel botro in dov’era morto il su’ padrone. Allora, lo voi o no? Bada, poi tu ti pentirai se non lo pigli..” “Lo voglio di certo.” Dissi e me lo messi in grembo, montiedi sur camioncino e non aveo occhi che per il canino. gni tanto, lungo ‘r viaggio di ritorno, prendeo la lepre e gliela metteo vicina, lui l’annusaa poi mi guardaa di sotto in su con quegli occhi a piangere e mi leccaa le mani. Bobi diventò un cane da lepri come nun se n’era mai visti, con lui ho sempre fatto una gran figura di lepraiolo… che lo vo’ sapere? Non l’ho mai raccontao a nissuni, ma Bobi le ‘cchiappava da sé, le lepri… io non ho tirato che poche fucilate con lui… ora lo posso anche dire, il tempo delle bugie è passato, e son vecchio ormai… ma che te l’aveo raccontata questa storia?
Mi pare di sì…o no?
Nun me lo ricordo, gnamo, via via, si va nell’orto a coglie’ du’ rape per stasera, si cociano e si rifanno co’ ciccioli, tu vedrà come si sta…Questo era Dino Pagnini zio di mia moglie Elisabetta, una brava donna.

Antonelli dottor Franco
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DICK, BRETONCINO GODERECCIO 

Tonino, Giorgio e Marcello andavano spesso giù per le Maremme a caccia; tempi in cui era permessa la caccia agli uccelli migratori minuti, fringuelli, zigoli, peppoli, fanelli…Merli e tordi, frusoni e cesene erano considerati uccelli ‘grossi’; lodole, pispole, fossacci e ballerine erano oggetto di caccia dedicata, civetta e gabbie, affilo, caccia di prateria. Loro godevano nell’andare a giro, caccia vagante, dopo aver fatto l’aspetto al brùzzico a tordi e merli. Un’ora alle parate, fermi, aspettando l’uscita degli uccelli dal bosco, poi… il mondo davanti, siepi, seminati, grotti, prati d’erba medica: uno avanti ad aspettare gli uccelli involati dagli altri due che si muovevano a rastrello.  poteva capitare di tutto, dalle lodole di rilevo al pigro e lento colombaccio rimpinzato di ghiande o bacche d’ellero; la lepre improvvisa e la ghiandaia impaurita, il fagiano becero e la beccaccia infastidita, e vicino agli acquitrini martinelli e beccaccini, a volte anche pavoncelle. ra una caccia di movimento: lontani dalla macchina, erano costretti a portarsi dietro di tutto, dalla riserva di cartucce al sacchetto col pranzo, borraccia, telo per una parata improvvisata, un ombrello se il cielo minacciava di piangergli addosso. Al pomeriggio, verso le due e mezzo, fermavano i loro passi alla vecchia barriera di sassi della Riserva di Canino in Maremma, guardando verso la pianura in attesa di fringuelli e tordi che rientravano ai boschi circondati dai bianchi cartelli di divieto. Era frequente sparare molte fucilate in una giornata: Tonino s’era dato al calibro 20 per avere meno zavorra, gli altri due s’erano assoggettati al 12 che non risparmia dalle fatiche e dal severo rinculo, ma era caccia libera e meravigliosa e il peso… ma quale peso? ’unico problema vero era dato dal recupero degli uccelli morti, che non sempre si risolveva positivamente. Anche conoscendo bene il tragitto di caccia, evitando di tirare a uccelli in transito sopra erbai sporchi, ciuffi di cespugli o d’alberi dove sarebbe stato impossibile il riporto, a fine giornata erano molti gli anelli degli strozzini che avrebbero potuto essere pieni e invece…Chi va a caccia sa quanto rompa i coglioni lasciare un uccello in terra, non ritrovarlo. Anche se ce e facciamo una ragione, nel senso che non è sprecato o ucciso per niente perché può servire di pranzo a una donnola, volpe o altro animale, formiche…- in natura nulla viene buttato via – ciononostante uccidere e lasciare in terra è sempre stato il più grande rammarico del cacciatore.
“Eppure è cascato qui… l’hai visto dov’è finito?”
“L’ho visto, sì, ha battuto in quel ramo basso, dev’essere sotto l’ornello, ora vengo anch’io ad aiutarti, codesto non si può perdere…”
E cerca, fruga, alza l’erba e le foglie, pesticcia, butta il cappello in terra per non perdere il riferimento, il tordo sembra andato a finire in bocca a una volpe che passava di lì per caso. Ed è deplorevole aver ucciso senza la conseguente funzione dell’arrosto, del mangiare la preda, una tra le ragioni per rimediare il ‘mazzo’ di uccelli. Giorgio detto Loppa, amico di sempre, meccanico d’auto in Piazza d’Armi a Pistoia, presente nella camarilla delle moto d’epoca e delle bici da corsa, maturò la decisione: ci voleva il cane. E cane fu. E Dick fu il suo nome. Breton, maschio, cucciolo intraprendente e voglioso d’imparare il riporto, perché della caccia classica ai fagiani ai nostri proprio non gliene fregava meno che niente. Fu un’estate di fischietto e dressage…Terra! Porta! Visite dal veterinario e lettura di libri sul cane da caccia, in modo particolare il riporto della selvaggina morta al padrone. Amore e gelosia. Questi gli istinti sentimentali che avvinghiarono Loppa al giovane breton. Il cane non s’immaginava dell’enorme carico di responsabilità che sarebbe andato a sostenere e cresceva bene, sano e curioso, forte di complessione – non era un bretoncino sotto misura – e dotato ‘di sangue’. Loppa ne era orgoglioso e in garage, tra le auto dei clienti, lo istruiva in continuazione, anche in manovre strane, da circo, vista la facilità con cui Dick imparava non solo il riporto: stava seduto con le zampe anteriori conserte per aria; fermo, guardava un buon boccone, mangiando solo a comando. Il dressaggio perfetto ne aveva fatto un cane da circo, impressionante, e Loppa ne andava fiero, mostrando a tutti gli amici gli esercizi che il piccolo grande cane francese era in grado di fare, davvero straordinario. Venne il momento di far basta di andare a prendere le lettere dal postino, tenere in bocca il portafoglio del padrone, abbaiare a comando, camminare all’indietro; aprì la caccia e il breton era ‘n cane ‘fatto’ di dieci mesi, dressato come meglio non si può. L’allegra combriccola passò il settembre aspettando la caccia vera, quella di passo, la migratoria, e ai primi di ottobre erano a Canino, in Maremma tutti gli anni ‘stessa spiaggia stesso mare’. Perché cambiare e rischiare in un altro posto quando loro sapevano bene dove fosse il paradiso? Alle solite parate, rinfrascate, la novità era Dick che stava obbediente ai piedi di Giorgio che se lo coccolava con gli occhi e col cuore. Uccelli non ne uscì dal bosco e presero per le stoppie. S’alza una pispola, poi un’altra; spara Tonino, ne becca una, parte Dick e recupera con soddisfazione.
“Toh, qua, vieni, dà…”Lo incitava Antonio detto Tonino professore di matematica, cercando di convincerlo a riportare. Dick lo guardava, indeciso, ma s’indirizzò da Loppa, padrone che gongolava nel mentre il cane gli deposita la pispola in mano.
“Non ti preoccupare, tanto gli uccelli, dopo, si dividono come sempre.” Gli urlò Loppa. Toccò a Marcello fare una coppiola alle lodole. Dick le recupera tutte e due e va dal suo padrone a depositarle.
“Non ti preoccupare, tanto gli uccelli, dopo, si dividono come sempre.”
Gli urlò Loppa che aveva preso gusto al vedere il lavoro del cane che riportava, e solo a lui. D’altronde, chi era il padrone? In effetti quella squadra, come tante altre, faceva a mezzo delle spese e delle riprese, come si dice, tot benzina per uno, uccelli divisi per tre, a fine caccia, indipendentemente da quanti uno ne avesse morti. Ma dà un certo piacere avere allo strozzino le proprie prede e con quel cazzo di cane… non era possibile. Musi lunghi; solo gioioso, oltre la norma, Giorgio Bianchi detto Loppa, orgoglioso del cane. Fu una giornata di sole e di poco passo. Ottobre con temperatura di settembre, come spesso accade in Maremma. Per tutto il giorno gli altri due s’erano sgolati a chiamare il riporto di Dick, ma il cane sapeva bene a chi portare gli uccelli. Passa una settimana e sono di nuovo lì, di domenica. Gran passo di uccelli. La mattina al brùzzico i tordi uscivano in quantità, tra padelle e centri. Il cane… solita solfa. Quello che dava noia agli altri due era la soddisfazione stampata sul ghigno di Giorgio, che pareva al settimo cielo, forse anche all’ottavo.
“O Giorgio, ma lo tieni un po’ legato codesto cane, per la miseria!”
Vociò Tonino che aveva fatto uno scatto da centometrista per arrivare prima di Dick a raccattare un merlo disalato. E glielo prese davanti al muso e il bretoncino rugliò di disapprovazione, tornando verso Giorgio col mozzicone di coda tra le gambe (!) Cane di alta dirittura morale e professionale… Dick, non era quello il suo lavoro? ella caccia vagante i fucili cantavano la loro canzone, di gioia per i tre amici, di morte per le lodole e le pispole, abbondanti, passo pieno. Fermi sul mezzo del giorno a fare uno spuntino, consideravano la noiosa acquerugiola che li aveva bagnati. Dick stava mangiando una scatoletta di carne, era un cucciolone che non si tirava di certo indietro per un po’ d’acqua, era in condizioni pietose, bagnato fradicio, ma sempre in forma e Giorgio lo ammirava come può farlo solo un uomo innamorato del proprio cane.
“Te e codesto canaccio…!”
Esclamò Marcello detto il Poncino, sorridendo, il terzo della compagnia.
“Del che ti lamenti? Non se n’è perso neanche uno, dacchè c’è Dick!”
Affermò Giorgio come padrone del cane, e aveva ragione, il breton era tremendo nel suo lavoro, veloce ed efficiente; ma gli uccelli li aveva in carniera lui e anche se poi li avrebbero divisi, sì, insomma… per Tonino e Marcello non c’era gusto. Però Marcello, detto il Poncino, ne aveva in mente una delle sue. Originario dell’Arca, quartiere di Pistoia famoso per i suoi interpreti di simpatiche vigliaccate, azioni bizzarre al limite del codice, Marcello non ci stava a subire quella situazione antipatica; n’aveva morti una quarantina e in tasca ne aveva cinque o sei. Strizzò l’occhio a Tonino che s’immaginava qualcosa, ma non cosa avesse in mente Tripolina, altro soprannome di Marcello. Passandogli accanto, gli sussurrò:
“Stasera al rientro degli uccelli, tu vedrai, si ride…”
“Ma cos’hai in mente, merdaiolo?”
Domandò Tonino, professore che amava circondarsi di persone del popolo, amici veri, non sofisticati. a il Poncino rispose con un beffardo mezzo sorriso, incamminandosi per lo stradello che portava al muro a sassi della Riserva, gli altri due amici nella scia; aveva smesso di piovere, Dick, sempre brillante, triplicava la strada agli amici che camminavano sfottendosi e ridendo delle padelle, i tiri sbagliati sempre altrui. Era vicino il momento del rientro degli uccelli. Nuvole nere ormai lontane portavano il loro carico d’acqua verso il nord; un ventolino di sotto, dal mare, spennellava gli olivi inargentandoli, un vento sfavorevole per un buon rientro, di solito ottimo col Tramontano. Quasi all’improvviso s’apre il cielo dando posto al sole, cambia il vento, comincia quello dal nord: uccelli per aria d’ogni tipo, tordi e fringuelli in numero impressionante, prima altissimi, poi il vento li abbassa a tiro. I tre amici s’erano piazzati a una cinquantina di metri l’uno dall’altro, alle parate solite. Comincia la contraerea, occhi in forma, cartucce comprate dal mitico Gigi del Mulo, Velox e Storno per i due dodicisti, mentre Tonino sparava solo Special Blitz con il magico Breda 20 semi automatico meccanico a mollone. Come Dick passò vicino a Marcello, questi l’agganciò per il ollare: il cane aveva un tordo in bocca e avrebbe dato l’animaccia sua di cane fedele al padrone per non mollarlo. Ma il Poncino aveva un’altra arma per conquistare il breton, che gli mise subito in mano il tordo ammazzato da Loppa e non si mosse più dalla sua parata. Cadevano gli uccelli colpiti dai tre e Loppa urlava all’indirizzo del cane che non rientrava. Si mosse e andò a vedere cosa fosse successo; subodorava che l’avessero legato, quei figli di puttana dei suoi cari amici. Ma il cane stava sciolto ai piedi di Marcello, come se avesse un nuovo padrone! S’incazzò come una jena, gli mise il guinzaglio e lo riportò alla sua parata, non rideva per niente mentre smoccolava tutte le litanie possibili e rintracciabili nel gergo pistoiese, toscano. Tonino si mosse, per domandare cosa succedesse proprio nel momento clou del rientro. Ma il Poncino rideva perchè Loppa non sapeva cosa potesse essere accaduto… Ecco due colombi sopra la parata di Giorgio detto Loppa. Imbraccia il Cosmi e ne stende uno. Subito Dick parte a razzo per il recupero più facile, sta per tornare dal padrone, lo guarda, un attimo d’indecisione, cambia direzione e lo porta al Poncino che rideva a quattro ganasce.
“Diccheeee… tu ma’ maiala, vieni qui, porta, porta maledetto, maremma troia, ma che ti dà quel merdaiolo, ma che ti succede… canaccio figlio di mille sangui, vieni qui vigliacco, accidenti a te e a me che ti ho dato anche il latte di gallina, bel ringraziamento, Diccheeee…”
Ma Dick portò il colombo a Marcello e poi gli servì tutti gli uccelli abbattuti, compresi quelli di Tonino che considerava quella situazione strana e curiosa, non rendendosi conto del perché il cane si comportasse così. Loppa pensò che quello gli desse qualche leccornia da mangiare, anche se era strano, gli aveva insegnato a non mettere niente sotto i denti se non da mano che non fosse la sua. Lo andò a riprendere un paio di volte e poi smise, sconfitto nell’orgoglio dal cane infedele che tornava sempre alla parata di Marcello. Come al solito il notevole mazzo fu diviso a fine giornata, con lo scorno di Giorgio e le risate di sfottò del Poncino, vero supremo principe del prendere per il culo. Rivelò il segreto solo un paio di mesi dopo, a Natale, in garage, presente Tonino, una sera che stavano fissando d’andare per cesene ad Altedo, alla frutta rimasta in terra.
“Figlio di puttana, me lo potresti anche dire cosa tu gli hai fatto al mio cane, vuol più bene a te che a me, guardalo, t’ha sentito. Guarda come viene da te, non mi guarda neppure…”
“Vieni Dicchino, vieni,”disse Marcello al bretoncino, ridendo,“diglielo che ti garba anche a te se qualcuno ti fa le seghe…” e scappò di corsa perché Loppa gli aveva già tirato dietro una chiave aperta di 22. Una bòtta sulla porta del garage, che quello s‘era chiusa dietro, svelto come un saettone.

Antonelli dottor Franco
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CON UN FILO D’ERBA IN BOCCA

Ognuno di noi ha un luogo sacro.
Un posto in cui stiamo bene, forse senza conoscerne il motivo. Nessuno ha notizia di questa nostra chiesa segreta, nascosta come un sentimento. Vi ho portato la prima ragazza, quella dei silenzi e delle vergogne, del fuoco in faccia. Poi ci sono tornato da solo, seduto su di un largo masso scagliato lì da un ciclope, il cane ai piedi a pensare al futuro, al passato, a nulla. Il mio luogo sacro è in montagna. Le montagne, quelle belle, possono sembrare tutte uguali, tutte splendide: è facile sentirsi bene arroccati per aria. I panorami entrano nell’anima e regalano praterie d’erba pettinata dal vento, campi di segala e di lino, il profumo del fieno segato e arrovesciato a seccare, il rosso dei fiori di fagioli, il bianco di quelli delle patate, il nero della terra lavorata, lo sciacquettìo del fiume che cala a valle. Ma le montagne non sono tutte uguali e sacra ce n’è una sola e ognuno ha la sua. La fifa degli esami, la debolezza di una cotta, uno scontro in famiglia mi portavano lassù, all’altopiano del Masùt dove le foreste di abeti sono scure come l’inferno, e i prati e le felci fanno macchia chiara; tre laghetti e una sorgente completano la cartolina. In primavera ero lì a gustare il verde uscire dal secco, le gemme curiose che si affacciano al mondo; ammiravo i rondoni tagliare il cielo con rapida sicurezza; ascoltavo i merli dal becco innamorato esibirsi in assoli melodici, prolungati, mai uguali; odoravo il dolce della vita nuova. Giù in basso, i caprioli tossiscono e abbaiano l’estro. Più su, fuori e al limite degli abeti rossi, oltre i pini mughi e tra ginepri stenti, i camosci belano l’amore e le marmotte sibilano invidia per le acrobazie dei gracchi, mentre terra e rocce fanno polvere, in silenzio, quando il vento s’aggira capriccioso.
E’ il mio ambiente, solo qui sento un’antica incredibile corrente addosso. Seduto sul largo masso, mèdito con un filo d’erba in bocca. Lo sguardo vola, rimbalzando leggero tra le valli, accarezza lo scroscio d’acqua bianca che salta giù dalle alte pareti della Capanna Dogana, libero affoga nelle brume lontane, incapace di penetrare il colore dei boschi, verdi quelli vicini, blu, sempre più scuri e indistinguibili, quelli lontani. Strade bianche battute portano a quote notevoli. Le ho percorse con una rumorosa Guzzi Superalce, poi con una vivace moto da enduro, oggi con una saltabecca da trial che non si sente a un metro. L’appoggio a un tasso secolare e prendo a piedi per lo stradello, potrei andare su a occhi chiusi. Quasi tre ore, gli scarponi sono a metà della loro vita, comodissimi. In ultimo mi arrampico con le mani e arrivo in cima: la sorgente è al suo posto, dentro a pietre rifinite da chissà quale remoto scalpellino; l’acqua è quasi in contatto con una lingua di alte ginestre che la congiungono con un bosco di abeti bianchi e radi larici spogliati dall’inverno. E’ l’abbeveratoio di tutti gli esseri viventi dell’alpe: qui confluiscono le vacche caccolose di Tonio e gli animali della montagna; qui viene di notte il Gran Leprone a fare toilette e pettinarsi i baffi, ci accompagna le sue femmine innamorate, struscia alle pietre la coscia dove pizzicano ancora tre grossi pallini di piombo sottopelle. Alzano la testa al cielo buio, a invocare gli dèi delle lepri, brucano l’erba intorno ai sassi, mentre la brezza accarezza la loro pelle di peli. Anche l’averla, i fringuelli e i tordini di nido, le pernici in processione e la poiana càpitano di giorno a quest’acqua: è il loro regno, e anche il mio. Vengo a questa fonte come certa gente va alla messa di domenica, alcuni allo stadio becero, come altri a un comizio con le bandiere o al bar pettegolo dagli amici.
Anni indietro ci portai compagnia, ragazze, panini, musica e allegria … una profanazione. Mi sentii rimproverato, non so da chi, né per che cosa; il passare degli anni rese tutto chiaro, e capii la differenza tra la pianura industriosa e puzzolente e l’alpe, altare immacolato. Poi ci sono tornato con il binocolo nello zaino assieme al cambio dei vestiti asciutti, in caso di acqua dal cielo.
Un giorno qualcuno piantò due pali e tirò una catena: un bianco cartello di proprietà privata indignò tutta la montagna; era visibile d’ogni dove, più del sole che scompare preciso dietro le cenge della Capanna Dogana, più del crocefisso sul campanile roccioso degli smerli di Punta Alta, dove neve e ghiacci non muoiono mai. Un industrialotto di città aveva comprato tutto, prati, malghe, boschi, perfino il Gran Leprone e la sua corte, anche l’aria e il cielo, la luna e le stelle: questo era detto in quel cartello senza dirlo.
Arrogante d’ignoranza l’uomo di pianura vietò il pascolo alle vacche di Tonio. Accomodò una baita per i suoi incontri nascosti e assillato dal profitto pensò di far rendere interessi all’intera valle con un allevamento di cavalli avelignesi da lavoro.
Non ci tornai più, cambiai alpe, albe e tramonti.
Continuai il fidanzamento con le montagne, con zaino e tendina, sacco a pelo, pane e formaggio; celebravo bivacco con le mie riflessioni, sbinocolavo per ore, qualcuno avrebbe potuto scambiarmi per un Guardia, invece ero sentinella di me stesso, non permettevo ai miei pensieri di pianura di mescolarsi con quelli d’altura. Il desiderio di tornare alla mia valle mi pressava in continuazione e dopo aver rimandato chissà quante volte il progetto, dopo due anni mi trovai ad arrampicarmi di nuovo verso l’annosa sorgente.
Grande errore. Non si deve tornare nei posti di cui serbiamo un bel ricordo: anche se il luogo non è poi tanto diverso, siamo cambiati noi stessi e dopo anni di assenza dalla fonte non avvertivo più l’antica incredibile corrente. Imputavo questa mancanza di sensazioni agli steccati, ai prati recintati e al filo di ferro tirato a protezione della proprietà; era cambiato il mio rapporto con questa terra. Inutilmente il mio sguardo cercava di fare l’aliante nella valle, trovava un muro, non sedetti sul largo masso, niente filo d’erba in bocca, niente di niente.
All’improvviso arrivò un branco impetuoso di cavalli biondi al galoppo: lo stallone, superbo e prepotente, padrone, era primo di tutti ad affermare sé e la sua famiglia, un harem di concubine bellissime, puledri e cavallini dalle gambe stecchine e dal manto piumoso. La mandria era impressionante: una macchia fulva di criniere bionde, come un gorgo si precipitava nel sentiero in discesa, con rumore ovattato dalla polvere mentre lui, imperatore vero, stava davanti a esplorare, controllare, pronto all’invito, al comando. Un’immagine di natura potente; vado via per non disturbare, mi rimase addosso il rammarico del sacro diventato banale, ma anche quel non comune ritratto di forza e libertà: cavalli, tanti cavalli in un ambiente che per secoli l’uomo aveva destinato solo alle pecore e alle vacche.
Il tempo non si ferma, seppi che il tipo di pianura se la stava passando male, cercava di vendere tutto quello che aveva comprato per sfizio, non per amore, e una sua squadra stava tagliando gli abeti rossi per farne travi, senza neppure aver chiesto permessi. Anche i larici del Masùt avevano ricevuto la visita di un produttore di finestre della lontana città, che ne aveva ammirato l’altezza, in mente conti d’interesse; non era più la mia cuccia, mi dispiaceva, ma non più di tanto, m’ero sentito tradito. Non so chi o cosa mi abbia di nuovo riportato lassù. Forse il profumo di canzoni lontane, il ricordo nebbioso di un amore, o forse il Genio di quel luogo, una volta sacro, mi hanno spinto ad allacciarmi gli scarponi. Sono tornato alla sorgente.
“Uno scempio,” mi dice Tonio, “ ha venduto tutto, anche quello che non c’è. Se potesse darebbe via anche l’aria: le tre malghe a un’agenzia immobiliare, i boschi di abete per tavole e travi, i larici per farne porte e trementina, ha fatto fuori tutti i cavalli avelignesi , le cavalle e i puledri, e ora vende la proprietà a pezzetti, i laghi a una società di pesca, è finita la pace anche quassù, non c’è rimasto nulla…”
“Ma come… davvero? Quei bei cavalli … li avrà comprati un allevamento …”
“Al macello… un tanto al chilo, altro che allevamento! Si sono salvati solo lo stallone e una femmina col cavallino.”
“Per la miseria, dimmi … com’è successo?”.
“La sera prima che venissero i camion a caricarli, avevano radunato e legato a delle lunghe funi tutti i cavalli. Non ci crederai, ma lo stallone strappò la corda sua e della cavalla, che aveva il puledrino di due mesi, e scapparono.”
“E non l’hanno ripresi?”
“Niente… non ce l’hanno fatta, li hanno allettati con l’avena, con del sale apposito, con tutto; andarono in cinque per i boschi a cercare di riprenderli, ma quello era più furbo di una volpe, si spostavano silenziosi come fantasmi, senza nitrire. Poi, uno di quegli uomini si slogò una caviglia, tornarono via, lasciando i cavalli al loro destino.”
Il vecchio Tonio se ne va, scuotendo la testa.
Guardo i boschi rimasti, i prati rigogliosi; le alte ginestre vicine alla sorgente sono scoppiate di giallo, il luogo è in vendita, abbandonato, non desolato. Vado all’acqua. E’ una giornata di luglio, afosa, ho sete, ripenso a quando lo stallone mi apparve la prima volta. Bevo nel palmo delle mani, mi butto l’acqua ghiaccia e tagliente sulla faccia, sui polsi, sul collo, come un animale, sui capelli, ravviandoli. Mi siedo sulla pietra calda, con un filo d’erba in bocca. E avverto di nuovo l’incredibile antica corrente addosso. Guardo in lontananza giù per il basso, verso la foce di tutte le valli, annego nelle lontane nebbie blu, mi sembra di riprovare quel caratteristico effetto di leggerezza: con gli occhi plano giù per i boschi scoscesi, in competizione di incroci con i rondoni e il vento mi fa l’ali e mi sostiene, vedo l’erbe alitare aria calda che mi tremola l’orizzonte lontano. E terra e cielo a culla, m’avvampa e mi seduce il paradiso. Non so da quanto fosse lì, silenzioso, dentro il mare delle ginestre a guardarmi, mi ha fatto quasi paura, pensavo a lui ma non lo credevo così vicino, tranquillo, sembra imbalsamato; lui… cavallo intero, docile fuor di natura, neanche fosse un castrato da maneggio. Immobile dentro i cespugli a tre metri da me, lo stallone mi guarda e io… lui. Pare vecchio da quanto è calmo; parla con i grandi occhi, storie di miserie, si volta indietro, non è solo. Non so cosa fare, mi paiono tre sopravvissuti, ammiro il coraggio e invidio di buon cuore. Una settimana e sono di nuovo lì, giro per tutta la montagna senza vederli, a sera sto per tornare via, punto il binocolo verso una vetta lontana, sì…accidenti, guardo meglio… sono loro, lo stallone pare il cavallo della vendetta, li osservo a lungo, come fosse l’ultima famiglia di cavalli al mondo.
Equini d’alpe, razza rara. Ho consumato un altro paio di scarponi, oggi ne ho di nuovi, li sto domando e loro mi portano lassù a trovare quei cavalli, per parlare con loro della sorgente, dei rondoni, delle valli blu, del Gran Leprone del Masùt e delle sue dame.

Antonelli dottor Franco
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L’ APPRENDISTA STREGONE

Le conosceva tutte. Ne aveva viste e provate tante. Aveva discusso di moto per anni e ne possedeva diverse, di nuove e di vecchie. Voleva bene a tutte le moto mai fatte e a taluna qualcosa in più, pur non essendosi mai innamorato in modo totale.
Quando tornava da una gita, due minuti di garage con la moto davanti gli bastavano per riassumere il bene e il male: era severissimo, anche con quelle che più gli piacevano. Di giorno, nelle chiacchiere della società motociclistica, non tradiva la sua concubina, ma prima di drappeggiarle addosso una coperta le dava il voto, rigoroso: una frizione un pelo dura, una forcella appena sbacchettante, una sella un po’ morbida o dura, un telaio forse ondivago, un motore con poca coppia in basso, un nonnulla bastava per depennare senza pietà il giudizio positivo, quello assoluto. Questo cercava: una moto al di sopra di tutte, bella come un’inglese, sicura come una tedesca, generosa come un’italiana, civetta da passerella come un’americana, anonima ma popolare ed eccellente come una giapponese.
Custodiva gelosamente i suoi pensieri, sapendo che nessuno lo avrebbe potuto capire. Era arrivato alla convinzione, dopo interminabili discussioni notturne con se stesso, che l’uomo tenta di fare proseliti, ma non ascolta gli altri, anche quando dà l’idea di farlo. Non desisteva di rimuginare alla moto perfetta, alla migliore, al tipo estremo che, nella sua idea, avrebbe dovuto compendiarle tutte. Nella sua altezzosa intimità avvertiva che solo lui avrebbe potuto crearla. Solo lui aveva letto e studiato moltissimi cataloghi e tante riviste italiane e americane di moto. Solo lui aveva trovato i difetti delle moto nuove senza averle nemmeno provate. Solo lui aveva la conoscenza quasi superiore. Solo a lui era apparso il Genio delle Moto in sogno, e non dopo una serata di canne, ma nel momento della digestione di salsicce e fagioli all’uccelletto. Era stato in ascetica audizione del Genio per tutta la notte, senza mai smettere di muovere la testa in segno di assenso. Diavolo di un Genio… lui sì che sapeva tutto sulle moto!
L’apprendista stregone ascoltava e Quello parlava, instancabile, illustrando con la bacchetta puntata sullo schermo luminoso di un monitor: passava da un 50cc. a un 1200cc. e poi enduro, moto da corsa, speedway, short track, hill-climbing, quindi l’Indian da loop the loop e non smetteva mai…mai mai. Indicava la più lunga e la più corta, la più leggera e la pesante, la più larga e la più stretta, l’intelligente e la stupida, la brutta, la più cara, la più vecchia, la più prestigiosa, l’anonima, la più
amata, l’inosservata, la più invidiata, la più veloce…
“Ma la migliore? Qual è la più incredibilmente superiore?”
Domandava l’apprendista stregone, piccino piccino, nella sua piccolezza. Il Genio lo guardava dall’alto della sua universale e indiscussa competenza, con occhi dolci. Rallentava la risposta per evidenziare la banalità di quella domanda, sempre ricorrente.
“Non esiste ancora.”
Sibilava, affermando l’imperfezione dell’uomo e dei suoi prodotti. Dai dialoghi notturni l’apprendista maturava un desiderio di creare, di stupire, di arrivare all’inarrivabile. Pensò ai princìpi del bello, ai capisaldi del sapere, ai dettami della più raffinata ingegneria e alle caratteristiche dei materiali migliori. Quella notte un’aria secca e tagliente, come una lama di Sheffield, tentava di entrare nella case con rumore di ululati di rapina, di violenza. I vortici cercavano di aprire, scardinare, elemosinando un
battente mezzo aperto per esprimere la propria forza. Era aria arrogante, pregna ma impotente, veniva da lontano, aveva lambito terre di diverse culture; si sentiva espressione di sintesi delle migliori intuizioni, spingeva, voleva entrare e dare, donare…
Tentò l’unica finestra illuminata di tutta la città, immersa nell’inverno più nero e tetro a memoria d’uomo. In quel momento l’apprendista aveva deciso di aggredire (sigh!) l’hard-disk con la consumata (!) keyboard. Stava infilando dati e parametri e suggestioni, ascoltò anche l’Intelligenza Artificiale arrivata da poco, dedicandosi alle moto che aveva continuamente davanti agli occhi, si voltò verso la finestra, udì quella spinta angosciante e sacrificale, si fermò. Decise di alzarsi, guardò fuori, il buio era assoluto, aprì la finestra di un briciolo per chiudere le imposte esterne e fu così che entrarono… tutti, ordinatamente insieme.
Ognuno si accomodò dove più gli piacque. Geni minuti e giganteschi, inglesi, italiani, tedeschi, giapponesi, americani, francesi, svedesi perfino neozelandesi, non mancava Corradino D’Ascanio sempre con in mente la sua Vespa Piaggio: chi andò tra le pagine delle riviste, dei libri e delle enciclopedie di moto a ritrovare i suoi simili; uno si accoccolò vicino al pistone di 88x82mm. di Mentasti con una Guzzi Normale C2V del 1924 da corsa che fungeva da posacenere; un altro si piazzò nel cilindro in ghisa di un Norton International che faceva da fermo nella libreria; un altro ancora iniziò a trastullarsi con le valvole di una Indian Scout che stavano sulla scrivania. Molecole d’aria di tutta la terra, miscelate dai Geni con particelle d’idee di molte contrade, si amalgamarono in quella stanza e in un ignaro e ignorante Personal Computer che fu grembo e lievito per la creazione della moto perfetta. In un angolo, stravaccato in una lisa poltrona color rosso Ducati anni’50, osservava, in gaudente
silenzio, il capo di tutti, il Genio delle Moto, finalmente contento e rilassato.
L’uomo apprendista digitò per ore e la keyboard di nuovo si scaldò arrivando al rosso fuoco (!). L’ispirazione alfine si esaurì, facendogli provare la soddisfazione del lavoro fatto a regola d’arte. Frullò il tutto nella memoria del Computer, scremò il negativo, esaltò il superiore, dette il via alla stampante mentre millanta altri occhi curiosi dietro le sue spalle puntavano con aria interrogativa la figura che si stava delineando sul foglio. L’ottava meraviglia del mondo apparve nella più umile semplicità superiore. Meravigliosa e incredibile, si offriva, con pudicizia e alterigia, la moto assoluta. Aveva le forme e la bellezza inarrivabili delle Triumph e Norton rigide degli anni ’50. La qualità delle BMW bavaresi, la violenza delle pluricilindriche MV, l’arrogante agilità del 250 Morini bialbero del 1963 di Provini, la leggerezza e la vigoria della Guzzi 350 di Carcano e Lomas, la sveltezza di un’Aprilia 250 2 tempi, la comodità e lo show-fashion-look della Harley Davidson Sturgis anni ’80, la tenuta di strada e la potenza di una Ducati Panigale V4, il sontuoso e invisibile prestigio di una Vincent Black Shadow, la semplicità della Vespa Piaggio, la perfezione assoluta delle Honda, Yamaha, Suzuki e Kawasaki, il prezzo e la povertà di una vecchia giapponese usata, senza più anima né logo sul serbatoio.
L’apprendista alzò il foglio con compiacimento, lo guardò a lungo.
Il silenzio era quello dello stupore e dell’adorazione religiosa. Anche la numerosa tribù, con il Sommo Genio in piedi, era in contemplazione. Soddisfatti, beati si beavano in continuazione, assaggiando come buongustai. L’apprendista stregone appuntò con spilli la moto perfetta a un quadro in sughero al muro che sovrastava la scrivania. Guardava e guardava ancora quel mix imperiale e pensò che, forse, aveva messo un’inezia di sale in più nei fagioli con le salsicce gustati a cena… ora freddi.

Antonelli dottor Franco
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BEPI IL BARBA, CACCIATORE DI LEPRI 

Inverno schietto. Un leggiadro lenzuolo di brina aveva ricoperto il mondo intero. Buio indeciso di fine notte: neppure il giorno pareva aver voglia di svegliarsi. A Bepi sembrava che l’aurora tardasse, forse per l’aria ghiaccia e tagliente, forse per il rallentato ritmo di divenire imposto da uno spirito perlaceo e indistinto, che tendeva a confondere abeti e faggi senza foglie, mughi e ginepri, felci e ramaglia in decomposizione. Uno spirito di nebbia color della morte, di freddo inverno dicembrino che assassina a tradimento chiunque non abbia un riparo, un grembo, un tegolo, un buco, anche sotto terra. L’instancabile e fedele Tobi andava e veniva, veniva e andava su e giù per lo stradello sassoso, mentre Bepi pensava a camminare di fretta, agile, con l’andatura di spalla, caratteristica della gente di montagna.
Lo chiamavano Il Barba perché era quasi glabro, niente peli, niente rasoio, pelle liscia e giallastra. Una mano sulla cinghia del fucile a tracolla, l’altra racchiusa a proteggere la sigaretta, una puzzolente Alfa che di tanto in tanto aspirava nei polmoni come profumo di paradiso. Tobi assomigliava a suo padre, lo spinone pura razza del farmacista di Novate e non aveva preso neanche un po’ dalla Stellina, una segugia, proprietà dell’intero paese, che non s’era mai concessa a nessuno. Era alla catena e non resistette alla baldanza dello spinone scappato in odore e onore di lei.
Un cane da caccia, Tobi.
Sulla schiena una chiazza color del tabacco era l’unico segnale ereditato dalla madre, mentre del padre ostentava il fisico possente, il pelo avvolto, baffi d’acciaio e spunzoni di sopraccigli più duri dei pruni. Bepi era un cacciatore di lepri, conosceva tutte le rimesse e i covi, era abituato a cacciare da solo e, quando scioglieva , sapeva di doversi arrangiare perché Tobi non scagnava. Ma s’era adeguato perché di poste, su verso le Prata, non ce n’erano poi tante. Frugava i prati dove le orecchione erano solite fare le ore piccole e dalle fatte individuava il maschio birbante, le femmine giudiziose e i giovani sventati e avventurosi con il grimaldello sempre sguainato. I vecchi cacciatori gli avevano pronosticato magri carnieri con quel cazzo di cane
senza voce, ma lui non ci aveva badato, con Tobi di dodici mesi ne aveva già incarnierate tre ed era soddisfatto. Gli dispiaceva solo doversi tenere tutto per sé, ma non voleva concorrenza nella sua zona. Nascondeva accuratamente le budelle
delle orecchione sotto un metro di terra, con un macigno per coperchio, e a chi gli domandava delle fucilate rintronate per la valle fino in paese, raccontava di cesene e sasselli ai biancospini. Arrivato ai prati sotto il Gruf, si fermò a un ginepro tutto storto dove aveva pisciato da sempre, sia lui che il padre e forse anche suo nonno, perché interrompere le tradizioni ?
Il giorno s’era levato senza entusiasmo e il sole capolinava debolmente dietro miasmi di nuvole pigre e evanescenti. Inverno schietto. La capanna del Brasca era sempre lì, con quei tre abeti secolari di vedetta, come sentinelle alla garitta. Un giro per l’altopiano gli fece capire che le lepri non avevano pascolato, chissà dove s’erano cacciate…Spalancò la porta sgangherata, si dette a troncare rami secchi di faggio rimessi d’estate e accese il fuoco con fogli d’un giornale accartocciato in un angolo , dove si vedeva la famiglia Savoia sormontata da una scritta di testata che recitava a caratteri cubitali: REPUBBLICA ! Tobi s’era piazzato accanto a lui, mentre timide lingue di fuoco sbocciavano tra le pietre. Il Barba le alimentava con piccoli pezzi, strologando dove si potesse essere rimesso quel maschio che gli aveva occupato i pensieri negli ultimi giorni. Un’altra sigaretta. Il fumo del tabacco si sposò con quello respinto dalla canna fumaria, fredda e poco incline a svolgere il suo lavoro. Un’idea di caldo ristoratore spennellò l’uomo e il cane. Una mezz’ora per ritemprarsi e poi ripresero la via della caccia, Tobi pareva contagiato dall’atmosfera avara e sterile, anche lui senza più voglia, come il Bepi. Il quale s’era messo gli scarponi con i chiodi e il passo era stridente e sicuro. Arrivarono alla sorgente dove tante volte, nelle calure estive, s’erano dissetati. Il ghiaccio aveva strinto in un tutt’uno la piccola pozzanghera, i sassi e l’erba cristallizzata. Lo scorrere dell’acqua sembrava dare il senso della vita che non si ferma. Stalattiti e ghiaccioli dalle forme più strane, solo bisognosi di interpretazione fantastica. Con la mente andava ai mesi delle calure, ora quell’alpeggio non sembrava neppure parente dell’agosto florido e splendente, orfano com’era di vacche e della verzura erbosa, grassa e ricca, dei campi di segala e di lino. Solo gli scogli lontani di dolomia e granito guardavano impettiti. Rocce e ghiacci, sassi marmati, a petto in fuori, attori di panorami da cartolina, importanti e perenni, distaccati ma saggi.
All’improvviso Tobi parve risvegliarsi. Abbandonato il lento andare d’obbligo accompagnatorio, iniziò un trotterellare spinto con subita nei cambi di direzione del tartufo, ora per aria ora in terra. Bepi si meravigliò assai. Era un posto dove non aveva mai trovato la pelosa, comunque armò i cani del Liegi, la doppietta appartenuta a suo padre che aveva sul calciolo in ferro più di centotrenta tacche. Quaranta le aveva fatte lui, con la lima: ogni tacca una lepre, ogni tacca una storia segreta, bellissime cacce mai raccontate, mai vanagloria, mai ostentare…ricordava tutte le parole del vecchio.
Tobi era nato senza coda, come stirpe di padre comanda, agitava il mozzicone interrompendo scattoso la direzione, interpretando una strana azione di caccia. All’uomo vennero in mente le B 12 ianche, pensava alle cartucce a piombo grosso che
aveva nel fucile, e si stava barcamenando nell’indecisione se sostituirle o meno, quando scorse Tobi bloccato in ferma. Era la prima volta che lo vedeva così, ritto e statuario, autorevole e autoritario, e gli venne quasi da ridere perché la selvaggina
di riferimento, per lui, aveva il culo bianco, due orecchie sbrendolanti e quattro gambe pronte allo scatto nervoso e micidiale. Cosa ci sarà? Pensò, ma non gli venne il timorpanico.L’eccitazione, l’emozione e l’accelerato tumpeggiamento del cuore
glielo davano, gratis, solo le lepri. S’avvicinò per compiacere il cane, lo accarezzò, blandì, gli disse bravo con gli occhi, sorridendo, cercò di vedere cosa ci fosse, pronto a sparare. Lo aizzò , spingendolo e rovesciandogli il pelo della schiena, ma Tobi pareva pietrificato, senza alcuna voglia di interrompere quello stato di fossilizzazione. Gli camminò davanti e il cane ruppe la ferma aggirando il cespugliaccio di pruni e carline, bloccandosi di nuovo. Bepi guardava e col calcio della doppietta mosse i
pruni.
Una beccaccia stava lì ferma, sotto a quell’intrico ghiacciato.
Pareva imbalsamata da quanto era immobile. Gli occhi spalancati non erano impauriti, aprì il lungo becco a intervalli, due o tre volte. Dava l’idea di una chioccia alla cova. L’uomo appoggiò il Liegi a un piccolo faggio nudo, allungò le braccia e quella non si oppose, non sbattè l’ali, non si ribellò alle mani ruvide che l’agguantarono teneramente. Immaginò una fucilata, le soffiò nel petto, ma non vide ferite né segno di piombo, la rigirò senza che quella si opponesse. S’avvide che la mano destra era puntinata d’una bava di sangue, guardò meglio e scorse la lieve ferita alla punta dell’ala. Lei ferma, come ammaestrata, mentre Tobi uggiolava, ghiotto d’annusare quell’odore nuovo. Tenendola nel cavo della mano scese alla Spelonca, la casa dov’era nato e aveva passato la fanciullezza; arrivò che erano le undici. A mezzogiorno, in paese, tutti sapevano, tutti volevano vederla. Il Barba l’aveva sistemata sul tavolo di cucina, in una scatola da scarpe e ognuno diceva la sua e nessuno riusciva a stare zitto, chi proponeva, chi sentenziava, chi consigliava, chi ricordava…
La ferita non sembrò importante e tutti furono d’accordo nel ritenere che aveva battuto in un filo della corrente elettrica già responsabile di vittime tra falchi e altri uccelli. Quegli uomini rudi, abituati alla legna da spaccare o da scolpire e alla pietra da scalpellinare, se l’affigliolarono e ci fu chi portò un unguento magico, chi procurò lombrichi di concimaia, chi telefonò a un famoso veterinario di città. Ma la beccaccia non dava cenno di mangiare, solo guardava con gli occhi immensi e bambini, scuri e misteriosi, forse pregando, forse ringraziando.
Fu pagato il noleggio di due muli del Walter di Codera e il terzo giorno arrivò il veterinario a visitare l’uccello, diventato centro d’attenzione, non solo per i cacciatori. Disse che era magra e che doveva aver battuto la testa altrimenti non si sarebbe spiegato quello strano comportamento di tranquilla rassegnazione. Le sciolse le ali e provò a tirarle le punte con delicatezza di dottore amico. L’ala colpita stava più bassa, ma non come quando il Bepi l’aveva trovata. Un miglioramento era evidente, ma il problema era l’alimentazione perché la beccaccia non aveva neanche sfiorato i lombrichi che giacevano, scuri e senz’anima, in fondo alla scatola. E in cinque, in sei, in dieci si misero al lavoro, capitanati dal Barba che, per averla trovata, era indicato come il legittimo padrone dello scolopacide. Con i forconi fu diradata la paglia sulla concimaia di Toni. Con le zappe fu smossa la cotica ghiacciata. Con le pale fu allentato e spianato il concime caldo e fertile che iniziò a fumare, fecondo di bachi di ogni specie. Con tavole e chiodi e martelli fu approntata una staccionata e i gatti furono rinchiusi nelle case, qualcuno con una pedata di troppo. In processione portarono la scatola nella piazzola svaporante, allontanandosi con garbo, interrogando in silenzio Bepi che aveva partecipato a tutta l’operazione senza dare ordini. Spiarono da lontano, invisibili, ma venne buio e dopo cena, al bar, il tressette non fu collerico come al solito. Qualcuno paventò il timore che fosse bell’e morta, chi alzò le spalle in finto menefreghismo, altri disse che tutto il paese s’era rimbecillito.
Alla mattina la beccaccia nella scatola non c’era più. Il freddo, però, sembrava avesse dato requie. Uno, avvicinatosi, la vide in un angolo della staccionata, viva. Corse a dare la notizia e in una diecina s’affrettarono, sgomitando, a spiare la concimaia da dietro la legnaia. La videro pedinare e pascolare. Quando infilò il becco nel morbido, estraendone un baldanzoso e ticchettante verme giallo, si dettero delle pacche sulle spalle in silenzio, per non disturbare. La notizia fece veloce il giro di Bresciadega, il piccolo borgo sotto il Gruf ; dietro alla legnaia c’era sempre qualcuno di vedetta per riportare notizie o congetture. Altri tre giorni e fu domenica, quella prima di Natale. Alle chiacchiere sul sagrato seguì una passeggiata a baveri tirati su e mani infossate nei cappotti in direzione della casa del Bepi. C’erano tutti, persino il Magù, che dacchè gli era morta la moglie non s’era più mosso di casa, ma non fecero in tempo a sistemarsi dietro la legnaia. In quel preciso istante, come l’avesse aspettati, la beccaccia piroettò leggera come una farfalla sopra le tavole ch’erano state il suo albergo, volteggiando impalpabile sopra i loro nasi all’aria. Dettero in un applauso mentre lei sembrò attardarsi un attimo, forse per scorgere qualcuno, qualcosa, chissà…poi andò dritta verso le Cime del Gianetti, per il suo destino, tramutato in benigno da un lepraiolo. Bepi il Barba era in mezzo agli amici, vestito a festa, camicia inamidata, la scorse andar via e fu soddisfatto. Ognuno, senza dirlo, pensò che avesse cercato di salutare lui.

Antonelli dottor Franco per FIDC
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DAL ROMANZO “ZUPPA DI PANE CON LE COTENNE”

Fabrizio Belli, personaggio del romanzo.

Mi chiamo Fabrizio, Fabrizio Belli, sono nato nel 1973. Sto consumando una vita che non sa di nulla, o meglio che sa di poco.
Io e il mio amico Paolo Nutini abbiamo terminato il Liceo, uno il Classico e uno lo Scientifico a Pistoia; a Firenze io frequento Giurisprudenza, l’amico Economia e Commercio. Dopo poco, forse perché abbiamo preso strade diverse nello studio, non ci siamo rivisti, suo padre è stato destinato a una banca di Milano e tutta la famiglia è sparita. Avevamo fissato di andare insieme in macchina a Firenze, praticamente sono rimasto solo, meno male ho conosciuto una bella, forse sarebbe meglio dire bellissima, Farfallina di Prato. E’ iscritta a Giurisprudenza anche lei e andiamo insieme dividendo le spese di benzina, la macchina, una Volkswagen Golf, era di mio padre. La Farfallina vive a Pistoia da un anno. Studiare non mi piace, ho fatto il Liceo e ho sempre ripetuto delle materie per settembre. Ho una certa predisposizione per l’italiano, il latino e greco; invece mi restano sul gozzo la matematica e le materie un po’ tecniche, la chimica…
E’ un giorno d’ottobre, stiamo tornando da Firenze dove andiamo alle lezioni dell’Università per la strada normale con la Wolksvagen Golf ricordo di mio padre. Non sono solo, ho con me quella bella Farfallina di Prato, ora abita nel mio rione, ve ne parlavo poco fa. Purtroppo non me ne intendo di donne, la mia vita sessuale si svolge all’insegna della masturbazione giornaliera. D’altronde come si fa a mettere ogni cosa all’ordine delle donne, già tutte pronte alle leggi della società? Io sono un immaturo, un po’ infantile e mi trovo con i miei pensieri che si dibattono nella vergogna, per tutto, e credo di non poterci fare nulla. Mah…chi vivrà, vedrà. Ho accompagnato la Farfallina a casa sua… cosa le ho detto? Cosa volete che le abbia detto, sono stato nei giorni scorsi sempre in silenzio, le ho manifestato un modesto e triste ritroviamoci per la lezione susseguente tra cinque giorni e niente più, eppure ci sarebbero tanti argomenti di conversazione perché lei viene dal Liceo Classico Cicognini di Prato, come vi ho detto. Sono sudato, entro nel bagno per una doccia da cui non uscirei mai. E’ mattino tardi, mia madre mi preparerà una fumante spaghettata, siamo solo noi due, mio padre è morto quando avevo diciassette anni per una malattia, eccome se me lo ricordo… forse vi racconterò qualcosa, più in qua. Mi pettino i pochi capelli rimastimi e allo specchio mi guardo, occhi grigi, piccoli, faccia secca come il mio corpo di altezza un metro e settantotto, naso aquilino, barba lunga d’una settimana. Sono brutto ma me ne frego, non ci guardo, non m’importa, a scuola ero promosso a settembre senza impegnarmi, grazie alla mia memoria che mi faceva fare delle buone figure, ve l’ho detto che non mi piace studiare.
Domani è sabato, la mamma andrà al mercato con una sua amica, nostra vicina, dirimpettaia del nostro appartamento al terzo piano del medesimo palazzo, anche lei vedova. Probabile che la sventura comune abbia fatto da caglio, comunque è una brava donna sui quarant’anni, più giovane di mia madre, è olandese di Amsterdam, d’origine inglese e molte volte mi ha fatto da professoressa, per l’appunto d’inglese. Ha un figlio che ha preferito emigrare in Canada, da dei parenti olandesi, lo si è perso del tutto, era mio amico, un caro ragazzo. Sto leggendo una rivista mensile, Motociclismo, sento bussare alla porta, apro, è la vicina, l’olandese, domanda di mia madre, rimango a bocca aperta perché è uscita da pochissimo, anzi la invito a chiamarla, sarà ancora per le scale. Ve l’ho detto che in materia di donne sono acerbo e inesperto, insomma…
“Forse che Lesley ha bisogno di me?”mi domando in ritardo.
Mentre mi sto facendo degli interrogativi stupidi la donna mi ha messo le mani dietro il collo, stando zitta, chiudendo gli occhi e porgendo le labbra. Accidenti! Senz’altro sto diventando rosso, meno male non mi vedo ma dentro di me Qualcosa si sta disponendo in posizione verticale, Qualcosa che non ha modo di vedere l’età della donna, se è carina o no, e non ha il tempo di vergognarsi. Sono vergine, mi sono finito con le pippe su giornalacci che mi dà il mio barbiere, ma quella in un attimo manovra la zip dei miei pantaloni, dal pianerottolo mi trascina in casa sua, si posiziona in ginocchio e me lo cattura in bocca, interrompe un attimo e poi riprende l’operazione non senza aver detto parole incomprensibili e sussurrato in olandese, un po’ in inglese e mezzo in italiano:
“Accidenti, come tu l’hai grosso…dammit, how big you got…”Che vi devo dire? Diciannove anni per fare delle domande a coglione come sono io e un minuto per avere l’unica risposta che conta a questo mondo. Io non sapevo niente, ma lei mormora sottovoce:
“Attento, stai attento, vieni di fuori sennò arriva chi ti chiama papà!”
Penso…così vecchia e ancora fertile, però giovane come sono io le quarantenni mi sembrano delle nonne vicine all’uscita di scena. Entrambi col batticuore come aver fatto un chilometro di corsa. Il mio Billo sguazza nella foresta più dolce che ci sia, la lingua di lei esplora e si lega con la mia, sento che sto per urlare, è lei che si allontana quel poco per mettere all’aria il Cincero, non ha avuto il beneficio che ho avuto io, lei continua a star sopra, le piace star sopra. Un fazzoletto esce dalle sue mani e raccoglie il testimone di quei pochi momenti di lussuria, ora siamo con gli occhi aperti, contenti tutti e due di aver regalato amore. L’Animale non conosce soste, è tornato bellicoso, vuole il pranzo completo, lei ha capito e mi tira verso un divano, io le dico aspetta perché voglio andare a chiudere la porta di casa mia. Meno male, sul pavimento vedo le mutandine di Lesley, le raccatto, chiudo e torno nell’estasi, ora so dov’è. Un quarto d’ora e termina il secondo round, questa volta anche Lesley è spossata, a lei piace star sopra, ve l’ho detto, viene come un mitra, gorgogliando parole che sanno di antichi riti celestiali, forse vaneggia in olandese…e chi la capisce?
Torno in camera mia dopo un quarto d’ora; mia madre, rincasata dopo una mezz’ora, è rimasta stupita nel vedermi bello sciolto e voglioso di vivere, ma sopra tutto la sorpresa l’ho vista negli occhi della Farfallina, cinque giorni dopo, quando sono andato a prenderla per recarci a Firenze all’Università.
“Ma un fidanzato non ce l’hai?” le ho detto senza neppure augurarle il buongiorno.
Lei si è meravigliata, quattro volte insieme a Firenze senza neppure udire la mia voce per un semplice saluto e poi, inaspettata, una domanda molto intima, improvvisa e confidenziale.
“Che ti è successo?”ha risposto,“ti è venuto a noia accompagnarmi?”
“No, ero in un momento di depressione, invece stamani mi sento desideroso di vivere, tu sei la prima ad avere pazienza con me, non so, mi sembra di aver buttato via tutti questi anni, da oggi il Belli che conosci non esiste più, intendilo come morto.”
Riprendo la strada statale per Firenze, l’autostrada costa. Mi fermo a una farmacia, compro preservativi e vasellina, Lesley l’ho sempre in mente. Stamani la Farfallina ha una gonnellina scozzese sul blu e rosso, camicetta celeste e golf blu, sembra una studentessa di un college americano. Dico americano perché ha il visino col naso all’insù, fronte spaziosa, occhi verdi vivaci e lentiggini, capelli biondi come li aveva nei film Grace Kelly, calati fino alle spalle e breve pettinatura mossa in senso inverso. Ha scarpe nere da uomo con tacchi bassi, a mocassino con calzettoni lunghi, blu. Solo ora mi accorgo che non ho considerato a come mi sono vestito, mi guardo, blu-jeans LEE comprati al mercatino americano di Livorno, camicia denim LEVIS e una magliaccia in shetland verde scuro.
“Le piacerò?”
Una lezione noiosa di Diritto Privato, si monta sulla Golf e si torna a Pistoia
“Senti,”le dico, con un leggero risolino, una volta arrivati, “lo sai perché la rana non ebbe la coda?”
Accenna un no con la bocca, lasciando intendere però di stare al gioco.
“La rana,”affermo,“non ebbe la coda perché quando era il momento non la chiese.”
“Codesta poi, non la conoscevo, ma cosa vorresti dire?”afferma sorridendo.
“Vorrei dire che oggi è venerdì, domani è sabato e alle sette di sera fatti trovare preparata sull’uscio di casa perché ti vengo a prendere; alla tua mammina dille che tu esci con un malvagio criminale stupratore, o preferisci che venga in casa tua a dirglielo di persona…a proposito a che piano abiti?”
“Ma lo sai che tu sei proprio un bel tipo, non mi hai neppure detto come ti chiami.”
“Non me l’hai nemmeno chiesto, comunque mi chiamo Fabrizio, chi è quel ragazzo con cui t’ho visto in città…insomma dove lo ritrovi uno come Fabrizio Belli?”
“Senti, coso, innamorati ne ho quanti mi pare, se fosse questo il mio problema…”
“Vedi, invece, come siamo diversi, a me nessuna ha mai detto amore ti voglio bene, o ti amo, comunque per domani sera s’è fissato, ora scappo devo andare a riprendere mia madre dalla parrucchiera, è venerdì.”
“Ehi, no, aspetta…”
“Ciao ciao…a domani sera.”
Ecco, v’ho raccontato come nacque un Amore, Fabrizio e Dory s’innamorarono pazzamente, lei bellissima lui brutto ma molto simpatico, si sposarono ed ebbero subito un figlio, il Belli era un valido rappresentante di elettrodomestici. Lei aveva da badare il nuovo e piccolo arrivato e lasciò il posto di Capocommessa di un notevole market di indumenti intimi femminili con trenta dipendenti. Successe che andarono a Milano per presenziare ad una campagna di vendita di una delle rappresentate di Fabrizio. Era un interessante show-market, presenti tutte le più grandi aziende del settore elettrodomestici. Dopo aver lasciato Fabrizio a parlare ad uno stand, Dory girellava tra macchine da caffè e planetarie, vide uno stand dove un giapponese stava solo come un cane e una macchina elettronica alta come un uomo, nessuno s’interessava a loro, la macchina pareva morta per mancanza di attrazione, la donna si fermò a chiacchierare col giapponese, in inglese naturalmente. Per farvela corta la macchina elettronica era un oggetto nuovissimo per l’Europa, misurava in pochi secondi, accostando il viso, la capacità oftalmica senza alcun problema, senza errori e in pochissimo tempo.
La Dory fece un impegno di rappresentanza per l’Europa, dicendo una piccolissima bugia, ovvero che faceva parte di un gruppo di trenta agenti particolarmente affamati e affermati nel settore oftalmico. Fece la parte talmente bene che il giapponese chiuse lo stand e chiamò del personale per imballare la macchina, mandarla all’indirizzo di Fabrizio e di Dory e tornare nel Sol Levante. A Fabrizio, quando si rividero, Dory raccontò tutto e suo marito lasciò il mercato degli elettrodomestici per la macchina elettronica giapponese e fecero bene perché fu l’inizio di un commercio molto fiorente. Insomma, il problema erano le fatture.
La seconda volta che andarono in Giappone con un bel malloppo di ordini, i giapponesi risultarono felicissimi ma sordi e non permisero di tagliare nessuna fattura.
Dory e Fabrizio fecero un video della macchina in azione, la mandarono in tutta Europa agli oftalmologhi, agli oculisti, ai negozi di occhiali. Giravano tutti e due, ma ognuno per conto suo, per fare più clienti per la macchina orientale e vendevano con successo, al figlio ci pensarono le nonne. I due fecero i soldi ma, accidentaccio, li presero in gran parte le tasse dello stato, di Italia. Allora Dory e Fabrizio cercarono e cercarono in Francia e Germania, trovarono alfine quello che desideravano, una sviluppata azienda elettronica che avrebbe potuto replicare la macchina giapponese. Tornarono in Giappone con metà degli ordini prefigurati e i Giapponesi non furono né felicissimi tanto meno sordi. Permisero di tagliare qualche fattura e abbassarono il trend di percentuale visibile dal 5% al 2,50% con il 2,50% al nero. Riportato a posto il rapporto di rappresentanza con i Giapponesi, Dory e Fabrizio rimisero a nuovo il commercio con l’Europa e fecero, ora sì, tanti soldi, diavolo, tanti soldi, che avete capito? Tantissimi soldi. Vediamo ora la vita di un altro reincarnato, il famoso Natta, meccanico di automobili, furbo, di carattere bravo poi, forse se ne avrò voglia, daremo un’occhiata anche a Violet Amato Gentili e a Abigail Azevedo.

Johnny personaggio principale del romanzo.  Dal romanzo “Zuppa di Pane con le cipolle”

Mi chiamo Giovanriccardo Valori, nasco nel 1973 da una ricamatrice e da un tenente colonnello, paracadutista della brigata Folgore. I miei genitori vollero rinnovare la denominazione dei nonni e mi appiopparono i due nomi, Giovanni e Riccardo, sulla carta d’identità Giovanriccardo. I miei erano una coppia famosa per la loro bellezza, nacqui io che continuai la fama di famiglia, dicono che fossi charmant anche da piccolo. Mio padre muore in un incidente di volo durante una esercitazione e io, avevo dieci anni, e mia madre diventammo un nocciolo unico. Io e la mamma, sempre con gli occhi rossi dal pianto, eravamo sempre insieme, io sempre solo quando andavo in soffitta a masturbarmi con qualche giornale, ricordo con nostalgia una foto di Abbe Lane, alquanto discinta. Dopo qualche anno tutti mi chiamano Gianni, passano altri anni ancora e chi mi appella Johnny, chi Ricky. Sono nato con un bell’Animale tra le gambe, io moro di capelli. Tutti, diciamo molti, specialmente a scuola, mi hanno messo l’appellativo di Natta che in dialetto Pistoiese significa Cincero, per una evidente significazione tra me e il mio membro, ma solo se io lo permetto e in ambienti come il Bar da Cino o il Boario, un piccolo campetto di calcio di periferia dove gioco come centravanti, benino. Su una rivista leggo di Lea Massari e di suo figlio impegnati in un film che mi appassiona. Il film si chiama *Soffio al cuore* e l’attrice si concede al figlio in un rapporto incestuoso. Beh…continuo con le pippe in soffitta pensando a Lea Massari e, muto, m’informai dagli amici ma non ebbi risposte su cosa volesse dire incesto. Un giorno torno da scuola e a casa mia madre, come al solito con gli occhi rossi dal pianto, mi saluta con affetto, però quando mi abbraccia e mi bacia sento il mio Cincero agitarsi e diventare duro. In poche parole anche lei si accorge della mia condizione e in un attimo dimentica il dolore e dischiude le sue intimità all’amore carnale. Giuriamo che sia stato uno sbaglio e che non si sarebbe più verificato. A 13 anni do l’esame di terza media, sono promosso perché il professore d’italiano era amico di mia madre da giovane. Al gioco del calcio ruppi quasi la testa a Banana, un arbitro che aveva venduto la partita e fu la fine dell’attività sportiva del centravanti Natta. Quando ho 14 anni, quasi, conduco la mia vita come pare a me. Dopo le Scuole Medie ero iscritto al primo anno di IV^ ginnasio ( 1°anno di Liceo Classico ) ma preferivo, la mattina, andare da Peppe, un uomo che aveva una fornita officina per accomodare le automobili. Peppe si ricordava che lui voleva studiare ma suo padre non ne aveva i mezzi, aveva altri interessi da mantenere. Addivenni con Peppe a uno strano patto, il vecchio meccanico mi avrebbe tenuto a una condizione, solo che avessi continuato a studiare. Tenni fede alla promessa benché il Vocabolario di Greco fosse più pesante dell’incudine che riposava in un angolo dell’officina, sopra un troppolo di legno. Sono più di un metro e ottantacinque, dacché sono nato non fanno altro che dirmi che sono bello e io ho cominciato a crederci da quella sera… mah, questa ve la voglio raccontare. In officina c’è un Ufficio, una piccola stanzina con un letto dove capita Peppe che da quando è rimasto senza moglie, l’usa per riposarsi un’oretta nel mezzo del giorno, dopo il pranzo. Peppe alle sette di sera smette di lavorare per fare un po’ di spesa, io penso a pulire, mettere a posto gli arnesi, le chiavi, poi chiudo. Le donne? Sì, ci pensavo, però mai avrei considerato che una donna, una donna vera, si comportasse in quel modo. Quale modo? Era una cliente, credo una studentessa, figlia di uno con i soldi, un cardiologo famoso. Lei portava da noi una AutoBianchi A112 che non aveva bisogno di nulla, era nuova, aveva solo necessità del tagliando. Stavo per chiudere, una sera di primavera, arriva lei in fretta, entra in officina, scende di macchina e risale; a porta aperta, una gamba in terra e una nell’abitacolo, chiede se avevamo fatto la manutenzione come scritto sul libretto e come richiesto. “Sei solo?”mi domanda. Mi dà del tu in modo serio. Ha i capelli neri a caschetto e la frangetta sulla fronte. Raffinata di faccia, di corpo uno schianto. Alla domanda accenno di sì, e lei, veloce, si tira su la gonna e mi attrae a sé per una becca del colletto della camicia. Salta un bottone. Mi avvicina il viso verso le tette, io con una mano mi reggo al suo bel podice, si può dire podice o devo dire culo? L’altra me la intrufola nella Farfallina. Le mutandine sono mini, vorrei dire più che mini, con un dito le scanso; il groviglio di peli neri arricciolati mi rende una belva, le strappo quelle mini e lascio che il Cincero faccia come gli pare, le va fra le cosce belle piene, forse biasimandomi per non avergli mai fatto assaggiare il miele prima di quel momento. Lei mi voleva baciare e mi circuiva le labbra con la lingua ma eravamo messi male, lei a sedere nella posizione di guida dell’A112 e io mezzo di fuori dell’auto con il Cincero che si voleva affacciare per conoscere chi fosse a volerlo intrattenere.
Non era la migliore delle sistemazioni, così le dissi a bassa voce, col cuore in affanno: “Vieni con me in Ufficio.” La portai nello stanzino che serviva come Ufficio e a Peppe per dormire, non senza darmi l’aria da grande scopatore. Fu la prima volta, giuro, avevo 14 anni e forse Rebecca, la studentessa di Lettere, se ne accorse. Le mie esperienze l’avevo avute con mia madre, una volta sola e con la Simonetta: eravamo in ferie con mia madre, mia zia e figli su in montagna e ci avevano dato i soldi e la tanichetta per prendere il latte. Lei aveva dieci anni, io un po’ di più e quando s’arrivò alla casa in salita dove stava il lattaio, costui era col toro ad attorare, montare, la mucca. Insieme si vide il Billo lungo e fino del bovide e io e lei, insieme, si guardava il toro che scopava la mucca con l’uomo che l’aiutava con una manata di paglia.
Si prende il latte e si paga; per lo stradello la Simonetta si ferma, si spoglia delle mutandine celesti e mi tocca, lei mi dice che il mio Cincero è bello, più grande di quello di suo fratello, me lo piglia un po’ in mano poi l’avvicina alla Farfallina se lo mette dentro, per poco, perchè si sente parlare, era gente che andava dal lattaio. Nulla più, tutti qui i miei rapporti con il sesso.
Per tornare alla Rebecca, lei, penso, aveva quasi cinque, sei anni più di me e faceva supplenze di latino e greco alle Scuole Medie. A settembre avrei dato l’esame come privatista e speravo di fare bene. Studiavo fino a mezzanotte e Rebecca sempre in aiuto. Veniva in officina la sera alle 7, si mangiava insieme alimenti di rosticceria o fatti da lei a casa sua. Arrivava con una Honda 125 e dentro al casco jet il suo visino da bambina scompariva, non mostrava i suoi ventiquattro anni, portava i capelli neri a caschetto come Valentina di Crepax, un fisico che faceva voltare i maschi per la strada, un po’ piccolina ma c’era tutta. Quando le feci vedere che avevo comprato in farmacia i preservativi lei mi rispose che non servivano, lei era sterile a causa di fibromi uterini, incapace di procreare. Le avevo detto di avere venti anni perchè ero alto e grosso, una bugia, ma pareva che a lei non interessasse per niente, veniva tutti i giorni, meno il martedì e il venerdì perché faceva ripetizioni e non era gelosa, almeno così sembrava; se non si scopava, di rado, mi aiutava a pulire l’officina. Dopo quella ebbi altre ragazze, a loro era riservato lo scannatoio il martedì e il venerdì, giorni di ripetizioni di latino e greco che Rebecca teneva a casa sua, a lei era riservato il pranzo con me al ristorante di domenica, quasi sempre a Firenze. Andavamo con l’ A112 e sceglieva lei dove saremmo andati, e pagava sempre lei, come regola. Le ragazze mi dicevano che ero dannatamente bello, chi affermava che assomigliavo a Paul Newman, e chi a Marlon Brando, ma c’era anche chi propendeva per Alain Delon o Sean Connery. Eccetto qualche verginella, sempre rifiutata, le ragazze mi rivelavano subito cosa volevano da me e dove, un hotel fuori città che sarebbe stata l’alcova del nostro amore, e che, fattore importante, costava il giusto, ovvero poco. Ogni giorno, alle sette di sera mi lavavo, con i capelli ravviati e una mini lacrima di Opium di Yves Saint Laurent, roba adoperata anche da Anthony Quinn, andavo alla Standa, mio abituale territorio di caccia. Guardavo le ragazze che mi guardavano mentre le guardavo che si guardavano negli specchi indossando qualche Capodi abbigliamento. Una sera ci ho intoppato Rebecca con un’altra donna, di un’eleganza molto ricercata. Quell’altra sembrava uscita dalle mani di un’addetta al make up o al maquillage da cinque minuti. Erano nel settore della maglieria, Rebecca ha fatto finta di non vedermi ed io ho corrisposto, mi è rimasta in mente la sua amica con i capelli bianchi, anche lei a caschetto, di un’età… ma senz’altro non più di una fresca trentacinquenne. Una settimana fa è morto Peppe, non ha lasciato moglie o figli, l’unica cosa che aveva l’ha lasciata a me, l’officina che per lui era tutta la sua vita; per me è un grande regalo, povero Peppe, sono stato con lui quattro anni. Quando ho avuto diciotto anni, conoscevo il mestiere e, aiutato da Rebecca che ha migliorato le mie conoscenze culturali, mi sono segnato tra gli Artigiani confortato dal fatto che i clienti non avevano manifestato l’intenzione di cambiare officina. Beh… che dirvi? A settembre ho dato l’esame di terza Liceo Classico, è andata bene. A giugno mi avevano dato tre materie, l’agognata Maturità a settembre. E’ passato un anno dalla grande decisione, ovvero dal giorno in cui sono entrato nella sede della Associazione degli Artigiani per regolarizzarmi e cominciare a pagare i vari balzelli dell’attività imprenditoriale. Io avrei anche continuato a lavorare al nero, ma il cambio di passo è tutto merito o colpa della Rebecca che mi dice sempre di non aver mai incontrato un essere umano più ignorante, in senso buono, di me. E mi insegna quali sono i libri da leggere, dice anche, in sovrappiù, che lei ce la metterà tutta a scolarizzare un alunno illetterato come me; e aveva studiato con me le materie che avrei dovuto portare come privatista. Meno male lo studio è finito. Ecco, tutta la Rebecca della quale mi sono innamorato è qui, bella, in tanti anni non mi è mai venuta a noia. Ha un difetto, non mi dà pace con lo scannatoio, dice che se non provvedo io a imbiancarlo mi manderà un uomo a sistemare tutto l’ufficio. Ieri è venuta da me una signora, si è qualificata come moglie del Questore, mi ha mostrato la sua BMW bianca dicendomi che l’auto ha delle manchevolezze al minimo, e che a volte il motore si spenge. Mi sembra di conoscerla, sopra tutto per quei capelli bianchi, poi… ma certo, porca l’oca! E’ l’amica della Rebecca, quella che navigava assieme a lei tra i banchi della Standa. Le ho offerto di andare a provare la macchina insieme, mi sono tolto la tuta e ho chiuso l’officina mettendo lo sbrindellato cartello del *TORNO SUBITO*. Mi sono piazzato al posto di guida, lasciando a lei il sedile del passeggero. Mentre andavo verso via Pratese, gli occhi mi sono scivolati sulle sue gambe, belle gambe inguainate in calze leggermente sfumate con la riga peccaminosa dietro, con una gonna amaranto scuro che era senz’altro tirata più in su del necessario. La donna era di aspetto fresco, fragrante e pulito con un visino giovanile; io pensavo che avrebbe potuto essere mia madre, no, mia madre no, forse una sorella maggiore. Non avevo mai avuto avventure con una signora così raffinata, a Chiazzano ho cambiato strada, passando dalla Provinciale a una sterrata che porta a una casaccia abbandonata che conosco bene, teatro di qualche scopata estatina. La signora è una femmina reale, aveva voglia di tirarsi la gonna più in su e parlava, parlava, parlava… mentre io, zitto, badavo a spogliarla, ma ho trovato, per me, una graditissima novità: giarrettiere nere, nere come il peccato assassino di Lucifero.
Esiste un assassino di nome Lucifero? Mah…m’è venuto in mente lui lì…pazienza. Le ho fatto sentire di chi fosse il Cincero e lei se n’è impossessata smettendo di parlare. Ha un profumo inebriante, una mia mano nel folto del suo pelame inter-cosciale ha rassomigliato l’essenza di un manto di agnellino appena nato, eccezionale, ricciolina nera e capelli bianchi ma non bianchi come quando invecchiano, ma color panna di una tintura elegante, oserei dire chic. Con un filo di voce le ho domandato, dopo la prima, come si chiamasse, ha smesso un attimo di ciucciarmelo e mi ha detto: “Sara, mi chiamo Sara, attento, non ti libererai facilmente di me.” Io, dopo la prima, ho pensato che in officina aspettavo un cliente a ritirare una Lancia Tema e un rappresentante di Milano. Ho anche creduto che a Sara sarebbe bastato un incontro così frettoloso invece, mentre si rivestiva, mi ha detto:
“Senti Johnny, questo assaggiato ora mi è piaciuto, ma non penserai mica che io mi contenti solo dell’antipasto? Te l’ho detto, sono un impiccio, posso essere la più incredibile dea dell’amore ma anche una gatta attaccata ai coglioni.”
Veloce, sono tornato a bottega. Appena arrivati, vedo il cliente fuori dall’entrata e il rappresentante ad aspettarmi, saluto Sara, lei mi dà il suo biglietto da visita, io non le do niente, ai bigliettini non ci avevo mai pensato, il suo profumo l’ho sempre addosso e cerco di non pensarci. Liquido il cliente che vuole pagare, ci rifaremo la prossima volta, gli dico, e mi tuffo in quello incravattato di Milano. L’ho cercato io, cerco di essere affascinato dai prodotti elettronici, i soldi verranno in futuro, ora non ce ne sono. Il tizio milanese è di poche parole, mi dice che in Toscana non ha clienti e, se viene quaggiù, lo fa esclusivamente per me. E’ scocciato, vede che con me non farà affari, ha visto che l’officina è di piccole dimensioni, non vede l’ora di tornare nel milanese. Tira fuori dei depliants scritti in inglese e me li mette sulla scrivania. Spara dei prezzi sui computer che servono alle analisi dei motori, mi sembrano elevati, ma d’altronde stanno per essere adottati da tutte le case automobilistiche. Io ho già rifiutato lavori su BMW, MERCEDES, VOLVO e SAAB per mancanza di strumentazione adeguata. Gli faccio presente che a me occorreranno lettori di codici per FIAT, RENAULT, ALFA, PEUGEOT, CITROEN, cioè le più comuni marche in circolazione in Italia, i proprietari di BMW e MERCEDES nuove si servono dai concessionari dove hanno comprato le auto. Allora gioco di astuzia, apro un cassetto della scrivania cercando qualcosa che non c’è mai stata e rimanendo amareggiato, mi dico parole desolate: “No, guardi…le volevo mostrare la pianta dell’officina nuova da 500 metri, ma qui non c’è più, l’avrà ripresa l’architetto. Mi dispiace non farle vedere…”
Il tizio milanese a sentire parlare dell’officina da 500 metri, cattura i depliants, con una pennarello verga uno sconto meno 15%. Poi mi guarda quasi a domandare se sono contento, mi allunga un biglietto da visita c’è scritto Rappresentanze Auto Bongi ADVANCED AUTOMOTIVE ELECTRONIC ENGINEERING e quattro numeri di telefono, e uno di FAX. “ E due! In così poco tempo… due biglietti da visita.” Penso, faccio finta di cercarli e mugugno che li ho finiti. “Considero,”dice il Bongi,“che con un primo ordine si possa ridurre il prezzo di un 15%. Vedrà che diventeremo amici.” Discorsi commerciali accompagnano i saluti del Rappresentante, mentre io continuo a domandarmi chi è che abbia detto a Sara il mio nome. Quella mossa, della Sara, sul mio nome mi continua a tormentare. Per dire la verità è tanto tempo che voglio mettere una targa al di fuori dell’Officina con scritto: JOHNNY VALORI MECCANICO AUTO TEL. 0573 XXXXXXXXXX
“Sarà già rientrata in casa?” Penso,“mah…io provo a chiamarla, faccio il numero,”aspetto, mi risponde,“è lei.” “Sono io.”dico. “T’ho riconosciuto, Johnny.”dice lei. “Chi te l’ha detto come mi chiamo, per caso una mia o un mio cliente?”
“Per ora non te lo posso dire.”chiusa come una cassaforte. “O che vigliacca sei?”insisto garbato. “Quando ci si rivede? Io ho avuto solo l’antipasto.”sospira. Eccolo, torna in pista l’antipasto. “Oggi è lunedì, domani è martedì, facciamo domani sera alle 7 in officina, ti va bene?”
“No, domani sono occupata.”
“Allora mercoledì alle 7.”provo.
“Ci sto, ci vedremo mercoledì sera alle 7, ciao fenomeno.” dice. “Ciao.” Ribadisco e rispondo dentro di me, sempre annebbiato, ma quale fenomeno? Gentile ma non disponibile, cortese ma impegnata, molto riservata. Questa donna mi farà ammattire, peraltro me l’ha detto lei stessa. Penso alle sue giarrettiere nere, forse con le donne ho sempre sbagliato tutto, forse ho avuto tutto senza battagliare, c’è stata una in gonna che mi ha detto di no? Mi sembra proprio di no. Il tempo per arrivare a mercoledì è lungo, maledettamente tempo, ho da rifare la testata di un Alfa 2000, una 164, mi butto nel lavoro ma quelle giarrettiere nere non mi escono davanti, sembra che abbiano preso domicilio tra i miei pensieri assieme al profumo di Sara e al tocco vellutato delle sue giarrettiere. Entra in officina un uomo, un padre con figlio, dice che è un bravo ragazzo e vorrebbe lavorare, ha già avuto un’esperienza. Io non posso assumere, scelgo il lavoro e i committenti, così mi va bene, ogni tre prestazioni faccio una fattura e tutta l’officina marcia a pieno ritmo, non posso assumere, ci sto attento. “Mi dia il nome e il telefono,”dico pensando ai miei affari,“se ci sarà un’occasione, non si preoccupi, telefonerò. Domando al ragazzo come si chiama, lui risponde Claudio e scrivo il nome e il telefono, quindi li saluto. Con un filo di voce dice che gli piacciono i cavalli…mah, che vuol dire? Non capisco qui si parla di meccanico auto. Ri-saluto lui e suo padre.” Mi rendo conto che, alle volte come ora, parlo con gli altri e non sono presente, chissà se la gente se ne accorge. Mi sarebbe piaciuto assumere quel ragazzo, aveva gli occhi intelligenti e considero che tutti i giorni arrivo in fondo all’orario di lavoro, dieci ore, abbastanza provato. I clienti mi fanno perdere tempo, quasi tutti si mettono a ragionare del più e del meno, spesso vorrebbero consigli sulle auto. “Che diavolo me ne frega a me…”rimugino. Meno male siamo a martedì mattina, l’ora della verità con quella donna è vicina.
“Ma guarda te, proprio a me doveva capitare…ma che dico? Di ragazze ne ho avute diverse ma non ne ricordo, piuttosto mi torna in mente sempre lei, quella con i capelli bianchi, le giarrettiere nere e quel maledetto profumo, che m’abbia stregato?”
Mi siedo alla scrivania a dare ordine alla posta, c’è roba dell’INPS e altre fregnacce, molta pubblicità. L’Ufficio o scannatoio è una stanzina di tre metri quadrati, con il letto che serviva a Peppe per riposarsi, ve l’ho detto. Guardo con più interesse, ai muri ci sono, oltre a un calendario pornografico pubblicitario con delle Farfalline di gran mondo, delle vecchie foto di corridori pistoiesi, Serafino Biagioni al Giro di Francia e Loretto Petrucci, un altro corridore ciclista del 1952 di Pistoia che ebbe delle vittorie importanti, una foto lo immortala nel mentre vince la Milano-Sanremo. Ma…a cosa penso? Improvviso chiudo l’officina e vado, a piedi, a un vicino negozio di vernici con un padrone che conosco. Faccio la spesa ed esco con un secchio di Bianco Extra da muri e diverse pennellesse larghe e fini. M’è venuto in mente d’imbiancare lo scannatoio. Pensate che sia impazzito? Pensate che voglia dare retta a Rebecca? Sì, mi sento anormale e insomma… via, il tempo di giugno è discreto, apro la finestra, povera finestra che non si ricordava neppure di avere i gangheri che glielo permettessero da anni, e aspiro una boccata d’aria. “Darò un po’ d’olio a queste cerniere.”suppongo. E comincio a imbiancare. I muri sono sudici, forse era meglio se prima l’avessi grattati; la pennellessa scivola che è una bellezza, al padrone del negozio di vernici, che è un mio conoscente, gli ho detto che voglio fare un bel lavoro con una passata sola e lui mi ha dato la migliore vernice, un po’ carina, mi ha chiesto quando può portarmi la sua Lancia Beta HPE a rifare i freni. “Quando vuoi,”rispondo,“ho anche delle pasticche Ferodo inglesi per la Lancia Beta HPE che sono migliori delle originali, l’ho prese da un viaggiatore di commercio che è passato di rimbalzo, accidenti a quando non gli ho comprato tutto il camioncino.” E l’ho salutato, con quelle pasticche mi sono guadagnato parecchi clienti, frenano meglio e mi costano meno. Dopo quattro ore di pennellesse ho finito, l’ ufficio non si riconosce, aspetterò che asciughi e domani rimetterò al loro posto le fotografie di Petrucci, Biagioni e il calendario porno. Guardo lo scannatoio e mi sembra di aver fatto un buon lavoro, do un po’ d’olio ai gangheri della finestra e levo il nylon che ho messo sul letto a protezione. Ho da pensare alla Ford del postino, una Fiesta che mi fa ammattire con l’accensione. Alle 7 di sera mi lavo e vado in centro, faccio un po’ di spesa anche se mia madre non mi ha detto niente, ma, sulla Sala, ho sentito un odore di Coppa di testa di maiale e non ho resistito, l’ho comprata; chissà la mamma come sarà contenta. Non vi ho mai detto nulla di casa mia? E’ vero, mio padre era un bravo babbo ma me lo sono goduto poco; mia madre ricama, credo che sia la migliore genitrice possibile anche se sparisce ogni tanto di domenica, va con sua sorella e suo marito a pescare con il loro club, mi vuole bene e quando va via mi lascia pranzo e cena. Oggi è mercoledì e aspettare mi dà noia, finalmente si saprà quale mistero sta dietro alla mancanza di loquacità di quella grande Farfallina della Sara. C’è un’altra stranezza nei miei rapporti, Rebecca non si sente da due giorni. Telefonate in arrivo? Spero sempre che siano di lei e invece, sembra che sia in ferie. Mah, se son rose fioriranno, mancano dieci minuti alle sette, nel pomeriggio ho guardato spesso l’orologio. L’orologio cinese ha preso un colpo, mi scivolò la mano nello stringere un bullone di una marmitta e la botta colpì lui, un orologio che non mi ha mai tradito, il vetro è rotto e non si trova il ricambio. Lo ricomprerò uguale al mercatino americano di Livorno. Mi torna in mente l’amico che ho rivisto ieri, giocavamo insieme nella Libertas Pistoia, io centravanti, lui mezzala, era forte e mi dava delle palle…l’ho sempre ringraziato. Mi ha sorpreso, nel parlare chiamava il Cincero col nome di Avvoltoio, gli ho chiesto il perché e mi ha raccontato che è stato all’Ospedale, ha rammentato che un uomo, soprannominato l’Avvoltoio, lo conoscevano tutti, un poveretto che andava a comprare sigarette e giornali per i degenti, aveva un occhio solo e ci vedeva meglio che con due, diceva lui. Per questo, per la similitudine col suo Cincero, per non avere che un occhio solo, ha cominciato a chiamare il suo arnese col nome di Avvoltoio e io ho fatto uguale a lui, tanto mi è piaciuta questa storia.

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

Dal romanzo “Il Ducati desmo di Pietroleone il Rosso.” Amazon.
Bici da corsa e Motom Sport.

Pietroleone aveva l’intelligenza e l’ assennatezza di un uomo fatto, pur essendo ancora un ragazzo e per la prima volta in vita sua andò a letto pensando al giorno dopo, al lavoro da compiere, al debito col Moro, al Motom da rimettere a posto.
Alla mattina arrivò in anticipo di mezz’ora, la saracinesca era giù e dovette aspettare.
Il Moro capì il cambio di marcia dell’allievo e gli dette un doppione della chiave di bottega.
La giornata di lavoro era sacra, ma alla sera Pietro rimaneva un’oretta in più a lavorare intorno al Motom, e anche alla mattina arrivava una mezz’ora prima. Apriva e chiudeva lui e ne era orgoglioso. Aveva ridotto il motorino in bricioli, eccetto le ruote perché erano a posto. Di vernice non era male, ma si rigirava spesso tra le mani quel serbatoio con quel bozzo che non era grande ma indisponente, non voleva rimontarlo così. Lo controllò anche il Moro:
“ Quel figlio di un cane! Con quella decalcomania sopra… m’ha fregato anche me, ho abboccato come un bischero… credevo ci fosse un graffio e invece guarda qui! Ma non ti preoccupare si rifà nuovo che neanche alla Motom… vieni qui prendi un raggio vecchio.”
E si misero, insieme, a lavorare sul serbatoio; il Rosso passò la parte con il bozzo alla spazzola di ferro per togliere la vernice, mentre l’altro aveva acceso la fiamma ossidrica. Dopo aver riempito il serbatoio d’acqua il Moro saldò un raggio nel centro del bozzo. “ Ora fai un’asola con il raggio per poterci infilare il manico del martello e tirare!” Il ragazzo eseguì, prese la misura con il manico e avvolse il raggio al legno. Poi sedette, con il serbatoio sotto le cosce: il Moro afferrò il manico e cominciò a tirare il raggio saldato nel bozzo.
“ Miracolo!”
Pensò Pietroleone vedendo la lamiera tornare al suo posto, quasi perfetta.
Tagliò il raggio dalla saldatura e lavorò di lima, da grossa a fine. Tolse il materiale in più, carteggiò, rimaneva qualche cosina d’imperfetto ma non si riconosceva rispetto a prima! “ Diavolo d’un Moro, quante cose c’era da imparare!”
Marco aveva un amico carrozziere al quale portarono insieme il serbatoio. Pietroleone lo consegnò come fosse più prezioso dell’oro, quello capì e fece un bel lavoro. Dopo averlo stuccato e cartinato, lo rese liscio come un vetro, lo verniciò alla nitro, perfetto come l’aveva fatto la Motom. Però aveva il brillio del nuovo, così si fece portare anche il telaio e i parafanghi: li polimentò finché tutto non ebbe il medesimo tono. Non volle nulla di tutto il lavoro ma chiese a Pietroleone se avesse potuto dare un’occhiata al Gitan, che gli consumava troppo. Il Gitan era stato riverniciato, c’era una grande decalcomania che portava la scritta Gino Tansini, un bijou…
In una settimana a forza di mezz’ore dopo il lavoro lo rimontò, mise le guaine nuove, belle nere e lustre e i fili nuovi; nuovi il pignone corona e catena, pulito e spazzolato come un dente di bocca il Motom aveva acquisito una nuova identità, non più figlio della sciagura ma dell’amore. Pietro ripensava alla propria infanzia, alle suore e poi guardava il Motom, tornato a nuova vita; riscontrava delle analogie tra la sua storia e quella del motorino e vi si attaccò morbosamente. Il Moro gli regalò due decalcomanie nuove “Motom” per il serbatoio: per posizionarle nel posto giusto ne controllò uno nuovo dal concessionario Imolo Ferretti. Misurò, scrisse su un bigliettino le coordinate, le distanze, e poi le applicò. Perfette.
Il Moro osservava l’estrema pignoleria del suo ragazzo, non condivideva questa puntigliosità, ma ammirava l’impegno che portava il ragazzo a lavorare solo nel modo migliore. Il sabato sera ritornò con il motorino in collegio, arrivò come un console
romano che torna vittorioso dalla guerra. Gli amici volevano sapere, guardavano, toccavano e lui era orgoglioso. Marco volle fare le fotografie con il Motom nel mezzo, Pietroleone sopra e cinquanta ragazzi intorno a ghirlanda. Erano momenti stupendi, ma ancora più bello fu una domenica mattina dopo la messa. Quando tutti andarono a giocare a pallone, lui entrò in magazzino, tolse la coperta al motorino, mise in moto e partì. Si fermò a mettere la Super e se lo riguardava mentre il benzinaio salutava. Era una giornata settembrina, di sole, e s’indirizzò verso la collina del San Baronto, ritrovo di tutte le moto della città. Tutte le corse in bicicletta, di esordienti, allievi, dilettanti, passavano di lassù: chi saliva, chi calava, chi veniva da Vinci, chi da
Lamporecchio, chi da Pistoia. Un guazzabuglio di corridori, ognuno con il suo accompagnatore con borracce e tubolari di scorta. In cima c’era il raduno di appassionati che andavano lì, chi con la Lambretta o la Vespa, chi con il cinquantino, chi con la
motocicletta. Pietroleone andava su con un filo di gas, il piccolo quattro tempi scoppiettava preciso e ordinato; levava gas alle curve e poi allungava nelle diritte. Voleva mettere la terza ma il Moro gli aveva consigliato di tenere sempre una marcia
bassa un po’ allegra piuttosto che una lunga sotto sforzo. Raggiunse una Lambretta con il guidatore che incitava un corridore. Osservava la scena di quello che spingeva, agile, sui pedali: muscoli sudati, sembrava giovanissimo, una bicicletta esile, bianca, ‘ Del Serra’ .
“ Alè, alè!”
Gridava a intervalli con ritmo e foga quello in Lambretta. Il ragazzino pareva non ascoltarlo, badava a pedalare di agilità e in faccia non era stravolto, pareva contento. Pietroleone stando nella scia vide arrivare un MV quattro tempi che si soffermò e andò via, poi un Ceccato 125cc e un Parilla 48cc, un Fauno, si accodarono parlando con quello della Lambretta. Si girò indietro perché udì confusione di claxon, vide un corridore rientrare, assaggiò tutta la scena, notò che lo aiutavano, la giuria non c’era. Si fece da parte… in prima, e quel branco di matti per poco non lo travolse. I due corridori pedalavano insieme e dietro di loro una quantità indescrivibile di scooter e moto sguazzava in una nebbia di fumo e urli. A Pietroleone non piaceva tutta quella sarabanda, era la prima volta che si trovava in mezzo agli uomini. Improvvisamente fu superato da un NSU 250cc, un Max il cui passeggero, Gianfranco Mencarelli, aveva il fischio in bocca, la bandiera rossa in mano e una fascia sul braccio di Giuria. Fischiava a tutti e tutti rallentavano buttandosi a destra: a Pietro fece anche un urlo perché non stava sul bordo della strada. Mancava un chilometro alla vetta e lui, col Motom Sport, era nella scia della Lambretta, quando quello all’improvviso frenò, per poco scansato dal Rosso. Bestemmie e occhi di fuoco:
“Ho forato, maiala miseria! Tieni, ehi… tieni qui!”
E così dicendo dette al Rosso un tubolare e una borraccia: “L’hai visto il 27…? E’ il mio figliolo, è Maurizio, stagli dietro, se fora dagli la gomma, seguilo, io cambio la ruota alla Lambretta e taglio da Lamporecchio, t’aspetto sul
Cerreto! Hai inteso?”
Urlò in quel gran casino. Il Rosso avrebbe voluto dire che lui era lì per combinazione, che non aveva mai seguito le corse, che non sapeva… ma quello bestemmiando gli aveva già infilato nel blusotto il tubolare e la borraccia: “ Dai muoviti! Ci si rivede al Cerreto.”
Si sentì investito di una missione da compiere e riprese il gruppone delle moto tutti in prima a passo d’uomo dietro alla giuria, un puzzo per il nuvolone dei gas di scarico, un casino per il rumore delle marmitte.
Osservava il ragazzo, il 27, Maurizio, voleva dirgli che il suo babbo aveva forato, che ora c’era lui a fargli da angelo custode; era circondato da moto, motorini, Lambrette, Vespe, tutti con la smania addosso di superare la giuria e i corridori per andare a vedere il passaggio, su in cima, dette voce, il 27 lo sentì e lo guardò.
Si fece largo e arrivò in seconda fila, più avanti di così non era possibile e si dette da fare per difendere la posizione. Gli urlò che il tubolare di scorta l’aveva lui, quello lo guardò senza sapere se aveva capito…a cinquecento metri dalla cima Maurizio si alzò sulla sella, dette un paio di scatti guardando l’altro, più spallone, più pesante, che arrancava con un rapporto troppo peso, troppo lungo. Lo fece secco e volò via, in cento metri di salita gli dette un minuto. Pietroleone avrebbe voluto seguirlo ma la giuria era inflessibile.
Giunsero in cima dov’era in agguato un padrone ancora peggiore della Giuria: “ il Cini ”, mormorarono dentro di sé tutti quelli in moto e scooter con effetto di sorpresa, stupore, paura, obbedienza. Il Cini era il poliziotto della Stradale, sempre di servizio dietro alle corse: grande pilota, aveva un Falcone Turismo con le camme e il pistone dello Sport e faceva ammattire tutti giù per le discese, negli inseguimenti, nei discorsi degli appassionati.
Il suo collega era avanti a tutti e lui aveva sistemato il Falcone amaranto sul cavalletto in mezzo alla strada, al bivio del San Baronto; fece passare il 27 poi l’inseguitore che era già a più di un minuto, e poi la Giuria; e invitò con la paletta, ridendo, tutto il branco dei suiveur a motore a fermarsi a destra.
Qualcuno brontolava mentre lui, il Cini, sorrideva più che mai tranquillo, con il Falcone in moto sul cavalletto. Il Rosso attento e un po’ pauroso, obbedì, si fermò spengendo anche il motore, carezzò con una mano la coppa dell’olio, amorevolmente. D’un tratto il Cini corse alla moto, la spinse giù dal cavalletto stando sopra le pedane, tirò una prima lunghissima e si gettò giù per la discesa del Vinci, lasciando il branco dei matti stupefatto e tutti incazzati. Corsero tutti dietro a lui e il Rosso fu il più sorpreso perché aveva spento il motore. Aveva da compiere un dovere: prima… seconda e terza e giù per il Vinci! Riprese un paio di Vespe provando gusto in curva; sbagliò un tornante, poi prese le misure e cominciò a entrare in curva bello sciolto; il Motommino piuttosto rigido gli trasmetteva sicurezza mentre lui pensava al Moro e al maestro Martinelli, alla figura che avrebbe fatto se fosse andato in terra… non si preoccupava per sé ma per il motorino. Sentiva addosso uno strano contrasto; una parte sconosciuta di sé che stava nascendo alla prima gita in motorino, e il Pietroleone avveduto, razionale, che avrebbe voluto frenare dieci metri prima della curva dicendo all’altro di stare attento; l’altro istintivo, entusiasta, infilava le curve come un esperto pilota. Eccone altri due! E via e via, seconda, terza, staccata, seconda, eccone altri tre. Il Rosso guidava e la paura, curva dopo curva si dissolveva: cercava di adoprare i freni in minor misura possibile, tirava la prima marcia e seconda forse un po’ troppo, ma il Motom sembrava consenziente, che gli dicesse bravo, e via via li riprese tutti, si ritrovò davanti al branco da solo, giù per il Vinci! Ora davanti aveva solo il Cini e cominciò a scorgerlo; mentre lui usciva da un tornante, il poliziotto iniziava la curva laggiù, lontano, in fondo alla dirittura. A un certo punto si meravigliò di come abbordasse le curve in modo così facile: in una semicurva, scorto del breccino in terra, s’addirizzò passando sul pericolo, poi piegò e uscì rasente al muretto, che soddisfazione!
In men che non si dica arrivò alle spalle del poliziotto che non se l’aspettava, d’altronde non era mai stato ripreso da nessuno giù per le discese.
Il milite s’incazzò come una iena, s’agitò, urlò, minacciò, poi si rese conto che il Rosso non aveva fatto niente di male o di illecito, era solo andato veloce come un vero pilota. Lo guardò negli occhi verdi, sorridendo, e gli lasciò la strada aperta invitandolo a proseguire. Pietroleone non si fece pregare e continuò la sua azione. Il Cini, dietro, osservava le traiettorie del piccolo motorino; lui li conosceva tutti quelli che seguivano i corridori, con borracce e tubolari, piloti e mezzi piloti… ma questo ragazzo rosso non l’aveva mai registrato, e accidenti… come andava! Dovette anche impegnarsi un po’ e sorrideva dentro di sé per aver trovato questo ragazzino che andava giù sciolto e veloce senza far cazzate, mai una curva a sinistra, e andando forte e veloce davvero. Su una diritta tirò la terza al Falcone e l’appaiò, lo guardò contento, si complimentò con gli occhi, mosse la testa in segno affermativo, non disse nulla ma gli fece capire che andava bene così, di non fare bischerate.
Parlavano un linguaggio muto, che non aveva bisogno di essere espresso per essere capito.
Frenò leggermente e lasciò sfilare il Rosso perché erano arrivati quasi in fondo alla discesa, a quella curva aperta a sinistra, da prendere a tutta e dove tanti avevano battuto delle sonore martellate. Pietroleone il Rosso di lì non c’era mai passato, non conosceva quella curva ma come vide che in su non veniva nessuno, pur avendo il poliziotto in scia, per modo di dire, con quel parabrezza! Allargò moderatamente sulla destra, prese il centro strada e poi giù, secco e tagliente a sinistra, a tutta valvola addirizzò la curva e uscì a destra, perfetto e veloce. Al Cini, nel vedere quello spettacolo, venne il groppo in gola e l’affiancò:
“ Come ti chiami?”
“ Pietroleone! Lavoro dal Moro.”
“ Da chi Moro… il Moro di Mosca?”
“ Sì da lui,”rispose Pietroleone, inorgoglito e meravigliato che di domenica mattina, oltre alla partita di calcio, ci potesse essere qualcosa di infinitamente stupendo e vero come tutto quello che, per caso, stava succedendo a lui, giù per il Vinci. Riprese i corridori in pianura, arrivò dietro al 27 che pedalava sempre con straordinaria agilità, gli raccontò della foratura del babbo ma a quello sembrava che non importasse. L’inseguitore, ringobbito dalla fatica e dai rapportacci si era preso un altro minuto e il ragazzino era sempre il più sciolto; come un’ombra il Rosso stava a tre metri di distanza. Poi quello
che era tranquillo, iniziò ad agitarsi, a voltarsi verso il Rosso:
“ Ohè! Mi sembra di aver forato davanti, prepara il tubolare.”
Avrà avuto la sua medesima età, ma gli pareva il suo figliolo tanto era giovanino, senza barba in faccia. Lo superò e andò venti metri avanti, mise con calma il Motom sul cavalletto, tirò fuori il tubolare e in quel mentre, frenando, arrivò Maurizio.
“ Buono buono, lascia fare a me che il biciclettaio sono io!” Gli urlò.
Allentò il mozzo, con la ruota in mano tentò di togliere il tubolare ma era immasticiato bene, così lo afferrò con i denti dalla parte opposta alla valvola e lo tirò via, come una bestia. Nel mentre adattava quello buono, offrì la borraccia a Maurizio:
“ Tieni!”
“ Grazie!” Rispose il ragazzino, educato.
“ Pigliami il tempo di quello dietro, dimmi quanto ho di vantaggio!”
E gli rese la borraccia. Rimontò la ruota, gonfiò a sasso il Clement, gli voleva dare una spinta, ma aveva la giuria dietro, ferma, e non se n’era accorto.
Maurizio Degli Innocenti ripartì e il Rosso controllò l’orologio. Dopo tre minuti arrivò l’inseguitore con la bava bianca alla bocca per la troppa Simpamina, spalle ciondolanti e ritmo sperso, affogato nel rapportone, nello sforzo e nella mancanza di classe. Lo superò e ritornò dal suo corridore.
“ Tre minuti!” Gli urlò il Rosso da dietro, ma quello aveva messo un rapporto tremendo nel falsopiano in leggera discesa verso Empoli e lo tirava fitto a intervalli, fermando quasi le gambe, mulinandole poco, accompagnando i pedali, poi, dopo sette od otto secondi, ripigiava a bestia in punta di sella ma composto, con una pedalata tonda incredibilmente potente e agile: uno spettacolo anche per il Rosso che non s’intendeva di corridori. Terminò la leggera discesa, poi si riaccomodava indietro sulla Brooks e spingeva, ciclico e bellissimo:
“ Se mi ripiglia, in volata mi frega,”gli disse girandosi indietro.
Pietroleone si voltò ma non c’era nessuno.
Iniziò la salita del Cerreto alla grande, in cima c’era il suo babbo. Maurizio aprì la bocca e quello gli dette uno schiaffo d’acqua in gola, a piedi lo affiancò, gli correva accanto incitandolo, appoggiandogli la borraccia sul collo; con quella lo bagnava spingendolo senza farsene accorgere. Ma non ce n’era bisogno, il ragazzino aveva le ali ai piedi e ai pedali. Tutti tiravano l’acqua e il Rosso la prese addosso anche lui. La gente, in cima pareva matta; dopo quella salita c’erano due chilometri di pianura e poi il traguardo, e chi passava solo, primo di lì, aveva praticamente vinto.
Un budello di persone. Incitavano come neanche al giro d’Italia, chi con la Gazzetta in mano, chi con lo Sport Illustrato quasi tutti con berrettino di tela da corridore in testa. Pietroleone passò dietro al ragazzo in quel tunnel che si apriva e si chiudeva, quasi un esofago a ingollare il corridore. Un po’ di discesa e poi la pianura; rientrò anche il suo babbo con la Lambretta:
“ Come va eh…!” Disse al Rosso.
“ Ha anche forato,” gli urlò il Rosso.
“ Forato? Dove?” S’informò meravigliato.
“ Prima della salita, tieni il tubolare bucato, o vuoi che te l’accomodi io?”
“ Dove lavori?”
“ Dal Moro di Mosca.”
Arrivarono sotto lo striscione, il ragazzino alzò le braccia al cielo, era stanco ma non stravolto come l’inseguitore che arrivò a quattro minuti e che sarebbe caduto in terra se non l’avessero sorretto. In tutto quel casino Pietroleone non rivide nessuno, riprese la strada di casa, da solo. Trovò un berrettino di tela in terra, c’era scritto “ Unione Ciclistica Pistoiese”, se lo piazzò sui capelli rossi, poi gli venne fame e si fermò sul Vinci a mangiare qualche fico brigiotto; aveva sete, s’arrampicò sul ciglio e colse un ciocchino d’uva, rossa come lui. La spippava lentamente a sedere tra l’erba, gustando il panorama che già era stato di Leonardo; dette un’occhiata al Motom che gli aveva regalato quella straordinaria mattinata, si guardò le mani, le sentiva appiccicose per i fichi e l’uva: ci sputò come fanno i contadini, poi le strofinò vigorosamente con un ciuffo d’erba, le riguardò, gli sembrarono passabili, non voleva sporcare le nere manopole del Motom.

Antonelli dottor Franco
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TEMPO DI GUERRA , TEMPO DI CACCIA.
Profumo

Vado spesso a trovare il grande Piero. Abita in campagna e quando arrivo di solito o è nel campo a lavorare o è ‘in capanna’ a trafficare. Una stanzaccia che è diventata il teatro dei progetti di caccia per la domenica, dei ricordi, delle appassionate filippiche contro i politici e i reggitori delle sorti della caccia . Un salotto con sedie una diversa dall’altra, sgabelli di tavole; è normale che Piero lavori, visto che è l’unico che sa fare qualcosa, e che una combriccola di perditempo come me gli stia
d’intorno a valutare l’esecuzione delle sue opere. Piero ha la forgia e la saldatrice e questi attrezzi gli danno un’aura professionale e stregonesca di fronte a tutti i frequentatori della ‘capanna’. Ma ha anche lo spaghino di canapa da avvolgere, ritorcere e impeciare come facevano i calzolai, e cuce tomaie e suole, mette toppe a tutto e le sue scarpacce, comodissime e ricucite, chiunque di noi le avrebbe buttate vent’anni fa.
Lui no, gode nell’accomodare e poi riguardare la sua opera. Si compiace nel contentarsi, ma in molti adoprano la sua arte e rimangono contenti della sua capacità di inventare un rimedio a tutto.
Una stanzetta, meglio una stanzaccia di quattro per quattro.
Addossati a un muro senza intonaco, mattoni a vista, gabbioni in legno fatti a mano per conigli; sopra, fieno e paglia, ai lati il sacco dell’orzo, del pane secco. Attaccati al basso soffitto dove ragni conducono la loro vita di caccia a insetti, vi sono ganci per aria con zappe e zappini, seghe e seghetti, martelli e martellini, di ogni foggia e per ogni bisogna, tutto ciò che può servire in campagna e che mai pensereste necessario nel vostro appartamento di città. Sembra un tugurio, invece è una reggia.
Le ragnatele, di cui sopra, sono secolari e avvolgono le travi, c’è un piccolo banco con la morsa, il trapano a colonna, cassetti con ribattini, scalpelli a legno e ferro, chiodi addirizzati, perché qui non si butta via nulla e tutto comoda. Una necessaria stufa a legna aspetta la stagione del freddo e delle piogge per scaldare l’atmosfera a quei quattro o cinque come me che hanno bisogno estremo dell’ospitalità del grande Piero. In un angolo un piccolo bozzo per sciacquare un fiasco, pulire un cesto
d’insalata, lavare un’anatra già fiammeggiata.
Siamo in campagna, c’è da ammazzare un pollo, spellare un coniglio, arrotare un falcetto, accomodare il manico della vanga, costruire una gabbia per lo storno nuovo, sì, costruire…rifare le racchette per i piccioni, sistemare un ombrello, arrotare un pennato, tacchi nuovi alle scarpe.
Piero fa di tutto, è del ’20, anni sanguigni e ribelli, come lui. Se una martellata va storta, vola per aria qualche preghiera urlata che a un orecchio perbenista potrebbe sembrare blasfema.
Arrivo che stanno parlando, con lui c’è il Cuccone e Giuliano Magnanelli detto Bocchina. Ricordano i tempi d’oro.
“ Allora…come va?” Saluto.
“ Come vuoi che vada…lo sai di che si parlava?”Dice il grande Piero.
“ Ditemi…”
“ Ragionaci te con loro…non vogliono credere che dopo guerra non si trovava nulla.”
“ Ah…io non c’ero, non lo posso sapere, ma a cosa ti riferivi?”
“ Alla polvere per caricare le cartucce…non ce n’era, ma se anche ci fosse stata, chi l’aveva i quattrini per comprarla?”
“ Ma c’era o non c’era?”
“ Senti…te lo dico io come stanno le cose…i tedeschi avevano lasciato montagne di fucili e noi se n’era presi…tutti avevano un Mauser.”
“ Un Mauser? Un K 98?”
“ Ascolta, io non lo so, K 98 o 99…io ne trovai uno col calcio rotto, glielo rifeci di legno di fico. Si toglieva la palla e ci si metteva del filo di ferro tagliato a pezzettini e in cima una gocciola di cera.”
“ Ma dove, nel bossolo da guerra?”
“ Di certo, si sparava ma non cascava niente. Lo portai dal Dami tornitore e gli feci togliere la rigatura e allargare la canna. Lui me lo tornì ammodino, perfetto per le cartucce calibro 24. Mi fece un opera d’arte…come ci lavoravano le cartucce…tu sapessi!”
“ Ma che roba ci tiravi?”
“ Si cominciò a scaricare le cartucce da guerra, tutta polvere a fili lunghi, si tagliavano con le forbici (sigh!) ma non s’ammazzava niente, niente.
Allora… non so chi c’insegnò, qualcuno ci dette la ricetta magica, guarda, se ti dico magica…vuol dire che era magica davvero. Ascolta, ora non mi ricordo le dosi, ma ce n’ho sempre un mezzo chilo, tu lo sai, io non butto via nulla. Si faceva un fuoco di corteccia di pino e se ne adoprava il carbone rossiccio tritato. Poi s’andava in farmacia a comprare il potassio, quindi s’aggiungeva lo zucchero e si mestava piano piano.”
“ Lo zucchero?”Entra di mezzo Elio Suci detto il Cuccone.
“ Lo zucchero…sissignore…lo zucchero, proprio lo zucchero!”
“ Ma le percentuali?”Domando.
“ E chi se le ricorda? Ho sempre il misurino per lo zucchero.”
“ Il misurino?” Domanda Bocchina.
“ Sì, carino…un bicchierino da mescita di vino, se non te lo ricordi vuol dire che sei troppo giovane, tu sei del ’27, non ti puoi ricordare…a quei tempi c’erano i bar per un caffè, il gelato, una brioscia e c’erano le mescite di vino, solo vino…ti ricordi, ora?”
“ E quanti ce ne volevano…di bicchieri di zucchero?”Gli chiedo.
“ Mah… ricordarselo! Tu sapessi come lavorava quella polveraccia in quel Mauser…bisognava pulirlo spesso perché lo zucchero impestava tutto, faceva una gran quantità di residui neri…ma una volta, ai pagliaricci…”
“ Pagliaricci? Che roba è?”
“ Sono come i filunguelli (fringuelli), ma arrivano d’inverno, col freddo, fine novembre, dicembre…”
“ Il becco…come l’hanno?”
“ Forte, grossino come i filunguelli, non sottile come le pispole o le capinere.”
“ Bisognerebbe sapere il nome vero di questi uccelli…o Piero, questa storia …la volevo raccontare agli amici lagaioli, cosa gli racconto…che uccelli erano i pagliaricci?”
“ E che ne so? Si chiamavano pagliaricci, arrivavano col freddo, ma il nome scientifico…te scrivi pagliaricci, vedrai che la gente li conosce…”
“ Ma com’erano? Dimmi il colore…che avevano delle striature bianche…non saranno mica stati zigoli della neve?”
“ Senti bimbo…bianchi…no, non lo so, la testa un po’ rossiccia, ma poco, te scrivi pagliaricci, non sbagli…”
“ E allora…come andò ?”
“ Andò che un pomeriggio arriva Valerio, il Giannini e mi dice d’andare insieme al pero sull’Ombrone; allora n’avevo di uccelli in gabbia!
L’avevo tutti, brevieri, ballerine, fanelli, fossacci, pispoloni, ciuffolotti, lucherini, stipaiole, carderugioli, calenzoli, pispole, lodole e poi tordi, merli, sasselli, cesene…tutti, l’avevo tutti, avevo anche i migliarini, gli storni e la ghiandaia, la tordela e la pavoncella, n’avrò avuti anche di più di ottanta! Avevo anche la capinera…lo sai? Alla capinera gli vanno tutti gli uccelli…presi un po’ di gabbie, il pagliariccio, un paio di filunguelli, un peppolo e due zigoli e ci si piazzò nel capanno…lo vuoi sapere?
Cinquantaquattro in un paio d’ore, cinquantaquattro pagliaricci…con quella polveraccia ! E quel Mauser, mamma mia come tirava…colpo colpo uccello uccello !”
“ O dove l’hai messo quello schioppo? Fammelo vedere, fammelo fotografare…”
“ Dove vuoi che l’abbia messo… li sequestrarono a tutti, un bel giorno arrivarono i carabinieri, ne fecero un fascio e chi s’è visto s’è rivisto…mi pare nel ‘46.”
“ Ma fucili in regola…non ne avevi?”
“ Che dici…l’avrò avuto? Avevo quello riportato dalla Corsica…”
“ O codesta? O Piero, codesta della Corsica non tu me l’avevi mai raccontata.”
S’alza, prende una manata di fieno, apre uno sportello di un gabbione, c’è il maschio nuovo, un coniglio con delle orecchie …pare un ciuco, è il sangue nuovo dell’allevamento, se lo coccola, gli dà anche un po’ di biada.
“ Una doppietta a cani interni. Bella… guarda, tu sapessi com’era bella…sulla bindella c’era scritto ‘ LUIGI MARINI – BASTIA’ in oro.
Sarà stato il nome del proprietario…”
“ Sarà stato invece il nome del fabbricante?”
“ E chi lo sa? Ma le nostre polveri non ci lavoravano. Lo nascosi sotto terra due anni, finita la guerra lo dissotterrai, era come nuova, l’avevo ricoperta di grasso e poi cenci e grasso, ma la vendetti perché non me ne cascava uno…”
“ Ma come facesti a comprare un fucile in Corsica? Ma che eri… là per lavoro?”
“ Sì…lavoro! Ero là come soldato, soldataccio affamato come tutti quegli altri miei compagni, mi ricordo…una fame ! Ma come…non te l’ho mai raccontato della Corsica? Ascolta, ci portarono in un posto…ora non mi ricordo come si chiamava…no, ecco, il posto si chiamava Sarola Carcopino.”
“ Sarolachè?”
“ Sarola Carcopino, impossibile dimenticare…una fame! Il rancio…te lo dico io, lo capii subito perché lo chiamavano così, perché era rancido! Indovina cosa c’era dentro…”
“ Fagioli?”
“ Sì… sì sì, in una gavetta ce ne saranno stati due o tre, e poi brodaglia e grasso e uno strato di ciccia sopra…sopra a galleggiare, ma scrivilo eh!
C’erano due diti di ciccia.”
“ Che tipo di carne?”
“ Carne? Chi ha detto carne? Ho detto due dita di ciccia…tonchi, bacacci dei fagioli… i fagioli erano tutti intonchiti! Ma io avevo fame e ingollavo tutto senza guardare, perché se ti fossi messo a guardare…tu avresti buttato via tutto, ci voleva uno stomaco…ma uno stomaco!”
“ E come facesti a sopravvivere ?”
“ Te lo dico io come feci…con le tagliole e i lacci. Dicono che la ‘fame scaccia il lupo dai boschi’, proprio vero. Trovai del filo di ferro e nel piazzale della caserma un paio di copertoni schiantati. Li aprii e tolsi il filo d’acciaio, ci feci una molla avvolta che mi servì per costruire lo sportello a scatto per tre cestole. Non si faceva a tempo ad acchiappare tre passere che ce n’erano già altre tre dentro. Io e quelli della mia tenda, s’era in sei, ci sfamammo con le passere e poi si cominciò con i lacci…merli e pernici.”
“ Ma chi t’aveva insegnato?”
“ Il mio povero babbo, Dio lo riposi in pace! M’aveva insegnato a fare di tutto, anche a scegliere il crine di cavallo per tendere…”
“ Perché? O codesta? Ma il crine non è tutto uguale ?”
“ Bravo! Tu saresti un bel bracconiere! Tu faresti come quelli che non prendevano mai niente perché gli si rompeva il crine.”
“ Come…perché si rompeva ?”
“ Perché lo prendevano dalle cavalle femmine, non dai maschi come facevo io. Andiamo, è l’ora di cena, stasera fagioli borlotti, tonno e cipolle, alzate il culo….si va a mangiare, vi fermate da me?”
“ Ora ora, ora si va, ma prima dimmi… che differenza c’è tra il crine di cavalla e di cavallo?”
“ Non lo sai neanche te? Ma cosa v’hanno insegnato a scuola? Quello di cavalla si rompe perché è marcio, la cavalla quando piscia…si piscia anche sulla coda, nel crine, che non lo sapevi davvero…?”
E si alza dal troppolo, ridendo, ci alziamo tutti. Forse ride della nostra ignoranza.

Antonelli dottor Franco
Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

SAROLA CARCOPINO

Sì… lo so che questo nome può sembrare assurdo e frutto di fantasia, invece è la denominazione di un piccolo paese del sud della Corsica.
Fosse stato per me… col cazzo che mi sarei venuto a infognare in questa terra di merda, lontana da qualsiasi posto civile, ma faccio parte dell’87° RF Friuli, di stanza a Pistoia, mia città natale e di residenza.
RF vuol dire Reggimento di Fanteria di linea; mentre né io né i miei compagni si è capito bene per quale motivo a Pistoia ci fosse un reggimento di nome Friuli dal motto ‘Attacco, travolgo, vinco.’ Siamo nell’Anno del Signore 1941 e per ora sulla motonave sgangherata che ci ha portato qui a Sarola Carcopino dalla Sardegna, non ho visto nulla che si possa riferire a travolgere e vincere, forse attacchi… sì ma di vomito, il ponte ne è pieno e si scivola maledettamente, mentre la
cigolante imbarcazione oscilla e dondola, alzando e abbassando la prua in mezzo ai marosi mossi da un vento sostenuto.
A qualsiasi cosa tu ti attacchi per non cascare ti sporchi le mani di ruggine, ci hanno imbarcato su una vera carretta, i fanti… carne da cannone.
Il mal di mare ha colpito anche gli ufficiali, se Dio vuole; che bellezza vedere che anche loro sono fatti di ciccia come noi, quasi si vergognano a vomitare e cercano, scelgono punti defilati; ma noi, autentici figli di puttana, appena vediamo qualcuno di loro che soffre per i conati gli si va dietro per guardarne l’imbarazzo, assistendo beffardi e contenti al rigetto coatto. Siamo un migliaio sulle banchine del porto in terra còrsa di Sarola Carcopino, ci caricano su dei camioncini e si va alla caserma; è quasi notte, ho una fame che mangerei una pecora con tutta la pelliccia, lana o non lana. A mezzogiorno quella mezza romaiolata a testa di rancido rancio se n’é andata mezza sul ponte, un po’ sul grigioverde delle divise e il resto in mare, dove bianchi gabbiani ingordi hanno pasteggiato con i nostri resti galleggianti.
Tira un vento molto dispettoso dal continente: se ci si copre con la giacca subito cessa le folate, se ci si alleggerisce rinforza, il maledetto.
Siamo a metà ottobre, accidenti al Tramontano e a chi lo manda!
Si prende possesso delle brande, la camerata è lunga e stretta, ci chiamano per mangiare un boccone, la strettezza del corridoio e la fretta della fame ci fa fare da tappo l’uno con l’altro, ma io sono del ’20, sono agile e forte, monto sulla montagna di carne, sui gropponi dei miei amici commilitoni, m’arrangio, cammino sulle loro spalle, avanzo a gatto, sono in testa, via di corsa all’appello…
Sgranati, arrivano tutti, è inutile fare alle corse, finché non siamo al completo non si entra nel locale adibito a mensa. Ultimo arriva il barbiere, un calabrese alto un metro e cinquanta, una mezza sega. Piano piano, con le gavette in mano, si sfila davanti ai cuochi: un pezzo di pane e un tòcco di formaggio avvolto dal verde della muffa. Prendere o lasciare. Io prendo e comincio a staccare bocconi dal pane che hanno messo sul vapore delle pentole per ammorbidirlo un po’, dentro è duro come il granito, ma io ho dei denti che sbriciolerebbero anche il marmo, guardo il cacio, una voce vicina commenta:
“Dalla muffa che ha sembra gorgonzola…”
Ma io non vo tanto per il sottile e divoro tutto mentre i miei occhi inquadrano gli ufficiali all’interno: porzioni triple di pastasciutta fumante, sono tutti belli grassi, baffi alla cirulì, loro la sentono meno questa guerra del cazzo.
Penso che se fossi a casa domattina andrei al passo del Termine col mio babbo a rimediare un mazzo di tordi e fringuelli. Via tutti a letto, siamo stanchi, due trentini e due bergamaschi tirano fuori le carte da gioco, la Compagnia del Reggimento è un ricomposto, sento dialetti di ogni parte d’Italia.
Mentre penso che sarebbe meglio scrivere a casa, sento alcuni parlare sotto voce vicino a me, dicono di avere trovato un Casino, che sia finito il tempo delle seghe? Speriamo, mi dico, penso a una donna, quale che sia, mi ridono gli occhi ma il sogno sparisce, mi addormento senza accorgermene.
Le giornate scorrono lentamente, i miei amici hanno fatto un pallone con delle camere d’aria d’un camion bruciato che è nell’angolo del piazzale e giocano a giornata, meglio per loro, io non ho passione a rincorrere un pallone che non rotola diritto e sto sempre in osservazione di un branco di passerotti che fanno la spola tra i tetti e il monte del concime dove buttano gli avanzi schifosi e immangiabili della cucina.
Avessi una trappola di quelle che fa il mio babbo! Però potrei farmele, mi dico, lui mi ha insegnato, e vado sul retro, le passere scappano, saranno un centinaio, mi avvicino per vedere cosa beccano. Gli avanzi degli ufficiali sarebbero bocconcini appetitosi per una povera ciurmaglia di fanteria con le toppe al culo come siamo noi. Vedo del riso appallottolato, con delle bucce di pomodoro versate sopra; lì per lì mi vergogno, poi ne prendo una manata e me la ficco in gola, buono! Senti senti, ci
hanno messo del cacio, di quello buono, per la miseria, e ne prendo altre due manate, scanso le bucce e mi servo guardandomi intorno… sempre meglio della porcheria che ci danno.
Poi mi viene un’idea e me ne riempio le tasche. Il riso è talmente solidificato che non mi bagna neppure i pantaloni.
Chiamo un fiorentino conosciuto sul barcone e gli dico di venire con me.
Il Bellandi è un bravo ragazzo, un fiorentino che vive solo per la sua ragazza, mi dice sempre che a
casa le voleva bene ma non quanto ora che patisce la lontananza, e tutti i giorni le scrive e scrive e
scrive… diventerà matto, penso proprio che diventerà matto.
“O Firenze, vieni con me.”
“Dove si va, al mare a prendere il sole o mi vuoi invitare al ristorante? Non avrai mica trovato delle belle fiche? M’hanno detto… l’hai saputo? Dicono che in un paese qui vicino c’è un Casino con delle belle donne.”
“E se lo sa la tua ragazza?” Gli dico mettendomi a ridere, “bada ti fo la spia, così quando torni a casa tu vedrai quante corna ti farà…”
“Ma stai zitto Pistoia, piuttosto, dimmi cosa hai in mente…”
“Ascolta, andiamo a vedere se in quel camioncino bruciato c’è qualcosa che assomigli a un filo armonico per fare delle molle, mi sono rotto i coglioni di mangiare fagioli e tonchi, formaggio con la muffa, pane di un anno che non si sa con cosa l’abbiano fatto.”
“E poi?”
“Poi si fa delle trappoline e si cerca di acchiappare le passere che girano per il cortile, guarda qua, guarda quante ce n’è, guarda che nuvolo, saranno più di cento.”
E gli mostro tutto il riso che tenevo nelle tasche, spiegandogli dove l’avevo rastrellato e che ne volevo fare esca.
Il Bellandi si mette a ridere, contento che io non ci stia a darmi per vinto. E formiamo una squadra di quattro, quelli sempre insieme, gli amici amici dai sogni uguali, dai sentimenti simili, con la stessa voglia di avventura e complicità istintiva nel fare sempre qualcosa al limite del regolamento. Noi due toscani, un abruzzese di Teramo e il barbierino calabrese.
Prima di tutto chiamiamo anche gli altri due per la ricerca del filo d’acciaio; tre giorni rovistiamo in quella carcassa, trovando una molla della frizione, ma troppo grossa, due mollettine nel cruscotto ma troppo piccole, poi l’abruzzese dà un calcio a un copertone bruciato e qualcosa scintilla: tanti fili d’acciaio erano affogati nella tela della gomma bruciata, sono quelli che ci vogliono! Li avvolgo subito a quattro capi a un chiodo, ritrovandomi delle molle cilindriche in mano, poi comincio a segare tavolette, impartendo ordini alla squadra che si mette alacremente al lavoro. Il filo di ferro piegato a squadretta, comandato velocemente dal filo d’acciaio sagomato a molla, scatta non appena il corto filo deputato a reggere l’esca viene toccato.
Altri tre giorni di lavoro e otto trappole sono apprestate dalla mia banda; ci si apparta al lavoro, per un certo verso invidiati dagli altri che oziano per il piazzale senza sapere cosa fare, bighellonando. Provati e riprovati gli scatti, quelle, che non erano che comuni tagliole da topi, per lo meno molto simili, sono messe da parte per passare alla seconda parte del piano; io sono il capitano riconosciuto dell’operazione “Passerotti”. Mi sento importante.
Era necessario togliere agli uccelli il cibo di tutti i giorni; offriamo ai cuochi le nostre mani per mettere a posto il monte del sudicio dove vengono gettati gli avanzi della cucina.
Rimediate pale e badili da quei cucinieri che non si rendevano conto del perché, interriamo tutti gli sfridi di cucina, nascondendo ogni più piccola briciola del sostentamento dei passerotti; smettiamo quando il monte del concio non esiste più, ricoperto di terra e spianato. Intanto appresto un’altra tagliola con le molle più grosse perché avevo visto dei piccioni, nelle brevi libere uscite che facevamo in paese.
Cosa succede? Accade che i passerotti, che andavano in continuazione a quella che fino al giorno prima era stata la loro mensa non ci trovano più niente di beccabile se non delle piccole piccolissime polpettine di riso infilate per esca sul filo di ferro delle tagliole, nascoste nella terra alla bell’e meglio. In cinque minuti otto passere erano intente a pregare i loro dèi pennuti dell’al di là, svolazzando sul letto di morte, quale presa per la testa quale per il corpo, quale per un’ala. Noi, in agguato dietro la cantonata, scattiamo all’unisono, scarichiamo le tagliole, e dopo mezz’ora avevamo gli uccelli già spennati accuratamente.
“E ora?”
Domanda Tonino il calabrese, il ragazzo più simpatico del reggimento.
“Vatti a far dare un po’ di sale dal cuoco, ma non gli dire nulla.”
All’ora del rancio serale io e i miei amici, dopo aver trangugiato una brodaglia con più ciccia di tonchi che fagioli eravamo indaffarati intorno a un fuoco, a una griglia improvvisata.
Una bella brace in vista, un buonissimo odore di arrosto, ci si leccava i baffi che non avevamo. Il profumo si spande per il piazzale, richiamando tutti i militari dell’87°RF; ma si dilata anche verso le cucine e poi, dispettoso, arriva alle finestre, quindi nella mensa ufficiali, dove i graduati si stavano gustando il caffè corretto agli anaci.
Si alzano e camminano dietro a quell’odore di paradiso, i soldati ci hanno già circondato mentre io e i miei amici siamo occupati alla larga massa di brace circondata da sassi.
Grande trambusto e sfottò, capitani e maggiori e caporali si fanno strada, spintonano per la curiosità, arrivano in prima fila dove io e i miei compari siamo dediti con fare religioso ad arrostire i piccoli uccelli infilzati in raggi di bicicletta raddoppiati e ricurvi per non farli girare. Quel profumo di arrosto, e noi quattro attorno al fuoco, provocano non solo curiosità ma soprattutto invidia gastronomica. I soldati della compagnia sono contenti per essere stati nobilitati da loro camerati ingegnosi, mentre i graduati osteggiano la situazione per sentirsi privati di un loro quasi diritto divino a mangiare cibi che nel loro immaginario non avrebbero dovuti essere a disposizione della plebaglia militare.
Ma già io e il Bellandi, Tonino e l’abruzzese ci siamo rizzati, sgranocchiando quel cibo divino di fronte ai gradi presenti sulle loro immacolate divise. Uno scorno? Sì, ma solo virtuale, non esistendo barba di regolamento che impedisca di effettuare l’arrosto di uccelli, basta solo essere capaci di insidiarli, acchiapparli, insomma di cacciarli. Non un lavoro da poco, l’improvvisarsi cacciatori.
“Ne vuole?”
Domanda Reggio Calabria al capitano, che per venire in mezzo alla Compagnia si era messo perfino il berretto a busta, con le tre stellette, neanche fosse a una parata.
“Ci vediamo domani.”
Bofonchia, roso dall’invidia e dall’acquolina in bocca.
E la mattina dopo sentiamo sulla schiena e nelle gambe un’esercitazione insolitamente dura, per colpa di quei passerotti, ma ormai s’erano mangiati, indietro non si torna, meno male. E il giorno dopo idem, ma alla sera noi quattro disponevamo passerotti per tutti, a turno, perché non ne acchiappavamo più di otto al giorno, pena l’impoverimento terminale della fonte di proteine. La voglia di arrosto finalmente vince la sfida sulle esercitazioni dure e il capitano con i suoi ufficiali si vede costretto a venire a patti con me: mi chiamano ‘Il grande Piero’ e ne vado orgoglioso. Io ci sto a rifornirli di arrosto di uccellini, ma faccio delle durissime richieste, ovvero prima di tutto poter andare a caccia fuori della caserma tutte i giorni con la mia squadra per garantire rifornimenti alla mensa, in primis agli ufficiali.
In camerata gli ordini riguardavano ora la fabbricazione di tagliole e lacci in numero elevato, eravamo diventati i cacciatori dell’87° RF Friuli. “Gli va detto a tutti… chi vuol mangiare l’arrosto si deve dare da fare a costruire trappole, gli si dà il filo d’acciaio, gli s’insegna, ma dal nulla non viene nulla, chi vuol mangiare deve lavorare; te Reggio Calabria vai nelle stalle a prendere il crine dalla coda dei cavalli, solo maschi però…!”
“O codesta? Perché solo dei maschi?”
“Sapete una sega voi altri laggiù nelle terre ballerine… le femmine si pisciano anche sulla coda e il crine marcisce, se gli uccelli restano al laccio se ne vanno perché il crine è marcito dall’orina e si rompe… se t’ho detto cavallo maschio una ragione ci sarà, no?”
E gli veniva in mente suo padre che gli aveva insegnato di tutto, mentre un accenno di lacrima tentava di guadagnare la gota.
Piero era buono, sbraitava perché era il suo fare, ma era generoso.
E’ così che i nostri, invece di esercitazione e pulizie, tutte le mattine si recavano fuori della caserma con lacci e cinquanta tagliole.
Ridevano e si divertivano mentre guadagnano le colline vicine.
Da per tutto è uno svolazzìo di fringuelli, capinere, qualche tordo, tanti merli nelle olivete fornite di olivette piccole piccole, tutte nòcciolo.
Sono olivi mai potati, mai governati, ma sono carichi di quelle olivine.
La giornata sembra estiva, siamo usciti in camicia, vento nulla, ogni tanto una bevuta dalle borracce; troviamo una polla d’acqua fresca e ci si bagna tempie e faccia rinfrescandosi; seguiamo il rigagnolo che si allarga dando luogo a un piccolo torrentello, alimentato da acqua di un’altra sorgente.
Mentre gli amici piazzano le tagliole io gl’insegno come montare il laccio di crine, li invito a mettere per esca le olive aggrinzite e marroncine che stanno in terra, cadute per il vento.
“O Piero non fare tanto il maestro,” mi interrompe il Bellandi, “ va bene che tu hai sempre ragione, ma non me lo potevi dire prima? Guarda qua, n’ho già colte una tascata.”
“Quelle in terra sono quelle più mature, altrimenti non sarebbero cascate, sono cotte anche dal freddo della notte, sono buone anche per noi, guarda, non accagliano.”
E me ne metto una in bocca, subito imitato dai miei amici.
“Buone!” E’ il giudizio dei compari di caccia.
“Eh… se avessi un fringuello in gabbia di quelli del mio babbo!”
Esclamo, sospirando con rassegnazione.
“O Pistoia, guarda un po’ qui.”
Dice Parere, l’abruzzese di Martinsicuro, provincia di Teramo.
“Che c’è?”
“Porca puttana… qui qualcuno ci ha trafficato, e parecchio…”
Il corso d’acqua era stato deviato con terra, piallacci d’erba e sassi soprammessi. Due piccoli bozzi erano stati seccati, solo un po’acqua era presente nella parte più bassa e vi si vedevano sguazzare da una parte tre a dall’altra quattro pesci, raccolti nella pochissima acqua.
“Chi ha fatto queste secche è qui vicino,”dico guardando intorno tra le querce e i lecci “scommetto che gli s’è rotto i coglioni noi a venire qui.”
“Ohhhh… c’è nessuno?”
Ma non rumore né voce si sente tra le felci e le stipe, le ginestre e gli ornelli, i carpini e il palèo. Un minuto e le cinque trotelle erano infilate per le branchie in un rametto tagliato con un artistico fermo in fondo. S’era contenti dei pesci rimediati e si continua a seguire il piccolo corso d’acqua. Troviamo un accenno di stradello, il bosco s’infittisce, camminiamo per un paio d’ore, gli alberi alti fanno filtrare poca luce, davanti si erge un grande e impenetrabile ammasso di rovi e pruni, secchi
però.
Mi sembra una cosa strana, ne faccio partecipi i miei amici; il Bellandi nota un lungo e grosso palo sbucciato di fresco, messo in tralice, me lo indica con espressione di curiosità, come se io avessi una risposta a tutto. Pigio sul palo e come per miracolo si alza tutto il mucchio di rovi secchi, dietro c’è un sentiero appena accennato, il prunaio era come uno sbarramento, un portone. Lo percorriamo quasi dimenticandosi delle trappole piazzate nell’oliveta, ma c’è un mistero da svelare…
Arriva un odore di fumo, qui ci sono degli uomini! Ci guardiamo tutti e quattro negli occhi, s’ha anche un po’ di fifa, in mezzo a questo bosco fuori dal mondo, chissà chi ci sarà…
Ci vengono in mente le storie sentite sulla crudeltà dei Còrsi, sulla loro abilità al furto e la consuetudine alla violenza, usuale in quelle terre selvagge.
“Altolà!”
Mitraglia una voce cavernosa, all’improvviso da dietro un albero, ma quale?
“Fermi, vi tengo sotto mira…”
Noi ci siamo bloccati, immobilizzati dalla paura, e ora tocca a me, sono io, porca puttana, il capo spedizione, accidenti a quando c’era venuto in mente di venire in mezzo a questo bosco sconfinato! M’avanzo facendomi coraggio, cercando di vedere di chi fosse quel vocione gutturale. Poi spunta da sotto terra, da una buca di un albero estirpato dal vento, una specie di ominide con un fucile ad avancarica in mano col cane tirato su; pantaloni ad acqua in casa, sudicio come un bacchio di pollaio, barba lunga, scarpacce ricucite, giacchetto senza maniche fatto con pelli di volpe a rovescio, pareva un orso a fine carriera.
“Siete soldati? O di dove venite? Come mai non avete armi addosso, siete scappati come me?”
La sequela di domande è fatta in puro vernacolo toscano; e mi sento riavere: è un disertore. Ci accompagna alla sua misera capanna, bestemmiando contro i fascisti che l’hanno costretto a scappare da Pisa da un paio d’anni.
E’ un esule, non un disertore.
Ci mettiamo a parlare e lui ci offre da mangiare, pesca in una botte piena d’acqua ed erbe aromatiche galleggianti, tira fuori dei formaggi tondi come degli aranci, ce n’è dà uno a testa e mangiamo insieme.
“Maremma com’è buono questo formaggio…”
Dice che è latte delle sue capre, ne ha sei e domanda quanti mesi sono che non mangiamo, chiede del tabacco e delle lamette da barba. Poi s’informa se abbiamo zolfanelli.
L’abruzzese, Parere, quello di Martinsicuro, gli dà un pacchetto di Milite, io avvolgo, non ho sigarette confezionate e gli offro cartine e tabacco Trinciato Forte, insomma tra tutti e quattro ci vuotiamo le tasche di ciò che abbiamo che gli possa interessare.
Ci rende un’altra palla di formaggio a testa, questo è il paradiso e mangiamo con il piacere della fame soddisfatta a iosa. Io lo guardo e mi sembra un miserabile, dice di chiamarsi Marco e di essere un professore di università, un anarchico, però.
Noi a nostra volta ci presentiamo, con i cognomi, come usa da militare.
Lui butta sul tavolino un mazzo sostanzioso di fringuelli, merli e tordi, qualche capinera.
“Tenete questa è roba vostra, ho scaricato le vostre tagliole e i vostri lacci su all’oliveta: ero lì quando siete arrivati e stavo per tendere i miei lacci, m’avete disturbato, siete dei beceri, vi si sente a un chilometro, ma rendetemi i miei pesci, sono ghiotto delle mie trote…”
“O Marco, ma figurati se potevo pensare che ci fosse un toscano in mezzo a queste montagne… non ti si volevano mica prendere le trote, ma erano lì e s’ha una fame… una fame cronica.”
Dietro la barba da eremita e i folti sopraccigli brizzolati da bandito, solo supposto, il Pisano sorride divertito e compiaciuto.
Gli dico che si tornerà con le lamette e ci salutiamo, l’ora è tarda, al reggimento forse penseranno che ci siamo buttati alla macchia, gli dico. Il calabrese gli offre il mazzo degli uccelli ma il Pisano rifiuta gentilmente, è un uomo buono come il pane bianco che non mangiamo da un anno.
Ci apre una porticina e ci mostra la sua cambusa; attaccato alle travi, c’è un tesoro gastronomico: pezzi di capra e cinghiale arrostiti e affumicati, salsicce e uccelli cotti tenuti dentro vasi pieni di grasso, poi barattoli di miele e marmellate, noci e mele, mirtilli e mazzi di finocchio selvatico, come solo un pisano può tenere, memore dei gusti toscani.
“Quando tornate a trovarmi portatemi un telo impermeabile se vi riesce rubarlo in caserma, e se poi avete un fiasco di vino… vi sarò riconoscente tutta la vita, venite a mangiare con me, si farà un brindisi alla gente libera…ma acqua in bocca, mi raccomando, silenzio sennò mi fanno la buccia.”
Ci diamo la mano e ci avviamo per il sentiero tutto in salita, contenti dell’avventura e del mazzo di uccelli, in caserma ci saranno grati, ma non appena ci siamo allontanati di una decina di metri ci dà una voce:
“Ehi… o voialtri, ma chi è quello che vi ha insegnato a mettere i lacci? Ditegli che è un artista, date retta, diteglielo, non avevo mai visto dei lacci messi ad arte così, e il crine… è di maschio vero? Ho provato a romperlo, niente da fare…”
Questo non è un racconto parto di fantasia, ma la cronaca di fatti avvenuti nella realtà di quei tempi. Io ho solo fatto da menestrello, ascoltando a lungo il grande Piero Barni a S.Biagio di Pistoia e cercando di scrivere le sue gesta.
Piero Barni è morto in serenità nel mese di aprile 2008, contento di aver vissuto la sua vita nell’amore della sua famiglia, nel rapporto schietto con i suoi numerosi amici, nel rispetto degli altri.
Sono anche orgoglioso di aver percorso territori di caccia con lui e suo figlio Sandro.

Antonelli dottor Franco
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E-mail address: antonelli@gmx.net

MA IL PARADISO… E’ IN TERRA?

Non ho mai capito la gente che non mi capisce.
A volte me ne frego, perché mi pare l’unica soluzione.
Talvolta invece mi picco di andare a fondo di una questione, cercando di analizzare i motivi per i quali sono inviso a tanti di questa società.
Oddìo, inviso… mi pare troppo elegante quest’aggettivo, diciamo che resto sui coglioni, proprio perché sono un cacciatore; attenti, anche voi che mi leggete siete cacciatori, anche voi restate sulle palle, non capiscono neppure voi.
Non vi è successo mai di conoscere della bella gente, andare in là col dialogo, ben sostenuto da cantuccini e VinSanto, e poi far conoscere nel vostro colloquio che vi dilettate di percorrere boschi e pianure con un fucile tra le mani?
Di solito mi piace provocare, vedere fino a qual punto possa arrivare l’ipocrisia degli umani e nel parlare butto là delle considerazioni per far capire come io sia profondamente innamorato del camminare dentro alla natura, non del farmela assorbire diluita da uno stupido programma TV che filtra le sensazioni più vere, forti, quelle che a tanti danno fastidio; ricordate la storia del Bambi e quella dell’orso transfuga da abbattere?
Se devo vivere in questa strana società cui piace distinguere tra buoni e cattivi dopo che i media hanno deciso loro, o chi per essi, chi siano i cattivi… beh, allora preferisco vivere la natura da solo o con gli amici non preoccupandomi minimamente di anchormen o anchorwomen dal visino accomodante, dolce e sorridente, caramella alla fragola, stucchevole… oh com’è umano lei! Prendo il fucile e me ne vado a caccia, mi dispiace solo che non si può tutto l’anno, ma ora che sto scrivendo vivo il fine luglio, a settembre manca poco; se tutto va bene tra breve ci si sveglierà di notte e si partirà con gli amici per bere un caffè dove altri, vestiti di verde e marrone, si sono fermati a vedere gli avventori: nessuno vi domanderà dove andate, il luogo dell’Apertura di Caccia è segreto, ma tutti saranno contenti di vedervi, sapere che i media e quelli che ci circondano non ce l’hanno fatta a farvi desistere. E non ce l’hanno fatta certi politici, certi sindacalisti, certi associazionisti.
Forse sto facendo di tutta un’erba un fascio… Perché no?
Non sappiamo più chi siano gli amici e chi i nemici, sappiamo solo di questa forte vocazione di cacciatori che abbiamo addosso: tutti quelli che vogliono i nostri consensi non cacciano, che ce ne facciamo? Meglio dimenticare tutto il mondo che non ci appartiene, coloro che non ci capiscono. OK? Siete in ascolto? Siete d’accordo? Siete connessi?
Queste sono le considerazioni più frequenti da quando è nato il buonismo, un atteggiamento dell’uomo d’oggi, un uomo che in casa – chissà? – fa il padre padrone e guai a chi sgarra, ma fuori della porta guarda con simpatia perbenista le bandiere della pace, la solidarietà, l’accoglienza di profughi: ci svaligiano le case? Ma cosa volete che sia…anche i banditi devono vivere. E questi sono i discorsi di sempre, non sono nati oggi.
Mi ricordo… macché, lo sapete come la penso, guai a lasciarsi andare ai ricordi, quelli ti ammazzano, ti fanno rendere conto di quanti anni hai, pensare al babbo che ti portava a prendere il gelato sulla canna della bicicletta.
“Mioddìo quanto tempo che non vedo un ragazzo che si porta una ragazza sulla canna della bicicletta!”
Però, a chi interessa del gelato, della bicicletta, del tuo genitore… a te solo a te, meglio lasciar perdere i ricordi.
Ma c’è un posto, su all’alto, dove sono andato bambino con mio padre, ragazzino con gli scout, cacciatore giovanissimo con cane e tenda, amici e bivacco. Poi ci sono tornato da uomo maturo e poi da sposato e poi ci ho portato mia moglie e i miei figli e ho visto… niente, l’ambiente è sempre il solito, meno male, lassù non costruiscono villette a schiera e non ci sono strade fatte per guadagnare con le strade, per ora.
Però sono cambiato io, siete cambiati voi e gli occhi, i pensieri non sono più gli stessi; l’esperienza, le cose brutte, quelle belle ci modificano e via via mettono, aggiungono come delle lenti, dei filtri davanti agli occhi, quelli del volto e quelli della coscienza.
E’ così che un luogo può cambiare anche restando il medesimo, con le stesse rocce, le piante di sempre, gli stradelli tracciati da chi andava per le montagne a far legna per la stufa ed erba per le bestie.
Il ghiaccio e il sole, la pioggia e il vento si sono accaniti per secoli su quello sperone di roccia che divide il nord dal sud, la Toscana dall’Emilia, Pistoia da Modena, gli Etruschi dai barbari, i popoli civili dai Longobardi, che hanno tramandato la loro etnìa, ma sempre barbari erano.
Una cara amica, nata a Fiumalbo, Modena, poco più in là dell’Abetone, Pistoia, l’avevano soprannominata la Lombarda, per pochi chilometri.
Amo e ho sempre amato quella smerlata linea di confine tra terra e cielo che va dal Corno alle Scale al Cimone, passando dal Lago Scaffaiolo e la Doganaccia, i Sassi Bianchi, Taufi, Diaccioni, Libro Aperto, il Maiori e che incontra il Melo, Rivoreta e le Roncacce.
Mi sembra di esserci nato lassù tra quegli scogli, le abetaie, le faggete, i prati di Piùri, mirtilli che solo qui nel pistoiese vengono chiamati anche Pentolini. Invece sono nato sull’Arca, cittadino tra cittadini di Pistoia, però ho sempre avvertito il vento di sotto, quello del mare che mi spingeva lassù e lì ho conosciuto la mitragliata delle starne all’involo, la brigata che s’affretta con ali metalliche ad affermare il diritto di vivere su all’Alpe, come viene chiamato il crino, il crinale, da quei fortunati
che hanno respirato quell’aria fino da piccoli.
Mio padre in famiglia era l’addetto a spennare gli uccelli, sia che fossero lodole di Pitigliano, tordi di Canino, starne della Croce Arcana e del Passo del Lupo, Fagiani di Arcigliano; e non volendo sporcare in casa, sempre ha spennato sul campo gli uccelli, dando a me e a mio fratello preziosi indici balistici, derivanti dalla pronta spennatura.
Così sapevamo che una grande spennata poteva essere dovuta, più che a cartuccia senza voglia di lavorare, a un pallino che aveva segato penne in quantità, strusciando sulla pelle. Ci capitava l’effetto di un pallino passante che uccideva per emorragia interna la preda, allorchè cadeva dopo cento metri dalla fucilata.
E vedemmo una starna cadere insieme a due sorelle sotto ferma di Ghira e Bianchina, due setterine niente male, non le migliori, ma discrete.
Mio fratello Tonino rinnovava quel giorno il fucile semiauto Breda 20 a canna rinculante, un  gioiellino; sparammo in tre, le starne erano una diecina, intente a ingozzarsi del grano rimasto dopo la raccolta nei campi dei Taufi.
Dopo mezz’ora erano già pelate e… sorpresa, una non aveva neppure un pallino addosso! Ce le rigirammo tra le mani, facemmo congetture di ogni genere, a casa le mostrammo a diversi amici, niente, quella starna era morta d’infarto! Forse che non si può spaccare il cuore a un animale in seguito a una forte emozione, una paura, qualcosa di nuovo che impegna sensazione di terrore tremendo e improvviso?
Pochissimi andavano a caccia col cane da ferma: per i boschi del Poggione e della Badia, dell’Acquifredola e dell’Orto di Corso ci si poteva incontrare col Trincia, con Fabio della Collina, col Quarratino, con Gino Bindelli. Credo che le squadre di canai si contassero su una mano, forse due in tutto l’areale pistoiese. Ai Diaccioni e nell’areale del Libro Aperto non ho mai incontrato nessuno, se non qualche raro lepraiolo.
La cinofilia popolare è nata con la legge che tolse i fringuelli, dal 1982; i cacciatori si comprarono un Dicche e si riversarono nei boschi a cercare quelle beccacce che fino a poco tempo prima avevano fucilato legalmente all’aspetto mattutino e serale senza indignarsi più di tanto. Nelle armerie si cominciò a parlare di lacets e linee di sangue, di filate e di caccia classica con cane da ferma, roba difficilissima a trovarsi solo pochi anni prima quando venivano organizzati autobus di ogni dimensione per andare a Canino; alle Maremme per mazzi variopinti di uccelli di ogni tipo, dal calenzolo al tordo, dalla pispola al colombaccio, che rappresentava caccia grossa, quasi da imbalsamare per farne trofeo. Il cane era il cocker, mordace se biondo.
Ma l’anima mia è sempre rimasta sopra il Melo e Rivoreta, io stesso sono diventato sasso e quei sassi sono entrati a far parte di me, mi hanno insegnato tutto sulla caccia, a non prendere per scherzo nulla della montagna.
E’ stata quella montagna a insegnarmi a non andare per camminate con scarpe da ginnastica, ma con scarponi veri, robusti, però comodi.
A portarmi dietro da mangiare anche se non è presente neanche un’idea di fame; dopo sei ore di montagna la fame arriva e i muscoli si fermano, come una macchina senza benzina. A lasciare a casa pane e salame, che mette sete e privilegiare le uova in ogni forma, dalla frittata alle meravigliose torte di riso di Pievepelago o crostate delle Regine con mirtilli e burro fatto lì. Provate ad assaggiarle, poi mi direte.
Ad avere sempre una borraccia con acqua, sempre, e… maremma vigliacca com’è buona l’acqua in ogni suo aspetto, da quello fresco della Fonte del Capitano, su ai Taufi, alla versione calda come il piscio dopo ore di permanenza in borraccia in carniera! L’acqua calda si rifiuta solo quando a portata di mano ce n’è di fresca, ma provate, provate ad avere la bocca secca e un po’polverosa, magari quando con il rifiatare potente dei polmoni entra in bocca un moscino inaspettato. L’acqua calda può diventare una benedizione del mio, del vostro assistente preferito, ognuno di noi ha un santo da qualche parte che sta in osservazione, non visto. Il mio si chiama Sanculo. L’acqua della borraccia non si beve, ricordiamocelo, si asserba e se c’è il cane se ne porta due; e se si beve perché non se ne può fare a meno, facciamolo con estrema parsimonia; si deve godere a riportare l’acqua a casa, a essere riusciti a non bere, a sopportare la sete, una prova da uomini; e se si è costretti a bere, per avere sensazione di averne bevuta tanta, fare come mi insegnò quel napoletano che beveva solo un gocciolino di vino, avendone pochissimo, dopo aver fatto una grande inspirazione. Empiva i polmoni d’aria e subito ingollava il dito di vino…funziona!
Possiamo imbrogliare la nostra bocca, provate, peccato che non ricordo il nome di quel napoletano, era un uomo.
E’ stata quella montagna a insegnarmi a portare sempre con me una maglia e una leggera giacca a vento anche se il cielo è celeste come il più bel cielo celeste che si sia mai visto in circolazione. Mi è successo tante volte di assistere al cambio di vento, dal leggero tramontanino a quello di sotto, solo impegnato a prendere un nembo alle Tre Potenze, raccattare quelle due nuvole presenti a S.Pellegrino, verso le Radici, sommarle a quell’unica della valle del Sestaione, più le nebbie della
Lima e dello Scaffaiolo e quelle della Madonna dell’Acero, spingerle ad unirsi, cambiarle colore fino a farle scure, accompagnarle con saette e rintroni di Giove incazzato… e poi acqua, la prima quasi benvenuta, poi la coscienza che il metato più vicino è a un’ora e la macchina a quattro. E’ stata quella montagna a insegnarmi a portare sempre il siero antivipera perché quell’Alpe bellissima è il regno assoluto di questi serpentelli che io giudico innocui per gli uomini, ma tragici per i cani.
Chiunque abbia creato questo ambiente lo ha scelto come il babbo di tutte le vipere, la mamma di tutti i viperotti e viperoni: ne ho trovate di tutti i colori e misure, da schifosamente grosse e belle, marroni chiazzate chiare, ad altre marezzate scure, con sempre a bordo il carico di propellente che le ha rese conosciute, lente e temute. Un mio setter, il grande Brenno, e questo era formidabile, lasciò le speranze su un pinzo maledetto: se l’aspide vi aggancia il cane dal collo in su, naso, gola, guancia… avete voglia a portarvi dietro il siero, non fa nulla, ve lo posso testimoniare io, gli allungate la vita e il dolore di qualche settimana, meglio sarebbe una fucilata terminale ad occhi chiusi, ma bisognerebbe essere uomini uomini, più che duri.
E’ stata quella montagna a insegnarmi di portarmi dietro un coltello vero, non uno svizzerino per pulirsi le unghie; un coltello pesante che possa tagliare dei rami robusti per fare una barella per un amico con un piede slogato, un mezzo pennato, insomma, vabbè ora c’è il telefonino che ci rincuora, pare che basti chiamare e arriva l’elicottero, così si va anche sul giornale…
Spesso ho fatto il filosofo lassù, seduto a un masso tondo scagliato lì apposta da un Ciclope per permettere di sedersi e riposarsi o stare alla posta di un leprone, o aspettando tordi e colombacci: con un filo d’erba in bocca, naturalmente, unica sigaretta virtuale ammessa dal padrone della montagna, il vento che viene dal nord.
Quando soffia sul serio rimane l’unica vera forma di libertà; racconta dei luoghi che ha violentato col suo passare, trasporta polvere e terra, semi ed erba, te li sbatte negli occhi, gli resti sui didimi, lui vorrebbe passare di lì dove sei te, gli fai ostacolo, gli tocca aggirarti non prima di aver cercato di sbatterti in terra. Allora ti attacchi a un’abetella, calchi il berretto in testa perché Eolo è anche dispettoso e ladro… come godrebbe se riuscisse a strappartelo di testa e farlo volare alto in cielo e
poi giù per la valle a rotoloni, verso la Spelonca, sostenerlo e respingerlo in su quando accenna a calare, un gioco da palleggiatori, da elemento molesto e antipatico qual è.
Lassù per me è il paradiso in terra.
Lì ho sopportato il freddo e la pioggia, il sole e la sete, la solitudine, la nebbia improvvisa che ti leva la sicurezza della conoscenza dei luoghi e ti siringa la paura dell’inconscio.
Ma il vento, il vento non lo sopporto. Non mi riesce adattarmi al vento che è continuo e parla, parla, urla e ti vuole spaventare, è sempre diverso, ti aggira, cambia direzione, ti ripari da una parte e lui passa da un’altra. Gli spedisco sempre degli accidenti e imprecazioni pesanti che sanno di blasfemo. Stimo il freddo che ammazza tonnellate di insetti, ammiro la forza dell’aria ghiaccia che mi costringe a camminare anche se non ho un posto, una mèta da raggiungere.
M’inchino alla autorevolezza della natura che mi fa sentire piccolo piccolo di fronte alle sue tremende e potenti esternazioni, guardo il girovagare delle nuvole che porteranno acqua a scrosci, lo so che mi bagnerà, qualsiasi sia il cacchiotex che ho addosso, ma sono un cacciatore e in macchina mi aspetta il cambio, cosa mi frega se piove… faccia quello che gli pare, non affretto neppure il passo, accetto la sfida, io non corro per non bagnarmi, mi sento più forte, faccia quello che gli pare.
E se l’incompetente legislatore venatorio si comporta nei nostri confronti in maniera vessatoria, ignorante, precludendoci forme di caccia che facevano parte della tradizione, oppure obbligandoci ad adempimenti burocratici indegni come quelli per ottenere i tesserini dei vari ATC, io me ne frego perché so dov’è il mio paradiso.
E se anche quest’anno non permetteranno la caccia allo storno, però dopo aver preso i soldi per gli appostamenti fissi, io me ne frego parimenti, basta che mi lascino andare lassù, al Melo, a Rivoreta.Il fatto è che l’hanno capito, si approfittano dei nostri sogni, però ripeto, facciano quello che gli pare, non ci fanno paura, accettiamo la sfida, non allungheremo il passo. Ohibò…siamo umani!

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

DIDACO E LA DUSOLA

Quel giorno, finalmente a caccia, s’era sentito forse più imbarazzato che orgoglioso: era al primo porto d’armi della sua vita
Non volle fare l’Apertura con gli uomini del paese che ai suoi occhi sembravano dei ciclopi; parlavano di lepri e starne, esaltando le gesta dei loro cani; cani la cui fama era arrivata fino in pianura, a giudicare dai cittadini venuti a comprarli, invano.
Lui ascoltava in disparte, mentre quelli si arrabbiavano con scopa, briscola e tressette, urlando l’incazzamento della propria sfortuna e del culo altrui col bicchiere del rosso in mano.
Rivoreta è un paese fuori dal mondo civile, lontano dalla strada statale quel tanto che basta a farvi regnare la pace e la supremazia delle tradizioni; Didaco fu invitato a partecipare alla caccia con l’unica squadra del paese, ma si negò, non sentendosi
all’altezza, immaginando quanto sarebbe stata drammatica una sua padella sul leprone che comandava i prati dei Diaccioni, obbiettivo di un’estate di strategie e discussioni al calor rosso.
E andò per merli col chioccolo di stipa che era stato del padre e del nonno, anche se il suo desiderio massimo era rappresentato dalle lepri e dalle starne, animali veri che necessitavano di un cane da caccia… che non aveva.
Aveva vent’anni, Didaco, al terzo anno di caccia. Il lavoro di boscaiolo lo portava anche fuori del Comune; era solito domandare se ci fosse una cucciolata nei posti nuovi dov’era intento a sopportare la fatica giornaliera, finché la sua ricerca fu
premiata: una sera di febbraio montò sulla corriera per tornare a casa con un batuffolo bianco in braccio, era il suo primo ausiliare, un cucciolino figlio di una conosciuta cagna da penna che s’era concessa una scappatella con un vagabondo sconosciuto, un cane di mille sangui che viveva libero e randagio di casa in casa, elemosinando con finta pietà e rubando con alterigia.
Lo battezzò Fido, rinnovando il nome sentito da sempre in casa sua, un nome scritto col carbone sul muro che sovrastava una cuccia dal tetto di lamiera rugginosa. Vicina, in terra, una catena con collare, pendente da un filo di ferro tirato alto in mezzo all’aia. Erano anni che non si sentiva abbaiare un Fido in casa dei Pratesi.
Fido era diventato l’ombra di Didaco; quando il padrone tornava dal lavoro lo aspettava alla fermata dell’autobus, quando lavorava nei dintorni lo seguiva, bastava un fischio e Fido capiva che sarebbe stata festa, un giorno intero appiccicato al suo
padrone.
Alla domenica Didaco lo preparava pensando all’Apertura di Caccia, sgambando insieme al cane su per le cime dei Taufi. Fido non fermava le starne e neppure scagnava se incontrava la lepre, ma Didaco era contento ugualmente, pensava che il
cane era un cucciolo e che avrebbe messo giudizio col crescere.
Ma il cane era di sei mesi quando gli mandò via la brigata delle starne al Bicchiere, e le aveva già incontrate altre volte. Fido aveva voglia di acchiapparle e le sfrullava sempre a cento metri, poi rincorrendole finchè aveva fiato; quindi non lo si rivedeva
più per mezz’ora… anche un’ora, e a Didaco gli giravano.
Era il suo cane ed era disposto a volergli bene e difenderlo oltre ogni limite, ma ‘ogni limite ha una pazienza’; come diceva il famoso Totò e l’Apertura di Caccia incalzava.
A buio aveva il fucile alla spalla, una vecchia doppietta Beretta calibro 12 modello Vittoria con le canne come nuove, e si stava arrampicando lungo lo stradello che dal Melo porta in vetta all’Alpe, con Fido che esprimeva la sua contentezza andando in su e in giù, la novità della gita notturna gli piaceva.
Didaco sapeva dove abitava la brigata delle starne e confidando che la squadra del paese sarebbe stata intenta a cacciare lepri, stimava che sarebbe stato solo. Aveva una voglia matta di trovarsi a tu per tu con le rotonde gallinelle e non appena fu
vicino legò il cane. Fido notò senza apprensione la novità e si dispose a stare accanto al suo padrone.
Era una fresca mattina d’agosto, con un leggero vento da settentrione, uno stellato di paradiso, niente luna, l’erba chiara e lucente s’ncrespava in ripetute e molleggiate flessioni; Didaco si fermò, gli pareva d’averle udite cecreccare; anche Fido le aveva
sentite, abbozzando una mezza ferma e facendo contento Didaco che si disse stai a vedere che ha capito cosa deve fare.
Pochi minuti e arriva la luce, ombrata e diffusa, neanche una nuvola a insolentire un cielo che pare finto, tanto era puro.
Il ragazzo e il cane aspettano ancora un po’: cecrè… cecrè… fanno le starne rassettandosi le penne, poi pedinano al ritrovo mattutino con la vecchia che le ammonisce come sempre, che palle questa vecchia! Quindi s’allargano a beccare tra la
stoppia del grano, tranquille, come ogni giorno.
Fido ha le orecchie alte e irrigidite, sta in sentita e comincia a meravigliarsi del legaccio che non gli consente libertà. Didaco sa che se avesse tirato una bòtta a fermo là dove le aveva sentite, di sicuro ne avrebbe raccattata qualcuna, ma insomma… ha il cane, come potrebbe tirare a fermo alle starne, non sono mica fringuelli!
S’accuccia sulle ginocchia all’altezza del cane, sussurrandogli brevi parole, gli liscia la testa, sente che quello freme, capisce che Fido ha capito… gli sgancia il moschettone del guinzaglio, ma Fido, avvertita la libertà, si dà in una corsa sfrenata, annusa il profumo di sebo delle starne, le loro fatte, le sente, entra nel mezzo della brigata cercando di acchiapparne qualcuna al volo, vanamente.
Qualche penna dondola per aria.
Didaco è fuori tiro, maledice il cane e i cani, tutti, e la puttanaggine di quelli che non fermano e sfrullano fuori tiro sempre e comunque.
Dopo mezz’ora Fido rientra, negli occhi ha l’orgoglio di chi ha effettuato un buon lavoro, non ha senso di colpa, vuole coccole e Didaco, con un gran groppo in gola, l’accarezza, ritira il pensiero della pedata nel culo, gli gratta dietro le orecchie… è il
suo cane, carogna, certo, ma è il suo cane.
Nessuno seppe e, a chi gli domandava, Didaco rispondeva di non aver trovato niente. Provò e riprovò a farlo imbattere nelle starne, ma sempre Fido rincorreva con la gioia e la forza della gioventù, dei suoi muscoli e del fisico perfetto.
In paese avevano morto diverse lepri, ma non ancora la più bramata, il leprone dei Diaccioni, babbo di tutte le lepri che s’aggiravano dall’Abetone alla Secchia, ai Sassi Bianchi e alla Doganaccia.
Didaco era corso ai ripari; considerato che il cane non mostrava nessun accenno di ferma, l’aveva abituato a star immobile e muoversi al suo fischio.
Era stato duro l’insegnamento, ma ora Fido non si muoveva davanti alla ciotola della cena se Didaco prima non avesse fischiato. Non usciva dalla cuccia, non attraversava fossi, stava impalato nel mezzo di uno stradello finché non sentiva il fischio sottile e sibilante del padrone. Anche se Didaco spariva dalla sua vista, dopo avergli ordinato il Fermo! Lui eseguiva a dovere questo strano gioco, considerando la volontà del padrone molto bizzarra: sentiva il senso del dovere anche se nel suo sangue non avvertiva il perché del doversi fermare a cospetto di odori meravigliosi come quello delle starne e delle lepri.
Didaco faceva un girotondo lungo portandosi davanti al cane fermo al comando, poi gli fischiava…
Come udiva il sibilo, Fido si muoveva andando incontro a Didaco che con questo strano sistema riuscì a sparare a due starne sbrancate e isolate, dopo averne osservato la rimessa. Praticamente il cane funzionava da scacciatore invece che da cacciatore, però i risultati si iniziavano a vedere e al bar lo valutavano come un giovane… che si farà.
S’erano visti i primi tordi e merli di passo anche se era un ottobre molto caldo. Fido, oltre alle pecche, aveva anche delle doti, tra cui quella di essere un gran riportatore e tra le sue medaglie esponeva riporti di uccelli feriti da chissà chi e anche una bella
lepre, agguantata viva dopo una strenua rincorsa di un’ora.
Quando Didaco lo vide tornare con la lepre che gemeva e belava, alzò un ringraziamento in cielo alla volta del dio protettore dei cani meticci figli di bastardi.
Fu la prima di tante e Didaco in quel momento non poteva sospettare che Fido sarebbe  stato bravo e ineguagliabile nel coglierle al cuccio e qualche volta anche nell’inseguimento folle.
Anche solo con la camicia e il gilè avvertiva un’afa che non faceva rifiatare; arrivò alla Fonte del Capitano, bevve un sorso d’acqua ghiaccia e si sedette sotto un faggio, Fido s’acciambellò al suo fianco, il fucile attaccato per la cinghia a un mozzicone di ramo basso.
Il dolce pomeriggio e l’abbondante spaghettata alla carbonara fatta da sua madre lo indulsero in un abbiocco da dormiveglia, quindi da sonno come fosse notte.
E Didaco sognò, vide lepri e starne e starne e lepri e fucilate tutte a buon fine e capitomboli e spennate per aria e gli uomini del paese che stavano zitti al suo rientro con la carniera gonfia, da cui uscivano zampe di lepre e teste di starne… e lui che
tirava fuori cacciagione in continuazione, quante bestie nella sua ladra! E ora la lepre… sì in ultimo anche il leprone dei Diaccioni e Fido che stava orgoglioso nel mezzo del bar e tutti glielo invidiavano e domandavano, volevano sapere e…
…dlìn… dlòn… dilìn dolòn… dolòn… dilìn…gli pareva di sentire le campane del paese, no… forse erano mucche al pascolo, ma lui non voleva abbandonare il suo sogno, il sogno della vittoria, del trionfo… aprì, socchiuse un occhio, debolmente, il sogno era tornato a casa sua, zitto zitto, se l’era filata all’inglese, come tutti i sogni, scivolando via e portando con sé lepri e fagiani, compreso il leprone dei Diaccioni.
Vide pecore, bianche, pillaccherose, tante.
Questo non era sogno, era realtà. Fido si era alzato e rugliava di gola a queste che avevano incrinato il giusto riposo suo e del padrone. Lo calmò e si dette a osservarle, camminavano piano, non riuscì a vedere quali avessero i campani che regalavano i dolci suoni di diverse tonalità.
Poi vide la donna.
La conosceva di vista, ogni tanto lei arrivava in paese a fare la spesa, sempre vestita di scuro, grembiule a roselline grigie e nere, sottana antracite e fisciù in testa; era vedova di un guardiano delle dighe e viveva sola alle Roncacce, figli non ne aveva avuti, non era originaria del posto e tutti la chiamavano l’Arezzina.
Didaco, come tutti i paesani, non conosceva il suo nome.
Sferruzzava lana da un gomitolo che teneva nella capace tasca del grembiule e Didaco la salutò, non farlo gli sarebbe sembrata una maleducazione.
‘Buongiorno signora’ ;
‘Buongiorno a te, ragazzo… ma che sei figliolo del Pratesi… quello che ha il camion? Tu gli assomigli.
‘No, sono il suo nipote, il mio babbo è morto tanti anni fa, non me lo ricordo neppure.?
‘Eh… anche il mio marito buonanima non c’;è più’
‘Signora, mi scusi, ma lei… o come si chiama??
‘In paese mi chiamano l’Arezzina, lo so, perchè vengo da Bibbiena, ma il mio nome sarebbe Dusola, il mio povero marito mi chiamava Dusolina.’;
Intanto le pecore camminando piano andavano avanti nel largo prato confinante con la stoppia, con la lentezza e la flemmaticità loro proprie.
La Dusola era una donna senza età, per giovane appariva vecchia, come vecchia mostrava d’essere piuttosto di mezz’età: nel viso tondo senza rughe albergavano begli occhi grigi e un capriccioso nasino all'insù, capelli sale e pepe spuntavano ricciuti dalla pezzòla, tutto il resto della sua complessione fisica era nascosto dai larghi e lunghi vestiti scuri, ma una certa ribellione di forma femminina ad anfora si poteva indovinare, avendo fantasia e intuito, però…
Andavano avanti seguendo le pecore, la chiacchierata non era delle peggiori avendo lei bisogno di parlare, visto che era sempre sola e abitava distante da Rivoreta e lui un uomo ancora ragazzo, timido e non certo ciarliero. Al bar non prendeva mai posizione anche quando era sicuro di qualcosa e in casa la vecchia madre gli poteva solo voler bene, la figura maschile del padre era mancata assai a Didaco, fisico segaligno, moro dal naso adunco e dai capelli anarchici, insofferenti di stare al loro posto, Brillantina Linetti o meno. Tutti e due erano dei rifiutati… sociali, diciamo così e s’accorsero di stare bene insieme quei dieci minuti, a parlare di frescacce. Lei gli mostrava come le pecore preferissero lerba accanto ai sassi e a Didaco venne in mente suo zio che alla domenica mangiava con loro insieme alla zia. Lo zio preferiva la carne con l’osso e ripeteva sempre fino alla nausea “ l’erba accanto al sasso, la ciccia vicino all’osso”…
Gli sembrò all’improvviso di veder svolazzare davanti al gregge, Fido s’era allertato, ma lui gli mise il guinzaglio e domandò alla Dusola.
‘Sono starne’;rispose lei’ non hanno paura delle pecore, sai quante volte ho visto le lepri e le starne andare via piano piano davanti al loro muso… se stai con le pecore tu gli puoi anche sparare, non hanno paura delle pecore..?
Guardò meglio le starne che svolettavano senza timore, aveva Fido al guinzaglio e s’accorse d’essere in testa al gregge, la Dusola era rimasta indietro e Fido era… fermo!
Sì, era in ferma d’occhio, le vedeva brillare le ali e spollaiarsi in rade pozzanghere secche piene di terra fine. Fido le aveva viste e ora era fermo come punturato di formalina. La Dusola invitava il ragazzo a sparare, ma a lui non veniva voglia, per non
impaurire e far scappare tutte le pecore; in effetti era contento del cane, vederlo così, puntare come un cane da ferma vero gli riempiva il cuore di gioia. E la brigata delle starne frullò da vicino con una mitragliata secca e nutrita.
Fido sempre fermo.
Salutò la Dusola e tornò a casa contento, in dubbio su quell’azione, una combinazione o finalmente avrebbe potuto fidarsi di Fido anche nella ferma?
La domenica seguente era lì di nuovo, curioso di sapere, sciogliere il dubbio, comunque fosse, in qualsiasi modo si presentasse la nuova azione venatoria di Fido. Arrivò alla Fonte e le pecore erano all’abbeverata. La Dusola gli disse che le starne
non c’erano, le aveva viste volare verso il Libro Aperto mezz’ora prima.
Ah… la Dusola.
Didaco per poco non la riconosceva.
La donna aveva smesso i vestiti scuri e la pezzòla in capo, accorciato il regime della gonna che ora stava sotto le ginocchia. Niente più grembiule e nessun ferro da maglia tra le mani, lui si mise a sedere sotto il faggio e lei gli si mise vicino ma non troppo, desiderosa di chiacchierare. Lui non sentiva le sue parole che si perdevano tra l’erba e laria ancora calda, osservava il tono, il colore della gonna, grigio con fiorellini rosa e gialli, i bassi calzini di lana che spuntavano dagli scarponi, calzini di stame fatti da lei stessa, la rara, rada e scura peluria sulla pelle bianca delle gambe.
Fido s’era acciambellato e sognava già, guaiva a tratti, forse inseguendo qualche lepre.
Didaco si stava domandando com’era stato possibile che non avesse pensato a quella pastora come a una donna, forse che le pecoraie non sono femmine?
La donna aveva visto l’effetto del suo cambio di atteggiamento e di vestiario sul giovane uomo; non contenta, si alzò e andò a bere mentre Didaco non perdeva una mossa e vide… il mondo intero che la Dusola gli offriva piegandosi in giù per bere.
Si alzò tremando, non sapeva cosa fare, andò per bere, lei lo sentì arrivare, non gli fece posto e rimase piegata, sentì arrivare quelle mani maschili benedette, sentì arrivare l’impaccio di un uomo ancora ragazzo e lo aiutò; sentì arrivare… e disse sì.
Morbida, tenera e bianca pelle di porcellana.
E furon baci, carezze audaci, poi le follie della passion…
L’appuntamento era sempre lì, al faggione della Fonte del Capitano. Ascoltava le canizze lontane che gli sembravano ancora più lontane di quel che fossero.
Con Fido accanto lui stava diventando un uomo e lei si riappropriava di quel ruolo di donna matura che il destino le aveva tolto. Donna che all’aspetto denunciava bugiardi sessant’anni, ma che stava riprendendo fattezze fisiche e mentali dei veritieri
quarant’anni.
Quando non era amore era caccia, con il cane che finalmente fermava anche senza pecore vicine. Chissà quale aspetto della puttanaggine dei cani aveva convinto Fido a ricordarsi del sangue da penna di sua madre?
Una fredda mattina di novembre il Beretta Vittoria tuonò i trentasei grammi di una corazzata DN nella sua canna destra, ma non verso un branco di sasselli che stavano saccheggiando le bacche del sottobosco.
Fido puntava in piedi verso un prato con delle ginestre quando Didaco gli arrivò al culo, affannato per la lunga corsa cui lo aveva costretto il vedere il cane lontano in ferma; per dire la verità aveva pensato alla beccaccia e quando vide frullare le ultime
cinque starne rimaste della brigata ormai aveva la doppietta alla spalla, ma ce la fece a sparare da un’altra parte, dando appuntamento all’anno a venire.
Si affrettò a passi svelti verso le Roncacce dove si vedeva del fumo uscire strapazzato dal camino e rarefarsi: il vento di tramontana era frizzante e lui si rinchiuse nel bavero, aspirando il gradevole sapore del bruciare del faggio. Vide la porta aprirsi e la
donna che gli sorrideva invitandolo dentro a fare colazione.
Anche Fido aveva la sua parte di pane e latte, mentre Didaco aveva già adocchiato il berlingozzo fatto in casa e la tavola apparecchiata con due capaci tazze e lindi tovaglioli di bucato dal profumo di ranno.
Ah… dimenticavo, sul muro di casa sua dov’era scritto FIDO da secoli, un giorno ch’era in vena aggiunse: PERCHE’ NON C’E’ DA FIDARSI e tolse la catena e il filo di ferro per aria, buttò via la vecchia cuccia e approntò una nuova e confortevole
residenza per Fido nella stalla.
Il leprone dei Diaccioni ce la fece a passare l’annata, pur se con qualche pallino del due sotto la pelle…

Antonelli dottor Franco per Diana
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

 LA BECCACCIA DELLA MACCHIA ANTONINI 

Non cercate sull’atlante geografico questa località: può darsi che il nome sia inventato.
Sono andato alla Macchia Antonini a Beccacce insieme a Viviano, Riccardo e due setter, la Sila e l’Omo.
Anche questi nomi, chissà… bizzarrìa d’immaginazione ? Forse è un sogno anche questa storia, forse non esisto neanch’io, forse potrei, forse vorrei essere la voce, il respiro del desiderio di caccia col cane che alberga in tutti gli uomini, anche in coloro che oggi non cacciano, ma che l’hanno fatto nelle spoglie dei loro padri, secoli fa.
Risponde a verità, invece, il fatto che ho passato una bellissima giornata di caccia.
Badate, non c’era sole ed è piovuto tutto il giorno. Pensate che l’aterosclerosi si sia impadronita della mia facoltà di giudizio? Penso e spero di no, comunque, andiamo, venite con me, mettete gli stivali, un panino nella cacciatora, tutto il campionario di impermeabili che avete e seguitemi nello strano mondo Beccacciaio di Leopold von Sacher Masoch e del suo profeta, Donatien Alphonse Francois, Marquis de Sade.
Mi risulta abbastanza logico riferirmi al sadomasochismo, considerando la voglia di cacciare in una giornata così: cielo chiuso, che dico chiuso…sprangato, senza uno spiraglio, neanche minimo. Piove da mesi, e anche ieri e ieri l’altro, e poi l’altro ancora…
Oggi neanche un filo di vento che possa far sperare in una concessione di Giovepluvio. E’ buio, si fa tardi, muoviamoci.
In macchina avverto l’ odore aspro dei cani, insieme con quello dolce dell’umidità e della paglia sul fondo delle gabbie. I tergicristalli lavorano impazziti, tre amici in silenzio, ognuno tiene per sé i propri sogni e le previsioni meteo, ascoltate senza prospettive di speranza. Stiamo proponendoci all’appuntamento sacro per rinnovare l’amore con Sua Maestà la Beccaccia, tormento di paradiso, piacere di possesso dei nostri pensieri, roba da psicanalisti, psicologi, psichiatri in bulk.
Mentre aspettiamo il giorno nel chiuso del gippone, si studia la tattica, se cominciare dal poggio dove mercoledì fu ingaggiata Quella grossa o stare vicino al fiume, per ora non ancora visitato. Ora sta venendo giù quell’acquerugiola fine e rada che dà l’idea del Moto Perpetuo impegnato a distillare gocce; fastidiosa, la senti solo se guardi in aria senza cappello, la vedi solo se osservi una pozzanghera: sembra inoffensiva, dopo dieci minuti sei mòlle come tuffato in piscina. Sappiamo che sarà così tutto il giorno, leggera o a scroscio, ma acqua. Calzettoni sopra i pantaloni, stivali di gomma, cosciali, cacciatora, impermeabile, cappello, cappuccio: provaci te a imbracciare e sparare, se ti riesce! E mi sovvengono gli anticaccia e verdi e vuvvueffini e i salotti televisivi dove fanno a gara a sparare cazzate, non ultima quella di armare gli uccelli, ma lasciamo perdere, altrimenti mi avveleno la domenica da solo, mi girano i coglioni, per la miseria, è possibile che proprio per il giorno di festa tutta l’acqua del cielo sia concentrata qui? Lasciamo perdere. Si caccia, e questo è quello che conta sopra tutto, il resto lasciamolo a chi rimane alla tv.
L’Omo è un bel setter tricolore, di taglia importante, viene chiamato così perché è un…uomo, nel senso che sembra richiamare comportamenti umani, sì, non esagero, mi piacerebbe farvelo vedere in azione.
L’Appennino Tosco-Emiliano è letteralmente zeppo di caprioli, cervi, mufloni, daini, cinghiali, ungulati di ogni genere; penso manchino solo gazzelle e catoblèpi. Vettori di zecche e pidocchi che provvedono a distribuire su cani, cacciatori, fungaioli e chiunque pratichi le nostre belle montagne, ma questo è un altro discorso, torniamo all’Omo. Dunque, per un cane che cacci nell’Appennino, è molto più facile imbattersi nel puzzo di questi caproni che nel divino sentore della Beccaccia: non c’è niente da fare, è la realtà.
Si cammina scivolando, facendosi strada in un sottobosco impossibile. E’ tutto marcio, quanto è piovuto quest’anno! Pestare i rami secchi non produce rumore, hanno assorbito acqua in quantità, tutto ciò che sta in terra è impregnato, totale fradiciume. Dopo un’ora di caccia, all’improvviso Viviano si volta e mi accenna: l ’Omo è in ferma, il sangue e la voglia, l’avidità di trovare il selvatico, la spinta del DNA dei setter Francini lo porterebbero a seguitare, scovare con nevrastenica andatura di predone, ma l’equilibrio suo naturale, l’intelligenza e la consapevolezza di essere strumento dell’uomo lo trattengono. Il dressage frena e libera al suo volere l’impeto di pirata che scorre nelle vene. Il setter si controlla, conosce ciò che si può o non si può fare, guarda indietro, insiste nella guidata gattonata, gira in continuazione la testa verso Viviano, incrocia gli occhi con quelli del padrone quasi a dire: meglio di niente…
“Via via…lasciali fare codesti pecoroni.” Sussurra l’uomo cacciatore, il setterman, con leggerissima voce, siamo in chiesa, prego, non disturbare.
Erano anni che non vedevo all’opera un setter vero. Non lascia un angolo, non torna mai da una linea già esplorata, non mette due volte i piedi sul solito terreno. Andatura quasi da gara, sfonda, allunga, si allontana anche per quattro o cinquecento metri ed è una meraviglia vederlo lontano che caccia per te.
I chilometri li deve fare lui. Rientra per un contatto fugace, e via e via, mai un gesto per indirizzarlo, sa da sé dove andare, come fare, quando tornare, il naso l’ha lui, mai una voce o un richiamo, i fischi a casa, nel cassetto.
Questo vuol dire avere veramente il cane in mano.
Chi intende per “avere il cane in mano”di disporne a vista nel tiro di fucile o poco più, è conveniente si dedichi agli spaniel – cani superlativi – non al cane da ferma. L’Omo gira veloce per cerchi concentrici e lacet, ai lati, avanti e dietro, lontano e vicino; sappiamo che non lascia nulla d’inesplorato e siamo contenti, ricordando quante volte abbiamo provato l’insicurezza di aver lasciato dietro di noi un animale.
I piedi scivolano di continuo sul fango grigio e tenace di queste montagne. In terra c’è come un tappeto di ruggine, foglie di cerro che hanno ricoperto l’erba gialla e la ramaglia putrescente. Girare per il bosco è improponibile: pruni di ogni genere e dimensione fanno da padroni; i cespugli di strozzapreti – prugnoli, susini selvatici – e biancospino pare siano stati dall’arrotino, crescono, si aggrovigliano, avviluppano e feriscono con l’arroganza e il disordine concessi dall’assenza dell’uomo che non lavora più i boschi.
Si cammina col rumore della gomma degli impermeabili che stride a contatto dell’intrico di rami intrecciati dal più trascurato e incazzato Genio dei Boschi.
Rientra Sila, sorella di Nico, vero nome dell’Omo. E’ bianca con qualche macchia fegato, un po’ più piccola, sempre taglia da setter vero, però. Allunga meno del fratello, esegue il compito con diligenza e tipicità di razza, ma senza la potenza e l’indipendenza del fratello. Badate, siamo al cospetto di setter abituati a cacciare Beccacce in terreno libero con successo, anche se la concorrenza è oppressiva, nel senso che la naturale diffidenza e la conosciuta volpizia della Regina sono ancor più aumentate dal traffico di cani e uomini che c’è nei boschi. Riccardo si affretta verso uno scollacchio, dopo averci fatto cenno, aumenta la frequenza dei passi per quanto permesso dall’abbigliamento. Come correre con catene e palla al piede. La Sila è
inchiodata, arriva l’Omo, una mezza ombra di consenso e se ne va. L’Omo è l’Omo, non s’imbroglia, non si concede ad un odore vecchio di cinque minuti, distingue e indica assenza e presenza dell’animale e del Suo puzzo profumato di sebo impermeabile distribuito tra le penne: lui vuole il vivo e lì la vita non c’è più. C’era, ma è scomparsa con la Farfalla beccuta che ha veleggiato in discesa senza rumore né vibrazione di frullo. L’Omo sparisce e ritorna, s’allontana velocissimo, ora, eccitato dall’emanazione. Rientra per poi perdersi di nuovo tra ginestre e stipe alla ricerca di una poesia mentre noi indaghiamo in terra per una fatta, cercare di capire, studiare, immaginare dove sarà andata. Rompe anche la Sila ,convinta dal fratello che pare darle di cogliona. Sono tre ore che giriamo, è il primo cenno d’incontro, neppure vista, ma abbiamo avvertito il senso della Sua presenza superiore, ci rendiamo conto di essere solo uomini invasori, frequentatori inopportuni di questo ambiente che non è il nostro.
Non so a voi, ma me questo cacchio di bip rompe le palle, è un gran comodo, lo capisco, ma la sacralità del bosco ne perde. Il santuario richiede silenzio, chi mettesse fuori legge l’elettronica per tornare al campàno? Sento mugugni, accidenti arrivarmi d’ogni dove, lasciamo perdere…
Ci fermiamo a scartocciare una caramella, l’acqua ci dà un attimo di tregua, togliamo i cappucci e riposiamo, i cani no. Siamo in una radura in mezza salita con ginepri storti e un ciuffo di pini, qualche leccio, cerri tagliati di fresco, un branchetto di sasselli s’invola, disturbato. Se non piovesse sarebbe bellissimo, i cani girano con metodo, spingono un galoppo turbodiesel sempre uguale, l’Omo cambia marcia nel tagliato, velocizza il ritmo, ha un fisico alla Schwarzenegger, sembra un
culturista palestrato e sfamato a steroidi. E’ uno spettacolo, non importa incontrare, basta ammirare per sentirsi appagati. Checcacchio mi frega dell’acqua? Sto bene ugualmente, cerco di convincermi, anche se addosso si mescolano soddisfazione e insoddisfazione, sudore, pioggia che ti bagna di fuori e vapore del corpo che lo fa dal di dentro.
Solo l’Omo sembra fregarsene altamente, pare non subire differenze meteo, è rientrato nel fitto, ha inserito un attimo le ridotte, cerco di prenderlo in fallo, metterà pure una volta il naso in terra! Macchè, con la potente canna olfattiva per aria si concede un rallentamento flesso e dinoccolato per interpretare la giornata avara d’appuntamenti. Guarda verso Viviano che per lui è tutto: padre, padrone, cacciatore, allevatore, dresseur, amico, confidente, cuoco, dottore… Un ammiccamento dell’uomo gli basta per ritrovare nuova lena, di nuovo marce lunghe e veloci, da stakanovista della grande cerca. Sissignori, se il soggetto è quello giusto, vi potete gustare la grande cerca anche nel bosco, nel sudicio. Ma occorre sangue e intelligenza, avidità e indipendenza.
Procede rapido, con impeto, affamato d’incontro, percorre tanto terreno e con un gran passo, ma senza l’esagerazione di certi soggetti nervini, nervosi e nevrotici che interpretano un’ora da trialer e poi muoiono. Questo è un cane cacciatore che spinge forte tutto il giorno e si riposa il lunedì, martedì e venerdì per ricominciare il turno del mercoledì e del giovedì, e di nuovo sabato e domenica. Chi glielo fa fare? Il sangue vero che ha addosso, il piacere di compiacere, la voglia di dimostrare d’essere setter di razza setter. Non c’è bisogno di chiamare, indicare, incitare. L’andatura non cala e viene da meravigliarsi di ciò che è riuscito a ottenere l’uomo con questa razza. Arriva Riccardo con occhi che parlano di desolazione ma non di resa. Facciamo due parole, sottovoce, per cercare di interpretare la direzione presa dalla Beccaccia. Non l’abbiamo neppure vista, sappiamo che c’era, La rispettiamo come una grande avversaria, ora siamo sconcertati mentre i cani non si fermano. Penso alla notevole quantità di boschi esplorata dai cani in sei ore senza mai uno stop. Il confronto col bracco di un amico col quale ho cacciato la settimana scorsa è impietoso. Voglio bene a tutti i cani, credetemi,ci mancherebbe, in casa ho un bassotto che è un mostro di simpatia e che porto a caccia, ma gli inglesi…via, amici che fate strada con me su queste righe, i cani inglesi…meno male qualcuno li ha inventati. Non voglio fare paragoni, perché ogni razza ha la sua funzione, una propria tipicità di cerca e personalità, forme di caccia e animale e terreno specifici e quindi preferiti. Però, voglio dire, il setter e il pointer potrebbero interpretare il lavoro di un bracco mentre quest’ultimo proprio non sarebbe in grado di agire come un inglese. E si potrebbe allungare la polemica e dire che dipende dal soggetto e che un ottimo continentale è meglio di un inglese così e così, come no?
Svoltolo un cartoccio, addento pane e frittata, guardo gli amici che ingollano schiacciatine a fune. Hanno le facce livide come l’avrò senz’altro anch’io, quel colore frutto di luce riflessa fredda e smorta, sudore e pioggia, stanchezza e dispiacere di non aver concluso, pelle tirata e lucida, pelle di cacciatori che provano la soddisfazione di essere uomini vivi, diversi dal resto del mondo. Siamo su un cocuzzolo a biascicare, in fondo alla valle una cascata manda rumore di scroscio fino quassù,
osserviamo i boschi senza fine, sappiamo che Lei è là dentro, da qualche parte, continua a piovere, penso per un attimo a una doccia calda, poi che ci sono ancora due ore di luce, due ore di caccia, meno male
.
Antonelli dottor Franco per Diana
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A – AMBIENTE. Con gli scarponi ai piedi...

Un’ occhiata attenta all’ambiente in cui viviamo ci induce a considerazioni non positive.
Non per le condizioni, che non sono né migliori né peggiori di altri paesi industriali con analogo spazio e numero di abitanti, ma per la mancanza di interesse dimostrata dagli uomini che vivono nel territorio.
L’uomo è l’interprete principale, non il padrone dell’ambiente, anche se carte notarili gliene danno titolo. Altri interpreti sono gli appartenenti alla flora, alla fauna e all’insieme dei materiali inerti; per capirsi, alberi, ma anche erba e arbusti; animali , ma anche formiche e lombrichi e, – perché no?- zolle, sassi e montagne. Prima di addentrarci nei problemi dell’habitat credo che dovremo cercare di capire come si sono ridotti gli attori bipedi e intelligenti, coloro che agiscono e si muovono
nell’ambiente…accidentaccio, noi !
L’industria ha favorito l’urbanesimo per disporre di manodopera vicina all’area di lavoro. Si è affermata la incultura dell’appartamento, ovvero comprensori fitti di loculi dove l’uomo ha dimostrato di poter vivere e moltiplicarsi, arrivando a desiderare quel tipo di abitazione da fuco. Una volta impadronitosi della capacità di vivere come un insetto, il nostro interprete si è anche abituato a stare spalla a spalla con i suoi simili, però non integrandosi. Voglio dire che l’agire in comunità non ha sviluppato le facoltà sociali, il mutuo soccorso , lo stare a veglia con famiglie vicine, anzi, ha aumentato la litigiosità, madre di querele e sedute dagli avvocati. Gli uomini hanno cominciato a comunicare tra loro con ostentazione di beni consumistici, uno per tutti l’automobile, considerata indice di ceto, più che per la sua funzione.
Raggruppati nelle città, impegnati a sfoggiare auto e abbigliamento firmato, ci siamo dimenticati delle “cose” vere: la terra, con boschi, animali, acqua e il cielo. Elementi che negli anni della miseria erano floridi e puliti e che nel ricco periodo moderno sono scesi a livello pericoloso, quasi di non ritorno.
Ma chissenefrega…piuttosto, stiamo sul serio, chi hanno cacciato dal Grande Fratello, ieri sera? La terra dava il cibo, sotto forma di vegetali e animali, coltivati e selvatici; il cielo dava acqua da bere e per le coltivazioni, aria da respirare, neve per far marcire i semi, calore per farli nascere. Siamo arrivati a bere acqua non da una sorgente, ma da uno stampo di polietilene. Un liquido che deve essere avvelenato con arsenico, in percentuali mega-micro-minime, per uccidere eventuali batteri, microbi, virus, germi intenti a fare il bagno e divertirsi contenti, magari ridendo.
Ci avvertono di non bere, perché pericoloso, il latte di mucca del contadino. Più sicuro quello confezionato, dicono. Stiamo vivendo sindrome da carne e alimenti contaminati, si sta affermando la paura del cibo prodotto dalle industrie. Prione e metanolo insegnano. Non sono un catastrofico, ma questa è la fotografia dei problemi alimentari, a loro volta originati da quelli dell’ambiente. L’ambiente è stato abbandonato, nessuno ha più volto interesse a colline e montagne, a meno che non generino moneta. L’ambiente è stato sciupato perché nessuno ha messo in rilievo la sua importanza, né spiegato che è proprietà di tutti, che non si può comprare un rudere solo per organizzare cene con gli amici. Anche questo è sinonimo di censo, dimostrazione di importanza, né più né meno di un abito firmato o dell’ultimo gippone lungo cinque metri.
E’ facile imbattersi in casa restaurata con otri e barroccio dell’altro secolo in un giardino perfetto, pozzo con catena e secchio, ulivi trapiantati perché “fanno fino”. A pochi metri, campi impestati da pruni e zecche, muri a secco disfatti, frane, alberi malati, acque di scolo che uccidono stradelli, boschi tagliati e intasati senza rispetto, sudicio multicolore assortito, bottiglie, gabinetti, bombole di gas, ma strada asfaltata liscia e scorrevole che porta alla villa, al cancello in ferro battuto, porta invalicabile della cassaforte, circondata da inferriate. Il padrone zotico sente dovere di mostrare agli altri il proprio rispetto per la natura , scende verso la città e attacca il sacchetto di spazzatura a un ramo del primo albero incontrato.
Quindi è l’ignoranza che sta sciupando tutto, perché chi ha restaurato il rustico non sa, non conosce i problemi dell’ambiente, neppure di quello dove vive.
L’Ufficio Tecnico controlla il progetto del geometra, dopo di che dà il via ai lavori, senza insegnare al proprietario che la casa ha le fondamenta nell’ambiente; che un progetto è valido solo se è totale, ovvero se si ricorda dello spazio intorno, del territorio che abbraccia la casa, insomma, dell’ambiente.
Per conoscere e cercare di risolvere i veri problemi del mondo che ci circonda, non basta darsi aria di ambientalista per combattere il nemico di turno.
Bisogna mettersi gli scarponi, abbandonare l’asfalto e arrampicarsi per boschi e stradelli, sudare, guardare con attenzione cosa sta succedendo alla terra, alle foglie, agli animali.
Proprio come fanno i cacciatori, gente particolare, solitari e silenziosi anche se alle volte rumorosi, – perché non ci fanno cacciare col silenziatore ?- osservatori scrupolosi e innamorati dell’ambiente, anche se incompresi. Il cacciatore è un soggetto che controlla l’evolversi positivo o negativo dell’ambiente; è interessato, certo, infatti i selvatici si estinguono se i terreni sono inquinati, non coltivati, se acqua e aria puzzano.
Queste considerazioni mi venivano spontanee nel mentre osservavo all’opera una squadra di selezionatori di Pistoia. La mia presenza era occasionale perché non sono dedito a questa forma di caccia, che non conosco, per ora; ho intenzione di metterci anema e core, in futuro. Avevo sentito di un capriolo ferito da un’auto sulla strada statale; raccolto e curato per settimane da questi pazzoidi scatenati sanguinari sparatutto, stava per essere liberato nei boschi della Collina di Pistoia, boschi suoi, e non ho voluto mancare a registrare la storia, per voi, per me e per lui. Si può coniugare l’amore per il capriolo, e quindi per l’ambiente suo e nostro, e la fucilata che interrompe una vita?
Questo è il dilemma che sta alla base della guerra in atto tra ambientalisti e cacciatori, tra WWF e appassionati dello sparo, tra Verdi e selecacciatori, uomini buoni con fiore in mano e uomini cattivi con fucile, uomini altruisti e uomini egoisti.
Ma vediamoli, questi violenti che bevono sangue caldo. E diamo una sbirciatina anche alla parte opposta che li crocifigge.
In natura il sangue c’è e scorre, nei capillari e in terra, è inutile far finta che sia tutto amore e baci. La lupa sbrana, interrompe il flusso sanguigno nelle vene della preda, anche se è un bambi con due occhioni così; uccide pensando a sfamare i suoi piccoli, mangia per trasformare carne in latte. La lupa è carnivora, non si ciba di yoghurt e patate fritte. Il lupo è cacciatore, anche se non iscritto ad associazioni venatorie; di un branco di animali prende i frutti, ovvero vecchi e malati, ma anche
giovani disobbedienti, stolti e stolidi.
Il lupo è un selecacciatore .
L’uomo che va a caccia, invece, potrebbe benissimo fare a meno di aggirarsi per boschi in cerca di proteine. Lui sì che si nutre di formaggini e chèciappe, purtroppo. Avendo ereditato la voglia, già necessaria, di acchiappare, tipica dei suoi bisarcavoli, ha continuato a insidiare selvatici finché qualcuno non gli ha fatto notare che erano stati impiantati supermercati, per sfamarsi.
Abbandonare la caccia, che lo nutriva nell’anima, oltre che di sane calorie? Nemmeno per sogno, ha continuato nell’egoistica, secondo alcuni, azione. Però si è dato una stringente regolata. Poi ha constatato che veleni e inquinamento erano responsabili della scomparsa di tanti animali, ha studiato a fondo la questione, arrivando a capire che la colpa dell’estinzione non era del suo fucile, per giorni e giorni inutile ferro attaccato alla spalla.
Sì…studiato.
Uno studio facilitato dalla sua azione, sempre con gli scarponi ai piedi. Ha scritto e fatto osservare leggi che limitano fortemente le specie cacciabili e il prelievo, com’era giusto.
Ha creduto che gli ambientalisti fossero suoi nemici, fino a che non ha capito che i suoi competitori erano quei veleni di cui sopra, predatori che non si nutrivano delle prede, che non si limitavano a prendere gli interessi, ovvero animali vecchi, sciocchi e deboli, ma tutto, anche i giovani e forti.
L’ha detto, scritto, urlato.
I cacciatori hanno accusato fin dal primo disastro, quello di Seveso. E da allora hanno insegnato, messo all’indice, comunicato senza offendere, al contrario della parte opposta, spesso animalisti alla moda con pelliccia naturale e stantìa tra le gambe.
I cacciatori sono maestri, anche se non lo dicono, perché conoscono la materia, non camminano sull’asfalto. Domandate a Verdi e Ambientalisti, alla parte opposta, se possiedono scarponi. I cacciatori sono onnivori, quindi anche carnivori, non solo vegetariani. Il carnivoro mangia il vegetariano, così è scritto nei boschi, in modo che il malato venga digerito e il sanguivoro assolva una funzione semplice, saporita e di nettezza naturale. Si chiamano selecacciatori, con un nome molto brutto, quegli appassionati di Diana che si dedicano a eliminare ungulati vecchi e malati o giovani in soprannumero, con metodo di tiro chirurgico, un’eutanasia. Reintrodurre il lupo, che già si è affacciato? Perché, per rendere di nuovo i boschi proibiti a fungaioli e a chiunque voglia godere della natura? E perché non anche l’orso, allora? Discutendone, però, potrei anche concordare, non fosse che per rendere silenzio e pulizia alle nostre foreste, assillate da gitanti beceri e sporcaccioni.
Penso che tutto l’apparato dei nemici del popolo venatorio dovrebbe andare a controllare l’opera di quei grandi innamorati dell’ambiente che sono i cacciatori e quelli della selezione agli ungulati in particolare. Ho visto bambini impegnati a dare un pezzo di panino a un povero daino rincretinito al di là di una rete; uno gli offrì del gelato, meravigliandosi del diniego. Animali regali, rincitrulliti da gabbie di zoo col consenso tacito di ambientalisti con la a minuscola.
Ho visto in tivvù pretestuosi ospedali riservati a selvatici feriti da cacciatori, sentito commenti sulla diminuzione di lucciole e rondini, ranocchi e pipistrelli, noti ingredienti di polenta e osei, letto articoli penosi e falsi sull’apertura della caccia, ascoltato considerazioni di maestre imbonitrici di alunni, di media con i baffetti, di amici della natura con stipendi a venti zeri…
Però ho assistito anche alla liberazione del capriolo ferito, effettuata da quegli ominacci senza scrupoli.
Nella stalla ombreggiata e silenziosa, chiesa vera, in mezzo al bosco dove lo hanno curato per settimane, c’erano i suoi germogli preferiti, sambuco e carpine, faggio e rovo. Una femmina di quattro anni che andandosene si è girata indietro: siamo dei sognatori e abbiamo pensato che volesse ringraziare, mentre noi la esaltavamo nei nostri pensieri come una regina, qual era. Niente televisioni, niente media, niente strombazzamenti ai quattro venti, né patetico buonismo, neppure un uomo pubblico, ma solo degli appassionati autentici, difensori veri di ambiente e animali, gente sempre con gli scarponi ai piedi.
Forse l’unico che non c’entrava per niente ero proprio io con la mia LEICA IIIG 35 mm.

Antonelli dottor Franco per Diana novembre 1979

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UNO DI NOI

Ho raccolto questa testimonianza da un caro amico; me l’ha raccontata mentre si stava guardando il cielo vuoto di penne, dentro a una parata rinfrascata in modo perfetto nel grossetano, a Belagaio, comune di Roccastrada, centro venatorio del Colombaccio cacciato con volantini dall’alto delle querce o da terra. Abbiamo disposto tutto il gioco, consistente in qualche stampo di penna, e una novità meccanica molto interessante, un colombaccio che sbatte le ali imitando l’atteggiamento di
suoi simili che si attaccano sull’esterno di un leccio a beccare le piccole ghiande. Lo abbiamo messo sulla punta di una canna d’alluminio di 6 metri, nascosta nello scuro albero: è una diavoleria meccanico-elettronica, prevede un telecomando in mano con un pulsante che lo ammazza e gli rende la vita; l’imbalsamatore ha lavorato bene e provo a rompere le scatole al suo prodotto, lo aziono e … colombacci non se ne vedono ma siamo contenti dello sbatacchiamento delle ali, finto ma vivo: se fossi un uccello blu verrei di corsa a vedere quel mio simile:
“Cosa starà sgranocchiando?”
Si parla di tutto e di niente, cercando di ingannare il Tempo che non si fa pregare per niente nel fare il suo schifosissimo lavoro di moto perpetuo, far girare le lancette dell’orologio in continuo: il Tempo è l’unico motore che non si ferma mai, non ha bisogno di olio, di revisione, di tagliandi, lui gira e il suo inventore è lassù, contento della meccanica assoluta, guarda la ruota che gira all’infinito inglobando la vita e sputando ossa e stecchi.
Ieri sera era tutto un baccanale di rintroni, bufere e lampaneggi lontani, schianti di tuoni, acqua portata dal vento; a buio il cielo era un campionario colorato di fulmini illuminanti, ci siamo telefonati ed eravamo d’accordo sul rimanere a letto se solo una goccia d’acqua avesse attraversato l’atmosfera sulle nostre teste.
Stamani tutto è finito, il buio odora d’acqua e di terra bagnata, dalla finestra la strada è scintillante di riflessi, ma nelle pozzanghere non c’è traccia di martellamento di goccioline.
La caffettiera brontola il suo destino, credo proprio che non le piaccia per niente l’aromatico liquido scuro che è costretta a tirare fuori dalla sua pancia di vecchia Moka con la guarnizione da cambiare. Mentre preparo le consuete due tazzine sento l’abituale ticchettìo delle chiavi sul vetro della porta. E’ lui, è Tarcisio, l’amico fidato, compagno di tante avventure, è arrivato, preciso come al solito. “Te lo saresti creduto che il tempo cambiasse in modo così repentino?” Mi dice.
“Mah…ieri sera ho guardato le previsioni e due canali TV non erano d’accordo, di sicuro c’era solo
il vento dal mare, che qui da noi ha sempre portato pioggia.”
“E uccelli dal nord.” Afferma contento Tarcisio.
“Sì, ma forse dove si va noi sarebbe meglio il Tramontano, non siamo lontani dal mare.”
“Ho capito, non ti ricordi più che quando ne raccattammo 21? Pioveva a dirotto e c’era vento dal mare…”
“Ricordo, ricordo, tieni lo zucchero.”
“No, niente zucchero.”
“Come sarebbe…niente zucchero, o che novità è questa?”
“Eh… dipende da quale categoria di persone frequenti, io ultimamente sono stato con amici dottori… m’hanno messo una paura…”
“Come… la paura, ma che t’è successo?”
“M’è successo che per prima cosa m’hanno detto che se in futuro voglio vivere e andare a caccia devo abbandonare sale e zucchero; ma dai… andiamo, carichiamo la roba in macchina, te lo racconto per strada, una paura… mamma mia com’è amaro questo caffè senza zucchero!”
Cosa c’è di più bello dell’ andare di notte verso i nostri palcoscenici di caccia?
La Maremma è bella perché è cambiata poco rispetto al passato, si annusa sempre un odore fatto di querce e sughere, mortelle e stipa, e mille cespugli di macchia mediterranea, terebinto, lentisco, corbezzolo…territorio senza pali della luce, strade comunali piccole e sterrate, dalla carreggiata pensata per barrocci e non per gipponi 4×4.
La Siena-Grosseto è tutto un rincorrersi di auto con cacciatori a bordo: la speranza di un buon carniere li domina, pensano solo alla prima fermata al Bar del Doccio, giù alle Risaie, dove ci sono quelle brave figliole a fare caffè e cappuccini e offrire paste e briosce, nonché panini con la mortadella gigante e la porchetta. Lorella, Marilena, Susanna, Alessia sono, tra le altre, le nostre dee, tutte belle, impegnate alla macchina da caffè e ad affettare panini infiniti su di un megatagliere. Siamo in fila alla cassa, una coda di color verde a toppe camouflage.
“Che prendi?” Domando mentre aspetto il turno,”solito cornetto e caffè?”
“No, a casa ho mangiato tre fette biscottate, prendo solo un thè.”
Parole leggere che mi sembrano cannonate, sono trent’anni che mangiamo un cornetto per uno con la variante di un caffè che a volte s’è cambiato d’abito indossando il saio del cappuccino.
In macchina mi fo raccontare la storia per intero, siamo vicini alla deviazione per Roccastrada, è piovuto anche qui, pozzanghere piene. S’arriva, si scarica, ognuno ha il suo compito, parata solita, è comoda, ci si arriva vicino con la macchina, guardo il cielo, schiarisce un pelo laggiù in terre musulmane. E’ un proscenio di stelle, niente luna, Selene sarà a dormire, d’altronde sono le cinque e mezzo, manca un’ora al brùzzico, alla lisiere du jour.
Io sto con la pila grossa puntata verso un leccio, Tarcisio armeggia con la canna e il colombaccio-robot; porca puttana, l’erba e i rami sono pieni d’acqua e sgocciolano, mi sto bagnando i pantaloni… ma ho il cambio in macchina.
Con una striscia di gomma, ritagliata da una camera d’aria d’auto, lega e mette in tensione la canna, poi a giorno rimetteremo a posto se qualcosa non va, ci diciamo. Provo col telecomando, il robot funziona.
La parata ha origine da un querciolo secco, sempre il solito da anni, mettiamo il telo in tondo, prendiamo le frasche di felci e ginestre nascoste a qualche metro, ne tagliamo un po’ di fresche, si lavora in silenzio.
Una mezz’ora e siamo pronti, ma non è un posto da tordi, le olivete sono lontane, potrebbe essere il posto adatto a dare il buongiorno a una Regina, silenziosa e improvvisa, ma noi siamo corretti…“Allora, finisci la storia, ho capito quasi tutto da quel che tu m’hai accennato, ma dammi i dettagli.” “C’è poco da aggiungere, la storia è partita da Vittorio, lo conosci Vittorio?”
“No, tu me n’hai parlato di lui e del suo lago, ma non lo conosco.”
“Vittorio è un pratese, un dentista di vaglia e conduce un lago a Roselle vicino a Piatto Lavato; lo chiamano Il lago dei Professori, perché tra i suoi soci di caccia ci sono un chirurgo famoso, un cardiologo di tutto rispetto e altri. In bocca mia non ha mai messo gli occhi e le mani, voglio dire che non è il mio dentista, ma siamo spesso in contatto, è un amico, mi insegna quali sono le cartucce da lago che lavorano e tante altre cose; Vittorio è un cacciatore quasi professionista, il giorno che gli verrà a noia lo studio dentistico prenderà residenza laggiù, nel grossetano, in qualche casa o capanna purché vicina all’acqua. Ero andato a casa sua a prendere delle Winchester XX con 63 grammi, introvabili, ma lui le cartucce super le ha tutte, e mi domandò quant’era che non mi facevo le analisi. Non me ne ricordavo nemmeno, godo ottima salute, mi sento bene, cammino dietro alle beccacce, l’appetito per il buon cibo e le donne generose non manca… per quale motivo dovrei fare le analisi mi domandai… ma le feci.
Un disastro…
Di poco, ma le voci erano tutte di fuori eccetto i trigliceridi e Vittorio, lesto lesto mi prende l’appuntamento con il suo grande amico e socio di caccia Paolo, un tipo di dottore, anche questo, che te lo raccomando. Si rammenta di avermi visitato anni fa, il ricordo è bello e sincero, ci abbracciamo, si parla del dentista da bravi amici figli di buona donna. Gli dico che Vittorio fischia agli uccelli come un campione del mondo e che spara molto bene, l’ammazza tutti, ma lui replica raccontando di due beccaccini che il nostro, che chiama Pipa di Cocco, ha volgarmente padellato, quando si dice il mondo dei cacciatori…”
Gli domando come mai lo chiama Pipa Di Cocco e Paolo s’impegna in un particolarissimo discorso su Vittorio che quando sta bene usa quel neologismo toscano: stare a Pipa di Cocco, cioè essere piazzati bene in modo godereccio, locuzione senza origine lessicale e quindi inspiegabile, almeno per noi. Per Vittorio la dizione Pipa di Cocco equivale a stare col Doppione tra le mani e un fischio in bocca con gli occhi rivolti a un ciuffo di germanelli che fanno picchiate sul suo lago.
Intanto il mondo tenta di fare un po’ di luce, s’arrabbia un pettirosso, chioccola un merlo, passa a un metro dalle nostre teste una pallina nera, forse la beccaccia? Più probabile uno strigide notturno che torna al suo covo. Tordi nulla, ma si sapeva, anche i capannisti lontani non sparano, la Maremma sembra disabitata, cambiamo cartucce, io metto delle Electrocycbles a piombo del 7, buone alla mattina presto per un colombaccio che avesse dormito nei pressi e passasse a tiro: chissà cosa ci riserva la dea caccia per oggi. Poi ci ripenso, è luce fatta, svito lo strozzatore cilindrico e metto il due stelle, non mi piace la roba larga, soprattutto perché le canne strozzate aiutano le cartucce pigre a lavorare, ad ammazzare. Cambio la minestra a disposizione, il Beretta Xtrema2 mi dà del matto per questi mutamenti improvvisi e frenetici di strozzatori e cartucce, e metto in prima canna una corazzata color viola della Cheddite a piombo 6 e in pancia due Remington con 42 grammi di piombo 4/6.
“Che vengano, sono pronto!”
Sono le 7 e 30, è giorno fatto, ma si è visto solo un brancaccio di storni ridiscendere la costa verso
gli olivi del piano; comunque se mi passano a tiro li bombardo, ma non so se si può…
“Ma che si può sparare agli storni lontano da vigne e olivete?”
“Mah… è talmente poco chiara la legge sulla caccia, anche chi compila i calendari ce la mette tutta per far sì che noialtri non si sia mai in regola.”
“Oh Tarcisio, qui non si vede nulla.”
“E’ presto, non ti preoccupare…”
Provo il colombaccio robot, secondo me è troppo spostato verso l’esterno, anche Tarcisio concorda, bisogna andare a girare leggermente la canna, ora ci si vede bene, andiamo insieme, lui dà una leggera avvitata e il colombaccio tuffa il becco nel ramo del leccio, lo provo, è perfetto, sembra proprio un uccello che becca e scuote le ali per stare fermo sul ramo esterno a ingozzarsi di ghiande. Un volo di tre uccelli ci sorprende fuori della parata, ci accoccoliamo giù sulle ginocchia, sono
lontani ma bastano a portare il cuore in gola, corriamo al riparo, ma sono distanti, troppo, non aziono neppure il telecomando, mentre gli stampi di penna stanno tranquilli sulle racchette piantate in terra… e come potrebbe essere diversamente? Certo che se fossero richiami vivi…ma non abbiamo più voglia di ammattire dietro ai piccioni che mangiano tutti i giorni, vanno puliti, allevati, dressati…
Li vedo ancora in mezzo alla valle che scende giù fino ad Aratrice, sono chiari contro lo sfondo dei boschi blu, uccelli potenti. La previsione è negativa, domani il risotto sui colombacci non si farà.
“Ma insomma codesto Paolo cosa ti ha detto?”
“Che m’ha detto? Che m’ha fatto… piuttosto! M’ha ammazzato! Ha segnato una sequela di analisi che sembra un libro di medicina, m’ha misurato tutto e m’ha ammonito, la mia pancetta non va bene, la glicemia neppure, il colesterolo nemmeno, la pressione.. per l’amordidioedellamadonnina santa, ma sei matto, 90/190? Abbassare subito mi ha detto, vuoi andare a caccia? Devi dimagrire e dagli attuali 80 chilogrammoni devi scendere a 68 chiletti perché la massa corporea ha un indice…
insomma sono fuori dalle regole, pasticche e dieta ferrea, niente zucchero, niente sale, te l’ho detto no? 1000-1200 calorie giornaliere al massimo, 50 grammi di pane o pasta al giorno, niente dolci, di vino neppure l’odore, il salame per carità… e il biscottame? Abolire, e dire che io camperei a dolci e mi va a succedere questa storia proprio ora che rappresento le migliori aziende dolciarie italiane, ma insomma, senti, ma come farò a mangiare senza sale? M’ha detto di insaporire col peperoncino,
mi s’affacceranno le emorroidi a darmi del pazzo, te lo dico io cosa mi succederà…”
“Al dentista glielo hai detto?”
“Ancora no, bisogna solo che mi convinca, dovrò pensare che tutto questo stravolgimento gastronomico lo farò in vista di un buon vivere, c’è poco da fare, hanno ragione loro, ma io lo sapevo che non esiste una cosa buona da mangiare che faccia bene, se vuoi la salute ti devi assoggettare a tutte le peggiori porcherie… m’ha detto, quando ho fame, di bere acqua e al limite mangiare una mela, addio cene di caccia, ma m’importa una sega…Paolo, il cardiologo, è stato inflessibile, mi ha stropicciato un unguento sul cuore ha attaccato fili e controfili mi ha fatto l’elettrocardiogramma e ha cominciato a dialogare col mio muscolo vitale, che ne so cosa si sono detti? Ma è stato inflessibile come uno scienziato deve essere, però, mentre parlava, vedevo casse mortuarie, traducevo le sue parole con infarti e ictus, ghiacci obitori…”
“Guarda… zitto, eccone due, ci puntano, l’hai visti?”
“Non ti muovere, stai giù, aziona il marchingegno…”
”No, meglio di no, a muoverglielo quando entrano al gioco si rischia di impaurirli, te tira al tuo…uno, due.. sbrànghete!”
“L’hai visto dov’è cascato?”Urla Tarcisio in preda all’emozione.
“No, io guardavo il mio.”
“S’è allungato verso quel pino, non ho potuto tirargli la seconda, maremma maiala! Ora vado a vedere se lo ritrovo…”
“Aspetta vengo anch’io, cosa gli hai tirato?”
“E che ne so? Io non ho cambiato cartucce, le ho messe nel Raffaello al buio, di sicuro sono corazzate a piombo del 5.”
Raccatto il mio, è vicino alla parata, non ha una goccia di sangue sul chiaro mantello, lo infilo in un sacchetto di carta e me lo metto in carniera, mi avvio dietro a Tarcisio.
Prima scorgiamo dondolarsi una pennina attaccata a un rametto di stipa, poi un’altra in terra, ci sembra seminato di bianco nel sottobosco, ma manca il segno fondamentale, la larga spennata dell’impatto del colombaccio in terra.
“Speriamo bene, ma con questo il risotto non si fa.” Dice Tarcisio con tono sconsolato avventurandosi nelle ginestre e bagnandosi a dovere, ma tra poco ci cambieremo, anch’io ho le gambe ghiacce. L’amico spunta fuori da un intrico di lacci di pruni, il roveto è un ammasso incredibile.
“Non ci guardare, se fosse caduto in codesto posto, ci galleggerebbe sopra, vedi com’è fitto.”
Del colombaccio nessuna traccia, ritorniamo alla parata, mi ferma, va lui da solo poi di là traguarda la direzione della caduta, l’intrico del bosco ci ha portati leggermente fuori direzione, mi fa cenno di andare più a destra, si sbraccia e quando raggiungo il posto indicato mi urla:
“Fermo, dev’essere da codeste parti, segna il punto…” e torna con affanno, non si arrende al pensiero di non ritrovarlo.
Intanto nessuno spara, né vicino né lontano, siamo su un cocuzzolo da cui si possono sentire le scariche anche se distanti.
Si guarda senza successo. Un colombaccio si ‘deve’ ritrovare, chiaro com’è.
“Eppure è caduto qui…”
Niente, si torna al capanno. Ricarico e metto dentro una delle nuove cartucce della Baschieri, scatola nera e argento, nuova polvere MG2. Lui le guarda e domanda, io rispondo che ne ho sentito dire un gran bene, ma non le ho mai provate, questa è la prima. Il Beretta la ingolla e pare dirmi qualcosa di positivo mentre tolgo la cartuccia di camera e metto la bolognese nel tubo di lancio, il siluro è pronto. Il cielo si è sciupato, il vento Marino ha scombussolato lo scenario, niente più cielo celeste, ma una
tavolozza dove sono rappresentati tutti i toni e semitoni del grigio, da quello pallido all’antracite, avvoltolati in nubi e matasse di nembi che non promettono niente di buono. Un penetrante odore di marcitoia e di fungata ci circonda, io godo. Vado alla macchina a prendere lo zaino del cambio, prendo anche il suo, indossiamo pantaloni asciutti e sopra di essi i guardamacchia impermeabili. Un bel branco di uccelli blu è passato dall’altra parte della valle, bassi bassi, poi comincia una lunga processione di stormi alti, uno dietro l’altro, si sente sparare giù in basso, sono scariche sui colombacci, prendo il Beretta tra le mani imitato da Tarcisio, teste ferme, gli occhi roteano in ogni dove, le tese dei berretti tenute basse a confondersi con la ramaglia della parata.
“L’hai visti?”
“No.”“Sono lontani, guarda a ore 11, non entrano, no, ma non si sa mai, accendigli l’arnese.”
“Ora li vedo, mamma… quanti sono!Saranno un centinaio, forse di più!”
Passano sulla nostra sinistra, defilati in direzione sud, alti, alti per davvero; accendo il piccionaccio meccanico senza speranza, penso che non lo vedranno neppure, ecco, ora sono sopra le nostre teste, sono senz’altro a più di 150 metri, mentre il robot becca e svolazza, pare in preda all’orgasmo della fame soddisfatta, davvero, mi piace, soldi ben spesi.
“Maremma maiala… guarda… se n’è staccato uno…”
Dal branco un colombaccio si è allontanato, poi ha chiuso le ali e sta venendo giù a sasso verso di noi, senz’altro sarà il più affamato di tutti, gli altri continuano imperterriti mentre Tarcisio dice:
“Ora!”
All’unisono recapitiamo 84 grammi di piombo al malcapitato che batte una bella sventola quasi dentro al capanno, a pochi metri.
“Cosa gli hai tirato?”
“Una Remington e te?”
“Io quella Baschieri che ti ho fatto vedere dianzi, 42 grammi di 5 in bossolo magnum, ma questo era facile, non posso giudicare la cartuccia…”
Ore e ore senza vedere niente, è l’ora del pranzo, io sfodero un consistente fondo di salame che da nuovo pareva un bambino di sei mesi, una coppia di pane, pera e formaggio, ma Tarcisio è uomo di parola, svolge la carta dove giacciono le sue due smagrite fette di pane con dentro petto di pollo al limone.
Il confronto tra il mio pane, calibro 1500 grammi e il suo, calibro 50 grammi, è senza pietà, ma forse ha ragione Paolo, il cardiologo cacciatore di lago, mi sa che toccherà anche a me andare a visitarlo molto presto.
L’umidità si potrebbe bere, non spara più nessuno e siamo indecisi sul da farsi, se tentare qualche tordo al rientro o provare in un’altra zona, migliore di questa per il pomeriggio.
“Fermo, eccone quattro…!”
Gli sussurro mettendogli una mano sulla spalla.
Bassi bassi, i colombacci stanno volando verso di noi senza la loro fretta solita, forse hanno visto gli stampi o forse stanno cercando un leccio conosciuto, dalle ghiandine più appetibili, stanno per girare e andarsene forse hanno visto un nostro movimento inopportuno, aziono il mio amico in cima alla canna, fanno un dietro front improvviso e puntano il colombo meccanico.
Sbrènghete, sbrànghete… abbaiano i fucili, sbrànghete, ne cadono due, uno allunga ferito, altri due colpi ma si sono allontanati in un attimo. Quello ferito batte le ali a richiamare la vita, non gli riesce allontanarsi, gira, torna e gira intorno a noi, è fermo per aria, concede un altro colpo a Tarcisio che lo spenna di nuovo, io ho il fucile scarico, metto una cartuccia in canna, ma il colombo plana, ci passa a tre metri e Tarcisio urla mentre l’uccello sta cadendo:
“Guarda, guarda… guarda che spennata, ha le budella di fuori, guarda il sangue, hai visto che spennata…”
Raccattiamo i morti, il colombaccio ferito tenta goffamente di camminare con le ali strascicate in terra, lo prendo per le gambe e gli batto la testa su un broncone di quercia, in effetti è tutto insanguinato, il suo mantello ha perso la purezza del bianco.
Verso le tre ritroviamo anche il primo uccello rimasto inforcellato su un sorbo mezzo secco, un paio di fucilate e viene giù mentre Tarcisio parla sempre di quello ferito che non si era deciso a morire sulle schioppettate e del cielo pieno di penne.
Rimettiamo l’attrezzatura e mentre stacchiamo il colombaccio-robot dalla canna non rimango zitto alle continue lamentele di Tarcisio riguardo alle cartucce che non ‘lavorano’ e gli offro un proverbio nato lì per lì:
“Con le penne e il sangue a fiotti non si mangiano i risotti.”
Ridiamo, contenti della nostra giornata.
Se qualche uomo normale, uno di quelli che riservano il sabato al lavaggio della macchina, ci vedesse ridere in cima a un poggio di Maremma penserebbe di sicuro a chiamare la Neuro.
Intanto il cielo scurisce sempre più, e si promette all’acqua.

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

 LICURGO  E  LA  PACE 

 Quando sono in crisi con la mia coscienza perché la battaglia giornaliera non odora di vittoria; quando la guerra con gli altri non è fatta di impegno ma di ipocrisia…io vado a trovare qualcuno degli interpreti della mia esistenza e il volante gira le ruote, senza esitazioni, verso la modesta casa di Licurgo.
Ho già parlato di quest’uomo, cacciatore di lago, fonte di sapere, di incredibile cultura contadina.
E’ vedovo e anziano, Licurgo, e non ha avuto figli, ma non se ne fa cruccio. Lo trovo nell’orto.
“ Allora…Licurgo, come va ?”
“ Va bene, va bene, non mi lamento, ero qui a guardare questo albicocco giovane, ma ho poche speranze…”
“ Come mai?”
“ Tieni, assaggiane una, il colore… l’hanno, ancora non sono mature giuste, ma non sono un gran chè.”
“ Diamogli il tempo di maturare.” Dico mentre le tasto. Il ramo è pieno e barcolla verso terra dal peso. Ne scelgo una, un po’ più morbida. Assaggio e confermo che manca ancora qualche giorno.
“ L’unica… sarà farne marmellata, ma bisognerà metterci parecchio zucchero. Senti come sono agre e stoppose…la  pasta sembra polenta. Quando la razza è giusta, sono buone anche se non proprio mature…”
“ Vi trovo bene, avete un bell’orto, come al solito, tutto preciso e ordinato…”
“ Caro te… ‘ l’orto vuole l’omo morto’. L’hanno sempre detto, credimi, è vero, io ci passo due ore la mattina presto e due ore la sera, sul fresco.”
“ O Licurgo, è giugno, siamo a caccia chiusa, meglio che nell’orto…”
“ Tu dici bene, ma se non avessi finito la DN (polvere per le cartucce da caccia) a quest’ora sarei in cucina a caricare cartucce.”
“ Non ne avete proprio più?”
“ Macché, n’avrò per venti o trenta cartucce, scuoto la scatola ma lei risponde con un’aria a vuoto…”
“ Mi pare impossibile che non se ne trovi più, e poi…con tutta la gente che ha smesso di andare a caccia, volete che…ma un mezzo chilo…che sia un’impresa?”
“ Se tu ne trovi dimmelo. La pagherei a peso d’oro, ma dimmi, è vero che hanno smesso in tanti?”
“ Fate il conto voi, eravamo quasi due milioni, ora saremo sette, ottocentomila…”
“ Da retta, quelli che hanno smesso…meglio così, non avevano passione, però…”
“ Dite.”
“ Lo sai? Non m’era mai successo… un giorno vennero le guardie, ora non mi ricordo se fossero della Venatoria o della Forestale. Vennero al capanno, quello di pianura, vicino alla villa, quello dove ho cacciato per tutta la mia vita, non quello in costa…insomma, intanto si presentarono male, mi trattarono come un vecchio rincoglionito e lì per lì mi cominciarono a girare gli zebedei, oddìo, anziano sono…”
“ E che volevano?”
“ Avevano un metro a rotella, calcolarono la distanza con la villa, ero in regola, la misura era a vantaggio di due o tre metri, rimasero scornacchiati, ma quello che non mi andò giù…sembrò che mi facessero un favore, a non farmi la contravvenzione. Ce n’era uno che pareva un viperone, diceva che i tempi sono cambiati, che loro applicano la legge, hanno fatto la scuola, s’intendono di tutto, devono applicare la legge sulla caccia e non guardano in faccia a nessuno.”
“ E allora ? Come si fa dirgli qualcosa? Pare che abbiano ragione sempre loro.”
“ Mah…io sai, sono un ignorante, non ho studiato, glielo dissi, non ero arrabbiato, solo contrariato,  dispiaciuto che si fossero presentati in quel modo, passarono tra le gabbie degli uccelli… lo storno s’insanguinò tutto a forza di picchiare testate dalla paura. Poi mi venne in mente…”
“ Ditemi.”
“ No…ti volevo dire, loro avevano detto che s’intendevano di leggi e di caccia, così io gli domandai se avevano visto come erano disposte le buttate. Tu devi sapere che io, il mio babbo, il babbo del mio babbo, abbiamo sempre cacciato quel capanno, sempre sparato sul noce dalla parte opposta alla villa, ma che vuoi…che si spari verso una casa? Non siamo mica matti o degli irresponsabili!”
“ E loro?”
“ Si misero a guardare, le piante di buttata erano dalla parte opposta alla villa, non seppero cosa dire, parlavano di centocinquanta metri, si guardarono e se ne andarono di dove erano venuti. Secondo me molti hanno smesso anche perché si sono sentiti trattati come fecero codesti con me, come dei banditi. Che hai inteso cosa voglio dire ?”
“ Ho capito, Licurgo, ho capito, chissà perché ce l’hanno tanto con noi.”
“ Cosa vuoi…io li sento in televisione, quando parlano dei cacciatori…come se si fosse dei terroristi, tutti parlano di pace, ma che l’avranno la pace?”
“ In che senso? Sarà meglio la pace della guerra, no?”
“ Di certo, ci mancherebbe…ma io ti volevo dire… guarda questa gramigna come cresce, è una battaglia persa con la gramigna e con i pidocchi, ti volevo dire…insomma se uno parla di pace, la deve cercare anche in casa, con i suoi figli, la moglie, gli amici, non vorrei che predicassero pace fuori e poi in casa e in ufficio…”
“ Non v’avevo mai sentito parlare di politica. Per me è una novità, o come mai…”
“ La televisione…vedo tanta gente arrabbiata, manifestazioni contro la guerra, hanno ragione, la guerra è una gran bestiaccia, conviene solo a chi fa bombe. Fanno bene a protestare, fossi giovane andrei anch’io in corteo, quello che non sopporto è l’urlìo e la violenza. Se cerchi la pace, quella vera, vuol dire che la conosci, che sai cosa vuol dire essere in pace e non puoi affermarla con la forza, con atteggiamenti rivoltosi…sarebbe come violentare gli altri per dargli la pace, capito? Sono come quelli che vorrebbero combattere. Forse mi sono incasinato, che mi sono spiegato? Vieni vieni… ti do un paio di cesti d’insalata, è la Quattrostagioni, morbida come il burro, ma ce n’hai insalata nell’orto?”
“ L’ho piccola, trapiantata da una quindicina di giorni.”
“ Cipolle…n’hai?… ‘insalata ben salata e ben oliata’ma se non ci metti un po’ di cipolla…”
“ Anche la politica è una gran bestiaccia, mi pare che serva solo a dividere gli uomini.”
“ Io non ti volevo convincere, per me …ognuno la pensi come gli pare, però credo di non essermi spiegato tanto bene, te l’ho detto, io sono ignorante, ma ora leggo e sto ad ascoltare quelli che parlano in televisione, ma nessuno ha mai parlato di quell’indiano…o come si chiama, quello pelato con gli occhialini…”
“ Gandhi ?”
“ Preciso, bravo, proprio lui. E anche Maria Teresa di Calcutta…hai inteso ora? Erano dei pacifisti o dei guerrafondai? Che n’hanno distrutte città? E i violenti…si sarebbe noi cacciatori?”
“ O Licurgo…meglio parlare di caccia e d’orto…con la politica non s’arriva mai in fondo.”

Antonelli dottor Franco
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RUBER GENIUS

All’inizio non c’era nulla. Niente di niente.
Solo una particella di luce, staccatasi dalla coda di una cometa impazzita, girovagava senza sosta, vicinissima ad una sostanza liquida, densa di metamorfosi di rocce morbide, legni ed alghe in decomposizione. Questo attimo di luce rischiarava questa specie di melma giallastra che, come un magnete, l’attirava a sé. Forze strane non ancora definite, vagavano in quel giallo, alla ricerca di un qualcosa, di un qualcuno che potesse, per scienza od incantesimo, fungere da caglio.
La scintilla voleva allontanarsi da quella brodaglia puzzolente, ma era impossibilitata e
per quelle strana forza magnetica e per un’aspirazione galattica che veniva dall’alto.
La sua genitrice, per recuperarla alla sua coda, faceva come delle passate violente, ora diritte, ora storte sopra a quel lago mefitico.
Ma qualcosa impediva il ricongiungimento, che prima d’allora, in analoghe situazioni, era sempre avvenuto.
La luce è tutto, la luce è sintesi, la luce è perfezione, la luce è totale e senza una sua pur
piccolissima parte diventa imperfezione, mancanza di sintesi.
Una grande ondata, causata dallo smottamento di una enorme roccia algaica dentro al lago melmico, spinse la scintilla giù dentro la brodaglia.
Il cambiamento di linguaggio fu impressionante per la piccola lucciola meteoritica. Là sotto ebbe smarrimento e voglia di smettere di volare e di attaccarsi a qualcosa di sicuro, di diverso, ma ben ancorato.
Sentì un invito, un’attrazione.
Era stanca.
Si lasciò prendere da quella strana particella rossa, attaccata a quello sperone di roccia. Si riposò dentro di lei, sentì rinascere intera la sua forza, come quando era attaccata alla cometa tutta. Si sentì grande, dentro a quella roba rossa.
E gonfiò.
Due, piccoli e senza senso, divennero uno, vivo e forte; una scrollatina per togliersi di dosso quella specie di guscio, di placenta e… era nato RUBER GENIUS, la prima cellula, la più veloce, la morte del nulla, l’inizio di tutto.
Genius cominciò a girare dentro a quella melma e provava piacere. Non si ricordava più della sua origine, ma sapeva dove tendeva; aveva un compito davanti a sé: moltiplicarsi,
cercare tutte quelle macchie rosse, entrare dentro, accoppiarsi, provare piacere, accoppiarsi di nuovo, provare piacere, moltiplicarsi . Dopo un tempo indefinito, né lungo né corto, il lago era tutto un fermento di cellule, che giravano, si incontravano, si scontravano, leticavano, si respingevano, si accoppiavano, in allegria.
Ruber Genius, da una parte, guardava.
Tutte le cellule lo riconoscevano come capo e, ad intervalli regolari, passavano vicino a lui, omaggiandolo, conferendogli il privilegio del primo, del più forte, del più veloce, del più intelligente. Lui era pensiero, intuito, il concetto, l’idea, l’intelletto; sintesi e origine di tutte le cellule, doveva rispondere alle tensioni del suo popolo, che girandogli in continuazione intorno, domandava senza saperlo la direzione.
E Ruber Genius decise.
Fu lui per primo, in quasi mortale sofferenza, ad uscire dalla brodaglia. Il cambio di linguaggio fu tremendo ma lui era il più forte e non morì, si adattò. Insegnò al suo popolo come fare e il suo popolo lo ringraziò e lo privilegiò come il primo, il capo,
l’unico. Invasero le terre semiasciutte e poi le asciutte e poi esplorarono, morirono, rinacquero, si modificarono, sempre più forti, sempre più intelligenti, mentre Ruber Genius stava a guardare.
Tutti gli riferivano, lui non lavorava.
Tutti lavoravano per lui ma non come schiavi per il re: lui era la sintesi.
Dava la direzione.
Tutti sapevano che c’era anche se ormai non lo vedevano più, né dentro le caverne, né nelle praterie dove cacciavano quelle gustosissime, morbide, bestie a quattro zampe. Ma quando videro, per la prima volta, quel vento rosso e giallo caldissimo, quella fiamma che li proteggeva dalle bestie e bruciava saporitamente le carni, pensarono che era Ruber Genius che glielo mandava.
Genius era dentro tutto ciò di buono che trovavano: un fuoco, un albero con frutti, una donna predata ai nemici, una buona acqua da bere, una pietra dura per fare un’arma. Ruber Genius guardava, sentiva, proteggeva, indirizzava. Arrivò il tempo delle case, delle bestie, dei pascoli; non c’era più avventura, non c’era più il pericolo vero, e neanche l’esigenza dell’adattamento a diversi linguaggi. Gli uomini si erano come dimenticati di lui, non avevano bisogno di indirizzo, avevano trovato dentro sé stessi una parte di lui, e un sentimento nuovo era entrato in loro, forse mandato da Genius: la superbia.
In piccola dose era forza, sopravvivenza, tendenza, vita. In dose media era riservata a pochissimi: solo qualche capo la poteva assumere senza pericolo.
Troppa quantità di superbia portava fuori indirizzo, faceva tornare indietro negli stadi di evoluzione, produceva egoismo ed invidia e toglieva la voglia di socialità; le cellule, unite, erano diventate sempre più forti. Gli organismi, uniti, avevano combattuto e vinto e conosciuto nuovi linguaggi; isolati, avevano perso.
Ruber Genius mise la superbia a disposizione affinché ci fosse più distinzione, maggior differenza tra il concetto e la materia, tra l’uomo e lanimale, tra la tendenza d’immobilità. Molti non si riconobbero più in lui ma diventarono dèi loro stessi o scoprirono geni dappertutto, anche nel profano. Vennero fuori numerosi dèi, tanti dove ce n’era uno.
Ma lui rimase il padre di tutti.
E vedeva tutto, sentiva tutto, proteggeva, indirizzava.
Ma prima era per tutti, si manifestava a tutti, era sintesi. Dopo diventò proprietà di medianti particolari, che da lui erano impregnati ed amati, e che lo amavano in sé, nel loro io, nei loro figli, nelle loro mogli, nelle loro cose più care e quindi più vere.
Ruber Genius era lì, con chiunque amasse una cosa, una persona o un refolo di vento. Bisognava essere solo capaci di amare.
Grande cosa, perché piccola. Quando un uomo arava la sua terra per la prima volta, lui era lì. Quando una donna aveva un figlio, lui era lì. Un giovane che cominciava a vivere da uomo, in combattimento, nello studio, nel lavoro, nell’insegnamento, aveva Genius accanto. Sicuro. Se non l’aveva, falliva. E l’uomo vero lo sentiva, anche se non lo diceva agli altri, ma lo insegnava ai figli.
Un dio curioso, che era sempre stato sulla terra, staccato dalla terra; era luce, veniva dalla luce; luminoso anche di notte, specialmente nelle notti senza stelle e senza luna. Venne un tempo in cui decise di andare a vedere, a toccare, le sue cellule. O ciò che erano diventate le antiche cellule della brodaglia gialla. Avevano cambiato diversi linguaggi. Provò diversi luoghi.
Provò le isole, gli altipiani, le pianure, le montagne, al Nord, al Sud, i posti caldi, i posti freddi, i posti temperati; vide i mari, i laghi, i fiumi; i luoghi ricchi, i poveri; le vie del commercio, degli schiavi. Era giovane e vecchio, scelse il paradiso, scelse una terra bagnata dal mare e protetta dalla montagna.
Secoli dopo fu chiamata Etruria. Questa terra l’accolse come il primo, e lui ringraziò a suo modo, dando luce; d'altronde non sapeva fare altro. Potere senza limite. Tutte le cellule, le molecole, organiche ed inorganiche di questa terra brillarono da quel momento di una luce intensissima, accecante, penetrante, esplodente, intelligente, fulminante, ma invisibile: l'essere vero non è. La luce, il concetto, la sintesi sono, ma proprio per questo non sono: non sono per tutti. Se ami, sei. Se ami capisci e sei. Se ami vedi la luce e sei sintesi.
Se ami sei Genius. Se ami hai Genius. Genius è amore. Se vieni in Toscana, lo senti, lo capisci. Dovunque. In tutto. Con tutti.
Il primo dio, dio di tutti gli dei, si guardò intorno e considerò gli errori e le deviazioni delle sue cellule. Alcune, nutritesi di troppa superbia, presunzione, egoismo ed invidia, avevano dato origine a vere e proprie religioni, annunciando ai più semplici l’autorità e l’esclusività quasi la rigorosità del loro particolare dio. Predicando amore non vero, davano la parola e il pregiudizio. Ma non era la parola di Genius.
Genius si era sempre sforzato di dare, nell’indirizzo, nella tendenza, amore miscelato con libertà: non esiste amore senza libertà, non esiste libertà senza amore. E queste religioni, false, non affermavano l’amore e la libertà, ma predicavano il dio, il culto, il tempio, il sacerdote, sé stesse.
La deviazione intellettiva di alcune cellule era evidente, Ruber Genius lo sentiva, ma non poteva far niente. Perché quelle cellule agivano senza ipocrisia: credevano in quello che dicevano, e, a modo loro, amavano. Senza libertà. Quindi era un amore apparente.
Decise di non intervenire, come sempre. Il male, la deviazione, devono annullarsi da soli o per opera naturale delle cellule buone. Non esiste il male. La negatività è assenza di bene, di amore, di Genius. Se si perde, si dimentica, o non si vede Genius, amore, si dà spazio al suo contrario, che non esiste; il negativo è un vuoto di bene, di Genius.
Esiste un solo spazio, occupato da Ruber Genius.
Ma se non ami, avanza la mancanza di Ruber Genius.
Non esistono 2 mondi, 2 liquidi, il rosso e il nero; ma esiste un mondo e un liquido. Il mondo è l’universalità delle cellule, delle molecole, organiche e inorganiche: è il contenitore; il liquido è Ruber Genius, che può riempire, mancare, scemare.
L’intelletto, il pensiero, riproducono e affermano l’Amore, Ruber Genius all’interno del contenitore. L’ignoranza, la superbia, l’egoismo, bevono Genius in continuazione, per
affrancarsi della loro perfida condizione, ma la sintesi di amore e libertà, Genius, si riproduce in maggior copia.
Genius era là, in quella terra, che si specchiava nelle sue cellule, negli uomini, godendo del risultato; considerando la partenza, la brodaglia gialla maleodorante, si diceva soddisfatto del risultato, in fondo poteva anche andare peggio. Si disse soddisfatto per aver dato all’uomo l’intelligenza ed averla poi corretta con leggere mancanze di essa. Lui, sintesi, aveva pensato che l’intelligenza senza la sua mancanza non poteva sintetizzarsi nell’intelligenza vera.
Dall’accoppiamento particella di luce – particella rossa era nato lui, Ruber Genius.
Poi tra due cellule, maschile e femminile, un’altra cellula, sintesi, a sua volta maschile o femminile. Tutto era nato come unione del più e del meno, del maschio e della femmina, della presenza e dell’assenza, dell’intelligenza e dell’ignoranza, dell’;amore e della mancanza d’amore, della libertà e della sua assenza, della tesi e dell’antitesi, della sintesi. Ripensava all’origine, al nulla, al tutto, guardando un contadino etrusco che potava gli ulivi. Una sfrondatura artistica, un taglio di rami che portava la pianta a rinforzarsi sui rami esterni, a dare aria e luce all’interno della chioma.
Non aveva mai visto un uomo amare e indirizzare così una pianta. Neanche quando era andato in Grecia, ai tempi di Socrate, e sì che là ne aveva fatta di luce! Ma la sintesi greca era al servizio del concetto e delle arti. Ruber Genius meditava sul buio del Medio-Evo, ovvero mancanza di luce, decise per Dante e il Rinascimento per ridare un po’ di chiarore e pensò che era arrivato il momento con Leonardo e Galilei per gettare le basi per la libertà, la libertà vera.
Non a caso pensò a due toscani.
Li ritenne degni portatori della massima intelligenza riscontrabile nelle cellule. Soffiò vento di amore a Vinci e a Pisa; ed erano terre di indipendenza e di libertà. Ne vennero fuori meraviglie. Fece un salto, di pensiero, anche in Inghilterra, e colà la
sintesi fu Newton. Libertà. Germi di libertà vera. Ruber Genius.
Fino allora le botteghe di artigiani rimbombavano di martelli ed incudini; ferro per gli zoccoli dei cavalli e per le ruote di legno dei barrocci, il massimo della libertà dell’uomo. Mantici e forge regnavano sovrani e, negli angoli, Forgenius, uno degli innumerevoli pronipoti mandati da Genius, proteggeva e indirizzava il lavoro dei fabbri e dei maniscalchi. Se c’era un problema vero, irrisolvibile, Forgenius instillava soluzioni nelle menti di quei meccanici, e poi si ritirava in un angolo, contento della vittoria dell’intelletto. Intanto Genius si divertiva con le cellule del lucchese Barsanti, ed il più era fatto. Amore e libertà. Il motore. Le cellule ricominciarono ad agitarsi velocemente come ai tempi del brodo giallastro. Francesi, inglesi, tedeschi, italiani, americani, cecoslovacchi, giapponesi … anche kiwi, intuirono il seme di amore e libertà.
E nacque la motocicletta.
Il dio pensava alla Toscana come alla sede adatta per un albergo per gli dèi. Non più nell’Olimpo, ma in terra tra le dolci colline toscane ombreggiate da vigne, punteggiate da cipressi, puffeggiate da argentei olivi.
La sua dea preferita era Ruotea e se la incorporò; ebbe tre figli: Gritteo, dio dei boschi e degli sterrati; Agodeo, nume della velocità e Rusteo dio delle moto vecchie in genere. La prima settimana di Giugno tutta la famiglia si spostava, al Mountain Circuit dell’isola di Man, dove prendeva dimora nei boschi. Gli dèi locali, affiliati, li colmavano di tutte le attenzioni; in maniera particolare Ruotea era ghiottissima di code di gatto: mangiava l’interno a spezzatino e l’esterno, conciato, l’adoprava per splendide pellicce che vendeva per comprare olio sintetico per i figli.
Genius era felice, finalmente. Tornando dall’isola, una volta, cambiarono percorso e si fermarono ad una lago biforcuto. Alloggiarono, non visti, al ‘Mandello’s’ ed erano il ritratto vero della perfetta famiglia mitologica, pardon, motologica. Ma Genius, quella notte, forse per il troppo Prosecco… non dormì, ebbe degli incubi, degli strani e lontani ricordi. Uscì dall’albergo, conobbe una donna di difficili costumi, Lariea. In lei rivide una lucciola ed una particella rossa. Capì. Quella notte nacque la Guzzi, che era già presente come particella rossa nella brodaglia del lago famoso. Come dire la più vecchia casa motociclistica del mondo: la storia di Parodi, Guzzi e Ravelli fu la scusa storica. Il giorno dopo ripartirono, passarono da Maranello – anche lì particelle rosse – dove si fermarono in una trattoria: assaggiarono uno strano ma divino arrosto di cavallino giallo. Molto saporito. E infine la sera cenarono a Bologna; anche lì una particella rossa attrasse Genius, che si concesse una scappatina con Desmea, una giovane dea locale: nacquero Taglienius e Bordenius, due gemelli tremendi sempre a corsa, sempre primi. Abitano le officine moderne, risolvono i problemi che furono dei fabbri e dei maniscalchi. La mattina dopo, finalmente, ritornarono in Toscana, dove non ci sono industrie di moto ma sono presenti i geni di tutte le cellule organiche e inorganiche delle moto e dei loro piloti, tutti vivi, anche quelli scomparsi. Sembrano scomparsi ma, in effetti, la loro è una mancanza di presenza. Se vogliamo bene, urla in silenzio Genius, anche gli eroi scomparsi ricompariranno; è questione di intensità di amore e libertà, di liberazione dai nostri pregiudizi, da tutto.
Ritornati tra le dolci colline, le vigne, i cipressi e gli olivi, ricominciarono le loro eterne discussioni motologiche; Rusteo dissertava sulla supremazia concettuale e funzionale del magnete; Gritteo era convinto assertore della bontà del Femsatronic e del Sem; Agodeo era innamorato degli spinterogeni marini; Ruotea era indaffarata a selezionare Akront, Borrani, Did, Nordisk e Takasago per i figli e nipoti e così Genius, zitto zitto, si concesse una scappatella con una giovane dea fiorentina, procace e leggera, una tale Betea, dalla quale ebbe due figli, Motea e Realgenius.
Motea dette il nuovo indirizzo delle enduro: 3 tempi, ovvero il meglio del 4 e del 2, 60 Kg, 60 cv.
Realgenius si stabilì negli uffici tecnici Ducati a Bologna, dove si adoprò finché non realizzarono una 720 cc 12 cilindri a V di 72°, 72 valvole desmo, 144 cv, 144 Kg.
Rusteo se ne disinteressò; Gritteo non la guardò; Motea neanche la considerò; Agodeo realvirtualmente se ne innamorò e se ne impossessò; a Realgenius che era il più piccino, non ne rimase neanche un pezzettino.
Ruber Genius guardava e meditava, sentiva, proteggeva, indirizzava e dentro di sé era contento. Scelse per sé un Falcone Sport ma col motore del bialbero 500 di Mandolini; gli altri, che si arrangiassero…
P.S.
Si arrangiarono così: Realgenius rimediò una moto costruita in cooperativa in Giappone, la conoscete, una Kayamonduki. Gritteo si fece un’Husaberg 6 tempi, ufficiale; corse fino a 120 anni, poi sentì un dolorino ad un dito e smise. Agodeo s’impossessò della Desmo 72 valvole 12 cilindri a V di 72° con la quale vinse altri 15 titoli mondiali. Rusteo ebbe da un museo inglese, in leasing, una Norton International. Ruotea, immersa nei cerchi, nipples e raggi, faceva la manutenzione per tutti…

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

LA LEGGE DELLE FORRE

La direzione della Riserva di caccia Le Prunaie non dava pace.
I conti erano lì a testimoniare che le spese erano maggiori delle riprese.
D’altronde con solo quattro zone di caccia non c’era possibilità di incrementare gli introiti dati dai fagiani, unici animali che dovevano mantenere stipendi e contributi dei Guardia, del Ragioniere, degli operai e del Direttore. Poi c’erano numerose altre emorragie, tra cui l’acquisto dei mangimi e dei fertilizzanti, le spese di manutenzione per le due Campagnole e per il vecchio Landini a testa calda che si dimostrava, meno male, in possesso del doppio delle vite dei gatti. Alle lepri in riserva non sparava nessuno perché costavano troppo care, e oltre a queste e ai fagiani non c’era altra selvaggina cacciabile con profitto economico.
La Riserva delle Prunaie sembrava, ed era, sulla via dell’estinzione.
Il Ragioniere Nat O’Neill stressava le sue meningi, non sapeva come risolvere il problema, stava pranzando con peperoni ripieni fatti dall’Ada, cuoca sopraffina, senza sentirne il sapore, con in mente solo la brutta telefonata ricevuta poco prima dal padrone, che minacciava di chiudere. Gli squilli del telefono erano sembrati martellate, dritti dritti nell’encefalo.
Riserva di speculazione: ovvero azienda che dovrebbe guadagnare…mentre invece si era lontani anche dal fare pari.
Nat O’Neill era nato in England da madre italiana e papà gallese. Un incidente d’auto s’era portato via il padre ed era tornato con la madre dai nonni, in Italia, trovando impiego fisso nella Riserva, dopo che per due anni si era arrangiato con lavori precari. Aveva 20 anni e gli erano sufficienti i soldi per la caccia e la benzina per la vecchia FIAT 500 familiare bicolore, gialla e ruggine.
Ma ora brutti pensieri agitavano la sua persona. Troppo aveva faticato a rimediare quel lavoro piacevole, un posto che gli consentiva non solo di vivere la giornata dentro alla sua passione, ma anche di essere pagato.
Con una pila spenta in mano s’incamminò per lo stradello che passava accanto alla Casa di Caccia. Il fioco lume di luna proiettava l’ombra longilinea, lo aiutava a mettere i passi ma non a risolvere i suoi problemi. Le stelle parevano seminate fittissime, era settembre, dal mare lontano giungeva un profumo abboccato, dal bosco l’amaro degli allori, il fresco della menta, il pungente aroma della ragia dei pini; all’orizzonte s’intravedeva il chiarore giallastro della civiltà delle strade.
Nat si fermò, non aveva preso il cappello di feltro che sempre lo accompagnava, sedette su un tondo sasso rialzato messo lì dal Genio dei Boschi, per qualcuno che volesse riposarsi.
Stava per accendere una Nazionale, ci ripensò, si mise eretto sul macigno, tirò fuori il grimaldello per pisciare in santa pace. All’improvviso avvertì un odore brusco, forte: una leggerissima brezza gli stava regalando il forte odore, la presenza di un selvatico.
Silenzioso come l’ombra di un campanile, dal bosco di lecci e pini calò nello stradello un cinghiale, solo. Nat aveva l’aria in faccia e la bestia non lo avventò. Osservò il pelo strinato del maialaccio mentre rufolava intorno alle saporose radici di un pan di serpe. La bestia voltò il muso al cielo a indagare l’arcano scenario delle costellazioni, forse a invocare il dio dei cinghiali, mentre una debole lama di luce concesse a Nat di vedere la parte destra del testone peloso, l’occhio bianco di cecità, il rostro diritto assassino e l’orecchio quasi mancante, diviso in due piccoli moncherini. Battaglie tra maschi infoiati, storie di palle asciutte di fucile, girovaghe e impotenti, chissà?
Una situazione bizzarra. Nat stava immobile come una statua, strizzando il Cincero.
Il cinghiale girottolava silenziosissimo tra stradello e bosco, grifolava lombrichi, scansando, non si sa come, la quantità di ramoscelli secchi sparsi per terra.
Ma il rubinetto era aperto e non ci fu modo per il giovane di chiuderlo, impossibile. La liberazione del fiotto urinario coincise con l’alzata di muso della bestia infastidita che si rese conto di aver interpretato per un albero l’odiato essere che fa bum.
Si dileguò senza rumore, per niente incazzato e neanche tanto di fretta. Nat avvertì un’accelerazione dei battiti del cuore, ringraziando il destino di avergli trovato quel posto di lavoro.
La mattina dopo tornò al masso, vide che il cinghiale era stato più vicino di quel che avesse creduto: in terra la macchia umida aveva fotografato un impronta, chiara e leggibile, di un grosso zoccolo spuntato a destra.
Quell’incontro lo indusse a pensare ai cinghiali in modo diverso. Fino allora erano stati solo nemici, guerriglieri che saccheggiavano il lungo campo di granturco quando le pannocchie erano acerbe e lattiginose, bestiacce che l’avevano costretto a recingere tutta la pianura. Il fil di ferro non li spaventava; i tre pali di ferro a T che reggevano il filo spinato, per proteggere le mangiatoie col batacchio per i fagiani, venivano avvolti come fossero stati di latta.
A Nat venne un’idea.
Telefonò alla proprietà, che dette via libera al progetto: tutte le sere appostava i cinghiali col suo vecchio fucile Breda semiautomatico a mollone con canna corta di 52, tagliata sotto a una sgonfiatura. Il primo cinghialotto che si sentì arrivare addosso una scarica di pallettoni, fu macellato, ridotto in pezzi di tre chili e venduto il giorno dopo ai cacciatori che erano venuti per i fagiani.
Insieme ai due Guardia organizzò una caccia notturna ai cinghiali, al balzello, per salvare la Riserva e i posti di lavoro.
Ci prese gusto.
Li appastavano con frutta e pannocchie acerbe. Bagnavano le piazzole d’appostamento, le tonde carbonaie, perché lombrichi e insetti proliferassero. Per fucili disponevano di un logoro moschettoCarcano 91 e di una ancor più datata e falsa doppietta belga a cani esterni: Barrard, naturalmente; oltre al suo Breda, che per la verità sputava cilindri di piombo senza incepparsi mai.
Ordinò dei frigo congelatori, li pienavano e li vuotavano, sempre con blocchi di carne da tre chili. I conti sembravano assumere lineamenti più floridi e il padrone era anche venuto a congratularsi, sussurrando un fantomatico aumento di stipendio. Ora il problema era rappresentato dalla carne del suide setoluto: molto più la richiesta della disponibilità. D’altronde i fucili cantavano solo nelle notti di luna piena. Le palle del moschetto Carcano 91 non servivano quasi a niente, ma i cinghiali feriti vanno all’acqua e il giorno dopo bastava andare con la Fiat Campagnola col rimorchio allaFonte del Bigio per recuperare i morti.
Nat era addossato a un leccio con il Guardia Adelindo alla sua destra. Una zanzara ostinata lo costringeva a improvvisi gesti di mano. La luna era come piena ma lasciava intravedere la carbonaia solo a tratti. Mandrie di nuvolacci accendevano e oscuravano la scena. Correvano veloci verso ovest, sospinte da un vento non comune, un mezzo Grecale, famoso per l’influenza nefasta che opera sulle cartucce. Lui non s’imbrogliava e adoprava solo Rottweil originali con bossoli innescati
Sinoxid e palle Brenneke: in un mese ne aveva sdraiati dieci.
Aveva smesso con i pallettoni, dopo averne sentito il fischio multiplo di rimbalzo, poco simpatico. Non gli piaceva particolarmente quella specie di caccia, prediligeva gli uccelli, ma aveva giustificazioni e motivi sufficienti per farla.
Ripensò al cinghiale che s’era presentato da solo nel momento della minzione. Sorrise al ricordo e si tirò su il bavero della giacca di pilòr fino ai capelli neri; s’avvicinava ottobre, l’ottobre dei tordi e dei colombacci, dei filunguelli e delle lodole. Più che vedere intuì un movimento in un cespuglio di mortella. S’imbracciò, pronto a sparare, dette un’occhiata al Guardia Adelindo, anch’egli molto insospettito.
In cielo una nuvola lunga e scura spense la luce, non si vedeva più nemmeno la piazzola, abbassò la canna. Tre ore di fresco e decisero di rientrare. Il giorno dopo sarebbero state presenti diverse squadre di cacciatori di fagiani e tutti avrebbero chiesto la carne di cinghiale da riportare a casa.
E non ce n’era.
Per la strada del ritorno convennero che bisognava darsi alla caccia con i lacci.
Il laccio non ha pietà per nessuno, mettendolo alto si scansano i piccoli, ma alla mattina è d’obbligo disinnescarlo, pena il trovarci qualche cane famoso di cliente super affezionato. Quindi si dotarono di grossi fili d’acciaio e morsetti da motocicletta e prima di cena si diressero a tendere in una carbonaia diventata un self-service non proprio ospitale per i suidi; la luce stava affievolendosi e il silenzio del bosco vicino era totale, solo una cicala nostalgica del luglio e infreddolita gregrava lontana. Legato con i morsetti a due quercioli distanti un metro, il laccio presentava il tondo inferiore a 30 centimetri da terra; mentre Adelindo avvitava i dadi del morsetto, Nat rastrellava davanti e dietro, dappertutto ove ci fosse terra. Poi passò il dorso del rastrello e fece pari, ben spianato: chiunque fosse passato di lì avrebbe lasciato l’impronta pedatoria, pensò, mentre tornavano alla Casa di Caccia, ragionando dell’Anguilla alla Livornese preparata dall’Ada, cuoca sopraffina.
A brùzzico andarono a ispezionare: niente. Disattivarono il laccio legando la parte inferiore alla superiore, mentre leggevano in terra. Grande rimescolìo d’impronte, da quelle minutissime dei cuccioli di cinghiale striati da un chilo, a quelle delle scrofe e dei mezzani, di un tasso e due istrici. In più, vicinissimo al laccio, l’unghia spezzata dell’Orbo, soprannome datogli da Nat. Ne parlarono e il Guardia Adelindo disse che non c’era comunione tra le impronte, secondo lui il vecchio solengo c’era arrivato per primo e da solo.
Anche l’altro Guardia Argìa era della stessa opinione, l’anziano cinghiale corre isolato, osservò, niente comunella con i maschi giovani e il resto del branco.
Nat si convinse che l’Orbo era ormai un retired.
Furono costretti ad una caccerella improvvisata: alcuni cinghiali erano entrati nel granturco dopo avere sfondato la recinzione in più punti. Furono stimati in una dozzina di taglia buona, più numerosi piccoli; alle poste stavano diversi cacciatori del paese, ghiotti dell’occasione non comune di cacciare in Riserva senza pagare.
Nat, Adelindo e Argìa stavano su di un piccolo promontorio a osservare la battuta di pianura. Videro i cani entrare nel lungo campo e schizzare fuori un solo grosso cinghiale che si dette a una corsa pazza, inseguito dalla canizza. Ma alcuni cani rallentarono, ristettero, altri tornarono nel granturco, anche il cinghiale ridusse l’andatura. Adelindo osservò che la muta aveva avvertito il branco, rimasto nel granturco. Abbaiavano, giravano in tondo senza risolversi, non decidevano l’obbiettivo. Quand’ecco, anche il grosso cinghiale tornò indietro, operò una specie di largo girotondo intorno ai segugi e gli si fermò vicino, in aria di sfida. Una provocazione che spinse il sangue agli occhi dei cani che si dettero ad inseguirlo di nuovo, gli s’aizzarono, scagnando l’incazzatura che li dominava. Arrivato a cento metri dalle poste il cinghiale deviò ad angolo retto e percorse tutto il fronte dei cacciatori, beccandosi quattro o cinque inutili fucilate lontane. Si vedeva chiaro che lui era più forte e veloce: quella macchia nera si faceva quasi riprendere, poi accelerava senza che i cani avessero la benché minima possibilità di ingaggiarlo.
Argìa allertò Nat e Adelindo: il branco dei cinghiali stava uscendo dal granturco, lontano dai cani, lontano dalle poste; in tutto quel casino di animali e uomini l’unico a dimostrare intelligenza tattica era stato il solengo, l’Orbo che aveva beffato tutti, salvando il branco e se stesso.
Intanto ai lacci non ne rimanevano e la macellazione continuava solo con i fucili e le palle Brenneke e Stedenbach, ma anche grazie alle numerose cartucce Rajon, Lethal e Segatori trovate in un cassetto, avanzi di chissà quali caccerelle di chissà quale secolo.
C’era un altro uomo in giro per la Riserva delle Prunaie, in ore buie: il vecchio delle Tane di Tufo. Un uomo che in pochi avevano visto fuori dall’orto della sua capanna, un uomo in età avanzata che viveva da solo alle Tane di Tufo, in un metato senza energia elettrica, fuori e ai limiti della Riserva. Nel suo dolce vagabondare Nat s’incontrò faccia a faccia all’improvviso con lui e fu incuriosito dagli occhi scuri e intelligenti di Jacopo, così si chiamava il vecchio, che rispose al saluto di circostanza, stranamente. Erano vicini alla sua abitazione in pietra quando si trovarono per caso e l’uomo, vestiti logori ma puliti e barba fatta, lo invitò a entrare.
La casetta era composta da due stanze basse, focolare in un angolo, con due buche per far da mangiare murate sotto la cappa, a mo’ di fornelli. Acquaio in pietra, ma senza acqua corrente, a servizio secchio, catinella e portasapone in ferro smaltato bianco e blu. Muri neri, odore leggero e persistente di cenere e fumo che aveva intriso pietre e legni della misera stanza.
Una sola seggiola, fatta in un tronco di castagno.
Jacopo offrì del liquido chiaro come l’acqua e Nat rimase conquistato da quell’uomo gentile e rustico che gli aveva offerto un troppolo di legno con una tavola per spalliera per sedersi e un bicchiere di latta con una ottima acquavite: Nat s’incuriosì di quel luogo inzuppato di mistico romitaggio. Il puzzo del caprone dentro lo steccato, separato dalle poche capre pillaccherose, superava perfino quello del maiale zozzo e magro. Se ne andò promettendo di tornare, interessato a conoscere l’ultimo degli anacoreti, che lo stava salutando con simpatia, con la mano all’aria. Le visite ricorrenti e ben accette avevano aperto al dialogo il vecchio. Disponeva di un fucile ad avancarica che non adoprava, viveva di caccia e pastorizia: mise al corrente il ragazzo delle più affascinanti tecniche studiate dall’uomo per cacciare, primo fra tutte il laccio, inferiore solo alla rete, rimarcò Jacopo, così si chiamava, ve l’ho detto. E mostrò, non per vantarsi, un bel mazzo di tordi e merli, insidiati di mattina nell’oliveta con il laccio di crine di cavallo maschio; il crine delle cavalle femmine, disse il vecchio, si rompe perché si pisciano nella coda; fecero colazione con salsicce di maiale misto a cinghiale, con pane raffermo, vino aspro come una limonata, orzo decantato nel pentolino.
Nei giorni insegnò a Nat come tendere con la pania, trappole e cestole, tagliole e arconi, ma soprattutto con i lacci. Aggiunse di averne visto uno messo da uomini stupidi, che mai e poi mai avrebbero acchiappato qualcosa: i cinghiali a contatto del laccio avvertivano l’odore dell’uomo, di sicuro, la natura dei cinghiali non è cogliona.
Nat, in ascolto silenzioso e innamorato, imparò a mettere in bagno di acqua e alloro gli scarponi, il filo di ferro, i guanti, i vestiti, prima di apprestare il laccio e addentrarsi nella forra. Per lui l’anziano cacciatore era come un’enciclopedia, un maestro dai movimenti misurati ma dai riflessi velocissimi. Il vecchio mostrava un fisico asciutto ancora integro, capelli ostinatamente scuri e carnagione olivastra. Il naso adunco lo rendeva simile a chissà quale turco che aveva corso quelle terre, nei secoli andati; senz’altro vedeva nel ragazzo uno Jacopo giovane, desideroso di imparare a cacciare. Dalle parche parole messe a disposizione, Nat aveva capito che cacciare, per Jacopo, era come vivere. In lui non vi era distinzione moraleggiante e ottusa tra il bene e il male, non concepiva cacciare con permesso o senza, in zona lecita o meno. Stilava da sé il proprio calendario venatorio e uccideva solo ciò che gli occorresse per mangiare. Non cacciava per soldi e non vendeva le prede catturate. Poteva barattare col macellaio del paese una lepre per una nidiata di pulcini, col droghiere un fagiano per zucchero e orzo, un coscio di cinghiale per spaghetti e conserve. Raccontò di un solengo capobranco cieco da un occhio, padrone della Riserva, un cinghiale senza un orecchio, con un unghiello spezzato e un rostro diritto assassino: l’Orbo conosciuto da Nat.
Affermò di essere sicuro, lui che non dava niente per certo, che la comunità dei cinghiali gli desse retta anche da quando si era allontanato e come il vecchio solengo avesse salvato la vita innumerevoli volte alle scrofe che non montava più, ai cuccioli e ai maschiettacci collerici, arroganti e avventati, sempre con il grimaldello sguainato.
Nelle visite continue e nelle loro sagge discussioni, caratteristiche per i silenzi più che per il parlare, si andava delineando e affermando una specie di legge superiore, intuita da un uomo giusto, che non voleva affermare individualismo, contestare la società degli uomini urbanizzati o sostituirsi all’autorità.
Una legge assoluta, interpretata da un uomo, ma ispirata e sedimentata dalla natura, che proibiva la caccia senza scopo e l’accumulo privo di ragione, la cattura del pettirosso, ballerine, codibugnoli e simili, dei cuccioli e dei selvatici in odore d’amore. Una legge figlia di nessuno, nata da sé sotto le foglie delle felci, nei cespugli di stipa, tra il terriccio acido nel cavo umido dei castagni, nelle forre più scure e profonde della Riserva delle Prunaie.
Là dove soli transumano gli irsuti padroni del bosco e dove viene dato un valore minimo alle molte parole leggere adoprate dagli uomini e massimo a quelle poche di pietra che reggono il divenire della natura .
Là dove un cacciatore si afferma perché uomo ricco di cultura anche se ignorante, pur potendo sembrare un bracconiere a qualche superficiale sprovveduto, del quale non ci importa assolutamente niente e che non vorremmo mai guardasse questa fotografia fatta in un angolo di terra senese, tra le colline di Casole d’Elsa e Riparbella, un giorno d’ottobre, di anni fa.

Antonelli dottor Franco
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AGORAZEIN

Tranquilli, non è un ordine in lingua tedesca, né un nuovo modo di offendere, tanto meno una sconosciuta e affascinante modella bielorussa appena arrivata, calma perdinci, un attimo e mi spiego.
“ Mi scusi…sa, sono un vagabondo, anche lei?”
Questa è la semplice e rivoluzionaria domanda-considerazione ricevuta, che mi porta oggi a rivolgerla anche a voi. Stavo aspettando mia moglie in piazza Garibaldi, a Pistoia; osservavo giovani e meno giovani passeggiare. Ribattezzata dagli extracomunitari Piazza Cavallo per l’imponente monumento equestre: non conoscono le gesta dell’Eroe dei due mondi, ma evidentemente il gigantesco cavallo di bronzo eccita le loro fantasie.
Mi si avvicina un giovane sui trent’anni, ben vestito, pulito, ordinato. Al guinzaglio un cagnetto bastardo, bellissimo pur non essendo bello, l’amico sincero col quale camminava. Mi rivolge quella eccentrica domanda di cui sopra, quella sulla vagabondità.
Dirvi che mi ha sorpreso è poco. Piacevolmente però. In un attimo mi torna alla mente un cliente che si invitò a una cacciata alle lodole a Pitigliano e a mezzogiorno voleva andare al ristorante mentre io e il mio amico vero si addentava pane e cacio, mani zozze, guardando per aria.
Mi sciupò la giornata, ma da allora difendo con unghie e denti la mia domenica, vaglio gli amici e distinguo tra quelli veri e quelli apparenti.
Agoràzein è un verbo greco e vale “andare verso la piazza,”e io aggiungo,“ con amici ed amiche filosofeggiando”.
Infatti, in quella lingua il sostantivo agorà traduce piazza e il verbo che ne deriva indica un tipico vezzo greco, ovvero l’andare verso il centro della città con gli amici, parlando di problemi importanti e meno, comprare qualcosa, coltivare amicizia, magari succhiando qualche bevanda a base di vino e miele, o mangiando un po’ di pesce fritto. L’avranno preferito i greci il pesce fritto? Comunque quella gente s’incamminava piano piano verso l’agorà, una sana abitudine, per discutere argomenti importanti, politici, militari, artistici, che attenevano alle basi di comunione di quegli uomini, temi umanistici, comportamentali, quindi filosofici, ma avranno parlato anche di concubine ed eunuchi, che ne pensate?
Resta chiaro che qualcun altro doveva lavorare per loro; confrontarsi e spettegolare, certo, ma a pancia piena, qualcun altro gliela riempiva, e sudando bestemmiava.
Ciò che voglio dire è che anche oggi esiste questo costume. Passeggiare per le vie del centro città appare dunque una pratica antica quanto l’uomo civile. Oggi forse in modo più futile, con occhiate alle vetrine per uno shopping annoiato, con una pizzetta in mano o un gelato, ma il gesto tecnico rimane il medesimo: camminare senza scopo apparente in compagnia di amici e amiche parlando di Berlusconi e D’Alema, Juve e Inter, al contempo occhieggiando la targa di qualche bella cincera
che passa di lì, forse, ma non necessariamente, per sbaglio. E’ un vagabondare dolce, lento, si fa sfoggio di un capo firmato, non ci sono più tuniche bianche, si parla bene di Baggio, male del Trap, si critica il governo e l’opposizione, ci si domanda come mai i capi comandino senza saper capeggiare, come mai non riescano a risolvere i problemi, quando sarebbe così semplice… Poi si torna indietro, incontrandosi con chi va in senso opposto, l’unico problema essendo quello di fare l’ora di cena e salutarsi per la sera dopo, in mente nulla, stessa scena, stessi ingredienti. A me capita di mettere in opera l’agoràzein a caccia. Forse anche a voi, pensateci, è un’usanza che attiene anche alla caccia. Infatti ci sono dei giorni in cui non si trova nulla, non passa niente, non si vede penna all’orizzonte, e scema l’azione, la voglia di incarnierare, quella nostra voglia di insidiare, cacciare. Se siamo con amici e abbiamo in mente di tornare a casa per il pranzo, accade verso le undici, quando abbandoniamo la parata al passo, o abbiamo perlustrato un boschetto dove prevedevamo di trovare un fagiano che si è sotterrato come una serpe in letargo. Anche questo è un morbido vagabondare, tornare alla macchina, cani che ci anticipano per lo
stradello. Anche loro sanno che la caccia è finita, girano vicini, non più con l’avidità mostrata quando si caccia davvero. E’ un momento assai gradevole, gli argomenti sono disparati, non necessariamente venatori. Non importa che sia stato fatto carniere, oddio non esageriamo, si può essere più o meno contenti, ci mancherebbe, voglio dire però che io provo anche piacere nello stare insieme a qualcuno che mi restituisce l’offerta di amicizia. Molto semplice, non vado a caccia con chi mi rompe i coglioni, non rischio di farmi sciupare né la cacciata, tanto meno l’agoràzein tra i boschi, capito quello che voglio dire?
Essendo per noi importante quella specie di momento della settimana, proprio perché ci riporta a un tipo di vita vera, sana e tranquilla, perché dovremmo farcelo contaminare dall’ultimo arrivato? I cacciatori sono uomini e, come tali, diversi l’uno dall’altro. Chi la vuole bionda, chi bruna e se io la preferissi rossa? Di domeniche ce n’è una sola per settimana, per sei giorni posso sopportare e fare il santo, si fa per dire, ma permettetemi di interpretare il re di me stesso, fatemi illudere per lo
meno di domenica.
Non è facile effettuare l’agoràzein, anche se lo potrebbe sembrare. Ve l’ho detto che è un girovagare ozioso e senza mèta, ma non crediate che sia una cosa semplice. Camminare col fucile alla spalla, sapendo che non si sparerà, soli o in buona compagnia, in osservazione padrona del nostro creato, ci rimette in pace con noi e gli altri, quelli del lunedì. Andremo in crisi fino al giovedì, ma già al venerdì saremo in grado di pensare con piacere al fine settimana: il Sabato del Cacciatore, poesia sociale scritta dal popolo venatorio. Toglieremo le cartucce dal fucile per riportarle a casa e poi di nuovo in macchina per tornare a caccia: quanti chilometri fanno le nostre munizioni…
Oziare può sembrare semplice, ma non lo è, come tutte le azioni dove recita la specie umana. Il dolce far niente può diventare amaro e odioso, con le persone non dedicate, non giuste. Come vi sareste comportati al mio posto in Piazza Cavallo?
Io ho risposto di sì a quella bizzarra domanda, pensando che forse sarebbe stato piacevole l’agoràzein con questo strano uomo con canettaccio di mille sangui, forse anche cacciare.
Andò via contento.

Antonelli dottor Franco
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E-mail address: antonelli@gmx.net

LUNGA LA VITA DEL CACCIATORE MORENO.
Erano anni che gli sbavavo sulle scarpe perché mi portasse a caccia con sé.
Glielo avevo fatto capire, anche se mai chiesto in modo diretto; gli avevo parlato con discrezione perché lui, il grande Moreno, non sembrava entusiasta, non pareva manifestare nessuna gioia nel ‘fare a mezzo’ del suo paradiso, delle sensazioni, dei pensieri particolari che solo la caccia al suo capanno gli suscitavano.
E una volta accondiscese, non so neppure io come mai, ospitandomi alla sua reggia fatta di frasche; forse mi avrà reputato degno di conoscere il posto, anche se non gli era passato neppure per l’andito della mente di raccontare avvenimenti solo suoi, roba chiusa a chiave con dieci mandate. Ero passato da lui per farmi dare una manciata di tignole; avevo comprato un tordo per richiamo e volevo appastarlo secondo le regole, sapevo che lui le aveva e che me le avrebbe date volentieri, le tignole.
Non è alto Moreno, neanche basso, ma ha due spalle e una complessione tale che ci si farebbero due uomini normali. Lo andai a trovare prima di cena, stava facendo l’erba ai conigli, vicino casa, un falcetto in mano; i lunghi capelli bianchi anarchici all’aria lo facevano somigliare a un direttore dorchestra; non ho mai saputo quanti anni avesse, di sicuro non meno del Vincio, che scorre lento tra gli argini di Pontelungo.
Brontolando tra me lo faccio partecipe del mio ultimo cruccio:
‘Domani è sabato. Sandro, il postino mio amico, avrebbe dovuto ‘prendere ferie’, ma la direttrice lo ha bloccato, altri portalettere sono in malattia e ora il postino è a casa che borbotta, ma non c’è niente da fare, in Maremma s’andrà domenica: domani sono solo, non so proprio dove andare.
O Moreno… datemi un’idea, gli uccelli migratori si sono mossi, indovinerò ad andare a Montirici, o sarà meglio un po’ più alti, verso il Termine dell’Orsigna o la Badia a Taona?’
‘Cosa vuoi che ti dica? Non saprei… io conosco solo il mio capanno a Ponte alla Venturina, è una vita che vado lì… o perché non vieni con me, se domattina sei solo?’
Una bòtta di felicità scoppia nel serbatoio dei miei sentimenti, credo di essere diventato rosso, mentre sento la gola strozzarsi; mi rendo conto d’essere incapace di rispondere per la forte emozione che s’impadronisce di me; forse in faccia ho un muto sogghigno di soddisfazione, spero che Moreno non se ne accorga.
L’unico uomo che stimo per l’immensa e variata conoscenza di caccia, per la cultura contadina, il solo cacciatore che invidio per i carnieri di acquatici e beccacce, lodole e tordi che ha rimediato; lui, l’uomo che ho spesso divinizzato… mi ha finalmente invitato a caccia nel suo capanno d’ottobre! Nessuno era mai riuscito in questo; a Pistoia Moreno non praticava il bar delle chiacchiere, né l’armeria delle bugìe e non gli fregava niente del mondo: era un vero anacoreta, parola non comune che indica l’uomo eremita, il lupo solitario, quello che sta bene solo, senza alcuna turba psicologica, innamorato di se stesso e un po’ sfiduciato nei confronti del consesso umano.
Trascorsi il pomeriggio a pensare alla gradita novità, non sapendo se portare il fucile, e quale, non s’era parlato di nulla, se non dell’ora dell’appuntamento. Mi aveva detto che da giorni trasportava tordi e merli in gabbia nel Kangoo Renault, debitamente coperti, quando si recava in mesticheria o da altre parti, per abituare gli uccelli ai rumori del motore e della marmitta, allo sballonzolìo delle sospensioni, al cigolìo delle lamiere.
Ed io avevo ripensato a quante volte avevo assistito alla scena muta dei nostri uccelli, messi davanti alle nostre parate a Seggiano, sull’Amiata: poveri uccelli, violentati da tre ore di viaggio in automobile! E poi si voleva anche che cantassero…
Cittadini, impiegati, figli delle puzzolenti città… ecco ciò che eravamo, mai e poi mai saremmo potuti diventare dei cacciatori come i contadini, indiani nati, padroni del territorio e degli animali che lo vivono, osservatori naturali e competenti dei fatti segreti della natura fino dalla loro nascita. Mio padre, arrabbiatissimo quando andavo a caccia con altri, mise da parte i suoi sentimenti di gelosia: mi prestò la doppietta calibro 20, un Piccione Beretta, un gioiellino modello 410 e cinquanta cartucce originali della Montecatini, celesti, a marca Sidna, perché non facessi brutte figure. Ero pronto, e la notte non dormii: sono fortunato, mi basta poco per sognare.
All’appuntamento fui preciso e Lui mi avvertì di stare zitto in macchina. I tordi e i merli in gabbia sarebbero stati in ascolto e la mia sconosciuta voce avrebbe potuto turbarli, la sua… scherziamo? La notte aveva portato il rimbrottìo di lontane tempeste incazzate, ma la mattina si stava presentando buona per la caccia, con un leggero venticello di Grecale ben augurante.
Il fresco dell’ottobre pizzicava la pelle del viso, arrivammo che la luna quasi piena si affacciava a tratti a illuminare il bosco di castagni. Le alte e chiare nuvole oscuravano e rinfocolavano il pianeta, muovendosi a lenta velocità rispetto a quelle veloci, basse e scure sopra noi; il profumo pulito della notte ci avvolse mentre ci preparavamo: Moreno indossò la portantina di legno fatta a zaino con le otto gabbie debitamente legate e coperte, un tordo zirlò, libero, e uno di gabbia rispose volentieri.
Via alle danze!
Presi io i fucili e le due cartucciere, la borraccia del vino, quella di sola acqua per gli uccelli, il sacchetto con le colazioni e la borsa delle cartucce. Non sapevo per quanto si dovesse camminare e cercavo di non sfigurare di fronte alla grande esperienza di quell’uomo, così misi i fucili e le borracce ad armacollo e mi disposi per una camminata, anche lunga.
Invece, fatti cinquanta metri, giungemmo in uno spiazzo che il riverbero delle stelle e della luna disegnò come l’osteria-locanda perfetta per la sosta degli uccelli migratori. Un sorbo svettava tra cespugli che poi si rivelarono mortelle e biancospini, giuggioli e sambuco, prugnoli e corbezzoli. Un po’ più avanti erano stati tagliati per legna da costruzione dei giovani castagni e i bronconi erano rinati, formando palaie, dei larghi cespugli che parevano delle palle rispetto agli alti alberi lasciati intatti per rigore di legge.
Era possibile immaginare l’origine della luce, la direzione da cui sarebbe arrivato il Carro del Sole. Moreno svelto svelto attaccò le gabbie ai chiodi, quale più alta, quale più bassa, una quasi in terra. Tutte dietro tronchi di antiche querce che mostravano buttate, bastoni orizzontali disposti da lui, lunghi rami spogli illuminati da una parvenza di luce, dal contrasto di bosco scuro di foglie e illuminazione spirituale dell’est, dell’Oriente ancora dormiente, ma quasi sveglio.
Un’aura strana, bellissima, odorosa, un momento religioso; mancava una mezz’ora all’ipotesi di una prima fucilata; l’insidia era approntata, noi due, come sacerdoti, officiavamo questa specie di messa, una funzione in diretta regalata alle nostre anime di cacciatori dal Grande Padrone.
Moreno ristette sulla porticina del capanno, era ancora presto e si concesse una sigaretta, offrendo. Io copiavo passo passo ciò che faceva lui e accesi anch’io, gustando il colpo a tradimento che la bòtta della sigaretta Nazionale Semplice regalava ai miei polmoni. Tirò fuori dalla carniera il Thermos col caffè e me ne dette, era caldo e si sposava d’incanto alla sigaretta accesa e allo scenario di scuro paradiso.
Non sapevamo neppure noi cosa si stesse guardando, non c’era niente da mettere a fuoco, ma erano i nostri sensi che vedevano per gli occhi. Naso e orecchi allertati e la pelle stessa sembravano come antenne riceventi di qualche sottile segnale impalpabile, difficilissimo a decifrarsi eppure presente.Il leggero vento frusciava tra le foglie, nel bosco alle spalle un merlo principiò un chioccolìo sommesso, mentre un tordo di gabbia, un tordino allevato a mano che aveva conquistato e preteso il
soprannome di Sinatra, si stava sciogliendo la lingua con delicate e misteriose strisciate, sgretolii di verso, quasi impercettibili.
Moreno guardava verso Est, verso il Casentino, tutto era a posto, era ancora presto e stava immobile, chissà a cosa pensava; anch’io, al suo fianco, godevo di questo panorama virtuale, solo sciupato da un angolo lontanissimo di luci giallastre della pianura.
Io non pensavo ai fatti miei, cercavo d’indovinare le mosse del cacciatore: per ora la sua silhouette era intenta a rappresentare la statua dell’Uomo Degno.
Alfine entrammo nel capanno dalla porticina tinta di marrone e ricamata di ciuffi di quercia. La ristrettezza dell’ambiente tagliato e cucito per essere del solo Moreno, mi mise un po’ a disagio, ma solo per pochi istanti: dallo spioncino si vedeva l’edera che rivestiva tutto il nascondiglio e le buttate stagliarsi nel cielo buio, ma non scuro; un verso schioccolato tenue e lungo ci concentrò su un balcone di destra dove s’era appollaiata improvvisa l’ombra di un uccello: aveva ancora le penne in movimento che era già stato impallinato dal fucile Combinato 20/36 di Moreno che subito mosse in quella direzione un chiodo piegato ad elle, piantato sulla finestrina insieme a molti altri.
L’odore della polvere bruciata aleggiava come unico profumo di morte sacrificale in quel tempio di caccia; l’uomo s’era tirato indietro al momento dello sparo, cosicché il poco rumore rimanesse all’interno del capanno, imbottito di frasche e plastica.
‘Oggi non s’acchiappa niente…’ mi sussurrò nell’orecchio, ed io non capivo, ma stavo zitto, non riuscendo a spiegarmi il senso di quelle parole che avevano interrotto il silenzio religioso durato pochi minuti epperò di sapore eterno.
Come poteva giungere negativa la giornata di caccia, quando un solo attimo dopo l’entrata nel capanno aveva già sparato di buio a un uccello, tordo o merlo che fosse?
Moreno aveva sentito venire meno la spinta del vento traverso e l’affermarsi di quello di mare. Presto principiò a ticchettare la pioggia sulle millanta foglie che prima vibravano e ora immobili, ora dondolanti si facevano lavare e lucidare.
‘Ma gli uccelli in gabbia… non si bagnano’ Gli dissi, sottovoce.
‘No, gli ho messo le copertine impermeabili, sono ben aggettate; se continua piano così, forse qualche tiro si potrà fare, ma se rinforza bisogna staccare le gabbie.’
Cinque minuti e smette di piovere, le speranze rinfocolano, ma inesorabilmente un lento velo di nebbia avanza e si stende su di noi, togliendo visibilità, pur con una mezza luce che stenta ad affermarsi, cercando di schiarire ogni cosa.
‘Te l’avevo detto che oggi sarebbe stata una giornataccia, andrà meglio domani.’
‘Moreno… avete un ben strano modo di pensare, non imprecate contro la mala sorte, sembra che stiate bene anche se la caccia va male.’
‘Che ti devo dire, la caccia… sì sì, la caccia… noi s’è fatto le cose nel miglior modo, s’è preparato tutto per bene, ma quando Caruso non si fa sentire, si potrebbe staccare e tornare a casa, ora lascio un po’ gli uccelli ai loro chiodi perché si devono abituare, sono le prime volte…’
‘Caruso… ma chi è Caruso?’
‘Un merlo, ma non un merlo qualsiasi, è Il Merlo, uno dei migliori che ho avuto nella mia lunga vita di cacciatore e mi dispiace che stamani non ne potrai godere, perché lui fa in versi quando sente i merli di passo che sono in giro, li convince a venire alle buttate, non so cosa gli racconta, ma se ci sono venti compagni in giro, lui li ammàlia, li raduna e uno per uno li porta alle mie fucilate di Sidna. Mi dispiace che domani andrai in Maremma, ma in settimana se verrai con me ti farò sentire Caruso che chioccola e fa in versi al buio, poi non lo dimenticherai per il resto della tua vita, credimi. Che ti piace la caccia al capanno?’
In quel mentre s’udì una strisciata vicina vicina, era giorno e la nebbia confondeva la luce all’alto con lo scuro del sottobosco gocciolante di umidità. Moreno mi tocca la spalla, mostrandomi qualcosa in basso, sotto lo spioncino, in terra: un tordo.
Sta beccuzzando un po’ di becchime caduto dalla gabbia sopra, è bellissimo, se stesse fermo sarebbe indistinguibile dal terreno, dall’ammasso di foglie marce, rametti, erba fresca e secca; ha una livrea importante, picchiettata come il mantello d’ermellino dei principi, non saprei in quale parte di me stesso trovare una giustificazione per tirargli una fucilata, non ne ho le motivazioni venatorie, godo più a osservarlo in pastura, mentre zampetta il terreno per frugare, raspare… poi becca, forse un
baco piccolo come la punta d’uno spillo.
Improvviso e inaspettato com’era arrivato, se ne va d’ali, silenzioso come un fantasma vero.
‘Mi piace la caccia al capanno, ma preferisco tirare al volo agli uccelli, se mi capitasse spesso di vederli così, a un metro, smetterei di portare il fucile, chissà… ma forse sono fisime portate da questa nebbiaccia che sale dalla pianura.’ ‘Dico, subito dopo pentendomi di averlo detto.
Risponde immediatamente, a colpo, Moreno aveva le parole pronte:
‘Spesso ho pensato se è giusto sparargli, se ha un senso, perché si vada a caccia… ho rinunciato a cercare un perché, so che mi piace, che l’ho sempre fatto, che cominciai bambino con mio padre, e anche col nonno che cacciava il lago, tutti in famiglia sono sempre andati a caccia, saprei rinunciare a tutto, alle comodità, ma non alla caccia, spero di morire al mio capanno col fucile in mano.’
La caccia andata male spingeva a comunicare, non c’era più bisogno di parlare sottovoce, ma si continuava a sussurrare, il luogo e l’ora consigliavano di non stravolgere il silenzio padrone. Scartammo le colazioni, io pane e frittata, lui pane e prosciutto che tagliava con una piccola roncola, a tòcchi. Bevve il suo vino di pianura fatto nella sua cantina, me ne offrì, l’assaggiai, era aspro e lui lo sapeva…
‘Zucchero non ce ne metto, mosto meridionale neanche, mio padre diceva che è meglio il peggior vino della migliore acqua…’
‘Se avessi avuto un fucilino 8 CF gli avrei tirato nella testa a quel tordo,’ dissi, ‘però mi sono immaginato il sangue, le penne appiccicate in terra, la violenza…quando tiro al volo non mi succede.’;
‘Da’ retta, non t’imbrogliare col confonderti, guarda che io ti capisco bene; la violenza non s’è inventata noi due; vieni da me una mattina a caccia chiusa, quando preparo il mangiare per gli uccelli. Lì da me, a casa mia, c’è una squadra di passerotti, saranno una trentina, gli butto il pane secco sbriciolato, basterebbe a cento uccelli; se uno ne stacca un pezzetto più grosso, tutti vanno a cercare di rubarglielo e lì accanto ce n’è per tutti, a iosa, e beccano in testa il loro compagno finché non lo molla e se lo potessero vedere morto… da’ retta a Moreno, la violenza, il furto, la guerra…l’ha inventata la natura, che dà ingegno e idiozìa come viene viene, bene e male a casaccio, a chi tocca tocca..’
Mi pareva d’essere a contatto d’un padre spirituale, un uomo che snocciolava leggi eterne con la semplicità dell’essere superiore che non per questo si specchia in una sua presunzione.
Vide la doppietta che tenevo in mano e una volta fuori dal capanno la volle imbracciare: gli occhi gli si allargarono per ben gustare l’arma, soda come una putrella di ferrovia; me la rese con rispetto e un gesto di ammirazione. Non volle che l’aiutassi a staccare le gabbie, stendere e rimettere, io ero l’ospite.
Avrei voluto domandare, parlare, farmi raccontare, investigare il suo punto di vista che ritenevo frutto di osservazione intelligente delle cose del mondo; un mondo che in quel momento si offriva a me e a lui, fermi, con la veste verde e splendente di un ramarro fermo inchiodato sul tronco della quercia, a non più di due metri da noi. Non mi spiegavo la sua posizione e cosa stesse facendo, poi lo vidi scattare dietro la corteccia sul corpo di una farfalla colorata e bellissima, intorpidita dal suo essere ormai fuori stagione. La stringeva in bocca e lei sbatteva le ali, anche lui era vicino al letargo, forse era la sua ultima giornata di caccia, pareva soddisfatto mentre il cuore gli batteva forsennato nella pelle lucente…

Moreno mi guardò, forse avrebbe voluto dire chissà cosa, ma rimase zitto e c’incamminammo verso la macchina.

Antonelli dottor Franco per Armi & Tiro

Antonelli dottor Franco
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IL PARILLA

I Giacomelli stavano vicino a noi, di casa, dall’altra parte della strada.
Ci si poteva salutare dalle finestre, quelle finestre anni ’50 non con i vetri interi, ma in tre pezzi, con le striscine di legno a dividere. Tende ricamate a mano… a quei tempi le donne erano tante Penelope, facevano da donne. Lui, il Giacomelli, aveva fatto il camionista prima della guerra, ma una ferita noiosa glielo impedì, dopo. Si adattò a scaricare i Dodge, a trasportare col triciclo materiale per il Mati, il ras dei droghieri dell’Arca, rione di Pistoia, a mantenere ordinati i giardini del Truffaldi, l’unico nobile con villa, del quartiere.
Si chiamava Piero.
Aveva una Lambretta, poi la cambiò con una moto, un Parilla invidiato da tutta l’Arca, mi fermavo a guardarlo, lo sognavo a occhi aperti, pensavo che non sarei mai stato in condizione di comprarne uno anche per me. La moglie di Piero veniva a trovare mia madre il mercoledì e il sabato, insieme andavano al mercato, ciacciavano, compravano quel poco che il borsellino del dopoguerra permetteva. Ricamava, come tante, giorno e notte, era la regola.
Si chiamava Tiziana.
Avevano una figlia, Anna, cinque anni meno di me. Mio padre era geometra al Catasto Erariale, i figli erano tanti, lavorava anche di notte, a cottimo. Mia madre non ricamava, non aveva tempo, doveva badare a quattro figlioli, me compreso, due maschi e due femmine. Solo urli ricordo in casa mia: tornava mio padre e, di colpo, il silenzio. Senza l’autorità… la confusione. Due studiavano sul tavolo di marmo in cucina; gli altri due più grandi in salotto, sul tavolo buono: il marmo, lo si poteva anche
scarabocchiare. Le mie sorelle, Tina e Nina, erano tremende perlomeno quando erano sole; quando c’erano amiche o amici le avresti dette perfette, compite, stile Cambridge. Il mio fratello, Tonino, era calmissimo, tranquillo, posato, finché non arrivavano in casa amici od amiche; allora si scatenavano e nell’esibizione camminavano sui muri, fumando 5 sigarette per volta; sui capelli brillantina Linetti; in bocca barzellettacce; sul grammofono dischi a 78 giri di boogie-woogie, poi rock. Io, il più piccolo di tutti, a guardare, a desiderare i più grandi, che mi sbattevano le porte in faccia. D’altronde, l’ho capito dopo, ero la loro penitenza e se le sorelle andavano da qualche parte, mia madre mi appiccicava a loro come un francobollo :
‘Portate anche Franchino, poverino, che sta sempre in casa da solo!?
Quanti moccoli ho retto, senza saperlo! Tiziana, l’amica di mia madre, mi portava l’Anna per giocare: io dieci anni, lei cinque, l’avrei ammazzata; loro prendevano il tè e io con quella peste; lei sì che si divertiva, rideva sempre, mi sciupò tutti i giocattoli… ereditati. Io ho ereditato di tutto: scarpe, camicie, sciarpe, guanti, calzini, penne, cappelli, giornalini… non veniva buttato via niente, e io ero il cria!
Stavo bene solo con i miei amici, nella strada; la strada, sterrata, era la mamma di tutti e ci si giocava a pallone, finché non venivano le guardie in due, l’obeso Marini e l’altro soprannominato Hitler, silenziose, in bicicletta, a coppia. L’unico, grosso problema, era non farsi catturare il pallone, e raramente ce lo prendevano. Scappare da loro era come giocare, anche se col cuore in gola, col brivido. Se passava la Francesca, gran pezzo di cincera(fica), sempre in tailleur strintissimi e alti tacchi ad ago, si faceva come quelli più grandi, si smetteva di giocare, ci si dava un’aria cretina, lei ci passava in rassegna, noi si guardava quelle due puppone a punta, quelle due belle mele alte e altalenanti che nascevano dalla vita: feromoni e ormoni ancora non lavoravano a pieno ritmo, ma sapevamo che i maschi ‘devono’ fare cosi; quand’era passata, commenti… tra noi, come tanti Rodolfo Valentino, poi il pallone di nuovo ridiventava padrone.
Non mi ricordo esattamente quando, ma Piero come vi ho detto cambiò la Lambretta e comprò una bella moto, un Parilla 175, a benzina. Mi mise dietro e mi fece fare il primo giro in moto della mia vita. Grande Piero. Grande Parilla.
Noi, in casa nostra s’andava avanti a Lambrette e quando Piero comprò la Fiat 600, il Parilla lo scordò nell’andito, senza coperta. Ma io non lo dimenticai, rosso e nero, potente, aveva il rumore di una moto vera. Andavo a trovare i Giacomelli, dirimpetto, per dare un’occhiata al Parilla, sempre più polveroso… una sera mi decisi:
‘O Piero…quant’è che non metti in moto il Parilla?’
‘Il Parilla? Mah, saranno tre anni, ormai sarà tutto bloccato, è pronto per la Gennì!” (rottamaio)
‘Come mi garberebbe risentirlo in moto, che te lo ricordi quando tu mi portavi dietro?’;
‘Me lo ricordo sì… vuoi che non me lo ricordi! Ormai è acqua passata, le motociclette non le vuole più nessuno!’
‘Io lo vorrei… eccome! Avessi due lire per mantenerlo…’;
‘Ti piacerebbe davvero risentirlo in moto? Se trovo una batteria buona, di seconda mano, si prova; te intanto, visto che la passione tu l’hai, domani lavalo per benino.’;
S’andò giù nell’ingresso, lui svitò la candela e mise dell’olio da macchina da cucire dentro il buco e provò, piano, a buttar giù la pedivella, ma il motore, impiccato, non ne volle sapere. Ci si salutò, il programma era fatto, ma io non dormii .
Erano le vacanze di Natale del 1958. IV Ginnasio.
La mattina, con una buona scorta di cenci e pennelli, andai a bussare alla porta di Piero. Mi aprì la Tiziana; il marito era a scaricare un camion di farina a Prato, ma lei sapeva che sarei venuto e perché, fu intelligente, non mi mandò quell’impiastro della sua bambina tra i piedi.
Com’era bello quel Parilla!
Lo misi nel mezzo del corridoio, e iniziai, piano piano, a togliere polvere e ragnatele, con un panno leggermente bagnato, come mi aveva insegnato Piero. C’erano, in fondo all’andito, tre scalini vicini che portavano ad un pianerottolo da cui ripartivano le scale che portavano su, all’unico appartamento di quella piccola casa. Avvicinai il Parilla agli scalini, così ogni tanto mi mettevo a sedere e lo riguardavo.
Gli occhi dei quindici anni osservavano e fantasticavano. Leggevo’Il calcio e il ciclismo illustrato’, riviste anche vecchie, dove c’erano foto di Parilla, di Cavaciuti, Braga col monoalbero e di Muscio, Bellezza e tanti altri che correvano i circuiti cittadini con i derivati di serie. Allora non sapevo di due tempi e quattro tempi. La divisione, non solo mia, era tra moto a miscela o a benzina.
Dopo tre ore di lavoro già non si riconosceva più, il rosso era tornato rosso, il nero… nero.
Mi ci voleva un po’ di nafta per cominciare a pulire il motore, ma era quasi mezzogiorno, pensavo se non fosse il caso di abbandonare per tornare dopo pranzo, ma il pomeriggio era corto, e lì c’era una lucina fioca da pochi watt; quand’ecco venne giù la Tiziana a domandarmi se avevo freddo, se avevo sete, se avevo fame, se mi volevo lavare le mani, come andava il lavoro sul Parilla, la scuola, i miei fratelli, le mie sorelle, la mia mamma, il mio babbo…
‘Accidenti come tu l’hai fatto bello, si vede che ti piace…’
‘Eh… mi piace davvero! Risposi.
‘Scommetto che ti garberebbe farci una giratina, magari con una ragazzina dietro, di’ la verità!’
E lo disse ridendo, tornando su in casa. La salutai e tornai a casa, pensando che io, alla ragazzina, non ci avevo mai pensato. Mi piaceva ma il Parilla!
Ambarabà ciccì coccò, tre civette sul comò che facevano all’amore con la figlia del dottore…Era il tempo delle civette, in casa una rigida educazione bacchettona buocesiana ci portava alla chiesa di S.Paolo, domenica, ma il problema erano le seghe. Noi ragazzi c’eravamo adattati ai preti.
‘Quanti atti impuri ti sei fatto?’;
‘Dieci’;
“Dieci ave pater e gloria.’ La punizione.
‘Quante volte?’;
‘Otto!’;
‘Otto ave pater e gloria.’
Ci se ne faceva 18, se ne denunciava due. Tutti contenti, noi e loro.
Ma la malizia delle donne non l’avevamo ancora assaggiata; come dire che s’era sempre mangiato senza sale, pepe e aceto. C’era stata qualche ragazzina, un po’ più piccina, che ci aveva fatto vedere qualcosa, in tre o quattro per volta, ma sul serio solo con la Giuseppina, la puttana del viale Malta. Lire 500.
In testa, i motori.
La sera, verso le sette, vidi Piero tornare dal lavoro, tutto imbiancato dalla farina; lo vidi dalla finestra e andai giù. Mi disse che la batteria non l’aveva trovata, s’entrò nell’andito e rimase sorpreso dal bel lavoro che avevo fatto; non lo riconosceva più neanche lui, quasi quasi gli tornava la passione:
‘Ora tu hai bisogno di nafta, di un pennello duro e d’una catinella grande da mettere sotto al motore.’
‘Il pennello ce l’ho, la nafta anche, ma la catinella bisognerebbe la rubassi alla mamma!’
‘Vieni, vieni con me, si va in soffitta a vedere se c’è.’
Tirò fuori una scala e s’entrò in soffitta dalla botola. In bell’ordine c’erano damigiane, patate stese, cipolle attaccate, ciocche d’uva grinzosa ed impolverata, una catasta di legna spaccata e uno scaffale di legno, con tendine a proteggere dalla polvere.
‘Ecco, qui ci dovrebbe essere la ‘roba’ della motocicletta… diamo un’occhiata.’
Ma non c’era luce e io non vedevo nulla, ma lui a tasto prendeva e passava a me. Non aveva avuto figli maschi, e mi voleva bene come fossi suo figlio. Trovò anche la catinella smaltata, bianca col righino blu sul bordo e due toppe nere dov’era saltato lo smalto. S’infilò tutto in una vecchia e sdrucita borsa da spesa a rombi di pelle, e si tornò giù. A me sembrava d’aver trovato il tesoro.
Manopole di Lambretta, una pedivella contorta… e poi dischi frizione, un manubrio in due pezzi, due ammortizzatori, candele usate e 3 KLG nuove, un portattrezzi di plasticaccia grigia con spazzolino di ferro, un cacciavite col manico grosso a T che terminava a tubo esagonale, da una parte di 20,7 per la candela, dall’altra di 17mm. per i dadi delle ruote; due chiavi aperte di bassa qualità, tipo da bicicletta, e una di quelle da pattini a rotelle, in teoria adatta a 5 o 6 misure, ma in pratica da buttare via.
E poi un paio di pinze piccoline, due fili da gas, due da frizione, un bussolotto di grasso, un ingrassatore portatile e uno da officina, un coprisella da Mosquito, una sella Brooks da bici, un cupolino e guaine…tirai su una guaina che s’era sciolta e in fondo, attaccato, c’era un carburatore con una lunga trombetta: ‘Ah… quello lì è quello che ci trovai quando comprai il Parilla. Non te l’ho mai raccontato; lo presi da un certo Caldari di Arezzo che ci correva, almeno diceva lui. Io lo comprai perché era seminuovo, gli levai subito il manubrio perché era troppo basso, tolsi anche questa sella lunga perché era troppo stretta e dura, gli ammortizzatori erano come sassi… lo feci un po’ più comodo, da turismo.
Il Moro, meccanico, abbassò la compressione, levò il carburatore, non si faceva più di 15 km con un litro; guarda, è di mm.22,5 il Moro me ne adattò uno di mm.16 di un Gilerino 125; con un litro faceva più di 35. Ma tu sapessi com’andava con codesto!’
Mi rigiravo tra le mani il Dell’orto SS da 22,5 come fosse l’amuleto di uno stregone. Non m’intendevo di niente, ma i numeri magici, nei nostri discorsi da ragazzi, riguardavano le cilindrate e i carburatori: 175 cc era il massimo per la cilindrata, i carburatori arrivavano, quelli grossi, a 18, 20, e quello era di 22,5! La mattina dopo ero lì col pennello e la nafta; per pulire tra le alette avevo fatto delle lunghe strisce di lenzuolo, che muovevo alternativamente. Era freddo ma mi scaldavo: lo feci brillare come un dente di bocca ! Ero lì che lo rimiravo, contento, ma non mi ero accorto che la Tiziana mi guardava, seduta sugli scalini.
‘Tu sei proprio bravo!’ Mi disse.
E io zitto, mi vergognavo del complimento; a dir la verità, a quei tempi mi vergognavo di tutto, timido non solo d’età. Guardavo il Parilla e quella donna che s’era messa lì a farmi compagnia, lei leggendo la Domenica del Corriere, la bimba pettinando i capelli neri d’una bambola di coccio.
‘Quanti soldi ha fatto questo Buscaglione, guarda Franco, su tutti i giornali c’è!’
Io guardavo, senza vedere. Lei spiegava il giornale, verticale; io riguardavo il parafango anteriore del Parilla, che mi sembrava leggermente avventato sulla destra. Mi misi in ginocchioni, impegnato con le mani a forzarlo in una certa direzione sulla sinistra e mi venne, per caso, di guardare la Tiziana sugli scalini, più alta di me: babbucce nere, calzini di lana grigi melange, corti, fatti a mano, a coprire le caviglie; una rada e scura peluria andava su per le gambe semiaperte di Tiziania, gonna scura e
grembiule. Intravidi, o forse solo immaginai, il bianco delle mutandine. Un colpo al cuore, una boccata di sale, pepe e aceto, una vampata in faccia, un imbarazzo di non si sa cosa. E sì che le avevo viste le mie sorelle, mezze nude, girare per casa! Capii cosa volevano dire i mediatori di vitelli, e anche i maialai, quando dicevano che…
” …tira più un pelo nero di cincera, che una coppia di buoi!”
Mi sentivo il cuore gonfio, un aumento di cilindrata per così poco, salutai, davvero non sostenevo più la situazione e non sapevo cosa fare, né cosa dire.
Una sana ritirata per pensare.
Ma non pensai a niente, mi vergognai come un ladro, di un pensiero, di un desiderio, di una curiosità, ed era solo un batticuore. Non ci tornai il giorno dopo, e neanche quello dopo di quello dopo.
Venne Piero.
‘Che hai paura che non ti paghi, che non ti s’è più rivisto? Vieni giù a dare un’occhiata!’
Aveva trovato la batteria, mi disse, quasi per regalo, e aveva in mano una stagna con due o tre litri di una rossa benzina super.
‘Ma si prova, o no?’  Mi disse. .
‘Si prova sì.’ Risposi e andammo dal Parilla.
‘O vediamo se s’è sbloccato.’
E così dicendo, lo buttò giù dal cavalletto, mise la prima e tirò indietro il Parilla, piano piano. Tolse la marcia, toccò la pedivella della messa in moto, era libera!
‘Il più è fatto, Franco, hai visto come lavora l’olio? Senz’olio si morirebbe tutti!’;
Strinse la batteria, collegò i due poli, provò la chiave, il claxon, le luci, tutto in regola.
‘Siamo pronti, butta dentro la benzina, l’imbuto eccolo lì.’
Io misi dentro la benzina e aprii i rubinetti.
‘Cicchetto!’;
E io, agli ordini, agitai il pulsantino a molla del carburatore.
Dette una pedalata, due, tre, quattro, ma il Parilla. . . nulla.
‘Mettiamolo fuori, Franco, e diamogli una spinta.’
La strada, leggermente in discesa, facilitò la manovra. Con Piero sopra il Parilla partì subito, ma con un fumaccio che neanche la Lambretta 125 D del mio babbo. Lui lo teneva al minimo, attento che non si spengesse e gli manovrava l’aria e l’anticipo, con i manettini, poco alla volta. Accensione, tutto ritardo.
‘Hai visto, eh, il Parilla…’
Guardavo, nel mentre lui mi invitava a dar gas.
‘Piano, eh, il motore è freddo.’
Io, obbediente ed emozionato, ero anche lusingato perché sapevo che tutta l’operazione, lui, l’aveva fatta per me.
‘Dai, monta sopra’ Mi invitò.
‘No, no no, se poi lo rompo?’ Gli risposi.
‘Ma che vuoi rompere…che la mandi la Lambretta?’
‘La Lambretta si, ma questa è una moto!’
‘Appunto per questo, dai, monta, è più facile mandare questa che quegli abbriccichi con le ruote piccine, senza freni e senza sospensioni… dai, monta, e se tu la rompi, non ti preoccupare, si butta al ferraccio!’
Montai e mi tremavano le gambe, le braccia, le mani, gli occhi, i pensieri; il sangue mi s’era completamente accagliato, in faccia dovevo avere un’espressione stupita e stupida di tragedia e di felicità, di incredulità, coraggio e vigliaccheria ma anche godimento. Come Dio volle, tirai la frizione, debolmente, e misi la prima: grreeèg, un mezzo salto in avanti e tutto spento; meno male rimasi sopra. Mi vergognai ed arrossii, ma era buio e il colore in faccia non si vedeva.
‘;Non è nulla, è capitato anche a quelli più bravi di te, e poi è colpa della frizione, tutti questi anni…’
Piero era un fenomeno, io gli volevo bene, lo rimise in moto con la pedivella e mi rimise tra le mani la belva nera e rossa. Montai, tirai bene la frizione, misi la prima e partii; accesi le luci, misi la seconda, la terza, la quarta…non sapevo che al mondo ci fosse una cosa bella così.
Il paradiso, era il paradiso quella cosa così meravigliosa!
Feci il giro dell’isolato, tornai al punto di partenza da Piero, ma questi, con grandi ed ampie gesta delle braccia mi invitava a continuare:
‘Via via, non ti fermare, scaldalo bene, non tirare, via, vai verso il viale dell’Arcadia…’;
Mi sentii forte, potente, libero, grande. Girai verso la Stazione FS, quando riducevo le marce facevo un po’ di doppietta: che soddisfazione! Andai sul viale, e poi tornai a casa.
Cinque minuti e un chilometro mi sembrarono cinque ore e mille chilometri.
Non mi rimisi più i pantaloni corti.
Si riportò il Parilla al suo posto, questa volta con una coperta sopra. Le emozioni vere, nella vita, si contano sulle dita di una mano, e non si scordano anche se si ha poca memoria.
Era freddo, quella sera; avevo i pantaloni lunghi di flanella grigia ad acqua in casa ereditati dal miofratello; un cappottino doppio petto marrone che mi stava stretto di spalle e corto di maniche, pronto, se Dio vuole, per andare dal cenciaiolo. Tornato a casa, feci bollire un po’ d’acqua e la misi in un boccettone d’ottone, per scaldarmi il letto. Nel frattempo, mi misi a cercare, nella libreria, un Motociclismo che parlasse del Parilla. Lo trovai, ed ero felice di poter andare a letto a leggere le mie cose. I letti, quando non c’era il riscaldamento centrale, a toccarli sembravano marmati; mi misi un paio di calzini di lana, dalla cucina venivano e un vociare come di un esercito al rancio e un odore di frittata col rigatino( pancetta), antica ricetta proletaria di grande effetto gastronomico e sociale. Io, col Parilla in testa e in mano, m’infilai dentro al mio lettino morbidissimo con la ‘buca’, la rete che ti dondolava dieci minuti, anche per un piccolo movimento.
Erano i tempi dei geloni, delle cucine a legna, dei caldani, dei castagnacci, del Prete per scaldare il letto e che bruciava le lenzuola, degli scaldini, dei necci; il baccalà, le aringhe e i fagioli costavano poco; per un chilo di farina bianca ti davano tre chili di farina di castagne: oggi la farina bianca costa poco al chilo, dell’altra per mezzo chilo vogliono un capitale; il baccalà, abbandonato e svigliaccato perché ricordava la povertà, è tornato sulle nostre mense come una sciccheria da un milione al grammo. Era il tempo delle civette: ambarabà. ciccì coccò…
Guardavo il Parilla in una fotografia del Calcio e il Ciclismo Illustrato e alitavo condensato. Non era uguale a quello di Piero; il serbatoio aveva una puppa che si allungava verso il motore, delle scatoline porta-attrezzi strane, che sembravano piccoli radiatori, ma il motore, il motore era lui… o no? Quel tondo sul carter di sinistra… o che c’era su quello di Piero? Mi sembrava di no. Leggevo le caratteristiche tecniche, ma non capivo nulla. L’ingegner Ezio Furio Farinelli indugiava sulla bontà delle
‘camme rialzate’; delle ‘aste corte’ , ma per me era arabo: frequentavo l’officina del Moro più volentieri del Liceo, ma tecnicamente ero digiuno.
Mi addormentai contento, a luce accesa; non so se sognai, ma se lo feci, fu il più bello della mia vita. Piero m’insegnò a guidare il Parilla e anche a mandare la Fiat 600, in modo risparmiatore, al limite del battito in testa; a ‘prendere’ le curve alla camionista, cioè ad uscire sempre sulla propria destra; a frenare prima, non durante, a guardare il breccino, l’olio in terra… un maestro. Io avevo paura del freno anteriore, ma lui mi insegnò ad aver paura del posteriore. Mi portò al circuito di Massa e Carrara a vedere le corse, e c’era anche un Parilla corsaiolo!
Piero fu tra i primi a comprare la televisione, Telefunken, un nome misterioso, magico, e la Tiziana ci invitava, la sera. Una volta, con la partita della Nazionale di calcio, s’era lì, mio fratello ed io, un paio di amici di Piero, urli ed esclamazioni, imprecazioni e soddisfazioni: una piccola ma rumorosa tribuna. Io, ultimo ad arrivare, ultimo di fila; dietro, solo la Tiziana che ci fece sedere, ci portò il caffè, si accomodò anche lei, dietro. Lo spettacolo era sì la Nazionale di calcio che giocava contro gli inglesi, ma più che altro lo stare alla televisione. Sentii qualcosa sullo schienale della seggiola, come una stecca rotta, e andai con la mano a sincerarmene… niente. Non ci ripensai. Finisce il primo tempo, luce accesa, sigarette, fumo; anch’io, con la sigaretta tra le mani, tra gli uomini, diventavo uomo… e discussioni. Inizia il secondo tempo, si segna, un urlo e tutti in piedi; cosa non si darebbe noi italiani per battere gli inglesi! Sigaretta e tutti in silenzio, si fa per dire. Avverto qualcosa di leggero sulla schiena, come prima, e sto fermo, poi mi sposto leggermente su un fianco, da poter guardare la partita e, con la coda dell’occhio, anche dietro. Dopo un po’ di nuovo, è la gamba, il piede della Tiziana che mi tocca e la vedo che l’alza, l’allunga, mi sfiora con l’alluce la schiena. Io, con la gola chiusa, occhi allargati a non vedere più niente, intirizzito, questa volta sicuro di lei; la sigaretta che mi bruciava i diti mi riportò alla realtà, brutta, della partita.
Era il pepe, il pepe vero, e come pizzicava!
Finì la partita, ci salutammo tutti, io la guardavo per vedere un accenno, qualcosa di diverso, macché… niente. Passai accanto al Parilla e non lo vidi neanche, andai a letto senza Motociclismo, pensavo solo alla femmina, con quel che ne consegue… come si cambia in quattro e quattr’otto! Per me era incredibile: bellissimo e bruttissimo allo stesso tempo, a causa di Piero. Pensavo sempre a lei, guardavo da dietro le persiane, di nascosto, in segreto; gli occhi complici del mio niente rubare. A volte mi
sembrava di vedere un movimento furtivo, un ondeggiamento di tende, ma forse era la mia fantasia che galoppava oltre la realtà.
Sentii il vecchio, il babbo.
Gli raccontai di un amico di Prato che s’era invaghito d’una donna, sola, vent’anni più vecchia e mio padre, grande frequentatore di puttane a Montecatini con la Lambretta di domenica, disse poche parole:
‘Gallo vecchio, gallina giovane; gallo giovane, gallina vecchia !”
Con tutto quel pollaio in testa non ci capivo più niente; d’altronde io ero tornato da lei, con la scusa del Parilla, ma lei, quand’era sola in casa, perdeva il coraggio, e io, come un cretino, non spiccicavo parola; mi ripromettevo di dire, di fare, e non dicevo, non facevo… deperivo con quel che ne consegue.
Quando veniva lei, in casa nostra, sembrava un’;altra persona, allegra, scherzosa; se ero a studiare, si fa per dire, veniva a salutarmi e mi metteva una mano sul collo: certi brividi…se ero in piedi, lei chiedendo di passare mi si strusciava leggermente quando con le puppe quando col culo senza farsi vedere, ma solo se c’era qualcuno, in casa o vicino, della mia famiglia.
Di Piero mi dispiaceva, e tanto, ma questa mi faceva ammattire, e rinsecchivo…
La scuola… a rotoli. I professori:
‘Se n’avesse voglia…l’intelligenza c’è, ma non s’impegna!’
Finii il Liceo al Tumminelli, a Milano. Lontano dal Parilla, dagli amici, dalla famiglia, da lei.
Tre anni fuori casa mi guarirono da tutto.
Piero era morto sull’autostrada tra le lamiere di un camion mi dispiacque, ma non più di tanto.
Ero lontano.
Un mio amico milanese aveva la Alfa Romeo Giulia 1600 e s’andava sabato e domenica, in tre, nella sua villa a S.Margherita Ligure, tra Night-club e maialine che non dicevano di no.
Leoni veri. Ruggenti. Promosso a Giugno con tutti sette, con la Maturità in tasca tornai a casa.
Ero andato via malato, esule; tornavo forte, vittorioso, non più vergognoso, non più groppi in gola, sapevo parlare, sapevo chiedere anche se non sempre sapevo ottenere.
Un passo alla volta.
In casa era finita l’epoca delle Lambrette ed era iniziata quella delle FIAT 500 Giardinetta.
Caccia alle lodole in Maremma, qualche bimba, Università. Soldi, sempre zero, o quasi. Mary Quant, Beatles, Vietnam, Nazionali semplici.
M’affacciai alla finestra, era caldo, un’estate afosa. Di là, dirimpetto, dalla casa dei Giacomelli, una mano mi salutò dalla finestra dei desideri; la Tiziana non era, l’Anna neppure,
‘O chi è quella bella figliola?’
Ero sempre lì che pensavo a chi potesse essere, quando quella, come una farfalla, uscì di casa attraversò la strada e suonò alla mia casa.
‘Mah! Questa s’imbroglia con qualcun altro, se si sbaglia, meglio!’  Venne su di corsa.
‘Franco!’
E m’abbracciò e mi baciò sulle gote, aveva due duri gomitoli davanti!
‘Sono l’Anna, che non mi riconosci neanche!’
‘Ragazzi, come cambiano le donne in un anno…’ Dissi a me stesso.
Un mostriciattolo appiccicoso e rompicoglioni s’era trasformato nella sosia di Brigitte Bardot.
‘Era un po’ che non ci si vedeva!’ Le dissi,”vieni, si beve qualcosa.’
Le preparai un whiskino con un po’ di ghiaccio, le offrii una Muratti, lei si schernì.
‘O fallo un peo (tiro), dai… non ti vede mica la mamma. A proposito, come sta?’
‘Sai, poverina, dacché è mancato il babbo… lo sapevi? E’ intristita; il lavoro non le manca, ricama per una ditta, guadagna bene, io le do una mano e guadagno anch’io, meriterebbe più lavorare che studiare.’
‘O cosa studi?’
‘Faccio le Magistrali e te?’
‘Ho finito il liceo, mi sono iscritto a Giurisprudenza, domani vado col Cinquino a Firenze a pagare le tasse, che vieni anche te?’
‘Non posso, ho da lavorare, ma se è per domenica, lo domando alla mamma.’
‘No no, lascia stare.’
Mi dette un altro bacino, innocente, sulla guancia; io una strizzatina in vita e una pacca, peccaminosa, sulle mele. Ci rimase male, diventò rossa e scappò.
Quindici anni, ora, li aveva lei. Rividi anche la madre, la Tiziana: qualche capello bianco, un po’ sciupata, lasciata andare, quandonessuno ti vuol bene… Venne in casa e mi fece un sacco di feste, si complimentò per i miei studi con la
mia mamma; era rimasta uguale. Era finita l’epoca della legna, delle stufe, dei calzini di lana grossa.
Noi s’aveva la vasca da bagno e i termosifoni, e lei, mi disse, anche. Non sapevo da che parte pigliarla, e se si voleva far prendere, non mi dava segnali, e io sapevo che ne volevo.
Il giorno dopo, un caldo bestiale. Torno da Firenze, una doccia, m’affaccio alla finestra a torso nudo: un refolo d’aria, leggero, sulla pelle non asciugata, mi sembrò un respiro di paradiso. Tutta la strada a finestre aperte, a caccia d’aria. Davanti, vedo uscire l’Anna che va in città con la borsa della spesa; poi vedo la Tiziana, che mi saluta dalla finestra. Resto lì affacciato, la vedo passare da una stanza all’altra, poi la vedo entrare nel bagno.
Decisi davvero che ne volevo, se ne avesse voluto lei.
Poi, piano, la vidi nella penombra, in esclusiva per me, in reggicalze, mutandine, calze e reggipetto tutto nero, o meglio, vidi la pelle bianca e indovinai il nero; mi guardava, stava ferma in offerta, in mostra, solo per me; solo io potevo vederla, dalla mia finestra, e lei lo sapeva.
Era come l’avevo sempre immaginata nelle mie fantasie: tonda, grassoccia, vita stretta, fianchi alti, spalle piccole, seno da mamma, due cosce meravigliosamente piene, bella, bellissima.
Burlesque.
Sentivo qualcosa che mi puntava, in gola. Sparita. Sarà stato vero? O un miraggio? Presi il telefono e la chiamai. Io avevo il batticuore ma anche lei. Attraversai la strada e suonai, ma la porta era socchiusa. Vestita da una organza trasparente, una cintolina in vita che la tirava sù, come gelosa delle minigonne viste alle gioiose giovanissime; ma senza vergogna, senza coraggio, senza paura.
Si offriva così com’era, libera.
‘Lo vuoi un caffè?’
‘No, voglio te.’
Le dissi con voce tranquilla, ma decisa.
‘Come tu sei cambiato, prima tu eri più gentile… guarda, vieni… non ti piace più il Parilla? Vieni, si prova a levare la coperta…’
Il Parilla era più pulito e bello di sempre. Gli scappò – o si fece scappare? – la coperta da parte di là e si piegò sopra la moto, per riprenderla. Girata, mi mise davanti agli occhi e alle mani quel tondo, pieno, meraviglioso, bellissimo.
Renoir.
Le alzai, dietro, la vestaglia, la fermai alla cintolina; il cuore batteva forte, avevo perso la spavalderia, con le mani tremolanti le toccavo, piano, il culo bianco, bianchissimo. Non mi sembrava vero, mi era tornato il groppo in gola, non volevo fare figure da bambino.
Era veramente finito il tempo delle civette. Morto e sepolto.
Le abbassai le mutandine nere, e lei, ferma, continuava, piegata, ad offrirmi il paradiso.
‘E se torna l’Anna?’
Le dissi, col fiatone, quasi per rinunciare, come una scusa per non andare a scuola, all’esame.
‘Zitto, per la spesa le ho dato una lista lunga lunga, e poi ho messo le chiavi nella toppa dall’interno…’
Le accarezzavo le mele, piano, una per volta, e tutte e due insieme; un dito, curioso e intraprendente, indugiava nel solco centrale, e poi davanti nel pelo, e poi dietro. Mi chinai a baciargliele e la leccavo, con leggeri morsettini, ciucciatine e succhiatine leggere, a far impazzire: una, più forte, a ingollare le lasciò un segno rosa nell’incredibile pelle bianca; la mangiavo e la baciavo, la leccavo, aspra, e l’annusavo, femmina, piano piano, più su, più giù: avevo voglia di dimostrarle che ero un uomo. Cercavo anche di pensare a qualcos’altro, perché sentivo che non ero più padrone di me.
Lei si tolse la vestaglia e io, sempre da dietro, con le mani sulle puppe, le accarezzai i capezzoli, duri, con leggeri pizzicotti e girigogoli; le mordicchiavo le spalle, la schiena, le strofinavo il mio Io, stupido, rosso, prepotente e caldo, tra le cosce, tra le mele.
Si alzò, offrendomi la bocca, voleva girarsi, ma io, con una mano davanti sulla sua pancia, la stringevo a me, la tenevo ferma e con l’altra sui capelli la piegai giù prona, sul Parilla. Capì quel che volevo, mi lasciò fare, padrone. Le allargai le cosce, la toccavo, leggero nel pelo, setoso, foltissimo, gattino: era dolce, tenera, bagnata, calda, morbidissima; accompagnava le mie coccole, muovendosi appena, aprendo tutta la Farfallina, umida. Si teneva con la sinistra alla manopola del gas del Parilla, con la destra alla sella. M’ero giurato di farla morire dal desiderio, credevo di resistere, di comandare, di prenderla e invece ero debole, era lei che mi prendeva, era lei che comandava, come sempre, ed io non resistetti: affondai il mio Padrone, dolcemente, dentro la Cincera, nella sua anima, stretta e accogliente, larga e ingozzata, piano piano ad esplorare, aprire teneramente, poco alla volta sempre più dentro, e poi, improvviso, a rompere, a scannare, a stuprare, con furia, con foga, con forza. La tenevo per i fianchi, mi sentivo grosso e forte, toro, e contemporaneamente piccolo e debole, agnello. La ringraziavo, non sapevo dire altro, ero in mano sua e lei, ferma e zitta, mi assorbiva. Quando volle lei, con un leggerissimo, impercettibile movimento, provocò una corrente congiunta di brividi nei nostri corpi incollati e mi fece morire, non dentro di sé, ma sul Parilla! Il batticuore non calava, il fiatone pareva a 10.000 giri!
Mi fece il caffè, mi raccontò di un uomo che aveva sposato tanti anni prima, e che nel dopoguerra era diventato l’amante della contessa Truffaldi, e che lei lo sapeva; tutto quel che avevano avuto veniva dai soldi della contessa: la casa, il mangiare, il vestire, il televisore Telefunken, la Fiat 600, anche il Parilla! Chiuse le persiane e mi abbracciò, mi baciò in bocca, finalmente! Mi disse che erano tanti anni che non godeva così, che non provassi a fare il bischero con la sua figliola, che il Parilla lo aveva tenuto pulito lei, in tutti quegli anni, pensando a me, e che ci s’era finita le unghie per tenerlo così.
‘Ma che ti piace ancora, o no?’
Non risposi, la guardai, zitto e me ne andai. I ragazzi hanno l’obbligo di rispondere, gli uomini no…

Antonelli dottor Franco per FIDC
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

IL SOGNO DI JOHNNY
Il sogno di Johnny è tratto dal romanzo *Zuppa di pane con le cotenne*

Gli occhi vedono abbassarsi il rotolante sulle pupille… ronf…ronf…ronf…Abigail è sempre presente al ponte di comando…ronf…ronfzzss… ronf…non urla parla piano è calma è su una cattedra…ronf…ronf…tutti gli operai… sono ad ascoltarla dice cose importanti e tutti obbediscono… ronfzzss …ronf…ronf…e Johnny dov’è? Non mi cercate non ci sono… ronf…ronf…sono con gli operai ho addosso una tuta come loro…ascolto Abigail come fanno tutti le parole non mi entrano nell’encefalo…ronf…ronf… …ronf …penso che ho fallito non sono più il Capo sono stato defenestrato… ronf…destituito … ronf…ronf…ronf…esautorato… ronf…ora alla mia scrivania c’è lei Abigail e per cosa?…ronf…per aver io parlato del mestruo dei giorni persi per una gravidanza con il signor Lorenzo… ronf…ronf…ronf…non si può perdere giorni di lavoro… ronf… in un’industria odierna non si può assumere… ronf… ronfzs… una donna che ti tradisce con l’assenteismo …ma chi l’ha detto? Lei è sulla cattedra a parlare a tutti… ronf…ronf… perchè ha l’INTELLIGENZA…ronf …ronf… ronf…ha il …ronf… ronf…il TALENTO…ronf…il talento… ronf…ronf …ma soprattutto ha l’INTUIZIONE… ronf… ronf…che io non ho…ronf…ronf… ronfzs…ma cos’è l’intuizione? E’ figlia dell’IMMAGINAZIONE… ronf…più forte della grande CONOSCENZA…ronf…ronf …non lo so…allora perchè vuoi la scrivania? L’ha presa Abigail lei sa cos’è la CREATIVITA’ l’intuizione…è una parola femminile…ronf…come la FORTUNA… ron…anche questa è femminile…ron… però anche la dannata e maldetta DISSIMULAZIONE  è femminile…ronf…ronf…te Johnny non sai dissimulare come vuoi fare a comandare?…ronf…non ti ricordi… Abigail quando conobbe il signor Cardoso? Gli diceva che tutti lo adulavano… ronf… ronf…ronf… ronf…ronf…non era vero nulla…ronf… ronf… meglio…l’Abigail sa comandare perchè…ronf… ronf …ha intelligenza il talento l’intuizione l’immaginazione, la creatività,  la dissimulazione… ronf…che vuol dire… ronf…nascondere il proprio pensiero…ronf… ronf…ronf…i propri intendimenti… in modo che altri non se ne accorga …ronf…ronf…spesso anzi fingendo il contrario…ma cosa vuoi comandare te che non hai niente di quel che occorre… ronf… ronf…ma cosa devo fare io…ronf…ronf… proprio nulla ma lo sapete che sono innamorato…ronf…ronf…e di chi? Di Abigail  la prima volta che l’ho vista…ronf…ronfzs…ho perso la testa per lei…e mi masturbo meglio mi fo le pippe…pippe …ronf… ronf… pensando a lei …ronf… maledette e benedette pippe… pippe…ronf…ronf…sono innamorato marcio non mangio più…sono diventato anoressico…altre donne… ronf…ronf … non m’interessano più sono diventato un essere che si masturba e basta…ronf…con tutte le donne che ho avuto…ronf…ronf… ma quante n’hai avute di donne? Ora non ricordo ma tante … tante…millanta di più bimillanta…ronf…ronf…ronf…ronf… forse …conoscete l’amore di dante per…ronfs…ronfss…ronf beatrice…ronff…ronf…boccaccio per fiammetta…sszzz… …ronf…ronf…petrarca per laura… ronf…ronf… leopardi per silvia…per eleonora la duse di d’annunzio…ronf …lui che si chiamava RAPAGNETTA… il nome di d’annunzio ma nessuno lo dice rapagnetta…ronf…ronf…ronff…ronf …ronf… nessuna ha avuto l’amore…che io ho per Abigail e nessuna ha cantato l’ amore per il suo uomo… ron…sia che si chiamasse beatrice che laura o fiammetta silvia e duse…ronff… ronf …quelli sì che erano maschilisti non io… povero natta…solo io so perchè questi poeti…ronf…ronf…grandi uomini hanno cantato poesie per queste donne…ronf…di cui non avevano  l’amore… ronf… ronf… solo io conosco le masturbazioni scusate volevo dire le pippe che i poeti si sono fatti…diciamo si sono anche masturbati …ronf… ronf…Johnny come i poeti…ronf…mi sono masturbato la mattina e la sera…ronf …ronf…ronff…che male c’è? E alle donne non ci ha mai pensato nessuno?…forse che loro non si innamorano?…le donne…non si masturbano?…e il ditalino non…si sa cos’è?…leggo la storia della letteratura non trovo che maschi…che si innamorano…ronf…ronfs…delle donne… femmine…la natura…ronf…ronf…ha messo le mani al posto giusto…in modo che arrivassero al sesso…ronf…ronf…ronfzs …pensavate che il grande durante detto dante non si… ronf…masturbasse al pensiero di beatrice?…ronffs…tutti gli uomini… ronf…ronf…ronf…tutti le pippe…diciamo la… masturbazione…quante n’ho avute di donne… ronf… …ronf…te l’ho detto tante…ronf…mai una pippa…ronf … più di millanta che il gallo canta…ma non sono mai stato…mai stato innamorato …ronf …ronf…ronf…che c’entra il gallo… porcunadonna… ronf …ronf… ronfzs …ronf…ronf…ronf…non diventerò mica un coglione qualsiasi…ronf …perchè? Ron…ronf…ronfzzs… perchè non ho l’intuizione … ronff…e Abigail ce l’ha…ronf… ron…ron… ronf…ronffzzss …mi ci vorrà un medico che mi curi…ronf…ronf… o un prete…ronf …ronf…ho letto che i bonzi sono bravi…più preti dei preti… ronf…i bonzi…ronf…ronf…monaci  buddisti dalai lama tibet…ronf… ronf… Tenzin Gyatso… ronf…vado da lui… ronf…solo lui mi può togliere questa depressione…ronf… ronf… ronfss …ti dovrai mettere la tunica arancione ocra… ronf… ronf… ronf…ti dovrai rasare i capelli a zero…ronf …ronf…ronf…come? I miei capelli? Sì proprio i tuoi capelli…ronf…ronf…ronf… e vabbè per amore di Abigail         li taglierò…il monaco buddista più prete dei preti…ronf… ronf…ronffzzss…Tenzin Gyatso…amore mio adorata Abigail…ronff…solo per te…mi vergogno come un bimbo un bambino…ronf … anche questo lo regala l’amore?…ronf… ronf …non ho mai amato nessuna…ronf…ronf… delle millanta e poi…donne che ho scopato…ronf…ronfz… facevano tutto loro …ronf…ronf…e io ci stavo non ho mai durato fatica a chiavare…ronf…ronf…ma ora so cosa vuol dire…ronf…ronf…AMARE…ronf…patire…stare male…ronf …ronf… soffrire…ronf …penare…ronf… angustiarsi…subire…ronf… ronf…tribolare…ronff…ronfzss…piangere…ronf…MORIRE… tutto…mi vergogno di tutto…sono debole…ronf… ronf…dov’è andata la mia forza?…ronf…sì…ronf…io l’avevo la forza…ron …ron…non so dov’è andata…ron …ron…chi me l’ha presa?   E’ questo l’amore? Lo voglio…lo voglio anche se mi rende… ronf…ronf…debole …ronf…ronf… arrendevole…ronf…ronf… incapace…ronf… ronf…ronf… ammalato… ron…infelice …ma cos’è l’amore? Ronf…ronff…mi ci vorrebbe un amico come il Ciuffi…ronfz …ronf…lui diceva…ronf…ronf…non conoscete Eugenio il mio amico?…ronf…diceva Dio ce ne scampi e totani…ronf…invece di dire…ce ne scampi e liberi…ronf …e chiudeva la diatriba…un grande…ronf…ronf…ecco cos’era Eugenio Ciuffi…ronfzs…basta pensare…ronf…ronf… ronf… ora mi faccio una pippa…ronf… meglio vado a… ronf…ronf… masturbarmi … ron…ronffzzs…ron… qualcuno mi aiuterà …ron…aiuterà …ron… ma chi mi aiuterà? Esiste qualcuno che mi aiuterà? Non conosco il verbo aiutare… ronf…ronf…cosa vuol dire aiutare…ronf…io giovanriccardo valori…ronf…ronf… ronf…ronf…ho bisogno di aiuto…io maschilista? ronf…chi l’avrebbe mai detto…ronf… ho bisogno di aiuto…ronf…di aiuto…di …aiuto…ronf… ronf…io? Allora non mi conoscete …ronf…aiuto…ronf…aiuto …ronf…rofzs…ronf…ronf…ronf …ronf…ronf… ronf…ronf… ronf…ronron…roronfzs…sì proprio di aiuto…IO…ronf…ronf …dicono che ho avuto migliaia di donne…forse qualcuna di più…molte di più…ronf…ronf…io il maschio-alpha? Macchè!?…ronf…è bastata una ragazzina per buttare all’aria tutto il mio primato…ronf…ronf…ho avuto donne belle e brutte…sì anche bruttissime…ronf…per curiosità per vedere come erano dentro…anoressiche…vecchie… bulimiche… intelligenti…ronf …ronf…stupide…giovani… orgogliose…stronze… brave… professoresse…ronfs …analfabete…ignoranti … macchè…è bastata una donna vera…mi torna in mente il romanzo del Manzoni e l’episodio di Gertrude…ronf…ronf… don  lisander tratta  il fatto in cui…ronf…ronf…altri scrittori e anch’io… ma io no…ronfs…avremmo abbondato di scopate… avvoltoi…ronf …ronf…cincere…podice …fellazio…ronf…ronfss…ronf…lui invece adopera tre parole…ronf…LA SVENTURATA RISPOSE…ronf…ronf… quello sì che è uno scrittore…ronf…mica io…ronf…io tre seggiole…aspasia… coglioni legati col cashmere…uno scrittorucolo…ronf…ronf…via via… via…

Antonelli dottor Franco
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POLITICA E SINDACATO By Iulius.

All’inizio non c’era la politica, per quello che ne so io c’era poco posto per lei perché la gente aveva da fare, muoversi con le pecore, sbrigarsi a mungerle, tirar via a trovar loro un buon erbaio, lavorare insomma…né c’era il sindacato, nessuno aveva da farsi proteggere.
Non ho studiato molto perché non mi piace perdere tempo su libri scritti da gente antipatica, più volentieri cerco di rimediare una partita a biliardo a cinque birilli con un giocatore bravo o …meglio, una strapazzata sulla mia moto Guzzi 500 Falcone Sport tumpeggiante e rimbombante tra le montagne pistoiesi, però … in solitario.
Uomini e donne, con le loro famiglie vivevano in tempi preistorici sotto larghe e scure tende  di tessuti primordiali frutto dei primi telai, con le pecore vicine, chiuse negli stabbi. Le tende erano abitazioni veloci da metter su e veloci da metter giù, rispondevano in modo perfetto al tipo di vita nomade che quelle genti avevano scelto per sé e per le loro pecore da cui dipendevano per le proteine, formaggi e carni. Le terre erano senza fine, senza padroni e le famiglie andavano con le pecore dove erano i migliori erbai, si spostavano dunque. I popoli erano transumanti dietro ai bisogni delle pecore, giravano da un posto all’altro, le terre senza fine erano di tutti. Mi vien fatto di osservare che essendo le terre di tutti, il primo gregge che arrivava su certi prati era come padrone, chi arrivava dopo di lui andava in altri terreni, ce n’erano per tutti e a piacere. Poi qualcuno pensò alle tende come a una disgrazia, iniziò a fare casacce murate, s’innamorò dei mattoni e recintò il suo terreno, ottimo per le sementi, non ci voleva le pecore di un altro a brucare l’erba.
E cominciò il casino.
Erano nate la proprietà privata e quindi il furto, lo scrivere le leggi, gli avvocati, i giudici e i gendarmi. Il lavoro si divise in tanti rivoli. Dapprima l’ambìto lavoro era un’attività unica, in una giornata bisognava alzarsi a buio con le pecore, camminare con loro, difenderle dai lupi, dagli orsi e da altre bestie, proteggere gli agnelli, riprendere alla sera gli ovini e tornare alla tenda per mungere tutto il gregge. Il lavoro era faticoso e privava di certi momenti buoni che, per esempio, c’erano nelle giornate degli avvocati, gendarmi e dei giudici intenti a pensare e scrivere. Si può dire che il lavoro …(neppure un momento per i pastori, rivestirsi e presentarsi in paese a divertirsi e magari scegliersi una moglie) … era un obbligo pesante mentre per gli avvocati, i gendarmi e i giudici non lo era? Il lavoro cominciò ad essere un’attività che poteva scindersi in una giornata disimpegnata e leggera con la delicata carta da riempire a confronto di un giorno laborioso, impegnativo e pagato poco. Non si sa chi sia stato a operare questa distinzione che ancora oggi è così. Ma è tale, purtroppo, le categorie di gente super pagata sono un aspetto schifoso, tutti lo possono vedere, tutti
lo sanno. Credete che un trombaio, uno stagnino, insomma un lattoniere non veda che il suo lavoro è sotto pagato, che quando andrà in pensione dopo aver lavorato tutta la vita non prenderà che pochi soldi, rispetto ai molti quattrini che avrà un impiegato della Provhincia, faccio per dire, che non sa cosa sia il lavoro e non ha fatto veramente nulla, rispetto a un agente di commercio che mette a repentaglio la propria vita in tanti chilometri al mese con l’auto? Andate a domandare a un ragazzo di 16 anni che cosa vorrà fare da adulto, molti diranno l’avvocato, il notaio, qualcuno più furbo dirà il politico, il sindacalista, certamente non il sarto o la sarta o l’imbianchino. Via via diranno quello che hanno sentito dire, cioè rammenteranno mestieri con guadagni di tanta moneta e di poco lavoro. Il lavoro è sempre un’attività che presuppone abilità, tecnica, esperienza, maestria. C’è il lavoro del fabbro, del calzolaio, del fornaio, dell’imbianchino, del macellaio, infermiere, sarta, spazzino, medico, meccanico, tintore…e ci sono gli impieghi scelti e sicuri col foglio dogmatico e indiscutibile di controllore, assicuratore, sindacalista, giornalista, fiscalista, amministratore, politico, impiegato, portaborse, segretario, tributarista, collaboratore di sindacalisti e politici, coordinatore, consigliere, statale, burocratico, faccendiere, leccaculo, affarista, armeggione, ruffiano… si nota che quelli indicati nella 1^ categoria alla sera tornano a casa stanchi, mentre gli altri della 2^ tornano dall’ufficio riposati. Allora abbiamo visto che una caratteristica del lavoro è la stanchezza. Un politico e un sindacalista non li troverete mai stanchi, non hanno mai provato il lavoro, infatti questo dà spossatezza, stress, sfinimento. Ecco perché oggi si studia per arrivare ad avere un foglio, un documento per vendere parole senza lavorare, per non saper fare nulla ma saper
baccagliare in pubblico, ai comizi, in talk-show così frequenti, insomma per fare politica e sindacato e ottenere un’occupazione sicura. Le migliori attività senza durare fatica sono quelle dello Stato, della burocrazia, mansioni sicure per le quali ci vuole una sicura raccomandazione dei politici, dei sindacalisti o di qualcuno già sistemato alla puppa, termine toscano per indicare impiego dove si sta bene con un bello stipendio e niente lavoro. Forse mi vorreste paragonare chi lavora per conto suo, per esempio, un muratore a un maestro, a un professore che è impegnato per poche ore alla settimana oltre a fare festa per tutta l’estate? Naturalmente i maestri e le diligenti
professoresse ci vogliono, non voglio sminuire la loro necessità, abbiamo più bisogno di loro che di altri. Poi ci sono personaggi che hanno la capacità di RISCHIO, gente come industriali e artigiani evoluti, uomini e donne che reggono Stati interi ma che qui in questo discorso non ci interessano, stiamo parlando di persone che possiamo incontrare per strada. Quando si vedono molte persone sedute in una salone ornato da pitture famose, attente ad ascoltare chi parla da un baldacchino a un microfono, ecco … è tutta gente ben vestita che ha tanti soldini e che non sa cosa sia il lavoro. Oggi chi vende parole, chi sa o non sa quel che dice e fa il politico non ha paura di nulla, sia di destra che di sinistra. Le due compagini politiche e sindacaliste che sembrano nemiche sono invece molto d’accordo, sono indaffarate a dividere i frutti dati dal popolo coglione che vota e che permette loro con il voto di stare lassù in cima, a buscare senza lavorare, senza vincere o perdere l’elezioni. Chi vince l’elezioni continua a servire quei pollastri come noi, quei bischeri che sono convinti di avere guadagnato qualcosa dando loro il voto e l’ha fatti vincere. Naturalmente chi
perde le elezioni non rimette nulla, la loro messa in scena sembra che cali ma il conquibus resta uguale; invece il monte di soldini, destinato ai partecipanti alle votazioni dovrebbero andare a chi vince e non anche a chi perde. Questo sistema riservato a chi partecipa, vincenti o perdenti, alla guida di uno Stato si può chiamare, d’accordo con l’intuizione di Filippo II di Macedonia, IV secolo a.c. con due nomi: DIVIDE et IMPERA. Insomma noi bischeri, diciamo davvero noi coglioni ci siamo fatti dividere perché così disuniti siamo comandati più facilmente, la democrazia è salva e la corruzione, sua figlia e padrona, può imporsi senza che quasi nessuno se ne accorga. Però l’Italia deve stare al primo posto, l’interesse dello Stato deve prevalere sui partiti e non si deve ammettere che chi ha perso l’elezioni statali debba guerreggiare con chi ha vinto e il sistema continua a dar loro tanti soldini. Chi lavora continua a faticare, a sgobbare e loro, quelli furbacchioni, quelli astuti che si sono dedicati alla politica o al sindacato continuano a rilevare prebende sempre maggiori; oziare è il loro verbo assoluto, bighellonando però sempre parlando, che è il loro vero, conosciuto e stimato verbo che proibisce il darsi da fare, passando il tempo senza far nulla, stando con le mani in mano, con il mucchio di quattrini che aumenta senza … lavorare. Le raccomandazioni sono il momento clou, il punto culminante della loro attività senza attività. Infatti politici e sindacalisti sempre alla ricerca di lauti guadagni, hanno la facoltà di conoscere qualche persona importante per impiegare e sistemare loro simili ad intascare moneta. Mi domandavo quanta gente avevano messo all’ Alitalia che per questo è fallita, ma anche alla Rai di cui non si conosce il numero di giornalisti o di presentatrici, religione sicura per avere tanti soldi al mese senza mai asciugare il
sudore e la fatica di un lavoro. Lavoro? Ma siamo matti … lavoro? Porcunadonna! Chi ha rammentato questa brutta e tremebonda parola…zitti non svegliate il can che dorme!
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DICK, BRETONCINO GODERECCIO SAPORE DI CACCIA-DIANA

Tonino, Giorgio e Marcello andavano spesso giù per le Maremme a caccia; tempi in cui era permessa la caccia agli uccelli migratori minuti, fringuelli, zigoli, peppoli, fanelli…
Merli e tordi, frusoni e cesene erano considerati uccelli ‘grossi’; lodole, pispole, fossacci e ballerine erano oggetto di caccia dedicata, civetta e gabbie, affilo, caccia di prateria.
Loro godevano nell’andare a giro, caccia vagante, dopo aver fatto l’aspetto al brùzzico a tordi e merli. Un’ora alle parate, fermi, aspettando l’uscita degli uccelli dal bosco, poi… il mondo davanti, siepi, seminati, grotti, prati d’erba medica: uno avanti ad aspettare gli uccelli involati dagli altri due che si muovevano a rastrello.
E poteva capitare di tutto, dalle lodole di rilevo al pigro e lento colombaccio rimpinzato di ghiande o bacche d’ellero; la lepre improvvisa e la ghiandaia impaurita, il fagiano becero e la beccaccia infastidita, e vicino agli acquitrini martinelli e beccaccini, a volte anche pavoncelle. Era una caccia di movimento: lontani dalla macchina, erano costretti a portarsi dietro di tutto, dalla riserva di cartucce al sacchetto col pranzo, borraccia, telo per una parata improvvisata, un ombrello se il cielo minacciava di piangergli addosso.
Al pomeriggio, verso le due e mezzo, fermavano i loro passi alla vecchia barriera di sassi della Riserva di Canino in Maremma, guardando verso la pianura in attesa di fringuelli e tordi che rientravano ai boschi circondati dai bianchi cartelli di divieto.
Era frequente sparare molte fucilate in una giornata: Tonino s’era dato al calibro 20 per avere meno zavorra, gli altri due s’erano assoggettati al 12 che non risparmia dalle fatiche e dal severo rinculo, ma era caccia libera e meravigliosa e il peso… ma quale peso?
L’unico problema vero era dato dal recupero degli uccelli morti, che non sempre si risolveva positivamente. Anche conoscendo bene il tragitto di caccia, evitando di tirare a uccelli in transito sopra erbai sporchi, ciuffi di cespugli o d’alberi dove sarebbe stato impossibile il riporto, a fine giornata erano molti gli anelli degli strozzini che avrebbero potuto essere pieni e invece… Chi va a caccia sa quanto rompa i coglioni lasciare un uccello in terra, non ritrovarlo. Anche se ce ne facciamo una ragione, nel senso che non è sprecato o ucciso per niente perché può servire di pranzo a una donnola, volpe o altro animale, formiche…- in natura nulla viene buttato via – ciononostante uccidere e lasciare in terra è sempre stato il più grande rammarico del cacciatore.
“Eppure è cascato qui… l’hai visto dov’è finito?”
“L’ho visto, sì, ha battuto in quel ramo basso, dev’essere sotto l’ornello, ora vengo anch’io ad aiutarti, codesto non si può perdere…”
E cerca, fruga, alza l’erba e le foglie, pesticcia, butta il cappello in terra per non perdere il riferimento, il tordo sembra andato a finire in bocca a una volpe che passava di lì per caso.
Ed è deplorevole aver ucciso senza la conseguente funzione dell’arrosto, del mangiare la preda, una tra le ragioni per rimediare il ‘mazzo’ di uccelli.
Giorgio detto Loppa, amico di sempre, meccanico d’auto in Piazza d’Armi a Pistoia, presente nella camarilla delle moto d’epoca e delle bici da corsa, maturò la decisione: ci voleva il cane.
E cane fu. E Dick fu il suo nome.
Breton, maschio, cucciolo intraprendente e voglioso d’imparare il riporto, perché della caccia classica -fagiani & C.- ai nostri proprio non gliene fregava meno che niente.
Fu un’estate di fischietto e dressage…Terra! Porta! Visite dal veterinario e lettura di libri sul cane da caccia, in modo particolare il riporto della selvaggina morta al padrone.
Amore e gelosia. Questi gli istinti sentimentali che avvinghiarono Loppa al giovane breton. Il cane non s’immaginava dell’enorme carico di responsabilità che sarebbe andato a sostenere e cresceva bene, sano e curioso, forte di complessione – non era un bretoncino sotto misura – e dotato ‘di sangue’.
Loppa ne era orgoglioso e in garage, tra le auto dei clienti, lo istruiva in continuazione, anche in manovre strane, da circo, vista la facilità con cui Dick imparava non solo il riporto: stava seduto con le zampe anteriori conserte per aria; fermo, guardava un buon boccone, mangiando solo a comando. Il dressaggio perfetto ne aveva fatto un cane da circo, impressionante, e Loppa ne andava fiero, mostrando a tutti gli amici gli esercizi che il piccolo grande cane francese era in grado di fare, davvero straordinario.
Venne il momento di far basta di andare a prendere le lettere dal postino, tenere in bocca il portafoglio del padrone, abbaiare a comando, camminare all’indietro; aprì la caccia e il breton era un cane ‘fatto’ di dieci mesi, dressato come meglio non si può.
L’allegra combriccola passò il settembre aspettando la caccia vera, quella di passo, la migratoria, e ai primi di ottobre erano a Canino, in Maremma tutti gli anni ‘stessa spiaggia stesso mare’. Perché cambiare e rischiare in un altro posto quando loro sapevano bene dove fosse il paradiso? Alle solite parate, rinfrascate, la novità era Dick che stava obbediente ai piedi di Giorgio che se lo coccolava con gli occhi e col cuore. Uccelli non ne uscì dal bosco e presero per le stoppie. S’alza una pispola, poi un’altra; spara Tonino, ne becca una, parte Dick e recupera con soddisfazione.
“Toh, qua, vieni, dà…”
Lo incitava Antonio detto Tonino professore di matematica, cercando di convincerlo a riportare.
Dick lo guardava, indeciso, ma s’indirizzò da Loppa, padrone che gongolava nel mentre il cane gli deposita la pispola in mano.
“Non ti preoccupare, tanto gli uccelli, dopo, si dividono come sempre.” Gli urlò Loppa.
Toccò a Marcello fare una coppiola alle lodole. Dick le recupera tutte e due e va dal suo padrone a depositarle.
“Non ti preoccupare, tanto gli uccelli, dopo, si dividono come sempre.”
Gli urlò Loppa che aveva preso gusto al vedere il lavoro del cane che riportava, e solo a lui. D’altronde, chi era il padrone?
In effetti quella squadra, come tante altre, faceva a mezzo delle spese e delle riprese, come si dice, tot benzina per uno, uccelli divisi per tre, a fine caccia, indipendentemente da quanti uno ne avesse
morti. Ma dà un certo piacere avere allo strozzino le proprie prede e con quel cazzo di cane… non era possibile.
Musi lunghi; solo gioioso, oltre la norma, Giorgio Bianchi detto Loppa, orgoglioso del cane. Fu una giornata di sole e di poco passo. Ottobre con temperatura di settembre, come spesso accade
in Maremma. Per tutto il giorno gli altri due s’erano sgolati a chiamare il riporto di Dick, ma il cane sapeva bene a chi portare gli uccelli.
Passa una settimana e sono di nuovo lì, di domenica. Gran passo di uccelli. La mattina al brùzzico i tordi uscivano in quantità, tra padelle e centri.
Il cane… solita solfa.
Quello che dava noia agli altri due era la soddisfazione stampata sul ghigno di Giorgio, che pareva al settimo cielo, forse anche all’ottavo.
“O Giorgio, ma lo tieni un po’ legato codesto cane, per la miseria!”
Vociò Tonino che aveva fatto uno scatto da centometrista per arrivare prima di Dick a raccattare un merlo disalato. E glielo prese davanti al muso e il bretoncino rugliò di disapprovazione, tornando verso Giorgio col mozzicone di coda tra le gambe(!)
Cane di alta dirittura morale e professionale… Dick, non era quello il suo lavoro?
Nella caccia vagante i fucili cantavano la loro canzone, di gioia per i tre amici, di morte per le lodole e le pispole, abbondanti, passo pieno.
Fermi sul mezzo del giorno a fare uno spuntino, consideravano la noiosa acquerugiola che li aveva bagnati. Dick stava mangiando una scatoletta di carne, era un cucciolone che non si tirava di certo indietro per un po’ d’acqua, era in condizioni pietose, bagnato fradicio, ma sempre in forma e Giorgio lo ammirava come può farlo solo un uomo innamorato del proprio cane.
“Te e codesto canaccio…!”
Esclamò Marcello detto il Poncino, sorridendo, il terzo della compagnia.
“Del che ti lamenti? Non se n’è perso neanche uno, dacchè c’è Dick!”
Affermò Giorgio come padrone del cane, e aveva ragione, il breton era tremendo nel suo lavoro, veloce ed efficiente; ma gli uccelli li aveva in carniera lui e anche se poi li avrebbero divisi, sì, insomma… per Tonino e Marcello non c’era gusto.
Però Marcello, detto il Poncino, ne aveva in mente una delle sue. Originario dell’Arca, quartiere di Pistoia famoso per i suoi interpreti di simpatiche vigliaccate, azioni bizzarre al limite del codice, Marcello non ci stava a subire quella situazione antipatica; n’aveva morti una quarantina e in tasca ne aveva cinque o sei. Strizzò l’occhio a Tonino che s’immaginava qualcosa, ma non cosa avesse in mente Tripolina, altro soprannome di Marcello.
Passandogli accanto, gli sussurrò:
“Stasera al rientro degli uccelli, tu vedrai, si ride…”
“Ma cos’hai in mente, merdaiolo?”
Domandò Tonino, professore che amava circondarsi di persone del popolo, amici veri, non sofisticati.
Ma il Poncino rispose con un beffardo mezzo sorriso, incamminandosi per lo stradello che portava al muro a sassi della Riserva, gli altri due amici nella scia; aveva smesso di piovere, Dick, sempre brillante, triplicava la strada agli amici che camminavano sfottendosi e ridendo delle padelle, i tiri sbagliati sempre altrui.
Era vicino il momento del rientro degli uccelli.
Nuvole nere ormai lontane portavano il loro carico d’acqua verso il nord; un ventolino di sotto, dal mare, spennellava gli olivi inargentandoli, un vento sfavorevole per un buon rientro, di solito ottimo col Tramontano.
Quasi all’improvviso s’apre il cielo dando posto al sole, cambia il vento, comincia quello dal nord: uccelli per aria d’ogni tipo, tordi e fringuelli in numero impressionante, prima altissimi, poi il vento li abbassa a tiro.
I tre amici s’erano piazzati a una cinquantina di metri l’uno dall’altro, alle parate solite.
Comincia la contraerea, occhi in forma, cartucce comprate dal mitico Gigi del Mulo, Velox e Storno per i due dodicisti, mentre Tonino sparava solo Special Blitz con il magico Breda 20 semi automatico meccanico a mollone. Come Dick passò vicino a Marcello, questi l’agganciò per il collare: il cane aveva un tordo in bocca e avrebbe dato l’animaccia sua di cane fedele al padrone per non mollarlo.
Ma il Poncino aveva un’altra arma per conquistare il breton, che gli mise subito in mano il tordo ammazzato da Loppa e non si mosse più dalla sua parata.
Cadevano gli uccelli colpiti dai tre e Loppa urlava all’indirizzo del cane che non rientrava. Si mosse e andò a vedere cosa fosse successo; subodorava che l’avessero legato, quei figli di puttana dei suoi cari amici. Ma il cane stava sciolto ai piedi di Marcello, come se avesse un nuovo padrone! S’incazzò come una jena, gli mise il guinzaglio e lo riportò alla sua parata, non rideva per niente mentre smoccolava tutte le litanie possibili e rintracciabili nel gergo pistoiese, toscano. Tonino si mosse, per domandare cosa succedesse proprio nel momento clou del rientro.
Ma il Poncino rideva perchè Loppa non sapeva cosa potesse essere accaduto…
Ecco due colombi sopra la parata di Giorgio detto Loppa. Imbraccia il Cosmi e ne stende uno. Subito Dick parte a razzo per il recupero più facile, sta per tornare dal padrone, lo guarda, un attimo d’indecisione, cambia direzione e lo porta al Poncino che rideva a quattro ganasce.
“Diccheeee… tu ma’ maiala, vieni qui, porta, porta maledetto, maremma troia, ma che ti dà quel merdaiolo, ma che ti succede… canaccio figlio di mille sangui, vieni qui vigliacco, accidenti a te e a me che ti ho dato anche il latte di gallina, bel ringraziamento, Diccheeee…”
Ma Dick portò il colombo a Marcello e poi gli servì tutti gli uccelli abbattuti, compresi quelli di Tonino che considerava quella situazione strana e curiosa, non rendendosi conto del perché il cane si comportasse così. Loppa pensò che quello gli desse qualche leccornia da mangiare, anche se era strano, gli aveva insegnato a non mettere niente sotto i denti se non da mano che non fosse la sua. Lo andò a riprendere un paio di volte e poi smise, sconfitto nell’orgoglio dal cane infedele che tornava sempre alla parata di Marcello.
Come al solito il notevole mazzo fu diviso a fine giornata, con lo scorno di Giorgio e le risate di sfottò del Poncino, vero supremo principe del prendere per il culo.
Rivelò il segreto solo un paio di mesi dopo, a Natale, in garage, presente Tonino, una sera che stavano fissando d’andare per cesene ad Altedo, alla frutta rimasta in terra.
“Figlio di puttana, me lo potresti anche dire cosa tu gli hai fatto al mio cane, vuol più bene a te che a me, guardalo, t’ha sentito. Guarda come viene da te, non mi guarda neppure…”
“Vieni Dicchino, vieni,”disse Marcello al bretoncino, ridendo,“diglielo che ti garba anche a te se qualcuno ti fa le seghe…” e scappò di corsa perché Loppa gli aveva già tirato dietro una chiave aperta di 22. Una bòtta sulla porta del garage, che quello s‘era chiusa dietro, svelto come un saettone.
Antonelli dottor Franco
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IL GUSTO DEL PROIBITO

Dieci, cento, mille telefonate…
Amici che mi cercano perché vada a far parte delle loro emozioni di caccia, e io… no! Duro, sempre no. Poi, una sera, un invito a cena, con mogli, annessi e connessi: un grande fuoco, una lunga tavolata, un arrosto di piccoli uccelli dal collo intirizzito, colore giusto, testoline calve in abbraccio di sacro amore tra dischetti di pane da crostini e rondelle di rigatino, alla toscana, profumo saporoso di salvia nell’aria festaiola. Brindisi si susseguono, basta poco per inneggiare e alzare i calici in allegria: le mascelle lavorano in silenzio, c’è da smantellare vassoi e vassoi ricolmi di arrosti, cibarie sopraffine che hanno colonizzato il centro tavola.
“E questo cos’è?”
Domando indicando un bianco letto di porcellana dove stanno confusi pezzi di carne.
Silenzio prolungato, poi una timida voce dice:
“Spinosa, o istrice, fai te…”
“Ragazzi, qui si va tutti in galera, ma non è proibito sparare agli istrici?”
“E chi gli ha sparato?” Dice un’altra voce, “è capitato sotto le ruote del gippone, si doveva buttarlo via?”
“L’ha cucinato Leonardo, alla maremmana, la ricetta gliel’ha data una sua cugina di Braccagni, se ti interessa saperlo è un modo antichissimo di ammannire la ‘ Spinosa alla cacciatora’ così la chiamano nel grossetano, è cultura tradizionale, popolare, gastronomia di antichi tempi senza supermercati.”
“Ma resta il fatto che è un animale proibito.”
“Questo lo rende ancora più saporito…te che dici?”
E tutti ridono, hanno ragione, l’istrice è morto, non conosceva quanto può essere pesante una Land Rover inglese… viva l’istrice.
L’assaggio, è speciale, sembra agnello, ma senza grasso, carne morbidissima, roba da intellettuali luculliani esaltatori della tovaglia a quadretti bianchi e rossi.
L’inizio spetta a pappardelle sulla lepre, pasta spianata da mani sante di donne, generose con uova di galline che hanno un nome, Stellina, Bianchina, Dorina…
Sono tagliatelle larghe quanto due dita, ognuno ne prende da sé, fumano e accanto fuma un largo tegame di coccio scuro dove stanno i pezzi della lepre, cucinata con del rosso pomodoro che ha fatto un sugo scuro come il carbone. Un ragù eccellente, il giusto insieme per accompagnare in camera di digestione un classico del mangiare venatorio; ma qui, stasera, non ce ne sono canai, gente che caccia con segugi, voglio dire.
“O chi ve l’ha dato questo leprone benedetto?”
Domando mentre attorciglio con gusto i nastri sugosi e sbocconcello una spallina dell’orecchiona.
Silenzio.
Poi una voce:
“S’è ammazzata, non ce l’ha regalata nessuno… che ci si fa regalare le lepri, noi?”
Il commento incita all’ilarità generale, sembra logico che se una squadra di cacciatori vuole una lepre vada, la cacci e se la porti a casa; troppo semplice, lo so bene io, che sono due anni che vorrei fare le pappardelle sulla lepre ma poi, se non hai cani adatti, se vai a beccacce o a tordi, o a colombacci, non ti resta che scambiare le tue prede con qualche lepraiolo, gente attrezzata, gente che percorre poggi dietro a lepri per me inesistenti, con cani dal passo lento e continuo, dai nasi sbucciati tra sassi e zolle.
L’atmosfera si sta facendo più che conviviale, dopo i tiri impossibili vengono fuori – finalmente! – le padelle, quelle nascoste e non conosciute in armeria, ma ben descritte da quei figli di puttana degli amici che non vedono l’ora di una cena sociale per pubblicizzare vizi e difetti dei componenti della squadra badando bene a tenere nascoste le proprie virtù.
Il fuoco crepita, è un bel focolare, bello grande, sulla bocca stanno delle griglie con sopra qualcosa di strano, degli oggetti che cuociono, ottimo profumo di formaggio indefinito; prendo uno spiedo dal vassoio degli uccelli e mi servo pane e pancetta e un paio di uccellini: cotti a dovere, chi li ha arrostiti è uno che sa, è uno del mestiere. Sotto i denti sono friabili, non c’è bisogno di ripulire gli ossi, e sono piccoli, buonissimi ma piccoli… levo il becco e sgranocchio anche le teste, gusto l’amarognolo della salvia infilata nella cavità degli intestini, sono stato attento a scegliere quelli senza stuzzicadenti infilati a mo’ di segnale, quelli sono riservati a chi predilige i piccoli volatili con le budelline, anche mio padre li mangiava ’pieni’, con gli intestini interi, questione di gusti.
Ne brandeggio uno ed esclamo:
“Non venite a dirmi che queste sono lodole, mi sembrano più piccoli, sono la metà di una lodola…!”
“Ma che discorso è codesto…che gli domandi il nome a un uccello, prima di mangiarlo? Piuttosto, come ti sembrano cucinati? Questo è l’importante.”
“O gente,” dico con una leggera vena polemica,” l’istrice è proibito, cani da lepre non ne avete e la lepre l’avete presa chissà come… questi uccellini, ottimi per la cronaca, hanno delle testoline… dite la verità, cosa sono… capinere, stiaccini, saltimpalo, migliarini, stipaiole…”
“Bravo, si vede che te ne intendi, sono tutte stipaiole…hai sentito che roba? Le ha prese Mario, un po’ con gli arconi e altre con la pania, una caccia che pochi anni fa era patrimonio di tutti.”
Le stipaiole e le capinere sono state la palestra delle mie prime fucilate, da giovanissimo, morbide come il burro, tenere come farfalle, sulla fucilata del fucile 20 monocanna bastava un pallino del 13, due pennine per aria e poi via allo spiedo di mio padre.
“Ragazzi, ma che facciamo il festival dell’amarcord? Se non si può non si può, è inutile stare ad argomentare che prima sì dopo no… ecco perché vi ho sempre detto di no, perché non vengo a caccia con voi, m’interessa di più il mio Porto d’Armi di qualche fucilata ai proibiti.”
“Ma chi ha detto di tirare delle fucilate? Ad acchiapparli ci si pensa noi, te mangia e dicci come sono… se poi a qualcuno gli viene in mente di piazzare qualche cestola con dei gramignòli o disporre qualche rametto impaniato per rimediare uno strozzino di capinere…dai, su, non farci apparire come mostri.”
E’ la voce di Mario, il padrone di casa, mi guarda con occhi che cercano complicità, visto che mi sono servito di nuovo e ho azzerato uno spiedo; tanto se non si gustano stasera… mi dico, considerando che sono già morti e gustosissimi: il loro cantare in versi non sarà più godimento degli orecchi, ma le loro carni possono esserlo per il palato. E’ una scusa? Una giustificazione? Sia quel che sia, aspetta che ne prendo altri tre…un boccone l’uno, non ricordo chi abbia detto per primo che i migliori uccelli sono quelli che si mangiano con il cucchiaio, forse io?. E ci sarà chi dice che il tordo non lo batte nessuno, chi tifa per le pispole e chi per i beccafichi, stasera ci sono le stipaiole, rendiamo loro il massimo degli onori.
Scorre il vino di Mario il sardo, tra il profumo celestiale dei vassoi, da sotto i carboni ardenti del focolare spuntano patate abbrustolite e incenerite, una delle nostre donne le tira via dal fuoco con un ferro, ha un cencio ruvido le strofina passandosele veloci tra le mani, bruciano, le taglia in un piatto e le asperge di olio d’oliva d’annata, una spruzzata di sale e pepe, un’idea di prezzemolo e aglio triturati finemente; guardo gli amici: ragionano di un prossimo appuntamento al desco, ci sarà una cerva giovane, sono dei bracconieri nati, niente da fare.
Conosco le loro gesta, girano di notte tra le Riserve col gippone e con carabine .22 e .30-06 a disposizione, con cannocchiale a raggi infrarossi e silenziatore. Lepri e cinghiali, cervi e caprioli, una caccia che non risparmia l’istrice e il fagiano imbroccato, ma solo se femmina. Ma è caccia? Ma che caccia è? Di nascosto, come ladri…
Sono persone che non hanno bisogno di quei soldi che potrebbero venire da una vendita a ristoranti specialisti in selvaggina, infatti non appena hanno le spoglie sistemate le portano a chi ha bisogno di proteine vestite di ciccia: orfanotrofi, conventi, istituti per anziani…alla Robin Hood, insomma.
Sono uomini che vanno a caccia di frodo, di notte, perché gli piace, non hanno uno scopo, non cercano di lucrare con il proibito, godono nel provare emozioni forti, rinforzate dalla sensazione di pericolo di un eventuale incontro con dei Guardiacaccia ed escludono animali in odore di amore e maternità.
“Noi all’inferno non ci vogliono…!”
Esclama Bruno, detto Parigi per essere stato da giovane fidanzato con una francesina.
“Ma lo sai che ci s’ha più benedizioni addosso… c’è una Madre Superiora, una Badessa, come le chiami quelle monache che comandano i conventi… tu sapessi quanti ringraziamenti quando le si regala un cinghiale bell’e pulito, e benedizioni su benedizioni per tutti i componenti della squadra… diglielo te Arturo.”
Arturo detto Falcetto accenna a un segno di assenso senza alzare gli occhi dal piatto, è impegnato a quattro mani su un dispettoso pezzo di lepre, pare una lombatina che gli ha colorato di ragù la camicia: guance incavate, barba di tre giorni più bianca che scura, secco rifinito, basco sulla ventitré, un berretto che forse non si leva neanche quando dorme, lo chiamano Falcetto perché ne ha sempre uno dietro, l’adopera per aprire la gola a cinghiali o ungulati feriti, odia sparare un colpo in più.
Questo piacere che prova Arturo a scannare le bestie lo conosco, me ne hanno parlato, lui è il boia ufficiale della squadra, ma il suo coltello non l’ho mai visto. In una pausa mandibolare glielo chiedo, gli verso del vino, si ricorda che gli avevo portato delle cartucce da tordi un paio d’anni prima, fruga in tasca e me lo porge.
Il coltello avrà qualche secolo, è un falcetto bello grande ma ancora tascabile, un roncolino, ovvero con la lama a becco, ripiegabile nel telaio di ferro con impugnatura in legno, irriconoscibile da tanto che è nero, sembra affumicato. La lama al carbonio è consumata, da ripiegata lascia intravedere una bella finestra d’aria, ma a Arturo che gli frega? L’arnese gli serve all’uso da anni, benissimo direi. L’apro e col pollice traverso sul filo ne sento la perfetta affilatura, tiro fuori un fazzolettino di carta, da naso, provo a tagliare: incredibile, la lama lo attraversa come un caldo tagliente il burro!
Mi gingillo con questo coltello tra le mani, ha un impugnatura arcuata che ripiena alla perfezione il palmo della mano, è perfetto, oggi si direbbe ergonomico, solo che questo non l’ha disegnato un famoso designer, ma pensato dall’esperienza di non addottrinati coltellinai del passato; l’apro e lo chiudo, la molla è sempre scattante, guardo le mostrine in ottone che una volta dovevano essere brillanti, i chiodi in ferro di tenuta del legno al telaio; sento un cattivo odore, l’avvicino al naso, quindi lo rendo ad Arturo.
Quell’odore annusato è un puzzo strano, mai sentito. Ma che deve essere familiare con chi è stato in guerra, tra cadaveri freschi e stantii: ecco, ora capisco cos’è, un tanfo di sangue rappreso, sangue intrappolato nel telaio del roncolino e poi rimasto lì a seccare, a invecchiare, un fetore di lezzo da voltastomaco, ma che per il naso degli indiani adornati di scalpi umani era profumo divino, e anche per quello di Arturo, detto Falcetto.
Tre ore di attacco violento al fegato e siamo al momento dei grappini, di origine incerta e offerti dai presenti, tutti distillatori abusivi, naturalmente, altrimenti dove starebbe il gusto del proibito?
Sono le una di notte, notte stellata senza luna di fine estate, ci sediamo nell’aia, per argomento fucili e caccia più o meno lecita. Sorseggio una specie di Mirto che dovrebbe far digerire e togliere cattivi odori d’aglio di bocca, la fettunta lì per lì è buona, ma poi…
Dentro di me mi domando come farò ad andare in visita dai miei clienti domani mattina e io mi vedo già intento a scartare caramelle alla menta, già… i clienti, domani ci penserò, ora voglio gustarmi questa serata.
“Ma perché non si va ora a vedere cosa c’è in giro? C’è anche Franco, quanto tempo è che lo invitiamo, non è mai venuto, andiamo ora…”
E’ Tonino che pronuncia queste parole in modo subdolo, ridendo e accennando nella mia direzione, mentre Alberto lo premia di uno sguardo di connivenza.
“Andate andate,”dico” vi aspetto per un grappino, andate pure io non vengo a rischiare il mio Porto d’Armi, ve l’ho detto mille volte… mi sono piazzato qui in questa poltrona a dondolo, sotto un meraviglioso tetto di stelle, sto come un papa, niente vento, niente freddo, in camicia si sta d’incanto, è una notte privilegiata per chi se la sa gustare.”
“E allora, guarda,” prende la parola Alberto, vecchio amico di studi e di caccia alle starne quando era possibile, “poiché non sei mai venuto con noi, ora ti si porta a vedere lo spettacolo degli spettacoli e per farti venire, guarda, si va senza fucili, non puoi dire di no.”
Maremma stitica e vigliacca, m’ha incastrato… porcunadonna.
Nel mentre cerco di rispondere qualcosa che non può essere di negazione, hanno già messo in moto il pick-up e mi ritrovo nel posto d’onore, quattro in cabina e tre sul cassone.
L’anima della notte viene sventrata dai fari, si parte e dopo poco ci si ritrova in un’oliveta in leggero pendìo, poi prati di graminacee selvatiche e palèo…
“Fermo” dice una voce dal cassone,”torna indietro…”
“Che c’è?”
Il differenziale della quattro per quattro cigola in marcia indietro, una buca ci sballotta per aria.
“Là, guardate laggiù vicino a quel cipresso, a sinistra…”
Brillano come due lampadine accese gli occhi di un gatto, no, macchè gatto, il click sugli abbaglianti mostra gli orecchi ritti, orecchioni direi, è una bella lepre.
“Guarda che leprone, Franco, se s’aveva la .22 era già sul cassone, sarà a 20 metri.”
“Ma che vi manca la ciccia?”
“Ah… codesto no, ci puoi credere.”
Si riparte, s’entra in uno stradello, bosco di querce e lecci, mi faccio coinvolgere in quello che è uno spettacolo bellissimo, Alberto spenge il motore, il buio torna padrone, il silenzio ci abbraccia, la notte mostra le sue fattezze, silhouette segreta che non concede a nessuno, tanto meno a gente che dorme con le ultime immagini di pubblicità televisive stampate nel cervello; un gufo si lamenta e accenna un breve verso prima d’involarsi, un assiolo brontola un fischio prolungato di avvertimento, poi l’assenza totale di rumore, di tutto, sotto gli alberi sparisce la luce evanescente dello stellato di paradiso.
La notte si concede solo agli innamorati veri della natura, lei lo sa e se ne approfitta, è birichina e intrigante, ammette al suo cospetto solo chi la sa gustare, la finzione è impossibile; la notte? E’ una merdaiola.
Ho cacciato il cinghiale di notte tanti anni fa, al balzello e conosco il piacere della caccia notturna, la caccia più bella che ci sia. Ma erano momenti di miseria, la carne serviva per rimediare due lire per vivere, c’era una qualche giustificazione, ma oggi che senso ha l’aggirarsi per boschi quando tutti dormono?
Beh… ve lo dico con tutta franchezza, percorrere una montagna in silenzio, di notte e senza fucile è un avvenimento talmente assurdo e inconcepibile per il resto degli umani, che può rasentare l’assoluto del piacere, provare per credere, sempre che qualcuno non mi prenda per un essere da internare e si metta al telefono cercando il numero della Neuro.
Improvviso un cinghiale si materializza davanti ai fari, poi un altro e un altro ancora, stanno fermi, la luce li spadroneggia, li blocca, non capiscono, non sanno cosa succeda, i dorsi lucenti di riflessi sbiancheggianti , gli occhi accesi; dov’è la bravura del cacciatore… penso e glielo dico al pilota, abbacinato dal branco lì a portata di mano; abituato alla caccia notturna Mario ora si sente senza forza, solo per un cacchio di amico che non vuole fare il bracconiere. Frena e guardando i cinghiali che pascolano m’invita a gustare la scena, parliamo e io domando:
“Ma n’hai mai trovati Guardiacaccia, o qualcuno che v’abbia cercato di prendere con un posto di blocco?”
La risposta è pronta.
“E te credi che il padrone delle Riserva paghi il lavoro straordinario notturno a due Guardiacaccia per acchiappare noi che, tra l’altro, gli si fa un lavoro gratuito?”
“Come sarebbe?”
“Sarebbe che noi dei suoi fagiani non sappiamo cosa farcene, quelle che abbiamo mangiato stasera erano due fagianelle accoppate per l’Apertura col cane da ferma; le lepri… sì a qualche lepre gli si tira, ma proprio se c’è una cena in vista, a noi interessano i cinghiali, ci piace la bestiaccia e ai Guardia se gli leviamo di torno i cinghiali non gli pare vero, ma lo sai quanti danni gli fanno? Giù in pianura gli trebbiano tutto il granturco anche se protetto da recinzioni, in costa non gli riesce salvare il sorgo e i girasoli… ci dovrebbero pagare, te lo dico io.”
Si torna nell’aia dopo un’oretta, le donne bivaccano con discorsi da donne intorno al focolare, un ultimo grappino per ripulire la bocca dove la lingua s’è ingrossata, qualche volta il fegato si affaccerà per rimproverarci e darci un ultimatum…
“Chi li ha cucinati gli uccelli?”
Domando mentre si festeggia il triste momento degli addii. E’ stato tutto perfetto, una messa vociante ma solenne officiata in nome di un’amicizia non comune, gastronomia popolare e tradizionale da riferimento, questa sì che è Alta Cucina, ma gli uccelli, le stipaiole, mamma mia com’erano…! Glielo dico da ghiotto impenitente e sopraffino.
S’avvicina Falcetto mentre sono in macchina a portiera aperta, stiamo per andare via.
“L’ho fatti io e quando tu vuoi non hai che da tornare tra noi e te li rifò come stasera, è facile, basta sistemarli alti sulle braci e poi abbassare gli spiedi via via che gli uccelli cuociono, solo così il pane non brucia e tutto viene grigliato in maniera perfetta, mio padre li faceva così e anche il mio nonno, ma bada, oh… ci vogliono quattro o cinque ore…
Sento una mano che mi scuote, è l’Elisabetta che mi tentenna per svegliarmi, è mattina, c’è il sole che tenta di sbucare tra le tapparelle.
“Guarda che la camicia è stirata e l’ho appoggiata sul cassettone, il caffè te lo metto qui, attento che brucia, l’ho fatto ora.”
Mi rigiro e guardo il soffitto, m’alzo e mi siedo sul letto, mi stropiccio gli occhi, bevo il caffè, non sento lingua ingrossata, prendo coscienza di me, mi sento in forma, ieri sera sono andato a letto presto – o no?- perché sapevo che stamani avrei avuto un importante appuntamento di lavoro, però penso anche a tutto l’aglio che c’era sulla fettunta di ieri sera in casa di Mario, ma non sento cattivi odori, le caramelle alla menta, ma quale Alberto, ma quale cena… la caccia di notte? I bracconieri…
“Elisabettaaaa…”
“Che c’è, che c’è… sono qui, non urlare che svegli la nonna, sono le sette, è presto, poi tocca sopportarla a me.”
“Ma lo sai che ho fatto un sogno meraviglioso? Tu c’eri anche te, ascolta, sembra vero…”
“Che sogno? Ma quale sogno… ecco perché tu sei stato agitato tutta la notte, che erano donnine? Piuttosto
ricordati di riportare il pane a mezzogiorno, ma torni a mangiare?”
“Mah…”
Antonelli dottor Franco
NB – L’ho messo sotto forma di un sogno sennò la rivista Diana non me lo pubblica, ma la cena e la lingua
ingrossata c’era davvero…

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.n

CACCIATORI DI TESTE…di cinghiali e maiali

“ Allora, avete fissato o no? Dov’è l’appuntamento ?”
“ Dove vi pare, per me va bene dovunque, fate voi…”
“ Ci si potrebbe ritrovare in garage da Roberto.”
“ E come si fa? Non si può, lì non c’è acqua.”
“ Allora dove? Decidiamoci, pare la novella dello Stento…”
“ Diciamo venerdì alle tre, da Piero, alla capanna di Piero del Barni, che vi va bene? Oh, screanzati che non siete altro, non dite nulla?”
Fu deciso il luogo e l’ora, di comune accordo. Non era il momento di fissare una partenza per la caccia, né quello di caricare cartucce, o sistemare un capanno, niente di riferibile direttamente all’azione venatoria.
Però gli invitati erano tutti cacciatori e della mia stessa squadra. Ancora non ci siamo dotati di peripatetiche societarie, configurazione non prevista nello statuto virtuale della squadra, quindi mi domanderete cosa mai stessimo architettando. Semplice, abbiamo nel congelatore la prima vittima ungulata dell’annata, un succulento cinghialotto di una trentina di chili, spezzato e sistemato secondo le regole: qualcuno di noi ha ventilato l’idea di preparare Coppa alla Toscana per i membri della squadra, tanto per passare il tempo del silenzio venatorio del venerdì.
A Prato la chiamano Capocchia, altri Soppressata, io sono di Pistoia e l’ho sempre sentita nominare Coppa, e Coppa sia. Si fa con la testa lessa del maiale, noi aggiungiamo anche cinghiale, fifty-fifty, se avete la pazienza di seguirmi…ve la passo.
E’ un insaccato semplice che si può preparare anche nell’appartamento, non è proprio quel che si dice un toccasana per il fegato e, se siete dotati di grassi nel sangue oltre la norma, beh… è l’occasione buona per trasgredire per l’ultima volta e iniziare una dieta acciaiosa a partire dal prossimo lunedì: uno qualunque, naturalmente.
Caccia non è solo sparare o stare alla posta o affogare in mezzo alla forra più buia sommersi da vegetazione cannibale, strangolati da legacci di prunaie ordite come ragnatele assassine. Oggi, al bar, si stava rievocando l’ultima padella di Peppe che non sapeva più quale scusa inventarsi, avendo enumerato tutte le giustificazioni del caso: cinghiale silenzioso come una farfalla, solo e senza cani al seguito, neppure canizza vicina, all’improvviso, e chi se l’aspettava?
Spiazzo meraviglioso, con grande visibilità. Peppe stava dicendo di essersi sistemato in posizione da vedere, dominare… macché, la bestiaccia s’era affacciata tra due cespugli di mortella , a dieci metri, e nel passare tra l’uno e l’altro ha impiegato un attimo, che dico un attimo… un quarto d’attimo, per un pelo gli unghielli sui piedi. Ma nessuno ci credeva, ognuno ricorda le sue, di padelle, e non fa sconti agli amici, ci mancherebbe, la legge delle padelle è uguale per tutti. Solo Mario non partecipava alle grasse e sguaiate risate in onore e ludibrio di Peppe.
Nella derisione non c’erano né oltraggio né disprezzo, solo scherno e smaccata presa di culo operati dagli amici, ma sopratutto da quel cinghiale che sarà stato più di cento chili: sembra impossibile, le padelle reali sono sempre riferibili a bestie da Guinness; d’altronde, che senso avrebbe sbagliare il tiro a un cinghialotto da niente, una preda comune, un selvatico come tanti ce ne sono per i boschi? Mario era intento a pensare, senza partecipare al brutale linciaggio dell’immagine venatoria del povero Peppe; faceva il conto di quel che occorresse, il dubbio era pressante, si era forse dimenticato qualcosa? Ma tutto pareva pronto e a disposizione per rinnovare le antiche costumanze
gastronomiche, tramandate di padre in figlio, dai secoli dei secoli. Usciti dal bar, novembre strinava e mutava la pelle d’uomo in quella d’oca, baveri rialzati e accoccati con le mani.
Piero del Barni era lì che aspettava, aveva preparato un miscuglio di droghe profumatissime, macinate lì per lì, un battuto di buccia di limone, un altro di aglio, da una parte il bussolotto del sale e quello del pepe.
In un canto del tavolo di marmo stava la testa del cinghialotto, pulita, spaccata in due metà, senza cervello, già mangiato fritto, da fresco. E c’è chi accende il fuoco in terra con pezzetti secchi di albatro e stipa, chi dispone i tre tondini di ferro a piramide con catena e gancio penzoloni per appendervi la caldaia, chi alimenta il fuoco timido con rametti di quercia sempre più grandi, mentre Mario tira fuori dalla balla la testa del maiale, aperta anch’essa in due, rossa del sangue lavato via senza pignoleria. Un ferro incandescente viene infilato nelle narici e nelle orecchie, un mattone arroventato è strofinato sulle cotenne e sulle setole rimanenti, per la pulizia più vera. Fumo e puzzo misto a odore di carne abbrustolita pervade tutto il consesso, è iniziata l’operazione, ognuno dice la sua: naturale, tutti maestri.
“ Ma ce l’hai messi i chiodi di garofano?” Domanda il Segantini annusando il mescolo delle droghe. Tutti infilano il naso nel cartoccio, sembra la Commissione Internazionale per l’elezione del Re dei Norcini. Le congetture critiche spaziano dalla troppa noce moscata alla poca cannella, dal troppo cumino al poco pepe nero, al troppo pepe verde, è un casino, credetemi. Io, che zitto non sto, propongo di aggiungere anche finocchio selvatico tritato, visto che si sposa d’incanto sulla carne di maiale, in genere. Non solo non mi rispondono, ma non mi guardano neppure, a difesa delle strettissime regole delle usanze che non permettono novità nell’ammannire ricette, modi
gastronomici e sistemi d’operatività, sedimentati, come detto, ma non guasta ripetere, nei secoli dei secoli.
Si va avanti e il Leporatti annuncia che l’acqua nella caldaia sta principiando a bollire. Le teste vengono buttate dentro, a pezzi. Sandro accende una sigaretta, c’è chi dice di aver fame per colpa di quegli odori stimolanti, un altro armeggia con un fiasco di vino. Ma di stimolante, per ora, non c’è nulla, l’odore è nauseabondo, chiazze di grasso vengono a galla e c’è chi avrebbe affogato una cipolla in quel pentolone, perché, parole testuali, la cipolla sta bene da tutte le parti, anche nel gelato alla crema. Uomini duri – prima o poi mi legnano – abituati a mangiare lacrimevolissime cipolle anche al tempo in cui ciucciavano la puppa della mamma, suppongo. Comunque, a parte gli scherzi, è gente rustica come l’ortica e i ricci delle castagne dei boschi che frequenta, come i cinghiali che caccia.
Un accenno di discussione sulla superiorità del 30-06 sul 308 Winchester; una garbata teoria di Sandro che afferma essere, il semiauto a canna liscia, migliore delle carabine nei tiri d’imbracciata; Roberto sostiene che è l’ora di finirla con le palle asciutte perché rimbalzanti e pericolose, io domando se c’è pane, m’è venuta fame. Comincio a sbocconcellare un cantuccio accompagnato da una cipolla inzuppata nel sale. Mi pigliano in giro, me ne dicono di tutti i colori, che sono uno sfondato, che non mi contento mai, che sono esagerato, che mangerei anche i mestoli. Lascio dire, siamo tutti amici, non siamo propriamente dei cinghialai nati, ma diventati, anche se ci piace la caccia all’irsuto e scontroso suide. Abbiamo nel box un setter discreto, che ci serve per fagiani e beccacce, uno springer che adopriamo per recuperare tordi e colombacci, ma anche girello e bresciana per gli storni, non ci mancano tordi e merli in gabbia . Insomma possiamo parlare di caccia, non dico bene, ne pratichiamo diverse con alterne fortune. Ai colombacci e ai cinghiali siamo arrivati, come tanti, a causa dei dilemmi della moderna caccia italica, come ben sapete.
Tutto proibito, quindi siamo scivolati sugli animali leciti, e magari sarà anche una scelta peggiore perché troppa pressione non fa bene a noi, figuriamoci ai selvatici. La cipolla è gustosa, c’è chi suggerisce d’andare a prendere un po’ d’olio, ma la bruschetta non è nel programma della serata.
“ O Mario…ma i sacchetti per infilarci la Coppa, dove sono, che in giro non li vedo ?” Domando.
“ Porca vacca, maremma zingara, brutta miseria ladra, mi pareva d’essermi scordato qualcosa…”
Sembra smarrito e volge gli occhi al cielo, in segno di abbandono e resa senza condizioni. Telefonino in mano, chiamata d’emergenza all’Elisabetta sarta, se non ci fossero le mogli…
“ Amore…”
“ Che c’è ? Quando tu mi chiami amore, sento un pizzicore…”
“ No, dai, ascolta…siamo quì dal Barni e ci siamo dimenticati dei sacchetti per la Coppa, ce n’hai lenzuoli vecchi da ridurre in strisce ?”
“ Non fare il furbo, fosse per le strisce… per caso, non è che sono anche da cucire ?”
“ Certo, dai, non fare troppo la complicata, l’hai sempre preparati te…”
“ Vieni tra un’ora, però… ehi, gran cacciatore bianco, domenica voglio andare al mercato dell’antichità a S.Miniato, ricordiamocelo.”
Vorrei replicare che mi sembra un ricatto, che in settimana si sono viste le prime cesene, taccio per politica familiare, perché quando è il momento di stare zitti, con le donne, bisogna farlo senza rimpianti, anche se il fuoco in corpo ti porterebbe a distruggere tutto intorno e gli zebedei ti girano a mille.
Mario prende col forchettone la mandibola del cinghialotto e la tira su, la carne comincia a staccarsi, ma non del tutto, siamo vicini al risultato, mancherà un quarto d’ora.
Torno da casa e quei vigliacchi di criticoni hanno finito le cipolle, gli faccio presente che mangerebbero anche i calcinacci, non ci sarebbe bisogno d’insaporirli, è la verità e stanno zitti, ci mancherebbe.
“Allora? E’ pronta? “
“ Ora si guarda, non avere furia.” Mario è il più titolato, l’unico che ha ammazzato e preparato maiali in quantità, è un vero norcino, ha perfino la pistola speciale per ammazzare maiali e tutti i coltelli necessari, mannaie da colpo e bisturi per scuoiare, spelucchini, seghe e seghetti, pietre, acciarini e lime per affilare, il tutto in una borsa da postini che nessuno vuole mai portare, sarà un quintale.
Finalmente, bolli e ribolli, la ciccia si è separata dagli ossi, il Segantini comincia pescare i pezzi della carne, si fa per dire, magro ce n’è poco, tanta cotenna e lardo di guancia, orecchie, cartilagini e lingua scura come l’inferno.
Butta tutto sul tavolo di marmo, toglie dalla caldaia anche gli ossi, che vanno in un secchio. Siamo tutti intorno all’ammasso fumante, è un momento sacro quello in cui si rinnovano le consuetudini alle quali siamo abituati fino da bambini. Tutti zitti, in osservazione estatica di quella poverissima congerie alimentare, chiamarlo cibo sembra azzardato e invece, provare per credere, risulta di un gusto incredibilmente esaltante. Andiamo avanti, ora la Coppa è regina, comanda lei. Con un coltellone Mario trincia tutto l’impasto, lo sminuzza in pezzetti di un paio di centimetri cubi, noi tutti fermi, l’interprete è solo lui, forse più mani sciuperebbero l’incantesimo. Ordina e lo sa fare bene, conscio che il suo ruolo è quello del caposquadra, in questo momento, solo ora, perché siamo un’accolita di anarchici e non ci piacciono né berretti né capi e siamo sempre stati bene senza alcuno a comandare, ci basta il consiglio e l’opinione cercati e formatisi tra noi. Taglia e butta via le pupille degli occhi, mai visto fare a nessun norcino. E’ lui il re, quest’oggi.
Allarga il monte e distribuisce sale, poi pepe, le droghe e quindi aglio e limone battuti, in buona quantità. Pare un sacerdote impegnato in un’operazione mistica, sacrale, più che un cacciatore in vena di rendere migliore possibile un ammasso di materia banale, alla ricerca della lussuria perduta.
“ La Coppa deve sapere di limone e aglio.”
Esclama, e lo dice sempre, da che lo conosco io, quando è in azione sulle teste lesse del maiale e del cinghiale. Poi gira e rigira e amalgama, comincia l’assaggio.
E’ un momento topico, entra in scena la squadra, ognuno con la fetta del pane in mano.
L’ammasso continua a fumare, è tutto ben impastato, saporitissimo, si mangia aspirando aria per raffreddare il boccone e non ustionarsi il palato.
“ E’ troppo salata…”
Sussurra Roberto, accennando una strizzata d’occhio alla combriccola, senza farsi vedere da Mario, con aria provocatoria.
“ Non tu capisci nulla, già me l’ero immaginato quando t’ho visto comprare quel fucilaccio usato, d’un artigiano di trent’anni fa.”
Replica il Segantini, ferito nell’amor proprio di quasi professionista macellaio.
“ Come sarebbe a dire…un fucilaccio ? Un Di Maggio, uno dei migliori artigiani…”
“ Di Maggio, e di giugno…ma lo vuoi capire che la Coppa deve essere amara dal sale, ma quante volte te lo devo dire che quando s’appendono i sacchetti, scola il brodo e con lui va via tutto il sale?
Tutti gli anni la solita storia, ma sei duro, eh? Dì la verità, ma non te lo dice tua moglie?”
Mario in queste cose dispone dell’autorità e della sicurezza di chi sa fare e tutti mangiamo la poltiglia gustosissima, anche se salatissima, l’assaggio è una scusa. Uno apre la bocca del sacchetto mentre lui insacca l’impasto col ramaiolo. Se ne riempiranno sette, si legano e si mettono appesi. La brodaglia viene fuori densa dalla tela e gocciola in terra. C’è chi opera la variante di strizzare i sacchetti tra due tavolette per renderla più compatta, ma nel Pistoiese s’è sempre mangiata un po’ allentata e, insomma, perché interrompere le tradizioni, quando hanno sempre operato bene senza mai deludere?
Per registrare tutto l’accaduto, vi dirò che c’è stato qualcuno, non faccio nomi altrimenti mi ritrovo un proiettile Brenneke nella cistifellea, che prima di pulire il marmo ha preso un pezzo di pane, l’ha strusciato sulla brodaglia sapida rimasta sul piano e ha ingollato, alla faccia delle analisi, dei trigliceridi, del colesterolo e dell’anoressia!
Dopo una notte passata al fresco la Coppa assoda, è pronta per essere affettata e delibata.
Provate e sarete d’accordo con me che questa è la vera Alta Cucina, altro che panna, besciamella e cucina alla francese! Coppa alla toscana, anzi che dico…alla pistoiese!

Antonelli dottor Franco per Diana

Antonelli dottor Franco per FIDC
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E-mail address: antonelli@gmx.net

IL TEGAMACCIO

Ciao, eccovi la ricetta per gli uccelli, chiamata *Il Tegamaccio*.
Regalo di Morena, la mamma di Francesco Bini chiamato Cecco, di Prato. Chissà gli anni che ha e di dove viene.
Comunque è un modo squisito di cucinare storni, colombacci, folaghe, fagiani spezzati in quarti ed altri uccelli, carni toste di vitello.
Occorre una montagna di salvia, tanta tantissima, noi ne mettiamo mezzo tegame(largo a bordi alti).
Farla spengere nell’olio evo, ovvero olio extra vergine d’oliva.
Soffriggere finché non appassisce.
Buttare dentro il rigatino, pancetta fresca non salata. Per quattro persone circa grammi 600-700 tagliato a dadolini di cm2x2.
Far rosolare il rigatino.
Mettere dentro il tegame due rametti di ramerino o rosmarino se non siete toscani.
Quando il rigatino diventa giallino, buttare gli storni o i colombacci o i fagiani tagliati. Ogni uccello grosso va tagliato in 4 pezzi.
Rosolare bene e aggiungere 2 bicchieri di vino bianco.
Permettere al vino di evaporare.
Aggiungere un po’ di pasta d’acciughe, circa 1 cm ogni pezzo, quindi cm.4 ad uccello o parte.
Un pizzico di peperoncino, sale quanto basta, 2 dadi e…
Aggiungere brodo caldo fino a coprirli.
Permettere al brodo di ritirarsi.
Nel frattempo gli uccelli cambieranno colore, da chiari diventano marroncini.
Aggiungere brodo caldo di nuovo fino a coprirli e aspettare che sia evaporato, quindi aggiungere e far ritirare e aggiungere… fino a che sono cotti.
In ultimo un mezzo bicchiere di cognac.
Occorreranno dalle tre alle quattro ore.
Se trovi le olive, quelle sotto ranno, usate per gli aperitivi, buttarne un paio di manciate e servire.
Il sugo in fondo al tegame è ottimo per condire fettuccine e quant’altro.
Questa ricetta è ottima per tutti gli uccelli un po’ duri e per le carni toste. Noi cuciniamo così sia i
fagiani maschi a pezzi che storni e folaghe… diventano morbidi e buonissimi.
Arrivederci a presto,
Franco Antonelli
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IL BRESCHI

Potrebbe sembrare il cognome di un uomo, e forse lo sarà stato, invece il Breschi è il nome di un casone sistemato da tempo immemorabile lungo la stretta via montanina a serpente che da Pistoia porta a Villa di Baggio.
Posto su uno sperone di roccia con panorama verso la pianura pistoiese, l’edificio aveva sul lato d’oriente un alto cipresso, albergo di non si sa quante nidiate di passeri nei secoli dei secoli. Nero, pensoso e di gusto amaro, il cipresso svettava stretto e lungo come un campanile verso il cielo dell’Appennino Tosco-Emiliano.
Nell’aia erano presenti il pozzo e il forno a comune delle tre famiglie che abitavano il Breschi all’epoca dei fatti, circa il 1944.
Ci abitavano Michele e la Fortunata con i figli Alma e Demetrio, poi Cecco con Bruno e Enzo, la Zara e la Cesira.
Piccole finestre, come occhi curiosi, adornavano i muri esposti a sud. Piccole per non far entrare il freddo d’inverno e il solleone d’estate, piccole per non far uscire il caldo del focolare dicembrino e il fresco agostano trattenuto dai larghi muri. Le case…quelle fatte bene, le hanno inventate da tempo.
Tutto scorreva, triste come al solito, in quei giorni di guerra; il pensiero era uno solo, ma drammaticamente vero: codeste donne e gli anziani s’industriavano per rimediare il cibo giornaliero, veramente al lumicino. Gli uomini validi o erano in guerra o nascosti, reduci dai fronti sciagurati dello scacchiere russo, africano o albanese.
Sotto il Breschi era stata ricavata in tempi non sospetti una larga stanza invisibile dall’esterno, con presa d’aria sotto il pagliaio vicino casa.
Ora nel vano scavato sotto terra, che assomigliava più a una cantina che a una vera stanza, avevano trovato rifugio due grandi casse di ori e gioielli dell’orefice Panconesi di Pistoia e Nicola, geometra reduce da Karchov, il geometra mio padre, fronte russo, dov’era capitano d’una compagnia del genio, cento uomini tutti del sud Italia, tutti riportati, a piedi, a casa.
Liberi come gli uccelli, vagavano a giornata i ragazzi di dieci, dodici anni, arrangiandosi ad aiutare le mamme per cercare qualcosa da mettere sotto i denti.
Non era facile, ma nei momenti di frutta appesa razziavano lontani, inseguiti dai proprietari, se presenti.
I vecchi raccontano di una eccezionale presenza di uccelli migratori e di copiosa produzione agricola in quei tempi, per altro verso non benedetti da Dio.
Susini e meli, peri e albicocchi erano carichi e Luigi, Sergio e Bruno, due fratelli e un cugino che abitavano insieme, avevano un compito ben preciso, andare a giro con pezzuole vuote e riportarle piene, sotto gli occhi degli anziani, raggruppati sulle seggiole a cerchio nell’aia a rimembrare le loro gioventù, all’ombra del cipresso.
“… e con chi si sarebbe sposata la Giannina di Villa di Baggio?”
“Con il figliolo del Tondini.”
“Quale Tondini… quello di Marcone?”
“No, di Maurino… te lo ricordi Maurino, quello che veniva a fare il carbone in Maremma con noi?”
“Che me lo ricorderò? Come tendeva lui ai pispoloni non ho visto nessun altro. O codesto Marcone cosa verrebbe a essere di Maurino?”
“Cugino d’un cognato.”
“Non s’è più visto di quiessù, chissà…”
“Tornò ferito dalla Russia, i tedeschi lo ripresero, lui gli riscappò dal treno a S.Mommè e nessuno l’ha rivisto, forse sarà andato al nord o forse sarà con i partigiani dell’Abetone, vai a sapere te dove s’è rifugiato…”
I ragazzi stavano seduti sulle pietre dell’aia ad ascoltare i vecchi che non smettevano mai i loro eterni discorsi di parentele, tutte allacciate nella magrezza della montagna, bella per i pianigiani, bellissima per chi non ci abita, matrigna per chi la vive ogni giorno in orgogliosa ristrettezza.
Ai ragazzi bastava mezz’ora per annoiarsi di discorsi da veglia invernale, poi si alzavano per andare a vagabondare, sempre armati.
Armati, sì… insomma, per carità, il coltellino a serramanico l’avevano sempre e in tasca insieme al tirappiccione, che i raffinati cittadini chiamano fionda.
Ne avevano di tutte le misure, ma solo uno con le gomme, quello che si portavano dietro nelle scorribande. Così come i fucili, anche il tirappiccione ha il calibro e quello usato non era né piccolo né grande, solo giusto. La gomma era un lusso, ne avevano trovata in una Kubelwagen tedesca, colpita in un bombardamento e incendiata, mezza rigirata in una fossa, giù a Candeglia. Una ruota all’aria era bruciata solo per metà e loro ne avevano preso il lecito bottino di guerra, una camera d’aria color crema, bastevole per tre serie di ‘gomme’ per le loro armi.
Il legno dei tirappiccioni era di bossolo, legno giallo molto resistente che loro andavano a tagliare a una vecchia siepe presente a Mengarone.
Erano abili e con la loro capacità di colpire non c’era da scherzare. Allenamenti giornalieri li avevano portati ad essere dei frombolieri professionisti; infilavano delle tavolette in terra e cominciavano a ‘sparare’ dai dieci metri, arrivando anche ai trenta con successo: per proiettili micidiali sassi tondi di fiume.
Un passerotto che si trovasse nel tiro dei dieci metri era spacciato, e così quaglie e starne appostate.
La posta era il loro metodo preferito e obbligatorio di caccia.
Erano le tre di un pomeriggio agostano.
Una nuvolaglia opprimente stava aggiungendo al solleone un’afa senza pioggia ristoratrice e i nostri si avventurarono fuori dal Breschi, non senza aver dato un’occhiata alla loro prima posta, sotto l’accipresso, nome in vernacolo toscano locale che definisce il cipresso.
Erano tempi, in campagna, di gabinetti ‘alla turca’: foro diritto con pietra tonda in marmo con manico che otturava lo scarico, da cui venivano esalazioni ammoniacali che chiamare letali è dire poco. Un tondo in paglia rappresentava l’appoggio dei lombi. Non essendo un gran che di igienico, in molti – e molte – si servivano del gabinetto all’aperto sotto l’accipresso, con i nostri appostatori che guatavano da un riparo per occhiolinare le gambe e il pelo della Marinella e della Luisita, riconosciute grandi cincere dagli uomini e quindi anche dai ragazzi.
Assicuratisi che non ci fosse niente d’interessante, si avviarono verso il Pian dei Frati e Valdibure, il poggio di fronte.
Bevvero acqua ghiaccia al Righello di Mengarone e camminando si esercitavano con i tirappiccioni, per lo più con incaute lucertole, ma anche con ronzoni e farfalle.
Al primo prato, su all’alto, si avvicinarono pian piano da diverse direzioni; sapevano che poteva essere presente la brigata delle starne e qualche quaglia, animali da caccia grossa rispetto a pispoloni, rigogoli , beccafichi e balestrucci che erano soliti incarnierare.
Costì… avevano un loro capanno ben nascosto in un folto di ginestre e stipa, per tetto un gran prunaio splendente di fiori e more, rosse e nere, acerbe e mature.
S’erano appena introdotti che Sergio avvertì di stare zitti, qualcuno stava parlando e… il linguaggio non era italiano.
Un brivido di paura, terrore e panico li attraversò quando videro un tedesco armato di tutto punto venire verso di loro. Stettero fermi nel folto come pali murati, s’immaginarono che quello non li potesse aver visti, infatti… fischiettando, il doicce aprì la patta e si mise a mingere, e sempre pisciando si dette a cogliere le more, con soddisfazione, quindi chiamò gli amici.
Gli altri risposero, le more non interessavano, ma ai nostri tre ragazzi venne la pelle d’oca.
Lo guardavano da due metri di distanza, il tedesco era un ragazzo, più grande di loro, ma con due grandi occhi e un viso bianco e smunto che galleggiavano nell’elmetto.
Quando ebbe finito piluccò ancora, bucandosi alle spine delle more, tirando qualche imprecazione nella sua dura e spigolosa lingua; i ragazzi sentivano gli altri parlare, senza scorgerli, ma videro che quello tornando indietro diede un calcio a qualcosa in terra, come un fagotto che aveva le penne: una starna rimasta al laccio.
Si chinò, dette voce ai suoi amici che apparvero nel prato. Uno, che sembrava il più esperto, raccolse la starna, l’annusò e la buttò via, invitò gli altri due ad andarsene via.
Erano i primi avamposti di quella che sarebbe poi stata chiamata la Linea Gotica, linea di difesa dei Tedeschi dagli Alleati che risalivano l’Italia.
Si sentì il rombo improvviso di una motocicletta: i tre tedeschi se ne andavano con il loro sidecar per lo stradello che porta a Valdibure.
Un altro rumore, più possente, si sommò a quello della moto, stravolgendolo; era la consueta formazione di Lancaster e Boeing B-17, bombardieri alleati che si accanivano sul Ponte alle Svolte su in montagna, tutti i giorni, senza mai riuscire a colpire l’ultima importante via ferroviaria di comunicazione dal centro sud al nord Italia, via Porretta.
Luigi, Sergio e Bruno con due salti furono nella piazzola, presero la starna, poi guardarono in giro e ne raccolsero altre quattro, tutte prese ai lacci, ben tesi tra bastoncini di ornello e pochi semi di saggina messi ad arte di qua e di là dal crine traditore.
Di sicuro le starne erano roba di Remo, il più famoso bracconiere della zona. Quasi si sentirono dei borsaioli, nel raccattarle, ma videro nel fango l’impronta dello stivale del tedesco, come chiara firma di un ladro presunto.
“Che si fa?”
“Come… che si fa, si portano a casa, no?”
“Se lo viene a sapere, Remo ci fa la pelle.”
“O non lo vedi che c’è l’impronta del tedesco? Meglio di così…guarda, si vede tutto lo scarpone.”
“Basta stare zitti, alle mamme gli va detto di non lasciare penne di starna a giro, ricordatevene…alle mamme gli va detto, e noi non bisogna parlare del fatto a nessuno… capito?”
Bruno aveva un anno più degli altri ed era carismatico, suo padre gli aveva insegnato la tecnica per fare tirappiccioni perfetti e lui l’aveva mostrata ai compari, era il più bravo della compagnia a centrare i bersagli e anche questo gli dava un’autorevolezza non contestabile.
Impararono la maestria del tenditore di lacci. Non per nulla Remo era rinomato fino in città: fornitore di macellai e di gente ricca, aveva sempre uccelli in abbondanza da vendere alle persone più abbienti della città. Di età avanzata – e per questo nessun fascista o nazista lo aveva importunato – girava libero per i poggi, quando a funghi e sempre a caccia con tagliole, cestole, lacci, arconi e ogni altro attrezzo che servisse ad acchiappare: un cacciatore vero che
non disdegnava pesci del torrente Bure, trotelle, broccioli e lasche; ma anche i ranocchi da friggere facevano parte delle sue prede in vendita.
Dopo aver raccattato le starne studiarono a fondo la tecnica di Remo. Pezzi di legno e zolle e infine piccole palizzate di stipa indirizzavano gli uccelli nella scia dei semi di saggina, piccoli lupini e favette, fino ai due robusti legnottoli di ornello cui erano assicurati i crini di coda di cavallo maschio – le cavalle si pisciano sulla coda e i loro crini si rompono – intrecciati per essere più robusti. Non avevano modo di passare che dal laccio e quando l’avevano al collo… era fatta, l’uccello è abituato a impastoiarsi con i fili d’erba, che cedono al suo avanzare, ma il crine è tosto e stringe sempre di più.
Tutta la tesa era di aspetto naturale e se non ci fossero stati gli uccelli morti difficilmente sarebbe stata visibile, perché il tenditore aveva dissimulato l’insidia adoperando solo materiale del bosco: un vero artista.
Studiata bene la lezione di Remo tornarono al Breschi, resisi conto che il maestro era inarrivabile.
Giunti alla sorgente, si dissetarono; Bruno stava tracannando a garganella, scivolò e andò a infilarsi in alti arbusti di ortica. Le nude gambe, chiazzate a mortadella, lo facevano urlare dal prurito, ma i compagni lo zittirono, anche se sullo stradello vicino a Mengarone non c’era alcun pericolo.
“Se non ci fosse stato quel sasso a reggermi ci sarei cascato fino alla testa…”
Il sasso non era un sasso, ma una grossa balla pesante ben dissimulata dentro all’ortica, chi sarebbe andato a frugare dentro all’ortica? La curiosità li divorava, volevano conoscere cosa ci fosse dentro e la tirarono fuori a fatica: rena! Finissima rena di fiume, forse della Bure.
“Ma perché l’avranno portata qui?” Si chiesero.
“Remo!” Disse Luigi, “non può che essere roba di Remo.”
“E che se ne farà?”
“Mah… pagherei una starna per saperlo, chissà cosa ha in mente quello lì.”
“Non ci resta che appostarlo, per saperlo.” Disse Bruno.
Erano vicini al Breschi, fecero una corsa a prendere i pennati e in un battibaleno erano lì di nuovo.
Lavorarono mezz’ora per fare un buco, che li contenesse, dentro il roveto; tornarono a cena, pane bagnato col vino e zuccherato e alle sette erano di nuovo all’appostamento, si trattava di aspettare fino alle nove per vedere in lontananza la sagoma curva di Remo venire alla sorgente.
Lo videro arrivare con una pala a spalla, guardarsi intorno quasi a scorgere qualcuno nel buio incipiente, poi tirare fuori la balla dall’ortica, stendere vicino alla sorgente la rena, batterla e lisciarla e poi lisciarla ancora e poi andarsene tutto sudato, senza bere per non sciupare la superficie spianata e levigata.
I tre avevano avuto un po’ di timore del vecchio che lavorava a due metri di distanza, non afferrando il senso dell’operazione.
Quando lo videro scomparire dietro la forma delle querce lontane vennero fuori dal nascondiglio e camminando verso il Breschi si trovarono d’accordo nel dover essere alla fonte un’ora prima dell’alba.
E fu una nottata di dormire non dormire, tutti e tre avvertivano l’ansia della risposta alle domande, la caccia al vecchio Remo incombeva.
Bruno mise la sveglia all’ora fissata e tutti e tre si ritrovarono nell’aia buia, tirappiccioni in tasca e via per il sentiero in discesa, nessun lume di luna o di stelle, la caligine aveva coperto tutto il creato, neanche un filo di vento.
Alla sorgente aspettarono un po’, poi si nascosero nel loro appostamento. Si trattava di aspettare.
Mezz’ora e intravidero il vecchio davanti a loro, non l’avevano sentito, sembrava arrivato di volo.
Guardò attentamente in terra e si nascose, seduto, dietro un olivo a una diecina di metri, buttandosi addosso un cencio. Invisibile.
Buio pesto, impossibile vedere qualcosa.
Ma c’era un altro cacciatore, arrivato dieci minuti dopo Remo, appostato alla sorgente.
I ragazzi si toccarono nel nero del prunaio, additandosi i nasi: era avvertibilissimo un puzzo ripugnante, tanfo di piscio di gatto maschio, roba da dare il vomito.
Alla prima bava di luce lo videro, piazzato sul ramo di un olivo che si stendeva sopra la pozza d’acqua: era il gatto della Santina, riconoscibile per una larga macchia bianca che gli tingeva tutto il posteriore. Era un gatto famoso in paese, e soprattutto per essere l’unico gatto sopravvissuto alle vicende della guerra. La vecchia lo liberava un paio d’ore prima del giorno, poi lo riprendeva, aveva paura che glielo mangiassero, fine fatta da tutti i suoi parenti e amici miagolanti.
Remo era invisibile, come loro tre.
Per primo all’acqua arrivò un beccafico, poi un paio di cardellini, si scansarono per lo svolazzo silenzioso di un merlo maschio che atterrò sulla rena, battendo le penne del culo a strappi verso l’alto. Istantaneamente il gatto saltò e con un miagolìo di risentimento s’accorse di aver preso solo qualche penna della coda del merlo che se ne andò tutto incazzato a chioccolare dentro a un folto di sambuco.
La scena era stata talmente improvvisa che aveva sorpreso i tre amici. Era giorno e Remo si alzò, controllando le impronte dei visitatori notturni con attenzione.
Solo lui sapeva chi fosse venuto al bar della vecchia fontana, in turno notturno di apertura. Studiò attentamente le orme e quindi con un rametto di carpine cancellò tutte le tracce con un ghigno beffardo e satanico.
Di ritorno al Breschi, Luigi, Bruno e Sergio discutevano della tattica sopraffina di Remo che mirava a conoscere quali animali si fossero avvicinati di notte alla fonte per bere. Si trovarono d’accordo sul ripetere la tattica del maestro anche sulla piccola fontana presente sotto l’accipresso, vicino casa, riconoscendo grande caratura di cacciatore al vecchio.
Sentendosi impotenti nei suoi confronti andarono ad esercitarsi con i tirappiccioni, disturbati dal solito numeroso stormo di bombardieri che andavano verso il Ponte alle Svolte su in montagna, inutilmente. Grandi scoppi, con tutta la gente del Breschi a guardare verso il Ponte, poi commentando.
Le novità del giorno furono che al pomeriggio venne giù una mezz’ora d’acqua calda come il piscio, poi nell’aia arrivarono una quindicina di tedeschi.
Avevano i mitra Schmeisser tra le mani, alcuni davano ordini secchi ad altri che impiantarono un nido di mitragliatrici con due Spandau e un cannoncino da 88 sotto al cipresso, con visuale su tutta la pianura. Altri alla spicciolata risalivano in penosa fila, carichi di armi e vettovaglie, verso la vetta dell’Appennino a rinforzare l’estremo baluardo di difesa della Linea Gotica.
Quei cinque o sei fermatisi al Breschi li salutavano vedendoli passare, ma quelli non rispondevano, un’armata senza sogni per il futuro.
Già morti prima di morire.
La mattina i tre amici fecero colazione a pane burro e sale, quindi orzo e via all’appostamento. Si trattava di aspettare.
Un po’ di paura li aveva pervasi, sapevano che ora c’erano i tedeschi, ma loro passarono sul dietro della casa e tra i prati di sopra.
“A me è sembrato che tra quei soldati rimasti nell’aia sotto il cipresso ci fosse anche quello che ci pisciò sui piedi al Pian dei Frati.”
Disse Sergio.
“Da cosa te ne sei accorto?”
“Mah… mi ricordo quegli occhi grandi e quel viso piccolo, sotto quel grosso elmetto…”
“Se è per codesto, a me è parso che siano tutti giovani, un po’ più vecchi di noi, soldati come l’anno scorso… è tanto che non se ne vede più.”
Remo arrivò col solito cencio e una balla tra le mani. Tirò fuori qualcosa che i tre non riuscirono a vedere, armeggiò sull’incavo dove s’era piazzato il gatto il giorno prima e poi tornò dietro al ‘suo’ olivo, con lo straccio addosso. Si trattava di aspettare.
Ecco il puzzo ed ecco il gatto della Santina, si spinge fino all’acqua poi con un balzo salta sul ramo d’olivo, subito dando in un miagolìo selvaggio di dispetto e dolore. Istantaneo si rizza Remo, quattro zompi ed è sul gatto che penzola dalla tagliola legata all’olivo. Lo infila nella balla e la sbatte in terra con violenza.
Se ne va veloce con la preda nel sacco, sulla spalla, verso l’operazione di scuoiamento, in mente chissà quale cliente di città che gli ha ordinato una lepre, priva della testa naturalmente.
Tutto tace alla vecchia sorgente, gli uccelli tornano e poi se ne vanno quando i tre compari escono all’aria, il buio è scomparso. Hanno addosso l’azione del maestro, veloce ed efficiente, nessun rumore, neppure il minimo, tutti e tre pensano alla vecchia Santina e alla cena con il suo gatto in casa del farmacista o del sindaco.
Ritornando al Breschi per il sentiero in salita, a un certo punto si fermarono, sentendo un parlottare basso in una lingua che non conoscevano, non di tedeschi.
Girarono dietro casa per non correre rischi, poi videro Michele e altri vecchi nell’aia, così presto, alzati a quell’ora insolita e si avvicinarono a vedere cosa fosse successo e di cosa parlassero gli anziani.
Guardavano sotto il cipresso, la scena era di guerra e faceva ribrezzo e schifo.
Cinque soldati dalle facce scure e con divisa che non conoscevano si stavano facendo il caffè con la cuccuma dei tedeschi.
Ai piedi non avevano scarponi, ma mocassini colorati, proprio come quelli visti nei giornalini che raffiguravano gli indiani del Nord-America.
Alla cintola coltelli inguainati in custodie di pelle con le frange, proprio come gli indiani, quali erano.In terra stavano, scomposti, morti sgozzati, quei ragazzi tedeschi dai grandi occhi e dai legnosi visi smunti.
Quelli che si offrivano per la prima volta alla vista degli abitanti del Breschi erano gli avamposti degli Alleati, truppe scelte, specialisti nell’eliminare di notte i nemici.
Uno si avvicinò al gruppo di persone del Breschi, sorrideva mostrando denti bianchissimi e una specie di foglio di riconoscimento con la sua fotografia, con su scritto USA e Delaware.
Un altro ridendo stava parlando a una radio con una lunga antenna, biascicava il suo idioma fatto di parole sconosciute, rifiatate lontano da casa sua.
L’accipresso aveva visto tutto e non batteva ciglio, solo contento che la sua anima di strette fronde verticali fosse piena di passeri che svolazzavano in qua e in là, fregandosene dei fatti degli uomini,
guerra o non guerra.

Antonelli dottor Franco
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CINGHIALI DI GUERRA

A sedici anni Mauro ne dimostrava non più di dodici e i tedeschi non l’avevano neppure guardato, al contrario di molti suoi amici che erano stati fatti prigionieri e deportati in Germania a lavorare nelle industrie.
Suo padre era caduto in terra di Grecia e lui andava a lavorare dal funaio al Boario, per contribuire a mantenere i suoi tre fratellini, mentre la madre si dava da fare in ospedale come aiutante generica.
Una fame lunga anni di carestia: gli era toccato fare l’uomo in età di spensieratezza.
Rubare era un’attività diventata usuale, anche se pericolosa: di notte vagava per i campi in cerca di cocomeri, meloni, pomodori, peperoni e melanzane; s’aggirava per le fosse del torrente con nasse per anguille e carpe.
Si avvicinava alle case in cerca di pollai mal messi, nascosti male: tutto lontano da casa, fuori zona, non voleva inimicarsi gente conosciuta.
Le bestie venivano requisite dall’esercito tedesco occupante e la gente di campagna si arrangiava, c’era chi allevava maiali, anatre e polli in stalle sotterranee, coperte d’erba, nei campi; i tedeschi rubavano con la forza, lui d’astuzia, ladro vero, anche se solo per bisogno, ma la guerra rende lecito l’illecito e la sua coscienza era tacita, lui non sentiva rimproveri…la fame è fame.
Mai solo: con lui, compagno di rischio, Didaco, conosciuto come il Tenebra, nome d’orgoglio.
Non uscivano nelle notti di luna, preferivano il nero più nero, scalzi e silenziosi, ombre vive.
Il Tenebra, fisico possente, uomo fatto, un anno più di Mauro, s’era dato alla macchia, per non farsi incolonnare per la Germania; di giorno stazionava in una capanna di tavole cadenti adattata a rimessa agricola, in mezzo alla pianura; di notte in giro, libero e fiero, come strigide da rapina.
Quella notte i due amici stavano ripulendo una fossa, Mauro reggeva un lume a carburo, e Dìdaco menava fendenti sui ranocchi intontiti dalla luce, tra l’erba e la cannella sul ciglio, con un bastone, in cima una tavoletta con chiodi passanti, come una tremenda spazzola.
Ne avevano riempito una balla; il progetto riguardava un maestoso fritto, ma anche vendita per pochi importanti soldi al mercato del giorno dopo.
Il Tenebra, ripulendo la paletta dall’erba, raccontava all’amico di strane tracce trovate ai campi del Mati; i due si stavano consultando, non sapevano se smettere la caccia, Mauro aveva spento il lume, quando all’improvviso si scatenò il pandemonio vicino a loro, a non più di una trentina di metri: un ruzzolio di lamiere e stridi, schianti di canne spezzate, rintrono di legno troncato, rumore insolito e subitaneo, come di terremoto.
La notte, già coperta dal silenzio assoluto, dilatò l’effetto e i due provarono la paura dell’imprevisto.
Col tumpeggiamento del sangue alle tempie, andarono a vedere, li trattenne un poco l’istantaneo accendersi di una finestra alle scuole, poco lontane, sede del distaccamento militare dei tedeschi.
“Hast du das Geräusch gehört?”(traduzione in fondo al racconto)
“Ja, es schien mir dort unten, in der Nähe von die Häuser…”
“Gehen wir sehen?”
“Tja, gehen, ich wollte nicht, dass die Arschloch der Italiener eine Bombe unter unseren Arsch
legen würden, wenn wir schlafen.”*
Era un cinghiale… l’origine del putiferio che aveva svegliato i crucchi e intimorito i due amici.
Rimasto accalappiato per una zampa a un laccio teso in terra, stava stravolgendo un capanno da caccia rivestito di lamiera e tavole e il canneto vicino finché riuscì a liberarsi: squittendo e rostrando di paura e forza, si avventò verso la libertà, in un campo d’erba medica.
Anche loro scapparono dentro il buio sicuro, mentre la pattuglia dei tedeschi in bicicletta si muoveva lentamente lungo l’argine della Brana, in direzione del lago De Rossi.
Dopo il mercato, Mauro andò a trovare il Tenebra, spartì i pochi soldi dei ranocchi, avvolsero due sigarette di Trinciato Forte mescolato con tabacco di miserabili cicche raccattate per terra: una leccata e l’acre fumo azzurrognolo di uno zolfanello si sparse per il covo.
“Allora, che pensi… che t’è sembrato di stanotte?”
“Com’era grosso quel cinghiale! Qualcuno se n’è accorto prima di noi, sono andato a vedere, il maialaccio ha spezzato un filo d’acciaio messo a laccio e piegato un ferro piantato un metro sotto terra. L’hanno appastato con mele e granturco acerbo, chi sarà stato? Forse Mazzino del Niccoli, chi lo sa… forse il Vettori, di certo non lo vanno a raccontare in giro, hai visto la pattuglia come si è mossa subito?”
“Mah… quelli ci fanno un baffo, se si scappa attraverso i campi… chi vuoi che ci prenda?”
“Però mi piacerebbe acchiapparlo… quel bestione, hai visto com’era grosso?”
“L’ho visto, l’ho visto, se ci viene addosso…”
“Hai avuto paura?”
“Paura no, ma avevo solo il coltellino.”
“Anch’io.”
“Per prenderlo ci vorrebbe una fucilata, e messa bene.”
“Bravo, con i tedeschi lì a un metro…”
“Bisognerebbe tirargli, nasconderlo, scappare e tornare a prenderlo la notte dopo, i tedeschi non hanno mica i cani, se ci riuscisse di portarlo sotto al ponticino sulla Brana…”
“Sarà ottanta chili, come fai a muoverlo? Ci vorrebbe un aiuto.”
“No,” affermò autoritario il Tenebra, “s’è sempre fatto tutto da soli e ci è andata sempre bene, poca brigata vita beata.”
“Ce l’hai un fucile?”
“Sì, mio padre ne comprò uno a un’asta della Milizia nel ‘40, lo prese perché non ne aveva mai visti di uguali, e perché aveva una canna-culatta di ricambio.
E te?” Domandò Mauro.
“Ho un 16 a cani esterni, una doppietta di mio zio, è nascosta sotto le travi, in capanna, ci dovrebbero essere anche delle cartucce, ma da uccelli. Il tuo dove l’hai?”
“Mezzo metro sotto terra, vicino al fico, in una cassetta di quercia, sopra c’è un sasso di un quintale.”
“Bisogna tirarli fuori, quel cinghiale mi fa gola, quant’è che non vedo carne rossa, sanguinolenta, lo mangerei crudo, giuro…”
“A chi lo dici… vai vai, stanotte si va a dissotterrare il mio.”
Alle due erano sotto il fico, notte stellata, un luglio afoso anche di notte, luna accesa come un lampione, luce come di giorno, in altri momenti non si sarebbero mossi, ma ora c’era quel cinghiale per la pianura…
Il masso fu tolto con un palo di ferro a leva e cominciarono a scavare, avidi. Dopo poco il tùnc della vanga avvertì del buon esito della ricerca. Uno spesso telo militare impermeabile era stato disposto intorno alla cassetta da munizioni; l’aprirono e apparve il fucile militare in tre pezzi, carcassa e due canne, affogati in abbondanza di un grassaccio denso e giallo come il sego di cavallo.
Pulirono e rimisero la cassetta sotto terra, ripienarono la buca e spinsero il grande sasso sopra, di guardia. Alla luce del giorno esaminarono i due fucili.
Il calibro 16 aveva il cane sinistro che non reggeva lo scatto e la forza della molla, non rimaneva in posizione di carica: la doppietta era a un solo colpo.
Il fucile militare disse di essere un Berthier M 1916 con una canna alesata per camerare cartucce calibro 36. Da Daffini, nome punzonato in culatta, era stato adattato alla caccia al capanno, per piccoli uccelli, ma conservava la canna-culatta originale in 8×50 Lebel: chissà quali storie si portava dietro…
Li montavano e li smontavano, li guardavano con occhi da uomini, tiravano i grilletti; i percussori scattavano cantando musica di caccia, di morte.
L’interruttore dei sogni non fu più spento.
Cinque colpi corredavano il Berthier, due di essi mostravano un sottile taglio in croce sulla punta, opera finissima di seghetto da orefice. E furono ignoranti discorsi di guerra, di dùmdùm e espansioni nelle carni lacerate. Mille volte furono provati il manubrio e l’otturatore e l’unico cane funzionante e mille volte risposero … perfetti! Pronti alla bisogna.
Dodici cartucce impacchettate erano a servizio del 16 belga a tortiglione con chiusura Jones. Avevano letto il marchio Pepper Barnard, falso d’epoca di famosi Pieper Bayard, ma le cartucce erano a pallini e loro sapevano bene che per la bestiaccia sarebbe occorsa roba a palla.
Il Moro, fabbro di via Pratese, venne in aiuto; era vecchio come le campane del Duomo, e forse di più; da un occhio non ci vedeva, ma sulla forgia fuse i pallini in un crogiolo di ghisa e li colò in un bossolo. Mauro era lì ad annusare il puzzo del cartone bruciato, poi vide in azione il vecchio che misurò, pesò, rifinì, aggiustò e gli dette due palle cilindriche del 16, pronte per essere caricate al posto dei pallini.
Correva leggero, con quei due manufatti in tasca, contento, soddisfatto e voglioso di caccia.
L’appuntamento giornaliero dei due cospiratori, amici di vita e di caccia, fu benedetto da S.Uberto e Diana, religione e mitologia a proteggere la costituita società venatoria.
E i discorsi si svolgevano, si avvolgevano e si avviluppavano col fumo del Trinciato Forte, furono esaminate le possibilità, le condizioni, il modo di appastare, appostare e le vie di fuga possibili.
Il timore dei tedeschi e il rumore degli spari rappresentavano difficoltà insormontabili, i giorni passavano e di notte cercavano una presenza del cinghiale, ma non avevano rivisto né lui né lacci tesi, né altre insidie.
Giravano come faine in cerca, in mente la bestia, niente più cocomeri e ortaggi, ranocchi e frutta, ma caccia grossa, caccia vera: il proibito unito alla caccia, roba da uomini, dava soddisfazione ai giovani derubati della gioventù.
La paura correva silenziosa e sottile di notte per le fosse di Badia, Canapale e del Castel dei Frosini nelle campagne di Pistoia; solo i ranocchi parevano infischiarsi di tutti e di tutto, gracidando in omaggio alla dea luna e al nero della notte, in compagnia di un monotono assiòlo, di un usignolo innamorato e dei germani che squaquaraquavano dentro al lago De Rossi.
Gli schioppi riposavano al sicuro dentro due rugginosi tubi da stufa, mescolati con del ferraccio assortito, la testata di un vecchio letto, un triciclo da carico senza manubrio e senza una ruota, il cassone avvolto di un carrello agricolo, una Garelli a cilindro sdoppiato senza la ruota anteriore e con un gran colpo nel fanale e nel serbatoio, lamiere e grondaie sforacchiate dalla ruggine, una macchina per ramare, anche lei ormai pronta per la pensione.
Tutto accatastato nell’angolo della capanna dove viveva Dìdaco, che al minimo rumore scompariva in una buca sotto terra, occultata da una balla di fieno.
Mauro tornò dal vecchio fabbro, che ne conosceva una più del diavolo: il ragazzo parlò, si consultò, chiese, implorò aiuto e il vecchio svelò i suoi sistemi: da giovane non si era vergognato di bracconare fagiani e lepri nelle riserve. Parlò di lacci, di granturco bollito nell’alcool, di lenze legate a quercioli e ami confusi in ciliege, ma al sentir parlare di silenziatori gli si illuminarono gli occhi, solo lui sapeva…
Mauro si palleggiava un sacchetto tra le mani, il giorno dopo, recandosi a visitare il Tenebra e già si figurava la meraviglia dell’amico.
Non avrebbe creduto… come infatti non credette.
Con le due perette da clistèri comprate in farmacia, e che mostrava, stava raccontando all’amico ciò che gli aveva spiegato il Moro.
Il Tenebra quel giorno era ancora più sudicio del solito, barba lunga, camicia con colletto liso, pantaloni con bretelle di stoffa, una diversa dall’altra, scarpacce sempre infangate… Dìdaco non aveva un’aria raccomandabile, si lavava nell’acqua limacciosa solo quando se lo ricordava, cioè di rado. Ma era pulito nell’anima e Mauro gli voleva bene, era un amico di cui fidarsi; andava a casa del Tenebra, la sua mamma preparava il mangiare e lui glielo portava. Ora lo guardava in faccia, quello rispondeva con occhi interrogativi, una zanzara spiaccicata in fronte.
“Non vai di corpo?” Domandò, maneggiando le novità in gomma rossa.
“Non è per questo, me l’ha insegnato il Moro, il fabbro, bisogna farci un buco dove passa la palla e piazzarle in cima alle canne, al colpo la gomma gonfia e trattiene i gas, fanno da silenziatore… il Moro me l’ha garantito.”
“E come si fa a mirare con queste cipolle in cima alla canna?”
“E’ questo il guaio, è un silenziatore per sparare da vicino… noi non s’ha mica da tirare a cinquanta
metri, al buio bisogna appostare il cinghialaccio al limite dei dieci metri. Che ne dici?”
“Ma funzionerà?”
“Me l’ha garantito il Moro, te l’ho detto.”
Infilarle sulla volata delle canne fu un’impresa. Segarono dieci centimetri della canna sinistra della doppietta, d’altronde non funzionava. Scaldate a giusta distanza dal fuoco, le perette, leggermente tagliate per allargarle un po’ si allentarono e furono messe in vetta alle canne, forzate sulle volate e legate con dello spago da muratori: buffo, di un buffo talmente buffo che loro due si dettero a ridere di gusto; ma non c’era niente da ridere, la fiducia riposta nel vecchio Moro era notevole e carismatica, come in uno stregone.
E loro risero e risero, però credendo in ciò che stavano combinando.
La strategia prevedeva l’abituare la bestia a una specie di mensa e Mauro si vide costretto a elemosinare frutta e verdura avariate al mercato, con la scusa di darle ai polli.
Di notte sparsero il cibo in due piazzole, vicine al ponticino sulla Brana, perchè il piano consisteva nel nascondere la preda sotto di esso e scappare, solo scappare a gambe levate, correre a perdifiato…
Non videro niente per giorni e notti, per notti e giorni, niente di niente.
Una sera ci trovarono una famiglia di porcospini, banchettavano con le mele marce…
Loro rinnovavano la frutta e gli sembrò impossibile che davanti a quel bendiddio la bestia non abboccasse all’insidia. Ed erano sospiri trattenuti, lamenti non espressi ma visibili, preghiere.
Non andavano più a razzìare come di solito, la caccia soddisfaceva e comandava i loro animi.
Su consiglio del fabbro avevano aggiunto per esca delle dolcissime radici di Pan di Serpe e pannocchie lattiginose di granturco, finchè scorsero un’impronta… era lui, aveva mangiato poco, però era stato lì: il cinghiale dimostrava di gradire il ristorante!
Approntarono un nascondiglio dietro un gelso e a mezzanotte erano in postazione, piedi nell’acqua della fossa, fucili pronti, fucili da clistèri, fucili da dottori. Il Berthier M 1916, con la canna rigata. “Appena lo vedo, glielo faccio io un bel clistère a quello lì, basta che mi faccia vedere una setola…” Ma l’occhiata di disapprovazione del Tenebra lo zittì. Non si sussurra di notte, silenzio assoluto. Consueta melodia di ranocchi e anatre dentro al lago, l’usignolo dolcissimo e il lugubre e ripetitivo assiòlo. Lucciole in gran quantità a celebrare il dominio della notte, un gufo come un’ombra s’inalbera sul gelso e scappa subito, silenzioso, meravigliato del suo usato appostamento occupato. Due ore di immobilità, poi un’altra, loro due… solo manate in aria a tener lontane pestifere zanzare. Nuvoloni portati dal tenue vento di scirocco rinfocolano e abbuiano la flavonica luce del pianeta. Cacciare è aspettare, ognuno dei due amici era solo con se stesso e i suoi pensieri, sempre gli stessi. Il Tenebra toccò col gomito Mauro che si era quasi appisolato, appoggiato al gelso; col naso indicò la direzione: era lì, il cignale…più grosso di come se lo erano immaginato nelle lunghe notti di
ricerca. Come d’accordo e sognato tante volte, lo lasciarono avvicinare, Dìdaco teneva la mano sinistra chiusa a scandire con le dita uno, due… e tre! Spararono insieme, le perette di gomma gonfiarono tagliando il bubùm e togliendo quel poco di visibilità si scappucciarono dalle volate: solo due colpi sordi, mentre il suide si dibatteva in terra, ferito a morte. La finestra della scuola si accese e loro si precipitarono sulla bestia che si sgropponava con le zampe vibrose al cielo, urlando uno schifoso e tragico dolore di destino mortale, un biglietto d’ingresso nel Walhalla dei cinghiali. Il Tenebra s’avventò col coltellaccio da macellaio e gli segò la gola, lordandosi di sangue, mentre a Mauro, frugando nel cuore con l’accoratoio, uno schizzo di caldo sangue gli accecava un occhio. Lo afferrarono per le zampe, un occhio alla finestra sempre accesa, le perette da clistère avevano funzionato, ma il tramestìo era stato sentito. Tiravano il cinghiale col cuore in gola, pressione al cervello, sudati come bestie, una fatica sisifa, un tremolìo per le membra.
Scivolavano e tiravano, le mani stringevano e lasciavano, ma loro non si fermavano. Venti metri maledetti per arrivare al ponticino, lo lasciarono lì sotto e scapparono a più non posso con i fucili a tracolla che maculavano le schiene.
All’improvviso, non vicino, uno sparo e un ordine in tedesco, un altro sparo e questa volta sentirono miagolare la palla incazzata che schiantava le piante di saggina sopra le loro teste.
Un altro sparo e poi un altro. Urli e comandi, secchi e cadenzati, ma loro erano da Olimpiadi.
I Mauser K98k dei tedeschi sgretolavano la loro litania, a casaccio: le palle 8×57 IS mordevano solo aria.
Fecero un chilometro di salti e corse, e una volta al sicuro montarono su all’alto della scala di un pagliaio; videro delle luci agitarsi in lontananza, poi spegnersi.
Non pensavano che alla loro preda, sperando che non l’avessero trovata.
Dopo un paio d’ore erano di nuovo al ponticino, nello scuro silenzio tornato padrone: il cinghiale era lì, riverso nell’acqua e nel sangue, la poca luce faceva brillare le setole bagnate come fossero d’argento. Il Moro gli aveva prestato un barroccino e i due amici andarono insieme a prenderlo, nascosto dietro al canneto. Sentivano tra i denti il sapore della ciccia, tra gli occhi contenti la voglia di ridere, le ruote del carretto s’impastoiavano nella mota, ma loro erano forti come uomini, non come ragazzi quali erano…
Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

IL CONTE

“Hai sentito quel rumore?”
“Sì, m’è sembrato laggiù, verso quella casa…”
“Andiamo a vedere?”
“Mah, andiamo, non vorrei che quelle merde di italiani ci mettessero una bomba sotto il culo mentre
dormiamo…” Il suo nome era Aldo ma se lo aveste chiamato così, neppure lui avrebbe girato la testa. Tutti lo conoscevano come “il Conte” anche se nessuno ha mai saputo chi gli avesse affibbiato questo appellativo. Il soprannome gli calzava a pennello: per il vestiario sciatto, la barba ispida e i capelli incolti l’aspetto era il contrario esatto di un qualche elegante, inappuntabile e rigoroso nobile. La infallibile e impietosa fotografia di popolo l’aveva ribattezzato come meglio non fosse possibile.
Raccontano che quando non era d’accordo con i dettami paterni, il Conte infatti seguiva teorie personalissime sul modo di condurre la vita, s’infrascava nei boschi e nelle fosse portandosi dietro a tracolla uno zainetto militare con una coppia di pane da tre chili, del sale e qualche cipolla; se la caccia era aperta, anche il fucile.
Io lo conobbi così, un giorno che m’ero arrampicato in montagna per tirare a un colombo. Sedevo a una polla d’acqua tanto tagliente e diaccia che non palesava neppure il suo sapore. Guardavo verso il piano fumoso e industriante. M’apparve un cane nero, toppato di bianco nel muso, dalla sembianza di spinone ma dal padre sconosciuto anche a sua madre. Si tuffò dentro alla piccola bòzza d’acqua, mentre una voce lo inseguiva da lontano come una tiritera, di tono basso e melanconico, una cantilena consueta.
“Tobi…Tobi…maledetto te e tutti i peli di canaccio che tu hai addosso…lo so dove tu sei , anche se non ti vedo, Tobiiii !!!”
Più che chiamare il cane pareva avesse voglia di parlare con gli alberi, il mondo, se stesso, dire al creato che c’era anche lui.
Si faceva compagnia.
Era un vociare debole, rauco. Il cane non gli badava, dopo il bagno si scosse e mi onorò di tutta l’acqua che aveva addosso, poi scodinzolò la felicità d’essere un cane libero, il cane del Conte. Appena l’uomo mi avvistò, smise di protestare con Tobi, mi analizzò bene per scoprire che razza di uomo fossi e cosa ci facessi lassù, tra le sue abetaie dell’alto Appennino. Vide il fucile appoggiato a un tribolato ginepro, scorse la mia mano alzata in segno di accoglienza e biascicò qualche parola, immaginai un blando augurio di salute.
Accostò il suo Browning al mio Beretta, gli dette un’occhiata per assicurarsi che fosse proprio un 20 e s’avvicinò alla sorgente.
“Maremmamaiala, com’è fredda! Hai morto nulla?”
“Non ho scaricato, e lei ?”
“Lei? Che m’hai preso… per chi non sono? Tu mi puoi dare del tu, e anche meno se tu n’hai… mi chiamano il Conte, forse per pigliarmi per il culo, ma non m’importa… io, dentro, sono meglio ma meglio d’un conte, credimi… o quel fucilino… che ti lavora ? Non l’avevo ancora visto un automatico del 20, parrebbe roba da ragazzi, ma, dimmi, che tira bene ?”
M’accorsi che aveva voglia e bisogno di parlare. Mi mostrò un colombo, tre tordi, un merlo e una ghiandaia. Quando gli dissi che ero scappato lassù per ribellarmi al mondo di merda che mi voleva costringere a fare ciò che non mi piaceva, lui mi guardò fisso, scoprì in me un fratello e mi raccontò della sua contestazione totale.
Partì in una filippica che teneva sul bordo del cuore, pronta all’eruzione non appena avesse trovato qualcuno, della sua risma, disposto ad ascoltarlo. Berciò, urlando con la sua voce incapace di urlare, che gli anarchici di tutta la terra avevano sempre avuto ragione, anche nel torto, anche crocifissi.
Da due giorni dormiva in un metato e mi offrì di pranzare con lui. Confessò i dissidi in famiglia e mentre spennava i tordi e il merlo m’ invitò a preparare un fuoco. Ancora non lo conoscevo, non potevo immaginare che da come avessi apparecchiato il fuoco mi avrebbe giudicato per quel che fossi. Mi comportai, evidentemente, non come un cittadino, ma come un uomo dei boschi quale lui era e iniziò una grande amicizia.
Spirava un leggero Grecale e indirizzai l’apertura del fuoco in quella direzione; nella conca dei tre pietroni accostati accesi rametti piccoli e via via sempre più grossi, mentre lui apprestava uno spiedo di carpine sbucciato con un rametto laterale di fermo per non far girare gli uccelli ! Mai vista una tecnica del genere e sì che avevo una discreta esperienza di bivacchi !
Il Conte si rivelò un uomo buono quanto e forse più della coppia di pane ammezzata che mi offrì con sincerità assieme a un arrosto da far invidia a cuochi d’Alta Cucina. Anche le cipolle, tuffate nel sale, risultarono di un gusto incredibile. Venne il momento della sigaretta e gli offrii un’americana col filtro. Niente…s’accese una puzzolentissima Alfa e mi guardò con commiserazione, quasi facendomi capire che la roba che fumavo era come il fucile, materiale da
donne o da ragazzi. La conversazione s’interruppe perché Tobi iniziò a uggiolare, nella radura era apparso improvviso un colombo, sbrancato, solitario, di quelli che girano di pomeriggio per cercare un po’ di faggiola e riposarsi. Era fuori tiro, credetemi, lungo un bel po’.
Ma il Conte, con l’agilità data dalla sua segaligna figura, schizzò verso il ginepro che faceva da rastrelliera, mi buttò il Beretta e agganciò il suo automatico. Lui sparò prima di me, il mio colpo  venne dopo, un attimo, ma dopo. Si vide il colombo ribaltare ferito d’ala mentre Tobi scattava con foga nel recupero.
“Tu l’hai preso te!” Esclamò, “io l’ho scarseggiato, me ne sono accorto appena ho strinto.”
Non aveva terminato di dire queste parole che Tobi era già lì col colombo sbatacchiante in bocca.
“Però, come tira codesto fuciletto schizzapiscio! E dire che non gli avrei avuto punta fiducia…o che cartucce tiri?”
Era stato chiaro a tutti e due che il colombo l’aveva colpito lui, ma quello era il suo sistema di accogliermi nella sua vita di incompreso. Probabilmente mi aveva accettato riconoscendo in me un ribelle qual era lui. Forse perdente ma libertario, a testa ritta, con cresta, bargigli e al completo di accessori da uomo, orgoglio, dignità, autorevolezza, indipendenza, coglioni di cuoio. Mi volle per forza dare il colombaccio, m’invitò a caccia, mi dette l’indirizzo di casa e mi fece capire che, sì, insomma, non s’era mai sbilanciato così con nessuno.

Antonelli dottor Franco per Diana
Antonelli dottor Franco
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RICORDI DEL BICCHIERE

Questo vuol essere un omaggio di Franco Antonelli al Bicchiere, luogo a lui caro, ai suoi figli
adorati e a tutti gli abitanti di quelle tre case in montagna ai quali è particolarmente affezionato. Il
Bicchiere è vicino a Rivoreta, paesino nei pressi dell’Abetone.
La prima volta che andai al Bicchiere ero con Gino Sisi detto Treno, del Molino di Rio Botre, aveva un pennato alla cintola e una fune. S’andava a fare la foglia per i conigli, mi disse che casce[1] di li e su non ce n’era, bastava trovare della vetrice.
Lo avevano soprannominato Treno per la sua capacità di muovere le gambe per quelle redole[2] in salita che montano verso il Libro Aperto.
Lui, montanino puro sangue, le gambe le mulinava ma quel giorno c’ero io, cittadino puro sangue e sì, insomma, lui aveva famiglia e io avevo nove anni, ero come si dice un villeggiante, albergato al suo Molino con la mia famiglia.
Pensava ai suoi conigli nel mentre andava su piano per rispetto di me e io pensavo che quel viottolo di sassi portava niente meno che al Bicchiere.
Mamma mia, il Bicchiere!
Avevo sentito tante di quelle storie legate al Bicchiere in tempo di guerra che ora mi sembrava di andare al cospetto di un non so che, di un qualcosa o un qualcuno che era lì ad aspettare di giudicarmi, di dirmi… ma cosa vuoi, di qui son passate genti impegnate a sopravvivere, a vivere. Ai miei grandi piccoli occhi tutto sembrò gigantesco; i sassi, le rocce, e anche Gino con un carico di vetrice sulle spalle che ho ancora davanti a me.
Ci sono tornato a venti anni, volevo sapere se anche a quella ragazza che mi accompagnava, il Bicchiere smuovesse l’anima a pensare a infiniti e così finiti problemi. Ma io avevo ricordi legati a quello stradello, per lei fu un qualsiasi e banale viottolo.
Ma, per la miseria, come mai una redola religiosa che mena a un santuario senza croci o labari non parla al cuore di tutti, turisti e camminatori, marciatori e innamorati dell’andare a piedi?
Passano gli anni, mi sono incamminato per il Bicchiere con i miei due figli, la Marta di quattro anni e Roberto un ometto di dieci, già esperto del Bicchiere per la scuola di Gino. Volevo vedere se anche a loro, una dura salita di appennino, quella chiesa di sassi parlasse di religiosità.
Lo stradello è ripido, il Bicchiere non si fa padroneggiare senza fatica.
Giornata con un po’ di vento di sotto, forse pioverà e la mia tribù è costretta a fermarsi, le gambine della Marta hanno bisogno di riposo, mi guarda con aria sconsolata e mi implora:
“Ma dov’è il Bicchiere?”
Qualche novella su Gino Treno che non c’è più hanno messo radici nella sua anima di bambina mentre quell’altro… l’altro è in prima fila, è l’esploratore, fa strada, è un uomo.
“Ho visto le case del Bicchiere…” dice lui.
“Ma dove?” Dice la Marta e lui…
“Dietro la curva, lassù, abbarbicate come… babbo come si chiamano quegli animali come le pecore ma con delle gran corna?”
“Stambecchi, Roberto si chiamano stambecchi.”
“Ma come fa la gente a vivere quassù come gli stambecchi?”
“La storia è lunga, quando si torna al Molino ve la racconto.”
Niente da fare bisogna prendere la Marta a brigiotto[3].
“Vieni piccola, accidenti… piccola così quanto pesi!”
Un riposino, un po’ di pianura, ci sdraiamo, ormai siamo sotto a quelle casette, attaccate l’una all’altra come fossero un presepe. Faccio un po’ il professore, sennò che babbo sono? Sotto i nostri piedi, erba, qualche sasso, chissà se c’è il nostro amico ribelle sempre incavolato… vedo una possibile tana, sì insomma a chiamarla tana, un buchino di un centimetro in tralice con un ciuffo d’erba sopra, può darsi, proviamo.
La mia platea è conquistata, mi guardano mentre preparo un po’ di vilucchio[4] ; sono in ginocchio, infilo il filo d’erba nel buco e … oppss! Viene fuori il padrone di casa, arrabbiatissimo, un grillo nero come l’inferno, lucido e in tenuta da combattimento, pronto a tutto, non fa cri… cri… La mia banda è rimasta attonita e vuol sapere, non so più cosa raccontare, anche se nell’ordine del grillo pronto ad immolarsi per ifendere casa sua.
Ora sono passati trent’anni, sono tornato al Molino del Rio Botre e ho preso per quella salita che porta al Bicchiere. Sono solo ma ho un cane, un bravo setter e una doppiettina alla spalla che mi fanno ricordare, non ho voglia di sparare, la giornata è bella.
Proprio sotto a quelle case, qualcuna imbiancata di fresco, il setter rallenta, quasi si ferma, vedo una viperona che va via piano piano, ha un ringrosso alla pancia o ha ingollato un rospo o è pregna[5]. Passo dalla casa del grillo, ci sarà un suo pronipote? Ma non sparo al rettile, siamo al Bicchiere, vai vai viperona, vai dal tuo dio…

Antonelli dottor Franco
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BELLA LA VITA DEL GRANDE ZACCHEO

Quella mattina ero andato su al monte di buon’ora.
La Yamaha TT da enduro non aveva avuto voglia di mettersi in moto e mi aveva costretto a spruzzare una diavoleria americana nel carburatore, uno spray a base di alcol etilico per convincerla a farmi sentire il suo rombo bello pieno: marmitta stubata come piace a me, inguaribile disturbatore della quiete pubblica.
Insomma… sì, mi piace sentire il motore, ma lo tengo sotto coppia, a bassi giri, lui bròcciola contento e godo anch’io del suo linguaggio zoppicante ed esoterico.
Ero arrivato a buio, mancava poco all’alba, al bruzzico come lo chiamiamo in Toscana, la lisiere du jour come viene appellata dai nostri cugini d’oltralpe: avevo il bisogno spirituale di vedere migrare gli uccelli che dal sud rimontano l’appennino per tornare nei quartieri nordici per la riproduzione.
Caccia chiusa, sono senza fucile: mi piace osservare i migratori che tirano via, spinti da desideri lussuriosi con le gonadi in eccitazione come millanta secoli fa.
Appoggio la moto gialla e rossa a un ornello, chiudo la benzina e m’incammino verso lo scollacchio, l’avvallamento tra le colline. Accendo una sigaretta e gusto il panorama dei colli, tondi come mammelle.
Le viti lanciano i rami nudi in disordine qua e là, tra poco verranno gli addetti alla potatura, è febbraio, ma non è freddo, le continue piogge hanno ammorbidito la terra e l’aria, l’inverno pare finito, pare…mai fidarsi del febbraietto, corto corto e maledetto.
Da questa sella tra i poggi sono sempre passati i migratori in processione, miliardi di filunguelli, tordi solitari, merli chioccolanti, colombacci e tordi sasselli, ogni ordine e genere di volatori, piccoli e potenti.
Basta voltarsi, d’ottobre calano giù dal nord in cerca di caldo; di febbraio e di marzo tornano in su in cerca di fresco. Schiaccio la cicca in terra e ci spingo un sasso sopra, m’appoggio a un palo della vite; forse Mario, il Guardia della Riserva di Groppoli, avrà sentito il motore e arriverà a fare due chiacchiere. Sono anni che ci conosciamo e in tasca ho la colazione, preparata in abbondanza per essere divisa in due parti, in onore di un’amicizia lontana.
Un branchetto di storni mi sorvola con rumore di ali metalliche, bassi, saranno una quindicina; non ho visto né sentito tordi o merli, lo storno viaggia silenzioso senza annunciare il suo passaggio, mentre uno zirlo di un tordo, o il chioccolo di un merlo, per me sono musica immortale.
Mario si materializza alle mie spalle come un fantasma, con la sua faccia tonda e rubizza, schietta.
“Allora?”
“Ti aspettavo.” Rispondo.
“Lo sapevo che tu eri qui.”
“E io immaginavo che saresti arrivato, vieni si fa colazione.”
“Quant’anni sono, Franco?”
“Mah… tanti, lasciamoli passare se passano bene, in casa come va?”
“Trovare un lavoro a mio figlio non è facile, sta facendo concorsi su concorsi…”
“E’ specializzato in qualcosa?”
“Fisioterapia, ora crede che tutti abbiano bisogno di lui, ha fretta, è giovane, non ha ancora venticinque anni, credeva che tutti fossero lì a coda ritta ad aspettare lui, credeva che nella bistecca ci fosse solo ciccia…”
“E invece c’è anche l’osso… e la Riserva come va?”
“Mah… che ti devo dire? Quando qualcosa, quando un’altra, non c’è mai pace… ora c’è il problema dei cinghiali, l’anno scorso hanno sciupato il raccolto delle patate e del granturco e non so cosa fare, quando annusano l’odore del granturco bianco, acerbo perdono ogni attenzione, si fanno fucilare ma non indietreggiano, gli garba, te lo dico io… maremma se gli garba il granturco quando è bianco!”
“Non gli puoi mettere dei lacci?”
“Ci avevo pensato… e se poi mi ci rimane un cane di qualche cliente? Bisognerebbe andare a tenderli alla sera e disinnescarli alla mattina presto, un lavoraccio… poi c’è una novità, da un paio di mesi.”
“Spero per te che sia una novità buona.”
“Si, magari… mi ci mancava anche il bracconiere!”
“Un bracconiere? Da quando? Sarà un ragazzaccio alla prima licenza di caccia…”
“No no, non è uno sprovveduto, l’ho appostato, cambia sempre orario, cambia luogo e sistema, se la fa con fagiani e lepri, ma ora pare che non gli disgarbino neppure i cinghiali.”
“Codesta poi… un bracconiere… vieni si mangia, ho arrostito due salsicce e nel pane ci ho messo due foglie d’insalata; n’hai portato da bere?”
“Che vuoi che venissi all’appuntamento senza una bòccia di vino?”
“Nuovo?”
“Sì, vendemmia dell’ottobre, s’è fatto bruciare, ha tredici gradi e uno.”
“Roba leggera da colazione,” ridacchio,“tieni, arreggi il cantuccio del pane.”
E taglio in due, lui tira fuori dalla ladra un fiaschetto con il vin nuovo e due bicchieri di carta.
Si mangia in silenzio, si sta insieme un’ora guardando i filunguelli (toscano-fringuelli) che cinciano per ogni dove, più propensi a girare e beccare in terra che a prendere la gola delle colline per andarsene ai quartieri di riproduzione.
Mi versa da bere, assaggio… un giulebbe! Frizzantino e color rosso ciliegia, scorre giù che è una bellezza, non dimostrando il corpo e i gradi che ha. Glielo dico.
“L’altra sera quando si svinò, s’era tutti ubriachi, non ti fidare quando scorre sincero, spesso è un vigliacco traditore.”
Altri commenti sul bracconiere; Mario dice che dev’essere di fuori perché i cacciatori della zona li conosce tutti, al massimo s’appropriano di un fagiano. Io non ho idea di chi potrebbe essere.
“Un bracconiere? Mah… questa poi!”
“T’ho riconosciuto al motore… vienimi a trovare in fattoria, ti darò un po’ di vino.”
“Verrò con una damigiana, sì… ciao, verrò.”
Tornato a casa mi tuffo nella lettura di Mondo Piccolo di Guareschi, l’unica bibbia che mi soddisfa insieme alla fonte del Fucini.
A letto ripenso a Mario e al bracconiere. Anch’io ho cacciato di notte e so che se uno non ha provato l’appostamento notturno non sa niente della caccia, non può immaginare il coinvolgimento segreto e selvaggio che dà l’ascoltare gufi e allocchi, il muoversi di volpi, tassi e istrici, gli interpreti notturni che tornano ai loro covi al sopraggiungere del giorno; non può immaginare il cambio di scena all’avvicinarsi del brùzzico, della luce, quando si svegliano gli interpreti diurni e stirando un’ala, beccando una penna ribelle si esibiscono in un mezzo verso sgretolato, salutando il nuovo giorno e il Creatore, se c’è, ringraziandolo di esistere.
Cerco un libro di Oriana Fallaci, accidentaccio, siamo in regime di caccia chiusa, cosa mi toccherà sopportare per passare il tempo aspettando settembre…meno male c’è la lettura di gente dabbene.
Al mattino sbrigo degli ordini per dei clienti; a caccia aperta dopo il lavoro non sarebbero mancate un paio di telefonate con i compagni di merende, venatorie, per strologare il tempo e il luogo dove cacciare nel fine settimana. Oggi non si può, esco per un caffè, poi mi viene in mente Zaccheo, quanto tempo che non lo vado a trovare! Muovo le ruote verso la sua casa, verso la campagna. Zaccheo è pensionato da pochi anni, è intorno alla settantina, anno più anno meno; in età giovanile tradì la terra per entrare in Ferrovia a fare il manovale, ma dal giorno della pensione riprese il suo vestito mentale di contadino, amando con intensità di reduce il podere redato dal padre. S’intende di terra e di semine, di uccelli, di potature e degli influssi della luna, capricciosa se non obbedisci ai suoi misteriosi e arcani voleri.
Fa dei canestri meravigliosi e panieri e corbelli; ed è con le mani svelte intento a intrecciare i vimini che lo trovo, seduto alla porta sull’aia, su una seggiolina. E’ mezzogiorno e pare intento a farsi scaldare dal sole malato più che a tessere i giunchi bagnati. Alza gli occhi un attimo e sorride, poi li cala.
“E’ chiusa anche per te la caccia?” Mi domanda.
“E’ chiusa per tutti, caro Zaccheo, o come si farà ad arrivare a settembre?”
“Come s’è sempre fatto.”
Mi sembra che, come al solito, abbia poca voglia di parlare. Con lui vado a caccia quando ci sono tordi, sasselli e cesene nelle macchie grossetane; ha degli uccelli in gabbia che sono degli autentici campionissimi, di solito va da solo e non si muove mai dalle colline pistoiesi, ma con me fa un’eccezione, forse perché ho capito che è un uomo di poche parole e bisogna dialogare solo quando lo vuole lui. Con Zaccheo in auto e nel capanno ho sempre vissuto momenti intensi anche senza che si sentisse una parola. Conosce la mia idiosincrasia per lo stare al chiuso del capanno, ma mi sopporta, d’altronde siamo ben sincronizzati nel fare i tiri, le coppiole agli uccelli.
Uomo ligio alle regole: con lui se un uccello è proibito, guai a sparargli, è inflessibile e suo figlio lo ha lasciato non per il gusto di mettere casa per conto suo, ma perché non sopportava più la sua ferrea disciplina, il suo imporre l’osservanza della legge senza discuterla, buona o cattiva.
Si alza e mi invita in casa, mi offre non il solito bicchiere di acqua o di vino, ma un Brandy!
Io, zitto, lo guardo mentre sgocciola il suo bicchierino ed esito, meravigliandomi di quest’uomo che in vent’anni non avevo mai visto ingoiare superalcolici.
Zaccheo che beve un Brandy!
“Che mangi con me, oggi?”
Non era una cosa da tutti i giorni essere invitato al suo desco, ci doveva essere qualcosa sotto… e dico di sì, al volo. Quelle poche volte che avevamo mangiato insieme era stato per parlare di insidie venatorie, fissare il momento della partenza, organizzare una cacciata.
E ricordavo la parsimonia dei suoi cibi, la regola del tanto pane e poco companatico a cui mi sottomettevo con osservanza di amico fedele che ha tanto da imparare da un tale maestro, espertissimo di fucili e cartucce e di tutto ciò che orbita intorno alla caccia come la si intendeva non anni ma secoli fa quando il risparmio dominava il rapporto di lavoro tra causa ed effetto.
Mi offro per dargli una mano, ma è svelto e apparecchia in silenzio, poi… un’altra bomba!
Mette in tavola ogni ben di Dio, smarimette il prosciutto dell’anno passato e la coppa e tutti i frutti dall’aver ammazzato il maiale da un paio di giorni. Poi prende un vasetto di Maionese…
Zaccheo che mangia la Maionese!
Se me l’avessero detto e non l’avessi visto non ci avrei creduto.
E si dà a tagliare il pane e come preso da una furia incontenibile mette in tavola formaggi di ogni tipo e dolci e vinsanto e…
“Così non si sta ad alzarsi, mangiamo, vai…”
“Mah…”
“Che c’è, non hai fame?”
“No no, ma chi la mangia tutta questa roba?”
“Non ci pensare…che hai da fare?”
S’incomincia dagli affettati e poi s’addenta i fegatelli di maiale e per contorno cipolline e sottaceti.
Mangia veloce con avidità, ingolla senza masticare, tutto il contrario delle abitudini dello Zacchèo parsimonioso che conoscevo io. Non capisco, una metamorfosi del genere è difficile da interpretare.
“Mando via gli uccelli, che li vuoi te?”
Oggi è tutta una novità: Zaccheo che manda via gli uccelli… costati ore e giorni e anni di cure meticolose, ricerca di alimenti desueti e insetti ed erbe che solo lui conosce.
“Non sono attrezzato, non saprei dove metterli e non saprei neppure tenerli, allevarli…”
Termina il pranzo, allibito per il cambiamento stravolgente dell’amico, cerco di non manifestare il mio stato d’animo.
Ma Zaccheo insiste nello sbattermi in faccia il vento di novità assolute che lo domina e… si accende una sigaretta, offrendomene.
Fuma!
Lui che ha sempre criticato chi si avvelena in proprio.
Lui che ce l’aveva a morte con coloro che s’inquinano i polmoni con le sigarette.
Lui che addebita accuse agli inquinatori industriali, alle code di automobili, agli amministratori diventati avvelenatori professionisti delle città.
Non riesco a credere ai miei occhi e mentre fa il caffè mi offro per mettere a posto.
Accondiscende, mentre rigoverna piatti e posate io metto i cibi in frigorifero, apro la porta dell’elettrodomestico e vedo all’interno, su un piano, un fagiano e una lepre sbuzzata, a fine febbraio, tre mesi dopo la chiusura di caccia a queste specie. Incrocia i miei occhi, capisce che ho intravisto un barlume di verità e si confessa, con occhi umidi pronti a un pianto a dirotto.
“Caro amico mio, è finita… è finita la mia vita, Zaccheo non caccerà più insieme a te i sasselli e le cesene a Buonconvento…”
“Ma cos’è successo? O Zaccheo, ditemi, che posso fare qualcosa?”
“Cosa vuoi fare? Non c’è più niente da fare, ero affetto da stitichezza e il dottore e mio figlio mi hanno fatto fare una Risonanza Magnetica… insomma ho il tumore agli intestini, mi vogliono operare, ma non c’è niente da fare, le metastasi sono a giro.”
“Avevo visto un cambiamento delle vostre abitudini, ma non immaginavo…”
“Se devo morire, voglio provare tutto quello che ho sempre condannato, mangiare a iosa, bere, fumare, stasera ho un appuntamento con la Triestina, la conosci la Triestina?”
“No, ma ne ho sentito parlare, non è quella che fa la puttana, la maiala in Porta S. Marco?”
“Sì, lei, ho conosciuto una sola donna in vita mia, la buon anima della mia moglie, ma stasera voglio andare a puttane, quel che costa costa… ho solo voglia di proibito, ho voglia di tutto quello che ho sempre condannato, prima di morire mi devo levare le soddisfazioni del fuorilegge, lascio il mondo ma voglio godere dell’andare contro corrente, gustare il proibito, solo quello.”
“Allora i fagiani, le lepri… il bracconiere di Groppoli siete voi.”
“Povero Mario, lo conosci il Guardia…siamo amici, lo sai quante volte mi è passato a un metro di distanza, di notte, senza vedermi?”
“Mah, o Zaccheo… lo zio della mia moglie l’operarono agli intestini ed è campato altri 20 anni.”
“Sta zitto, nini, mi s’è già sparso da per tutto, m’hanno dato un mese di vita… poi addio Zaccheo…da retta pigliali te gli uccelli, tu lo sai, come questi non ce n’è.”
“M’avete dato una notizia… così tutto insieme, non so cosa dire, sì… li piglio io, da qualche parte li metterò, mah… e vostro figlio?”
“M’ha mostrato di volermi bene più di quel che pensassi, è tutti i giorni qui a piangere.”
Me ne vado salutandolo, mi rendo conto che tutte le più belle parole di circostanza sarebbero solo ipocrisia a poco prezzo, ci guardiamo negli occhi, è difficile oggi vivere con questa tagliola del tumore sempre pronto, una trappola che non guarda in faccia a nessuno, ricchi e poveri, belle e brutte solo ciccia da far marcire.
Alla sera mi viene un pensiero, non voglio lasciarlo solo e gli telefono per domandargli quando tornerà in Riserva di notte; gli dico che voglio andare con lui, gli racconto un sacco di fregnacce, ci sta e si fissa per sabato alle due di notte al Frantoio della Provincia, vicino a Groppoli.
C’è poco da fare, sono incuriosito, e vabbè… diventerò bracconiere anch’io per spirito di fratellanza, di amicizia; aspetto i tre giorni che mancano all’appuntamento con una sensazione addosso di malcelata curiosità; ho raccontato la storia di Zaccheo a mia moglie, mi ha detto che faccio bene a non lasciarlo solo e di stare attento, ma sto sulle spine, reggo a fatica la voglia di telefonare all’uomo.
Il sabato, di notte, sono al luogo dell’appuntamento, lui è già lì.
Mi sussurra tutto il piano di battaglia. Mario avrà avuto da fare tutto il giorno con clienti e fagiani, comunque si passa da uno stradello rialzato da cui si vede la fattoria, la macchina del Guardia nel piazzale non c’è, la Riserva è tutta nostra.
E’ una serata di nebbie; mi dice sotto voce di mettere i piedi dove li posa lui. Non passa in mezzo agli stradelli, né sul fango, ma sempre su ciuffi d’erba. Mi fermo a pisciare mentre annuso fumo di legna arrivare da lontano, guardo e non vedo Zaccheo, è vicino ma si è fatto essenza di ombra nell’ombra. Uno spiraglio di lume di luna passato di contrabbando tra i nuvoli e le nebbie mi mostra la sua faccia: un ghigno di predatore è stampato sul suo volto, sembra sorridere, non è lo Zaccheo che ho sempre conosciuto, è la sua fotocopia maligna, un essere che non conosce più le regole del vivere civile, anzi le infrange con gusto.
E io? Cosa ci significo qui in casa altrui come un ladro?
Però è bello, è insidia pura, anche se non so cosa farà il mio maestro; rubare è proibito, ma avverto una piacevole sensazione, roba sconosciuta. E’ bello sapere che si trasgredisce dopo una vita in cui tutti mi hanno detto questo sì… questo no… al diavolo tutti, maestre, preti, professori, educatori.
Si arriva a una macchia di lecci scura più della notte umidiccia e appiccicosa; ascolto il lugubre verso di un uccellaccio notturno, l’uomo mi fa cenno col dito sotto il naso, poi guarda su per aria e mi invita a fare altrettanto indicando gli occhi.
Guardo e non vedo niente, poi mi pare… sì, sì, è un fagotto di penne, non appena sto per accennargli, segnalarglielo, Zaccheo ha già tolto un arnese dalla ladra, lo punta, sento il flòp del silenziatore e lo scartoccìo delle penne e del fagiano che ribalta tra i rami e batte in terra. Lo infilza a uno strozzino di pelle e me lo dà: io sono il portatore, meglio che niente.
Che emozione! Un turbamento piacevole di eccitazione mi pervade: ascolto il battito del cuore nelle vene…lui mi guarda, io lo guardo, non vedo niente, ma ho l’impressione che rida di soddisfazione, si continua badando a non fare rumore col camminare. Lo vedo imbracciare e sparare, giù un altro, è una femmina che sbatacchia, è ferita mortalmente, la prende per la testa e gli rompe il collo girandola in modo convulso. Inciampo guardando tra le fronde nere per aria, fo un leggero rumore pestando un rametto, vedo che Zaccheo sta per sparare, poi si ferma, mi dà quello strano arnese, vuole che spari io, ho perso di vista il bersaglio, non lo vedo più, poi lo scorgo di nuovo, il fuciletto… non è facile puntare quel coso senza calcio, mentre miro sento la pesantezza del silenziatore in cima alla canna, l’arma apprua, allungo il braccio sinistro, stringo la pistola…flòppete! Giù!
Guardo l’orologio, sono due ore che si gira come banditi, ma mi sto divertendo.
“Andiamo si va a vedere se c’è la signora lepre…” mi bisbiglia in un orecchio mentre affrontiamo una rampa scivolosa per andare al pianoro di S.Martino, un posto che conosco bene per averci portato qualche ragazzina ai tempi giovanili degli amori da vergogna, s’era mezzi uomini…
Un venticello da Serravalle ha tolto di mezzo nuvoloni e nebbie rendendo fisicità al territorio, ora illuminato da una miriade di stelle e da sorella Luna.
L’aria rinfresca.
Lui cambia le traiettorie ed è sempre dietro un albero o un cespuglio, io imparo a camminare al falso buio come se ci fosse qualcuno che ci osserva. Immobile, ora è immobile dietro un castagno e mi fa cenno di andare lì da lui. Mi accodo.
Lo spettacolo è degno di Quark e Piero Angela: un istrice molto grosso fa la corte a una che stimo essere una bella signorina istrice dalle forme procaci e provocanti nonostante la veste di aculei e pungiglioni.
Zaccheo lascia lo strano schioppo in carniera, solo entusiasta di quello spettacolo, solo ammirato dai versi, dagli stridi acuti delle bestie, dal girotondo del maschio che ronfa e si gonfia per apparire più forte e più bello. All’improvviso scappano, chissà cosa hanno sentito.
La signora lepre non c’è.
Si torna alle biciclette, tre fagiani in una balla legata al portapacchi, noi…sempre circospetti.
Chissà perché pedalando verso casa ho l’impressione che Zaccheo sia ancora diverso. Non è triste.
A casa mi invita a entrare, accende la luce, mamma com’è bella la luce!
In effetti l’uomo è allegro mentre prepara la macchinetta del caffè e organizza una colazione a base di pane e salame. Io rimango con un’espressione stupita e stupida, se Zaccheo voleva farmi diventare matto c’è riuscito in pieno, lo guardo e lo riguardo, col cavolo che questo è un uomo affetto da malattia terminale…
“Quando guardavo l’istrice e la sua bella mi tornava in mente… indovina?” Mi domanda.
“Cosa? O Zaccheo mi fate diventare matto…”
“Mi sono ricordato della Triestina l’altra sera, tu sapessi che numeri… tu n’avresti bisogno anche te della Triestina, anche se tu hai moglie… la vuoi sapere tutta?”
“Dite, dite…”
“Gli uccelli non te li do più. Mi sembra di essere nato per la seconda volta. Ti ricordi di quella Risonanza Magnetica? Non era la mia, l’hanno scambiata, era di un altro, lo so che sono un egoista, ma meglio a lui che a me…”
Un appagamento vicino allo scoppio s’impadronisce di me, penso a quest’uomo rinato, a quanto lo ha cambiato questa tragicomica esperienza. Mi dice che porta da sempre la selvaggina al Ricovero degli anziani e alle suore Carmelitane che hanno tante bocche da sfamare.
“Domani notte vado a mettere il laccio a un cinghiale che sarà più di un quintale, l’ho appastato per benino, Mario non s’è accorto di nulla, ma vieni o no?”
Non rispondo perché la voce è bloccata in gola, strozzata da un groppo di felicità, ma gli occhi rispondono di sì, annuisco, ci mancherebbe…

Antonelli dottor Franco per Diana

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

MISTERO… UN ORECCHIO SOLO

Mi alzo dal letto in modo meccanico, senza pensare cioè…solo bisogno di fare pipì; sembra che da un po’ di tempo a questa parte il mio serbatoio del sonno si esaurisca verso le quattro di mattina. Accendo il gas, latte, caffè, apro il mettitutto e sempre in modo automatico faccio fuori gli avanzi della cena di ieri sera, mezza salsiccia con i fagioli rifatti in umido. Buoni, anche se un po’ freddini. Do al di là dei vetri un’occhiata nel buio, è mercoledì, si può cacciare, una brinata doppia ha spalmato bianchi e minuti cristalli su tutto il mondo orizzontale, mi auguro che con questa strinata e zanzare surgelino, ma forse si morirà prima noi, di sicuro.
Brontolano i fornelli, spengo il caffè ( bellina questa, chi li sentirà ora i puristi della lingua, *spengere il caffè*! Bah, proprio così, ho spento il caffè) due passi per prendere una tazza, volto le spalle e il latte mi tradisce, viene fuori in un amenne dal bollilatte e sporca tutto il fornello… mi scappa un tu’ ma’ maiala! di cuore alla mia dabbenaggine.
Pulisco.
Una pasticchina di dolcificante, tre quarti di latte, un quarto di caffè.
Soffio e bevo il caffellatte bollente, è inverno e il solo tenere la tazza tra le mani dà un infinito piacere, il vapore filtra i miei pensieri, vanno lontano, qualcuno torna, altri no. Penso, cerco di farmi venire in mente un posto dove tentare un paio di tordi al brùzzico.
Mi sforzo nel fare un elenco, tre o quattro ‘uscite’ interessanti, ma qualcos’altro di più presente si fa strada nella mia immaginazione: un sogno, il sogno di stanotte; ora ricordo, cerco di fissarlo perché non si eclissi come di solito fanno i sogni, specialisti nel fare come gli pare.
Mi è venuto in mente Alfredo Capecchi, amico di caccia scomparso da poco.
Nome d’arte Buttallaria: grande tiratore, cacciatore di prateria, simpatico e burlone, un fenomeno. Nel sogno s’era insieme all’Arnaccio… lodole: una di quelle cacciate d’una ventina d’anni fa, di quelle da ricordare, con migrazione abbondante, bella giornata, uccelli creduloni che a un pìolo fatto male – il mio, non il suo, lui era un maestro – vengono giù ugualmente, occhio in forma,
cartucce con la voglia di lavorare. Io avevo il porto d’armi ma non ero un cacciatore, il cacciatore era lui, Alfredo, coltivatore diretto, piantaiolo, contadino che conosceva l’andazzo degli uccelli.
Era un professore. Niente diplomi, niente lauree ma un professore.
Rinfrancato dai piacevoli ricordi, salgo in macchina e m’avvio verso Vinacciano, è un freddo bestia, l’impianto di riscaldamento della macchina fatica ad alzare di un grado l’atmosfera dell’abitacolo, ai Masotti prendo per la stradina delle Quattro Querce, guido verso il Cappellino; è presto, ma dove cazzo vado alle sei e mezzo? Manca ancora una buona mezz’ora al momento dell’ipotetico bum. Penso a una beccaccia, ricordando i momenti in cui era possibile spararle di mattina presto… e ora, se mi facesse vento al cappello, se mi provocasse, cosa fo, la guardo transitare, magari salutandola?
Pensieri di peccati, leggi, legislatori, tentazioni; meglio sarebbe proibire lo sparo a quell’ora, a meno di non essere al chiuso di un capanno da tordi e merli. Al diavolo i canai, mi viene da pensare, scordando i secoli in cui ho cacciato dietro alla coda di un cane, momenti in cui tra i boschi non trovavi nessuno. Quando d’ottobre era ancora presto per la beccaccia e il setter o il pointer, si andava a lodole con gabbie e civette, a tordi alle siepi, roba da duecento cartucce a domenica, fringuelli e calenzoli, passere e brevieri, pispole, roba da uccellinai più o meno vaganti, grande scuola di tiro.
Sono un sopravvissuto della caccia libera di ieri, giovanissimo ho assaggiato il poter sparare a tutto, in giro per le maremme, compreso il martedì e il venerdì e ora mi sento terribilmente solo, stamani in particolare ho negli occhi l’immagine di Buttallaria…
Ma si può andare a caccia senza un amico, o senza l’ombra della carogna di un cane che ti accompagni e si attiri gli accidenti di un padrone che con qualcuno si dovrà pure sfogare?
Mi ci vorrano una ventina di minuti dal Saliòne per arrivare lassù e decido di tentare l’uscita dall’abitacolo: camminare scalda.
Tramontano dicembrino, freddissimo, dispettoso, un vento…prima di accarezzarmi fa il giro di tutto il ghiaccio dei dintorni, tentando di levarmi il cappello di testa; io rincalcagno il feltro sugli orecchi, ma il vento maledetto cerca d’infilarmi negli occhi un polveraccio vorticoso di terra e foglie, mezze foglie, residui di foglie, polvere di foglie… foglie morte accompagnate in giro a volare inerti chissà dove, per motore il vento del nord, potente e balzano… chi è a giro per il mondo a quest’ora, con questo scenario, è meglio segnalarlo alla Neuro, hanno ragione gli anticaccia a dire che non siamo normali; ma che dico? Via via, sanno una sega loro se il Duomo fa chiesa.
Ho il fiato grosso, sono in cima: della parata dell’anno scorso è rimasto il telaio del querciolo, rami strapazzati e intorcinati con forma di appostamento; mi metto defilato verso un àlbatro, carico lo schioppo, un Franchi semiauto A48L calibro 20 del 1971, fucile prediletto di mio padre, da anziano, per i suoi leggeri due chili e mezzo: per gli uccelli è imbattibile, un po’ deboluccio con colombi e acquatici, selvatici potenti dotati di penne… resilienti.
Piano piano avviene il miracolo: il farsi della luce, la nascita del giorno; sto in ammirazione, beato mi beo, il prato chiaro è in bella vista, sopravvengono le silhouette dei lecci di rimpetto, macchia scura senza definizione, è sempre buio, ma per poco, mentre il cielo ora è un coperchio di lampioncini puliti, ondeggianti, che il tramontano alto di quando in quando accende e solo la nebbia bassa, indisponente e pigra, riesce a spengere.
Il vento mi entra nel naso, non mi porta odori, solo fastidio tagliente, mi giro cercando difesa, non è facile perché lui mulinella e mi avvolge, impertinente e rompizebedei.
Un merlo lontano mi prende una fucilata pentita, ho voglia di sparare e centrare, di preda. Un tordo striscia vicino, a un metro, non l’ho sentito; senza orecchi non si caccia e il vento disturba quel poco Eustachio che è rimasto a farmi compagnia, l’orecchio sinistro che tengo alto a testa piegata come fosse un radar: non c’è niente di più bello che sentire uno zirlo e prepararsi, poi scorgere il tordo, vicino e veloce, un fantasmino nero e sbandiereggiante nel panorama di primo mattino buio, quasi impercettibile.
Sparo a un altro che si staglia nel cielo un pelo più chiaro, la fucilata resta indietro due metri, sono infagottato e tentare l’ingaggio d’imbracciata non è come d’ottobre quando si caccia con il gilè. All'improvviso ne scorgo uno buttato sui rami spogli di un carpine, sarà a 40 metri, in canna ho una cartuccia self-made di PSB1 con 27 grammi di 10 nichelato, che faccio? Gli sparo? Il tiro è lungo…Mentre sto lì come un bischero, deciso nell’essere indeciso, il tordo parte e viene verso di me, mi rincantuccio nell’àlbatro osservando l’aspirante suicida, né basso né alto, preciso. Tiro facile, di punta, il mio preferito… blam, niente, devìa di lato e mi offre il fianco, con una vecchia Velox lo
defungo in un vortice di penne dondolanti, subito disperse dal vento.
C’è più luce, il brùzzico è tornato tra le pieghe misteriose della notte, vecchia signora recatasi a far buio qualche meridiano più in là. Raccatto il tordo rimasto abbarbicato ai pruni di uno strozzapreti: è bello, caldo, morbido, gli liscio le penne arruffate dagli spini del prugnolo.
Penso alle soliti stronzaggini che si affacciano alla mia mente in presenza di un selvatico morto e, mentre cazzeggio, mi par di vedere con la coda dell’occhio un movimento sulla mia sinistra. Metto il tordo in carniera e guardo meglio, non vedo nulla; il giorno, ora, è padrone, anche se offre una luce piatta, grigia, senz’anima; permette di vedere, ma è un giorno senza splendore; cime di lecci e pini si piegano al ventaccio, tiro su il colletto della giacca, sentirò mia moglie se mi ci mette un bottone.
Mi viene voglia di curiosare tra le stipe dove ho percepito il movimento e vado in basso, giù verso gli olivi e le vigne: a volte gli occhiali giocano a prendermi per il culo, offrendo immagini specchiate posteriori che sono solo riflessi, non sono proprio sicuro se ho visto o creduto di vedere.
Niente, guardo in terra, niente, scorgo un’impronta di cinghiale, vecchia, copiata dalla brina; vado più giù e, porca puttana… ce n’è una fresca e poi, poco più in là, del ghiaccio perforato da una doppia unghiata di sua maestà il suide setoloso, scontroso e sempre incazzato; poi una merda: con uno stecco la cincischio, non è secca, sus scrofa è stata qui, di nottata.
All’estrema sinistra della cartucciera prendo una Rottweill a palla che avrà vent’anni, la metto in canna, contrariato dal rumore del semiautomatico, ora c’è bisogno di silenzio assoluto, c’è il selvatico vicino. Girottolo senza far rumore e non trovo niente.
Disturbo un paio di ghiandaie, avessi cartucce a pallini gli tirerei, m’indispettisce l’astuzia di questo uccello.
Penso di sgranocchiare uno snack di cioccolata, tanto per ingollare un po’ di termoproteine per scaldarmi, noto una macchia bianca in fondo al lungo campo in discesa che delimita la vigna.
E’ un cane.
Sta cacciando, è molto distante, mi pare un pointer, lontano lontano; rimetto lo snack in tasca e mi concentro per vedere dove sia il suo padrone, da queste parti i cacciatori li conosco tutti: hanno reton, setter, springer, ma col pointer non c’è nessuno che io conosca, forse è uno di fuori, ma che ci fa nelle mie terre, per modo di dire, uno di fuori?
Curioso, m’apposto, puntellando un pino.
Il cane s’avvicina, spinge come un maledetto, sì… è un pointer bianco-arancio, taglia importante, caccia il lungo campo come ho visto fare solo al pointer Kae del Vincio del compianto dottor Trebbi farmacista: triangoli larghi, al vertice fa una puntata sul perimetro esterno per assicurarsi di un possibile selvatico entrato dal bosco: è uno spettacolo, sono secoli che non vedo un cane da ferma trattare il terreno come questo pointer, rimbalzato qui da chissà dove.
Continuo a non vedere nessuno, guardo attentamente, mi sposto nella direzione di provenienza del cane che ora mi scorge, ma si comporta come se non esistessi: non c’è nessuno, davvero.
Aspetto, mentre il cane ad una velocità da trialer s’inselva e sparisce. Un minuto e torna all’aperto, non capisco, continuo a non vedere nessuno, maremma zingara… ma è possibile che non ci sia nessuno? Ormai è già passata una mezz’ora dall’apparizione del pointer, mi determino nel pensare che sia un cane perso.
Non è possibile, conosco il modo di comportarsi curioso e smarrito dei cani che cercano il padrone, con andatura incerta e interrogativa, per lo più carogne. Questo sta cacciando, e come sta cacciando!
Da padrone del territorio, da conoscitore della zona e di un possibile selvatico inguattato.
La velocità è parossistica, ora lo vedo bene, è un meraviglioso pointer, figlio del vento, movimento frenetico dei lunghi arti, groppa in linea, non stantuffa, non trotta, galoppa da forsennato come avesse il diavolo al culo e il paradiso davanti, testa all’aria, coda ferma e in linea, con prepotenza di razza, un esemplare superiore.
All’improvviso… sbrànghete…là!
Un rovescione e si blocca in ferma spettacolare al limite del bosco, maremma cisposa… che spettacolo!
Intero, rigido, sull’attenti come un corazziere, è lontano, sarà a duecento metri, non so cosa fare, guardo intorno per l’ennesima volta, in cerca di un uomo, un cacciatore, un padrone… nessuno!
Mi avvio verso lui piano piano, senza affrettarmi, andare su un cane di un altro è già fuori dalle regole, precipitarsi di corsa, via…non pensate di me cose assurde… io su un cane di un altro?
Qualcosa dentro di me, che sia l’istinto del cacciatore o un settimo senso, o la razionalità venatoria che mi ha portato a giudicare quel cane come un vero pointer, un fermatore assoluto, mi dice che ha trovato qualcosa, quella non può essere una ferma falsa.
Impossibile configurare un’azione del genere senza risultato, – di sicuro Arkwright, l’uomo che ha inventato il pointer, starà godendo dal cielo, penso – una cerca perfetta per velocità, sistema di interpretare il terreno di caccia, coronata da uno stop terminale nel più puro stile di razza, troncato, orgoglioso, di sfida, padrone del mondo, autoritario per sangue e lignaggio.
Lì c’è qualcosa, mi dico, mentre tolgo la cartuccia a palla di camera, svuoto il serbatoio e infilo in canna una Vectan della Nobel Sport a piombo del 7 con 28 grammi, più due sorelline nella pancia del Franchi, disponendomi all’evenienza, pronto.
Vado giù con lentezza, aspettandomi la voce di qualcuno che mi urli – oh… che cazzo fai? – e avrebbe ragione. Penso a tutto e a nulla, sono quasi sul cane, l'accosto sulla sua parte destra, tutte le fisime della stranezza del fatto se ne vanno, compresse via dall’azione di caccia.
Con la lingua sbrendolante, unica parte in vita, il cane trema, è rimasto con le gambe picchettate in terra, quella anteriore sinistra è allungata, appoggiata su un ciuffo d’erba rialzata e questo gli dà un atteggiamento buffo e insicuro, però è bello, per la miseria, magro, sudicio, tenuto male, due graffi profondi sul costato disegnano scie di sangue scuro, accagliato da giorni, ma è uno spettacolo… ho il groppo in gola. Chi non ha mai visto un’azione del genere, un cane così, non ha conosciuto la caccia; mi torna voglia del cane di Arkwright: il setter s’infila’ nella ferma, il pointer la ‘martella’ a cazzotti, il drahthaar la ‘ragiona’.
Do un’ultima occhiata d’intorno, la scena sembra parto d’immaginazione, ho dormito poco, non sono a letto in preda ai miei sogni, il ghiaccio del fucile mi riporta alla realtà.
Come sempre, indago con l’indice il bottone della sicura, sono al culo del cane, pronto: al collo ha una collana di lucida catenina cromata, vedo che – ohibò, sorpresa! -gli manca l’orecchio sinistro completamente, al suo posto una traccia di sangue scuro che contrasta il bianco della testa.
Lo tocco col ginocchio.
Aspettava solo il mio contatto, scatta di forza nel sudicio di palèo, ginestre e stipa… e il mondo mi terremota addosso, lo scenario di freddo silenzio si tramuta nel becero scoccodeàre di un maschio di fagiano scodato, scampato alla fucilazione settembrina. Sbatte l’ali nel sottobosco, s’incolonna atterrito, urla per atterrire, punta i vicini bronconi di castagno, lo fo allungare, altri due metri e sarebbe salvo; ai venti, venticinque metri il Piccolo Mollone Franchi scalcia alla mia spalla, non ha pietà di quel fagotto scuro che cerca la salvezza: un nuvolo di penne, gambe all’aria, spento a cencio, testa piegata in posa arruffata e terminale, stramortito per aria, scomposto come un foglio di giornale portato dal vento.
Il cane è lì ai miei piedi, col fagiano in bocca, sta seduto, non deposita la preda, mi guarda e i suoi occhi chiedono chissà cosa, non so che fare, provo ad accarezzarlo, ma una leggera rugliata di gola mi trattiene, disapprova il darmelo, non cerca carezze, brontola, non s’arruffiana, non chiede protezione, sembra non sapere che farsene di un uomo cacciatore che gli dia mangiare e riparo.
Lo guardo attentamente: sembra proprio che gli sia stato tagliato l’orecchio sinistro, non da tanto tempo, la ferita è fresca; la pelle tremolante disegna costole quasi fuori dal corpo, tanto sono evidenti; sterno profondo, muscoli venati e ipertrofici, fianchi stretti e fisico da atleta palestrato; solo la testa è rimasta chiara, il resto è uno scuro immondezzaio, sembra che abbia fatto un bagno in polvere di carbone; le due lunghe e dritte ferite sul corpo sembrano gli chevron di un militare, un ricciolo di pelle è avvolto in un grumo di sangue… penso che il cane sia smarrito da diversi giorni.
Guardo in giro, la mia fucilata ha rimbombato per la valle, il suo padrone l’avrà sentita? Do in un urlo, come chiamare un compagno lontano… silenzio totale, il poggio silente non rimanda eco né risposta di chi non c’è.
Il cane si muove lento, cammina col fagiano in bocca; non m’importa nulla dell’uccello colorato, capisco che è suo, non me ne frega proprio niente della preda, faccio più conto di qualche tordo che di un fagiano, giuro. Poi, se ve la devo dire tutta, nel forno preferisco una faraona o un cappone…
Mentre il pointer si discosta da me, io resto lì come un baccalà, a guardare evolversi la stranissima situazione. Il cane va verso il campo, torna indietro, mi gira intorno, come mi volesse dire qualcosa, si allontana di nuovo, si ferma, molla il fagiano in terra, alza una coscia verso il tronco di un olivo…minge, mi avvicino, più per la curiosità di capire il suo comportamento che per la voglia di prendere il fagiano, ma lui abbocca la preda, camminando va a finire il suo bisogno a un altro olivo vicino.
E’ chiaro che il fagiano è suo e non me lo vuol dare.
Mah… aveva ragione il povero Mazzino quando parlava della puttanaggine dei cani! Grande interprete del mondo codaiolo, Mazzino del Niccoli, amico mio e di Buttallaria!
D’un tratto il cane alza il naso all’aria, come a indagare qualche misterioso effluvio portatogli dal vento del nord che ora ha ripreso a soffiare basso. Viene da me, deposita il pennuto ai miei piedi e riprende la sua corsa velocissima verso l’alto, nella parte di mondo che non aveva esplorato, quella da cui ero venuto io.
Non ci capisco niente, sparisce come un lampo, gli fo un fischio alla pecoraia, avete rivisto nulla…voi che non c’eravate?
Raccatto il fagiano, resto con la stupida e stupita espressione di chi non riesce a comprendere; penso a un fantasma, ma il fagiano è nelle mie mani, non so se starnarlo o no, non è settembre, è freddo…
La curiosità di sapere dove sia il cane mi spinge quasi di corsa verso il colmo, perlustro, vado verso la valle del Gabbiano, torno indietro sullo stradello che porta al Saliòne…niente, il cane l’ha inghiottito il diavolo. Non c’è più.
Sono appena le dieci, a casa non ho niente d’importante da fare, potrei stare ai margini dell’oliveta per tentare un tordo o un merlo, mentre bande di filunguelli, proibiti dall’occhiuto legislatore toscano, cinciano per aria cercando di contrastare in faticosa lentezza il furioso tramontano che li vuole attaccare in terra. La voglia di conoscere mi spinge a tornare nel mondo civile delle code dautomobili per sapere se qualcuno si sia presentato nei bar, dai giornalai, negli esercizi pubblici a chiedere d’un cane smarrito. E domando, entro nei negozi dei Masotti, Spazzavento, Barile, Pontelungo, lascio il mio biglietto da visita, ma nessuno ha visto nessuno chiedere del cane di nessuno.
Metto l’anima in pace.
A casa racconto il fatto a mia moglie Elisabetta. Insieme arriviamo alla conclusione che il cane è stato abbandonato nella nostra zona, chissà però di dove è venuto; mi rimane il rammarico di sapere che un campione, un re… è fuori dalla sua reggia, senza corte né scranno.
Dopo cena il forte senso di tristezza non mi lascia, penso a dove sarà andato a finire: m’immagino la sua dura solitudine, il freddo al sopraggiungere del buio, dove si riparerà, povera bestia… non mi fa dormire. Pensa e ripensa, sempre lo stesso pensiero ritorna e alle cinque abbandono le coperte.
E’ giovedì, segno la giornata sul tesserino, un sorso di latte e sono di nuovo al Cappellino, a brùzzico, senza i tordi in mente: quel pointer mi ha stregato, si è infilato nel mio encefalo di forza.
A casa, stranamente, non ho mangiato, però mi sono portato la colazione dietro, una megafrittata di tre uova, con rigatino e aglio sfrigolato, tramezzinata in un cantuccio di pane da due etti e mezzo.
Stamani ho deciso per un vecchio sovrapposto trovato nuovo, resto di armeria, uno Zanoletti 28, calibro che conosco poco e che mi attrae, come tutti quelli piccoli; ho preso anche una cinghia da fucile, nuova e inutile, porto di solito il fucile con magliette vedove, le più importanti occasioni della mia vita di cacciatore le ho avute col fucile appeso alla spalla.
Dentro di me ho concluso che se mi sarà possibile ritrovare il cane e mettergli la cinghia per guinzaglio, lo porterò a casa. Questo il succo di tutta una notte di pensieri.
C’è meno vento, ma il freddo è notevole, non penso ai tordi; mi piazzo dov’ero ieri, con due cartucce a piombo dell’undici nel fucile, elegante e brandeggiabilissimo, al diavolo i semiautomatici!
Ma come si fa a insidiare tordi e avere davanti agli occhi l’immagine di quel meraviglioso cane di ieri? Non fo che pensare a lui, arriva giorno, è una bella giornata, pulita dal vento di ieri, niente nebbia, il sole tenta di scaldare il proscenio e io mi sposto da dietro il corbezzolo, cercando di farmi circonfondere dai suoi raggi.
Sento un leggero mugolìo.
Mi giro e il cane è lì, dietro di me.
Mi guarda, occhi di pietà.
Lo guardo, occhi di felicità.
Si avvicina di un metro. Lo potrei accarezzare, che fo, gli metto la cinghia? Se disapprova, se morde? Ma no, penso, altrimenti non sarebbe venuto da me.
Una strana e presuntuosa sensazione di contentezza mi scuote: lui sapeva che sarei tornato, ma anch’io lo supponevo, in cuor mio.
Rimetto la cinghia in tasca e mi dirigo lento verso un maestoso pino sbarbato dal vento, il cui
tronco sembra una panchina; appoggio il fucile, guardo indietro, il cane mi sta seguendo.
Seduto, mi accingo a tirare fuori la colazione dalla ladra.
Il cane è vicinissimo: fiero, porge la sua anima e io gli accarezzo la testa.
Ci sta… il momento è magico.
Lascio stare il cartoccio e ci disponiamo alla conoscenza, consegniamo le credenziali, sembra godere della mia mano che gli percorre il collo e parte del potente groppone, poi lo gratto un po’ dietro la testa.
Lui l’alza al cielo, pregherà il dio dei cani? Mi pare di sì, gli dico due parole di conforto e ammirazione, credo che capisca, non prendetemi in giro, sì, sono sicuro che mi capisce, come io lui.
Appoggia la gola sulle mie ginocchia, io sono felice come quando ebbi il mio primo cucciolo, una cockerina di nome Betty, testarda più di un ciuco, ma simpatica e brava.
Scartoccio la colazione, coltello in mano: mangio a tocchi, come sempre.
Un boccone io, uno lui… gradisce.
Uno io, due lui.
Uno io, tre lui.
Uno io, quattro lui.
Un boccone io, cinque lui.
Ingolla senza masticare.
Tutto a lui, chissà quant’è che non mangia.
Niente più colazione per me, penso solo a lui, taglio e gli do tutto, pane, uova e rigatino.
E m’avvio verso la macchina, oggi non si caccia, c’è qualcosa di più importante: il cane… dietro.
Non c’è bisogno di legarlo, salta in macchina come se fosse la sua, come ci fosse montato da sempre: e io sono l’immagine vivente della beatitudine paradisiaca fattasi realtà.
Dopo averlo mostrato all’Elisabetta lo porto di corsa da Federico Picciolli, amico veterinario.
Il responso è duro, ma non preoccupante: cane debilitato, quasi alla fine, abbandonato da diversi giorni, ferite da filo di ferro spinato, orecchio sicuramente tagliato da mano feroce per eliminare il numero di identificazione.
Lo affida a una ragazza assistente per un bel bagno; mentre rimedia vitamine e farmaci per il pointer ragioniamo di caccia e lepri, la sua passione.
Anche secondo lui è stato abbandonato, ma io non sono d’accordo, avendo visto il cane cacciare in modo superlativo; non capisco, ma posso capire che un essere spregevole possa abbandonare un catarro di cane, ma chi ha un campione…
Torna l’assistente con la collana in mano e il pointer, che sembra un altro, tranquillo, ha cambiato colore, lo accarezzo, lui si fa coccolare, non dà minimamente a vedere la furia pazza che lo possedeva al Cappellino quando aveva avvertito puzzo di fagiano. Lo alziamo di peso per metterlo sdraiato sul tavolo inox, Federico gli lega le mascelle con un laccio di gomma, mi chiede di tenergli la testa e accarezzarlo, provvede a mettere punti sulle ferite al costato e dov’era l’orecchio, mentre io sto con la collana metallica in mano. Il veterinario compie velocemente l’operazione di sutura, abituato ai cani dei cinghialai, mentre io mi gingillo col metallo: c’è una placchetta, all’esterno è
liscia, la giro, all’interno un nome – Mistero – seguito da un numero di telefono col prefisso di Genova.
‘Hai visto?’ Dico a Federico, ‘ecco trovato il padrone.’
‘E’ meglio che tu non lo chiami, guarda che gli hanno tagliato un orecchio, per non farlo riconoscere, evidentemente non sapevano dello scritto sotto la collana…’
‘E che vuoi… che non chiami? Che resti con la curiosità? Ma forse hai ragione te, sì sì, hai ragione…’
A casa resisto alla tentazione per ore, aspetto fino al primo pomeriggio, poi prendo il telefono e chiamo il numero di Genova.
La donna che risponde dice di essere una colf.
Aggiunge di essere da due anni in quella casa a servizio di una giovane donna disabile, rimasta sola dopo la recente morte del marito.
‘Due persone incredibili, di una bontà… guardi, difficile trovare delle persone così. No… non hanno avuto figli. Sì, lo so che il marito era un appassionato cacciatore, come no? Toccava a me pulire vestiti e scarponi, quando tornava… il cane lo sistemava lui… sì, certo, ricordo il cane bianco..’
‘Sa, per caso, come si chiamava codesto cane?’
‘Certo che lo so… Mistero, sì, il cane si chiamava Mistero, lo ricordo bene, è stato dato a un conoscente di famiglia assieme a molti soldi per metterlo in un canile. Il padrone è morto di un malaccio un mese fa, e ha lasciato un robusto assegno per il suo mantenimento… mi scusi, lei è del canile? La signora lo vorrà sapere…’
Un rigonfiamento, grosso come un riccio, si forma nella mia gola, mentre saluto senza rispondere alla domanda.
Accarezzo il cane, intento a strofinarsi alla mia gamba, capisco che a caccia non sarò più solo e poi… a pensarci bene, ma guarda la combinazione… a lui manca il sinistro e a me il destro, mancare… sì insomma, dal destro non ci sento più, siamo una coppia perfetta.

Antonelli dottor Franco

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.n

UN ESILE FILO DI FUMO A ORE 11

“Mayday… mayday… mayday…mayday…”
Non avevano ricevuto risposta alle ultime angosciate parole lanciate nel vuoto più vuoto del vuoto cielo: bianco come la neve che ora li circondava, dopo un atterraggio di fortuna in una striscia
antincendio, tra abeti scuri come l’inferno, disperatamente soli.
Siberia nord occidentale.
Sandro Pesenti e Giovanni Sala si rendevano conto della fortuna di essere vivi, non consideravano la sfortuna di essere venuti giù col loro elicottero mentre andavano a prendere possesso dell’aereo M55, già russo e ora ribattezzato Geophisica, riciclato per lo studio della meteorologia in genere e del buco nell’ozono.
I tempi della guerra fredda e dell’U2 di Francis Gary Powers erano passati da anni e annorum. Sandro conosceva bene la storia del pilota americano abbattuto che in mano ai russi si era rifiutato di ingollare la terminale saxitossina, come previsto dalla CIA in caso di cattura.
L’M55, risposta russa all’U2 americano, può volare a 20.000 metri di altezza; riconvertito con i soldi della Comunità europea e modificato dal CNR e da scienziati italiani, ora era una realtà operativa.
Passati quarant’anni, le condizioni geopolitiche erano mutate: loro due, con altri del team, dovevano compiere un rilevamento meteorologico in accordo con i russi e tutto il mondo occidentale, dati e relazioni da riferire alla ormai prossima Conferenza di Copenhagen sul Protocollo di Montreal. Mai avrebbero pensato di ritrovarsi in questo stato. Pezzi di lamiere dell’elicottero erano sparsi per ogni dove; la coda, troncata, era rimasta ritta come un obelisco; due focolai d’incendio nella foresta, neve che impediva l’avanzare; si consultarono sul da farsi, con una bussola in mano appoggiata sulla carta per sapere dove si trovavano.
Non erano feriti: stracciati e affumicati, contusi, ma niente sangue in giro. Si toccarono le parti del corpo, due flessioni… olé, sempre vivi.
Un miracolo.
Dopo aver rovistato la carlinga, misero in salvo le razioni d’emergenza, tapparono con delle lamiere due finestrini rotti e, senza parlare, per lo sconforto e il freddo pungente, adattarono per sopravvivere una parte dell’abitacolo del Bell Uh-1H, fiduciosi che qualcuno si sarebbe mosso per venire in aiuto. Fuoco di cartoni e parti in legno trovati a bordo, poi entrarono dentro e si addormentarono rinvolti nelle blankets d’emergenza, sul pavimento dell’Iroquois.
Al settimo giorno avevano mangiato metà delle provviste e non si era visto nessuno, avevano udito rumori di elicotteri lontani, fatto dei falò con tanto fumo, senza esito.
A Giovanni non era riuscito riparare la radio; cercando parti di ricambio aveva trovato un sacco ammuffito con dentro un Armalite Explorer, un fucilino calibro .22, chissà chi ce l’aveva messo. Di corsa saltò fuori, lo sguardo per aria: aveva avvertito, senza vederle, delle oche volare sopra le loro teste, nella nebbia. Se si fossero fermate…
Sandro era un appassionato d’armi e Militaria, aveva la casa piena di pantaloni, coltelli militari, magliette e giacche mimetiche, armi nuove, vecchie, a canna liscia, rigata; rimpiangeva di averle a casa, purtroppo.
Tutta l’accessoristica dell’elicottero era di origine Nato, quindi USAF. C’erano anche dieci scatole di cartucce imballate in film di poliestere, ammuffite pure loro. L’avere quella piccola .22 bastò a rendergli fiducia, ma al decimo giorno il cibo d’emergenza, il Beef Stew, RTE – Ready to Eat – era calato paurosamente: sapevano che bisognava muoversi, erano maledettamente soli e abbandonati. Infilarono la scatola del pronto soccorso, le scorte e due coperte d’alluminio nei backpacks ALICE, l’indossarono sopra i pesanti Parka N3B, parlottando la lingua muta della paura, un incredibile silenzio li circondava.
Giovanni era compagno di caccia ma non aveva preso la svista per il Militaria come l’amico, che comprava tramite Internet in USA cappellini, distintivi di battaglioni e tanti altri ammennicoli, facendone collezione.
Si mossero.
Sandro ripensava allo zaino che portava sulle spalle, a casa ne aveva uno uguale, sempre ALICE: All-Purpose Lightweight Individual Carrying Equipment, un oggetto non facile a trovarsi e di cui diffidare, troppi facsimili fatti in Cina, come tanti completi in Goretex.
Decisero di seguire la dritta fascia senza vegetazione, senza una ragione particolare.
Sandro aveva in mano l’AR 7. Non gli piaceva e non era nemmeno sicuro che fosse mai stato adottato dall’USAF, per sopravvivenza, uno scherzo del genere forse sui B25?
La montò: il logo della Charter Arms si stagliava sul calciolo in plastica, tappo del calcio galleggiante che contiene la meccanica e la canna; lo tolse, prese l’azione e la bloccò nella plastica camo, poi avvitò la ghiera della canna in alluminio; pienò il piccolo caricatore con le munizioni CCI, guardando Giovanni che aveva rimediato in un cassetto un coltello Buck a due lame, il 317, un grosso folding che si stava rigirando tra le mani.
Decisero di avvicinarsi alla foresta e la percorsero abbastanza bene, la larghissima fascia antincendio, senza alberi, dava la direzione: era estate e la neve, sotto gli abeti, s’era parzialmente sciolta, non era alta e loro camminavano abbastanza veloci, ma con fatica per l’aggiramento continuo di esemplari secolari che gettavano i loro rami bassi a terra; pensavano che arrivati in vetta a quell’enorme collina si potesse vedere qualcosa.
Fu Giovanni a scorgere delle impronte di minuscole zampe di un selvatico che non riuscirono a identificare; tutti e due erano pescatori e cacciatori, abitavano nella città di Rovigo e la loro caccia era dedicata agli acquatici nel delta del Po.
Per cambiare aria e sperimentare cacce nuove avevano seguito un corso di selezione per caccia agli ungulati e si erano iscritti in una squadra di cinghialai di Bologna 4, Monte Cavallo. Una caccia ai cinghiali praticata da anni e che li gratificava.
La sera arrivò che erano stanchissimi e affamati, si dettero a masticare con lentezza alcuni snacks delle razioni, non si attentarono neppure a pensare per quanto tempo ancora sarebbe stato sufficiente quel misero cibo che stillavano con parsimonia.
Fecero un buco, che li contenesse, in un imponente cumulo di neve, scavando con le mani protette da guanti; poi Sandro si mise alla ricerca di legna secca da bruciare, rami morti rimasti attaccati alle piante, sperando che il suo passato di boy-scout, più che di militare lo aiutasse a sopravvivere. Il veder nascere la fiamma dilatò l’impressione di credere in un miracolo, il fuoco era l’amico più vero, in quel momento. Non avevano patito freddo durante il giorno, impegnati a camminare, ma ora vedevano l’un l’altro i sopraccigli imbiancati di minuti cristalli di ghiaccio, mentre si frizionavano a vicenda le schiene. Entrati dentro al tentativo di igloo, un ammasso di rami d’abete servì a chiudere il piccolo orifizio: avvoltolati, crisalidi d’alluminio nelle blankets. Il fuoco di bivacco aveva portato ottimismo, la foschìa era scomparsa, il cielo stellato e le lingue dello stanco fuoco resinoso avevano riaperto gli animi, ma nello stretto tunnel i pensieri non permettevano il dormire, il buio assoluto attanagliava di paura i due.
“Ehi Sandro… che fai, dormi? Che dici, ce la faremo?”
“Ce ne vuole…non dormo no, però non ti preoccupare, non diventeremo concime per questa maledetta foresta.”
“Ti ricordi quando cascai nell’acqua? Se non ci fossi stato tu…”
“Non è possibile nuotare con i waders, gli stivaloni a petto, se ti entra l’acqua dentro, vai a picco, lo sai…”
“Come facesti a inventarti una fune in quel momento?”
“Non lo so…”
Le parole rimbombavano in quello stretto pertugio, parlare sotto voce era come urlare, fosse stato inverno chissà cosa sarebbe occorso inventarsi per sopravvivere di notte in quell’ambiente ostile.
Un lontanissimo ululato arrivò flebile alle loro orecchie, poi il verso di un gufo, ma ormai si erano addormentati; poi un rumore come di forte fruscìo, molto vicino, li svegliò.
“Cos’è stato?” Domandò Giovanni, sorpreso.
“Niente, è neve che cade giù dagli alberi, dormi, non ci pensare, dormi che domani c’è da durare
fatica, di quella vera… dormi.”
Un verso gracidato e gracchiante…altri flebili rumori.
Usciti fuori s’accorsero che il giorno era arrivato: la luce permetteva di vedere un corvo posato sulla punta di un abete vicino, a non più di venti metri. Subito se lo immaginarono arrostito sopra le braci, loro che schifavano folaghe e uccelli neri di padule. Giovanni passò la piccola carabina all’amico, poi offrì la spalla come rest improvvisato.
Non aveva mai sparato con quella specie di arma giocattolo, collimare il corvo dentro allo scomodissimo mirino e al traguardo circolare fu un’impresa; mandava degli accidenti mentali all’inventore di quelle mire che impedivano l’ingaggio del bersaglio, trattenne il fiato e sparò. Il click della cilecca bastò a far scappare l’uccello. Ali maestose, lente e potenti, nere e iettatorie. Tirò in fuori il piccolo perno rientrante dell’otturatore, scarrellando buttò fuori la cartuccina inesplosa, col segno del percussore sul rim, camerandone un’altra, e ancora un fatale click, altre tre, quattro, cinque…alla decima buttò via la carabinetta Charter Arms e le scatole di cartucce; si sarebbe messo a piangere, ma toccava a lui fare l’uomo forte, per non vedere l’amico disperarsi più che mai.
Avvertì il sudore ghiaccio del pànico, fratello maggiore e più pericoloso della paura, il crollo psicologico dell’aver conosciuto la speranza nell’arma tramutarsi in futuro senza prospettive.
“Perché l’hai buttata via?”
“E che ce ne facciamo di quel peso inutile? Chissà quanti secoli avranno avuto quelle cartuccine…”
“Non era pesa… ma come mai, che dici, perché si saranno avariate?”
“E chi lo sa? Forse saranno state al sole per vent’anni, rinvolte in quella plastica si saranno deteriorate per la condensa. Non mi hai detto che il sacco e tutta la roba dentro erano ammuffiti?”
“Che Dio ce la mandi buona…”
Dopo tre giorni di marcia erano rimaste risorse alimentari per un altro giorno, forse due; arrivarono in cima alla collina che non finiva mai: non offriva visuale, era l’inizio di un altopiano.
Così Sandro si dette a scalare l’abete più grosso che avesse incontrato in vita sua.
I rami fitti e numerosi impedivano l’ascesa, fatta contorcendosi come un serpente, ma lui oltre alla forza regalatagli dalla natura, aveva un incazzamento, una bestialità addosso che lo stava spingendo ai limiti della resistenza umana: l’adrenalina formatasi nel suo circolo sanguigno provocava accelerazione di battiti del cuore, di respirazione. Conosceva bene il modo di azione di quell’ormone, studiato in numerose lezioni di caccia con selvatici feriti: restrizione dei dotti sanguigni a vantaggio dei muscoli, contrazione della milza, subitaneo aumento degli zuccheri nel sangue, un surplus di energia riservato alla fuga o alla difesa-offesa.
Aveva imparato a lasciar riposare gli ungulati colpiti male nelle masse muscolari o nel ventre, prima di andare a recuperarli.
Ora stava aggredendo quell’albero maledetto che non voleva farsi scalare, ma lui si sentiva più forte e sapeva di essere adrenalizzato al massimo. Intanto, di sotto, l’amico domandava cosa vedesse…
Arrivato molto in alto, mentre con lui la punta dell’abete dondolava, esplorò il panorama che dava l’idea del mondo intero, poi gli sembrò…sì, per la miseria, un esile filo di fumo cercava di arrampicarsi per aria a ore 11. Un’ora per montare, un secondo per scendere.
“Siamo salvi!”
“Dimmi, dimmi cosa hai visto… ma me lo diciiii!?”
“Ti risulta che gli orsi sappiano accendere il fuoco?”
“No, no davvero!”
“E lupi, tassi, cervi, scoiattoli e galli cedroni, lepri e pernici bianche?”
“No, forza dimmi…”
“Ho visto del fumo a ore undici.”
“A che distanza?”
“Non saprei, forse se troviamo una pista decente come due giorni fa, un sentiero tracciato da
selvatici… in sette od otto ore ce la dovremmo fare.”
“Forza allora, che aspettiamo?”
“Prima pensiamo a mangiare, senza benzina…”
Si alternavano nella conduzione della marcia, faticosa per la neve e il ghiaccio morso dalle suole, con rumore di cristalli infranti. L’estate siberiana dura due mesi, attraversavano anche prati di muschio e licheni senza neve. Poi odorarono il fumo di legna bruciata, sentirono un latrato, quindi arrivarono a una radura e videro la piccola isba in tronchi.
Un piccolo uomo stava accanto alla porta, con un fucile in mano e un cane accanto che abbaiava.
Da lontano pareva vestito di rossiccio, pelle di volpe; la paura avuta nei giorni passati faceva venir meno ogni specie di precauzione: era un essere umano, anche se con fucile.
‘Come ti vogliamo bene…’pensavano,‘ma chi t’ha mandato?’
Un omino che stava immobile e imperscrutabile, sordo ai due che salutavano in inglese, francese, italiano, tedesco, sventolando documenti d’identità, avvicinandosi.
La faccia del piccolo uomo mostrava i disastri operati dal sole, dal ghiaccio, dal vento: rughe profonde sulle guance sottolineavano la magrezza; baffi cadenti, rada barba sale e pepe e capelli bianchi raccolti in un codino. L’uomo dimostrava d’essere vecchio solo in faccia, il collo era ancora liscio, le mani non erano sformate dagli anni, artrite o lavori pesanti. Gli zigomi pronunciati e il taglio degli occhi denunciavano origine mongola, tartara, asiatica.
Giovanni fece con le braccia il verso delle ali di un aereo, con la bocca il rumore e l’uomo sorrise, scoprendo una dentatura bianchissima e perfetta. Si arricciò il baffo calante e li invitò a entrare, posando l’SVT 40, Samozaryadnaya Vintokva Tokareva, calibro 7,62x54R, semiauto riconosciuto subito da Sandro, malato marcio di tutto ciò che fa bum.
Era bassa, la casetta, fatta su misura per la piccola statura del cacciatore. “Yuri, Iakuti,”disse con voce bassa e nasale il cacciatore, tendendo la mano e pronunciando altre parole incomprensibili, mentre il cane li annusava con professionalità.
“Sandro.”
“Giovanni.”
Non erano più impacciati, timorosi non lo erano mai stati, pareva che l’accaduto e le loro condizioni fossero state ben capite dal russo che tolse una cuccuma dal fuoco, invitandoli a servirsi di quel liquido verdastro, scuro, in due tazze di plastica. Anche con lo zucchero quella bevanda non permetteva di capire da quali tremende erbe della taiga fosse originata.
Schifosa, ma dannatamente calda e buona.
Yuri s’avvicinò a una lastra di carne, una specie di rigatino, pancetta dondolante dal soffitto e ne tagliò tre fette, poi fece il verso del cervo – ma poteva essere un alce, wapiti, daino o una renna – bramì, le dita disposte a corna sopra la testa: carne affumicata di ungulato, chissà quale…
Mangiarono quel cibo magro, duro e senza sale, però saporito. I due italiani si passavano il Buck 317 per mangiare, non senza interessare lo Iakuti che guardava il coltello.
“Ecco perché ha i denti perfetti, qui con dentiera, ponti e protesi non sopravviveresti…” disse Giovanni all’amico, intento a tirare con i denti e masticare tenacemente.
Mentre Yuri si alzava, Sandro vide altre due armi sistemate sopra la porta. Un residuato bellico a otturatore, con cannocchiale, dalla canna molto lunga e protetta da legno, e un fucile a percussione…
‘Macchè percussione, porca vacca…a pietra!’
Pensò dopo aver guardato bene, sì, era proprio un flintlock del 1700 o dei primi del 1800, un fucile a pietra, a polvere nera ma non riusciva a riconoscerlo.
Moriva dalla voglia di averli tra le mani per identificarli, ma il russo stava aprendo una porta, mostrando un’altra stanza, un ambiente non riscaldato che fungeva da piccolo magazzino.
Nel buio si scorgevano pellicce di ermellini, zibellini, castori, orsi, volpi, tassi, donnole… ai muri trappole e lacci, telai per essiccare, con ancora delle pelli tirate. In un angolo una motoslitta e un fusto di benzina, un generatore ancora avvolto dalla protezione in legno, ma funzionante, accanto due batterie cariche o pronte per essere ricaricate.
Era impossibile comunicare, se non a gesti, però sembrava che Yuri fosse contento di avere gli italiani per ospiti; indicò un calendario scritto in cirillico con una data sottolineata di rosso, fece il verso di un elicottero… poi quello della mano che prende e porta su, indicando le pelli stivate. Mostrò un impianto radio, gesticolava un’improbabile chiamata per medici in caso di bisogno o malattia, simulando faccia piangente di ferito. Con una cuffia alle orecchie, cercò il contatto e si mise a parlare col suo referente: mimò ai due amici che stava raccontando di loro con le unità di soccorso.
Poi fece cinque con una mano e dieci con le due mani.
Sandro e Giovanni si resero conto che dovevano abitare altre quindici ore col siberiano, forse quindici giorni.
Era vicina la fine della giornata, il cacciatore piazzò tre patate nella cenere buttandole sopra della brace, ravvivando il fuoco. Mezz’ora e cenarono con un’altra striscia di carne secca di cervo e una buona patata calda: se solo fosse stata salata…
Al momento del caffè il russo gli risparmiò l’infuso e tirò fuori una bottiglia d’alluminio con dell’acquavite di alta gradazione, profumata di fragole, ottima.
Sandro accennò ai fucili domandando e Yuri li posò sul tavolo, orgoglioso: conoscenza e amicizia internazionale in mezzo alla Siberia… motivo? Passione per le armi, per il tiro, per la caccia, in funzione del bisogno di sopravvivere in un ambiente ostile, niente stipendio a fine mese, niente supermercato né pensione, arrangiarsi e bene… pena il venir meno.
Il Bolt Action con cannocchiale risultò essere un Mosin-Nagant M91/30 con ottica PU 3,5x , uno Sniper in 7,62x54R, stesso calibro del Tokarev, per uniformare la dotazione delle cartucce. Inciso, il triangolo con la freccia denunciava origine a Tula: gli occhi di Sandro si allargarono dallo stupore nel vedere il bel pezzo, ricercatissimo e taroccato in tutto il mondo.
Il russo indicò il calcio, rotto e accomodato con due piccoli rettangoli di lamiera per parte, teste e dadi dei bulloni passanti incassati nel legno e rifiniti, niente dava fastidio, era un’accomodatura brutta ma efficiente, in quel luogo l’estetica non aveva valenza, contava la palla nel target.
Sandro conosceva il Tokarev SVT 40 per averlo ammirato in una collezione, sapeva che i tedeschi nell’ultima guerra se ne impadronivano volentieri, addirittura ripunzonandoli con il Waffenamt; vide il marchio della freccia inserita nella stella e provò a pronunciare Izhvesk, il russo capì ma la sua pronuncia della città sotto terra delle armi fu completamente diversa da quella dell’italiano.
Intanto Yuri, che aveva preso in mano lo schioppo a pietra, rideva soddisfatto, facendo delle gesticolazioni che rimandavano al domani e al catturare qualcosa da mangiare, battendosi lo stomaco.
“Domani si caccia,” disse Sandro, esaminando il fucile a pietra: schioppo francese, molto simile…macché simile, pensò, era proprio uno Charleville, o forse no?
Lo stimò più di quattro chili, mosse indietro il cane, poi tese il grilletto e riaccompagnò pietra e cane in posizione, arreggendolo naturalmente. Manovrò la martellina, dette un’occhiata alla pietra avvolta da una striscia di cuoio, alla vite superiore visibile attraverso il caratteristico cuore.
Le condizioni dei legni erano pessime, rivestiti di grasso puzzolente, ma la canna era a posto.
Gli originali fornimenti erano stati sostituiti da due bruttissime fascette moderne per tubi che stringevano canna e legno. Yuri non aveva tante fisime per le sue armi, il flintlock era scarico e lui si divertì a scattare il cane tre o quattro volte sulla martellina, provocando scintilloni per aria, forse per provare agli occasionali amici l’efficienza della pietra.
“Sì, sembra che abbia voluto dire che domani andremo a caccia… ma con cosa? Con questo fucilaccio dei tempi di Napoleone?”
“Sei un grande amico, amico di caccia e di vita, ma di fucili non ne capisci, però hai fatto bingo: è un’arma napoleonica, sulla culatta c’è scritto mod.1777 e sotto il bacinetto, sulla cartella c’è il marchio della Manufacture Imperiale de S.Etienne, ma avrebbe potuto provenire dagli arsenali di Charleville, Maubege o Tulle. Ha la canna liscia, non ricordo se lo abbiano fatto in calibro .69 o .70, mi pare in .69, in millimetri quasi un 18. Ho visto delle repliche, ma questo è originale di sicuro, tu che dici? Pensi che il russo si sia comprato un Pedersoli rifatto oggi? E’proprio napoleonico, come avrà fatto ad arrivare fin qui? Potrebbe anche essere il modello An IX con i fornimenti in ferro, mi
pare che il cane sia più grosso, ma non ne sono sicuro…certo le armi non si buttano via, anche se sono rotte, che sia della campagna di Russia e poi tramandata? Boh… se conoscessi la lingua glielo domanderei, peccato, si sembra dei sordomuti.”
La notte fu amica e foriera di sogni leggeri, non più di paura; i due amici ora provavano curiosità per la nuova condizione.
Sandro, sdraiato come gli altri due su un cumulo di pelli vicino al fuoco, era coperto da una fetida pelliccia d’orso, dormiva e si svegliava in continuazione: con gli occhi al soffitto si faceva stregare dalla blanda luce del fuoco che illuminava l’interno a lampi, disegnando sempre diverse ombre delle corna appese alla rinfusa; il siberiano dormiva soffiando come un treno a vapore, mentre Giovanni s’era addormentato senza russare, stranamente.
Durò poco il riposo, nel buio totale sentì un tocco: Yuri lo stava tentennando piano piano per svegliarlo, sorridendo con la sua cancellata di denti bianchi. L’amico era già seduto al tavolino, stava rosicchiando una specie di schiacciata dura e secca che cantava sgretolandosi.
Vide il secchio con l’acqua, si lavò la faccia, mentre il russo usciva con la lampada a petrolio, lasciandoli al buio. La cuccuma con il suo tremendo contenuto bolliva e Sandro, stando seduto, ripensava a tutto l’accaduto, già visto in un film che non ricordava, e che ora viveva sulla sua pelle. Una specie di aspro puzzo di grasso rancido e sangue accagliato, forte e penetrante, aleggiava per tutta la stanza e in ogni oggetto, che fosse una sedia di legno, il tavolo, le tazze di plastica. Rientrò il cacciatore mostrando una pala e indicando fuori.
“Ma sì, ci indica la toilette, non hai capito?” Disse Giovanni.
Ringraziando andarono nel buio con lampada e pala, ebbero il beneficio del corpo, gli venne da ridere a culo nudo e anche con la pala nelle mani continuarono a prendersi in giro e scherzare, mentre ricoprivano le cacche con la neve.
Avevano assaggiato l’acre sapore della morte e del dolce rinascere.
L’aurora biancheggiava, quando si mossero; Yuri aveva preso il flintlock, lo schioppo a pietra, camminando si mise qualcosa in bocca e cominciò a masticare. Sandro non si era ricordato il calibro del fucile Corrigè, però nella volata quasi c’entrava un pollice dei suoi. Ma sarà stato un Corrigè? Non era da molto che si era dedicato a studiare le armi ad avancarica.
Il cacciatore allentò la vite che teneva la pietra sul cane, prese il pezzetto di cuoio, lo bagnò in una pozzanghera d’acqua e neve, ne avvolse la pietra e la rimise tra le ganasce, stringendo la vite con un chiodo.
“Hai visto il russo, quant’è forte?” Disse Sandro,“niente piombo intorno alla pietra focaia, così è sicuro di non perderla… appena il cuoio sente l’acqua, gonfia e stringe… che birbante!”
Non camminarono per molto, il cacciatore sempre in testa a far da guida, masticando; percorrevano una specie di sentiero tra betulle e abeti, ogni tanto il siberiano rallentava, facendo segno di fermarsi, stando in ascolto. Arrivarono a due abeti piccoli, al limite della foresta: il russo con un coltellaccio, un mezzo pennato tagliò dei rami e si dette a tessere un riparo verticale fra i due alberelli, lasciando due buchi per vedere e cospargendo il tutto di manate di neve.
“Hai visto,”parlando sotto voce Sandro,“anche in Siberia fanno le parate come da noi…”
“Ma a cosa vorrà sparare? Io non vedo e non ho sentito nulla, a parte quei rutti, quell’ abbaiare, saranno stati dei cervi, che ci sono anche le renne in questi posti?”
“Ci sono, ci sono, mi pare che in Siberia ci siano ancora le tigri…”
Il cacciatore fece pochi passi in avanti con un sacchetto tra le mani, verso una piazzola sassosa senza neve, a una trentina di metri, e sparse delle brancate di semi; tornato, invitò i compagni di caccia al silenzio più assoluto. Con un sottile spillo penetrò il focone dello schioppo una, due volte, alzò il cane in mezza monta, versò dal cavo della mano nella canna della polvere che non era propriamente nera, un mix di nera e chissà cos’altro, poi un po’ di paglia masticata, e compresse con la bacchetta; quindi dei pallini piuttosto grossi – del 5?- da una fiaschetta attaccata a quella della polvere, ancora paglia dalla bocca, dando mano alla sottile asta, comprimendo. In ultimo mise
nello scodellino d’ottone della finissima polvere nera; chiuse il bacinetto con la martellina e tirò indietro il cane dalla mezza monta.
Piazzati indice e mignolo ai lati della bocca, cominciò a richiamare, piano, ma talmente piano che era difficile sentire a un metro, poi rugliava di gola un verso strascicato e schioccato di palato, còchr, còch, cecrecòchr…còchr, còchr, cecròchr…
Mezz’ora e fu sentito un lontano cecòchr… un altro in risposta, più vicino, cecrècòchrr. A Sandro vennero in mente le starne, toccò Giovanni che fece segno di aver capito. Dai buchi fatti nel riparo non scorgevano niente, d’un tratto gli sembrò di veder muovere qualcosa nella piazzola, sì… erano due batuffoli bianchi maculati di fulvo e rossiccio, mascherina scura agli occhi!
Ma Yuri, il russo, non dava cenni.
Imperturbabile e col fucilone in posizione verticale, pareva una statua.
Ne arrivò una terza gallinella, poi un’altra e un’altra ancora…
I due amici non capivano, in poco tempo la piazzola s’era riempita di una decina di pollastrelle che interpretarono come pernici bianche in tenuta estiva, mentre Yuri non dava segni di vita.
Beccavano e s’ingozzavano di quei semi neri e rossi, vecce, sorgo e girasole, ciarlierando contente.
Il russo si mosse.
Alzato il fucile lentamente, con la flemma dell’aspide che ipnotizza il topo, infilò la lunga canna nella feritoia, piano piano; dopo aver mirato tirò la sventola, un rumore come di bomba: il rinculo sfasciò mezza parata, neve addosso, per aria e negli occhi, e nebulizzata per ogni dove, fumaccio denso e azzurro che non permetteva di vedere niente; nel puzzo di bottino, di merda che appestava l’aria, dovuto alla polvere nera i due amici si guardavano, il siberiano non c’era più: saltato di corsa verso la piazzola, aveva in mano due pernici ferite che svolazzavano e ne stava rincorrendo un’altra nella neve insozzata di sangue e penne.
Purezza di paradiso fatta inferno: calde gocce di sangue sulla fredda bianca coperta.
Yuri non aveva toccato le tre rimaste uccise dalla spingardata, ma si era dedicato a quelle ferite; guardando verso un cespuglio ne vide una disalata. Di corsa tornò a prendere il fucile, in un amen lo caricò e si diresse in quella direzione; lo videro puntare, sparare, raccogliere. Tornò sorridendo, in una mano il mod.1777, nell’altra quattro pernici morte e una che si dibatteva, perdendo penne.
Porse il fucilone a Sandro e i quattro uccelli morti a Giovanni, in un attimo girò la testa a quella ferita, Sandro gli rese il fucile, parlottava parole di soddisfazione mentre raccattava le proteine rivestite di penne: tornarono a casa con otto morbide e grasse gallinelle.
A Giovanni scappò un bravo sotto forma di una blanda manata sulle esili spalle del russo, che rispose con la consueta smorfia di sorriso a occhi chiusi.
Ghiotti, stavano ripulendo accuratamente gli ossi, le pernici alla brace… roba da corte regale!
I complimenti si sprecavano mentre il cacciatore rideva e mangiava offrendo l’alcolico nettare della bottiglia metallica agli ospiti che s’erano buttati a capofitto sull’arrosto.
La radio improvvisamente cominciò a gracchiare, Yuri si mise in ascolto. Era eccitato, si tolse le cuffie tentando di dire ai due amici qualcosa che riguardava un elicottero.
E lo sentirono, un rumore squassante di terremoto, era lontano e impaurì tutte le foreste: era un MI 26 T antincendio che veniva a riportarli nel mondo civile. Apparve sopra la casetta in un turbinio di erba, polvere, neve e ramaglia, e pareva il drago della morte, si fermò nello spiazzo vicino, il tempestio del rumore continuava.
Venne giù una scaletta e Sandro e Giovanni salirono, agitando la mano verso Yuri della popolazione IaKuti, che rispondeva senza ridere, in mano lo knife Buck 317 a due lame, lasciatogli da Giovanni.
Seduti nella pancia della bestia immane, ripensavano se non fosse stato meglio passare altri
quattordici giorni ospiti del cacciatore siberiano… al diavolo il buco nell’ozono!

Antonelli dottor Franco per Diana – Febbraio 2005

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

SILBERIO CAMACHO GUTIERREZ

Lo conobbi senza conoscerlo, senza sapere chi fosse o che qualcuno me lo presentasse, come tanti peripatetici del bar.
Giocava a biliardo da solo e con impegno, quasi volesse battere se stesso.
E solo quando non c’era nessuno nella saletta, ovvero dalle sette e mezzo alle otto e mezzo di sera, momento di cena.
Non sopportava il prossimo, specialmente se vestito firmato e puzzolente per profumo francese.
Io lo guardavo senza farmi vedere, dalla porta; vedevo che ci sapeva fare, cercava tiri semplici ed era in grado di riuscire in calci difficili quando era impallato, ma non gl’interessava fare mostra della sua bravura a chicchessia, si vedeva che godeva con lo scorrevole panno verde, due palle e un pallino, cinque birilli e una stecca ben incaciata, l’unico spettacolo che gl’interessava era la sala vuota.
Al pallottoliere segnava i punti di due giocatori, se stesso e l’animaccia sua.
Alto, magro, segaligno, barba incolta, fazzolettino rosso annodato in gola, faccia asciutta.
Non ce la facevo a permettergli di non essere parte della mia vita, mi feci coraggio e gli domandaibse voleva giocarsi un aperitivo con me, ma per tutta risposta gettò la stecca sul biliardo, non disse niente, pagò e se ne andò.
Scorbutico come un cinghiale vecchio che non tromba più, ma si ricorda gli urli dell’estro, le femmine tonde e arrendevoli, i maschi invidiosi che non osavano avvicinarsi a lui, padrone dell’odore di paradiso, padre menefreghista di una moltitudine di irascibili cinghialotti.
Ci rimasi male, ma il destino, titolare delle nostre azioni, me lo fece ritrovare a caccia, al passo di fine settembre quando ai valichi non c’è ancora pieno di cacciatori.
Pensavo alle mie cose; dopo aver mangiato un dolcissimo e mencio fico Dottato ed essermi ripulito la bocca con tre pippi di Trebbiano, m’ero messo a sedere su un ciglio asciutto, pensando a com’è bello il mondo con un fucile in mano, anche se non passa nulla.
Allo scollacchio di Montirici, sul Montalbano, ero solo, non una macchina parcheggiata, i cacciatori pensavano ancora alle tortore e non ai colombacci che però possono passare anche il venti di settembre, m’era già successo.
All’improvviso fui scosso da una fucilata bassa, nel bosco, immaginai che qualcuno avesse tirato a un merlo, in canna avevo una corazzata a piombo del sette e mezzo e guardai in giù senza vedere niente, solo pini, stipa e impenetrabili ginestrai.
Sentii raspicciare e vedo un leprone passarmi nel palèo a cinque o sei metri, zoppo da una zampa anteriore, con una striscia di sangue che gli percorreva tutta la schiena e un orecchio mòzzo.
Non ci ripensai due volte, lo lasciai arrivare a dieci metri, arrancava, l’avrei potuto prendere anche con le mani… ma per sicurezza gli lasciai andare una sventola nella testa per non sciupare carne.
All’unisono con la fucilata eccoti un canetto di mille sangui, mi passa tra i piedi, ringhiandomi va diritto al leprone, ma si volta anche a guardarmi, quasi per assicurarsi che non gli andassi dietro ad accampare diritti sulla sua lepre. Poi una voce.
?Leoneeee… o Leone, accidenti a te e a quando ti riportai a casa… torna qua maledetto, Leoneeee…?
Ma Leone non sentiva, impegnato com’era a leccare la testa sanguinolente della lepre e sgranocchiare qualche ossicino sbrindellato, ogni poco alzando gli occhi verso di me: non si fidava.
Io stavo fermo in attesa del cacciatore; sempre seduto aspettavo per dare le consegne del leprone, non accampavo diritti, ci mancherebbe…
Ed ecco che spunta un uomo tra il palèo, felci e ginestre, a marcia indietro per liberarsi dei lacci di pruni, poi si volta, incrociamo gli sguardi… è lui, il giocatore solitario di biliardo. Parla al cane.
‘Ah… non dai retta? Ora t’insegno io… lascia stare codesto animale e andiamo, che si va via.’
Capisco che non vuole prendere la lepre, dà una mezza pedata al canino, a non far male, gli aggancia il moschettone e fa per andarsene.
‘Oh… senta, guardi che io non la voglio la lepre, è sua, la può prendere, io le ho tirato per fermarla, ma stava per morire… la lepre è sua, io non la voglio di certo, non vado mica in giro per il mondo a rubare lepri… ma per chi mi ha preso, per uno che tira agli animali morti ammazzati dagli altri?’
Tornò indietro, mi squadrò per bene, sul ciglio c’era posto anche per lui, si mise a sedere, sciolse Leone che mi annusò a fondo e tornò alla lepre; tirò fuori un pacchetto di sigarette Lucky Strike deformato dal sudore, me ne offrì una tutta spiaccicata e storta, porgendomi la mano:
‘Silberio Camacho Gutierrez.’;
‘Io all’anagrafe sono Francesco, ma tutti mi hanno sempre chiamato Franco, piacere.’;
E di lì iniziò un’amicizia singolare, di quelle vere, talmente vere che non lasciano spazio per altri.
A caccia insieme era tutto un godere, lui dettava i tempi e i luoghi, ma senza imporre il suo pensiero, diceva… t’andrebbe d’andare ai sorbi su alle piane di Bolago, l’unica è andare lassù per due cesene, in pianura non c’è nulla… e vedeva sempre giusto, aveva l’anima del cacciatore che vuole acchiappare.
Finalmente al bar ci giocammo un aperitivo al biliardo, Birilli all’Italiana.
Non ci fu verso di giocare una palla libera, non la vedevo mai, faceva due, però m’impallava.
Persi.
E si rigiocò anche la sera dopo, e quella dopo, e si parlava studiando dove andare a caccia, e una sera vinsi, ma rimasi tutta la notte a ripensare ai tiri fatti, col dubbio che mi avesse fatto vincere.
S’era fissato di vedersi alle due di notte per andare in Maremma, ma all’una e mezzo sento il rumore di un tre ruote, un’Ape, sotto la mia finestra. M’affaccio… era Silberio; spente le luci, stava
appoggiato al cassone e s’era acceso una sigaretta, fumando beato. Mi vesto e vado giù, veloce.
‘Tu sei in anticipo. Come mai non sei venuto in macchina?’ Gli domando.
C’è la bestia fuori della riserva di Vinacciano. Niente Maremma.’
‘E come fai a saperlo?’ ;
‘Non dormo mica come te, io una giratella al buio vado sempre a farla e ho visto le sue zampate, è anche grosso, sarà un cinghiale di un quintale.’
‘Allora in Maremma non si va più?’;
‘C’è il boccone sicuro qui… che vuoi andare laggiù a rischiare di non acchiappare nulla? Preparati.’
Il discorso filava, Silberio badava al sodo.
‘Chissà… forse non ne ho cartucce a palla, tu mi hai preso alla sprovvista.’ ;
‘Non ti preoccupare, ce l’ho io, te chiedi… a palla, pallettoni, non devi far altro che chiedere.’
‘Vieni su a prendere il caffè.?
‘Vengo, vengo, è presto, lasciamolo mangiare tranquillo, sarà là dentro a ingozzarsi di granturco.’
‘Dove? Nel bosco? Da quando in qua seminano il granturco nei boschi??
‘Da quando ce lo metto io, dammi la macchinetta per il caffè, vai, vestiti.’
Camacho Silberio Gutierrez non smetteva di stupirmi; pensavo a questo mentre mi mettevo una maglia in più: s’era d’ottobre, ma l’aria della notte era ghiaccia, più a inverno che autunnale.
Avevo lavorato in una Riserva e ricordavo la fatica per prendere cinghiali con i lacci per venderne la carne ai cacciatori che frequentavano la riserva per i fagiani. Anche allettarli in una carbonaia vicino al mio fucile Beretta A 300, appastandoli, non era mai stato facile per il fiuto sensibilissimo del suide, che mi aveva sempre spinto a toccare la frutta e le pannocchie di granturco con i guanti lasciati in una zangora, con gli scarponi, a bagno nell’acqua di alloro, cipolle…
Per mascherare l’odore delle mie mani e di me stesso ne avevo studiate di cotte e di crude, spesso non riuscendoci.
Bevemmo il caffè in silenzio, mi resi conto che era felice in quel momento e gli chiesi perchè.
‘Questa è caccia, di notte, dopo averlo tracciato, sapendo dove mangia, cosa fa, di dove viene, dove va a digerire, dove va a fare… i fanghi, a quale albero si gratta. Lo sai? Ci saranno una trentina di pini, ma lui ne ha scelto uno e si gratta solo a quello, l’ha impiastricciato di mota e alla base c’è come un circolo intorno al fusto, come se ci avesse fatto il girotondo, ma io gli ho fatto i governi, ora si va a controllare se abbocca.
‘Cosa sono i governi?’
‘Granturco… ho un paletto di legno come quello di un ombrellone; con questo faccio dei fori fondi una trentina di centimetri e ci butto una manata di granturco, poi copro; i chicchi dopo un po’ di giorni fermentano e mandano per aria il profumo, come da un vulcano. E’ un sistema infallibile, quando arrivano i cinghiali si inginocchiano per arrivare al granturco e spostano in avanti la terra col grifo, al contrario degl’istrici che si aiutano con le zampe tirando verso sè… l’hai mai sentito il verso dell’istrice?
‘ No, non l’ho mai sentito.?
‘Fa un rumore come i gangheri di una porta non oliati, uno squittìo, uno stridìo prolungato.’
Accidenti… avessi avuto Silberio con me, ai tempi della riserva, quanti se ne sarebbe presi…!
‘Allora… ti dicevo, il cinghiale annusa il ribollìo del granturco, lo sente e comincia scavare, è ghiotto, mangia e non sospetta niente, il cibo è guadagnato, non è facile, messo sopra la terra… da un foro di cinque centimetri fanno delle buche molto larghe, nessuno vede niente e i fagiani non ci arrivano. Ma te con cosa governavi in quella riserva di cui mi raccontavi tempo fa?’
‘Li eccitavo col gasolio, gli garba, mettevo una stagna rovesciata sul paraurti della Campagnola Fiat, col tappo che ne perdeva una goccia al metro, facevo un giro e andavo alla carbonaia cheavevo annacquato forte d’estate e governato con concime di vitello: una beccaccinaia. Accanto…una piantagione di pan di serpe, rizomi piantati a primavera e granturco acerbo, lattoso, da mangiare. Avevo piazzato l’altana su una quercia a due metri d’altezza, con scala e tavole che ogni  dieci giorni annaffiavo con una brodaglia di alloro o di agli e cipollotti selvatici sterrati di maggio. Con la solita acquaccia cospargevo scarponi, lacci, vestiti, una coperta per stare al balzello col freddo. Niente sudore addosso altrimenti non venivano neanche se affamati, cominciai a darmi l’acqua d’aglio e cipolla sotto le ascelle e tra le palle, cominciarono a gradire.’
‘Codesta del gasolio la sapevo, io ho usato anche dell’asfalto liquido. A volte ho messo il granturco per i governi nella Sambuca. Sparo a non più di venti metri con le terzarole, in cima alle canne della Beretta con il nastro adesivo ci piazzo uno Starlight piccolo, di quelli fatti per pescare, un po’ usato, che non faccia tanta luce; pila fissata sotto le canne col controllo remoto e l’interruttore nella mano sinistra.’
‘Se passavo dai campi con la gippe,’ aggiungo,’non venivano, sentivano i gas di scarico lasciati in terra, sul pelo dell’erba, il puzzo della macchina li metteva sul chi vive.?
‘Senti, cambia il mondo e cambiano anche i cinghiali e le loro abitudini, gli ultimi tre cinghiali ammazzati nell’ultimo mese con un amico li abbiamo appostati a non più di 50 metri dalla Land. Li ho visti arrivare alla gippe, strusciarsi a una ruota, annusare la mia pisciata, e ti dirò di più, fumavo un sigaro cubano per scommessa, sapevo che avevano fretta di venire ai governi, nessun puzzo li allarma se sono affamati e hanno il cibo a un passo, dimenticano le difese, per la fame. Quelle troie delle mamme mandano avanti i piccoli, lo sento da come mangiano che sono solo i piccoli, poi arriva lei a corsa e li porta via: ho aspettato delle ore per niente, ci vuole anche culo. Stanotte tu vedrai non si farà niente, ora fa buio presto e si potrebbe venire alle cinque di sera e alle nove andare via.’
‘E allora perché siamo venuti?’
‘Per imparare i suoi movimenti, in giro grossi come questo verro non ce n’è e lo voglio prendere.’
‘Ma che te ne fai… li mangi tutti?’
‘No, io mangio solo maiale, i cinghiali mi piace cacciarli e ammazzarli, non mangio altro che maiale.’
‘Pensavo che tu li vendessi.’
‘Non ho bisogno di denari.’
‘Sei fortunato, io se vincessi a qualche lotteria, maremma sudicia, no… solo per andare in culo a tutto il sistema, mi piacerebbe campare di rendita, invece mi toccherà lavorare finché non muoio, ma non mi lamento, lavorare mi piace.’
Camacho Silberio Gutierrez a queste mie ultime parole si cheta un po’ pare ripensare, poi continua.
‘Io non vivo di rendita.’
‘Allora non ho capito niente, mi dici che non hai bisogno di soldi, che sei un angelo del cielo?’
‘Perché… te che ne fai dei denari? Cosa ti manca? Se mi guardo intorno, in casa mia vedo tante cose che sono costate denaro e non servono a niente.Vedo cose che in altri paesi non si possono permettere e che a loro ‘mancano’ mentre io, pezzo di merda che non sono altro, non so di che farmene… te, dimmi, quanti fucili hai? Forse quando vai a caccia te li porti tutti dietro? Quanti vestiti butti via in un anno? Hai mai visto gente con lo stesso vestito per due anni? Io sì. Una volta a Cuba mi giravano i coglioni, in Italia avevo gli operai a mettere il cancello a casa ed ero molto nervoso per non essere là. Stavo mangiando un panino con la salsiccia, mi accorgo che diverse persone mi stavano osservando divorare quello schifoso panino, mi accorgo che la loro curiosità era dovuta al fatto che non conoscevano neppure il sapore di quello schifosissimo panino, però non gli giravano i coglioni. Il panino costava mezzo dollaro, tieni presente che un cubano ricco guadagna dieci dollari al mese, e mi sono sentito una merda… cosa mi mancava? Ho offerto vari panini e mi sono sentito meglio, ma merda rimango. Io vendere la selvaggina per denari? Mi vorresti proprio male, li porto tutti all’ospizio, lì mi ringraziano.’
‘O Silberio, ma che male c’è? Io da una vita compro baratto e vendo di tutto, ho sempre fatto il rappresentante e il commerciante; che me ne dovrei vergognare, secondo te?’
‘Io non saprei vendere un lingotto d’oro.’
‘Per me comprare e vendere è un divertimento, l’ho fatto per professione, ho mantenuto la famiglia e allevato due figli, però c’e’ anche un aspetto loffio nel commercio: a volte, anzi spesso, qualcuno lo prende in tasca.’
Mancava un’ora all’occasione della caccia, più che altro al momento in cui, secondo lui, tutti dormono della grossa, verso le tre di notte. Accetta a malapena una mia Stop Lunga e fumando partiamo con l’Ape, nel piccolo abitacolo… nebbia in Val Padana.
‘Te che fucile hai?’ Domando.
Il solito di sempre,’ disse,’il Beretta Vittoria a cani esterni… perché? Ne dovrei avere un altro??
‘Che vai a caccia sempre con quello?’
‘Di sicuro, sì… va bene, perché dovrei cambiarlo?’
‘Ma guardie ce ne saranno in giro?’
‘A far che? Non senti che è freddo? A casa si sta meglio, chi glielo fa fare di girare di notte, non glielo pagano mica lo straordinario… hai paura? Non ti preoccupare, di notte forse qualche volpe c’è a giro, ma sceriffi…’
Mi stimolava la curiosità di vedere Silberio in azione, avevo capito che era soprattutto un animale predatore; la stranezza consisteva nel fatto che lui lo faceva solo perché gli piaceva, ma anch’io cominciavo a provare il gusto dell’insolito, del proibito che attira, maremma puttana, come attrae il proibito…
Basta mettere un cartello di vietato, che qualche medico ti proibisca un cibo perchè ne venga un desiderio incredibile di andare contro la prescrizione o la legge.
Non desiderare la donna d’altri… e come si fa?
Spenge le luci e facciamo un chilometro per una stradetta sterrata, io non vedo niente, ma lui sa quello che fa e dove mettere le tre ruote dell’Ape. Poi silenzio totale.
‘Apri piano,’ mi sussurra e ci troviamo col fresco di Casentino in faccia.
La pianura lontana è gialla dalle luci e illumina anche quest’angolo di bosco, per aria nuvolaglie spinte verso ovest, neanche una stella, mi rinchiudo dentro il collo della giacca, dove cazzo avrò messo lo spillo da balia…
‘Hai l’automatico? Tieni.’
Dice sottovoce, quasi non capisco, e mi dà una brancata di cartucce. Mi manda avanti per uno stradello sassoso e all’improvviso un piccolissimo punto di luce da dietro illumina il mio passo; andiamo piano per non far rumore, non so come fare a caricare il semiauto Beretta senza scatenacciare l’otturatore. In qualche modo rimedio. Lui mi tocca e punta la piccola pila a un palo verniciato di bianco con un cartello di Riserva inchiodato.
Non si vede niente, buio totale, ma sono sicuro che Silberio Camacho Gutierrez sta sorridendo come la volpe davanti al pollaio difeso male.
Dopo un po’ si ferma, mi indica una specie di ramo adattato a scaletta posato in terra, nascosto tra le felci, è pesante, lo aiuto ad appoggiarlo a una quercia, ci arrampichiamo fino al primo ramo grosso, gambe penzoloni, schiena appoggiata a un bastone messo dietro da lui come spalliera, sento che è legato con del fil di ferro.
Il tempo passa, ma non passa, lui sta fermo come imbalsamato, io dopo un’ora comincio a sentire fastidio sulla coscia, sulla seduta, me la tocco per un breve massaggio e sbatto leggermente il calcio del fucile sul tronco dell’albero. Silberio mi fa cenno con una mano e mi indica il buio davanti, non sento e non vedo nulla di nulla, sento che lui s’imbraccia velocissimo, ma continuo a non vedere e non sentire niente, mi sembra di essere un intruso, il cacciatore è lui. Non accende la pila del fucile.
‘Andiamo,’ dice con voce normale, ‘si può tornare a casa, era venuto ma deve avere altro da mangiare, ci ha sentito.’
‘E’ colpa mia, ho fatto rumore col calcio.’
‘Macchè… legno con legno, non è stato quello, sai quanti ne sente di rami che strusciano o battono l’uno con l’altro… chissà… è furbo, ma domani sera gli si fa la buccia, dai retta.’
Faccio un respiro di sollievo, non mi sarebbe piaciuto essere stato il pivello della situazione.
Nell’Ape gli domando come la pensa in materia di religione, politica, costume… il suo racconto sul panino a Cuba non mi esce di mente. Dichiaro che sono quasi ateo, in qualcosa credo; che non mi riconosco col modo di fare politica dei nostri uomini pubblici, che sono insomma un anarcoide libertario. La sua risposta è immediata, come stappare una bottiglia di spumante.
‘Per la verità ho letto la Bibbia e il Vangelo varie volte. Conosco vita, morte e miracoli di Cristo. Ho fatto il mercenario in Africa, ma ero innamorato di Che Guevara, così andai in Centro America, ho parlato con uomini che l’hanno conosciuto di persona, con un colonnello capo della sicurezza di Castro ho rifatto tutto il viaggio da dove sono sbarcati i rivoluzionari fino a Cuba. Il Che come guerrigliero era imbattibile, le sue tattiche erano quelle degli Apache. Te l’avevo detto che ho vissuto in Tibet, in un monastero con i bonzi? Sapevo leggere e scrivere in tibetano antico, ma ora…ora mi sono dimenticato tutto.’
Saltellando, l’Ape ci riporta a casa, ci salutiamo.
‘Ma insomma ti svegli o no? Dai, alzati, dammi una mano, c’è da seminare i piselli, poi dobbiamo andare a fare la spesa, c’è da portare lo zio dal geriatra… ma ti svegli o no?’
E’ mia moglie Elisabetta che mi chiama: mi tentenna, in mano una tazzina di caffè.
Bevo lentamente, ricordo… tento di fissare l’onirico che sfugge con la luce, stropiccio gli occhi, tentando di mettere a fuoco un biliardo, un cinghiale grosso come un bufalo, Cristo e Che Guevara, cesene, tordi, colombacci e Silberio Camacho Gutierrez. Ma sono tornato tardi, ho dormito poco, l’avventura con l’Ape e con Silberio non la scorderò, i governi…Metto i piedi in terra, mi pare di averlo lì accanto a me che sorride… mia moglie mi prende in giro,
come al solito quando cerco di raccontare, ma sorride anche lei.

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

IL GUSTO DEL PROIBITO

Dieci, cento, mille telefonate…
Amici che mi cercano perché vada a far parte delle loro emozioni di caccia, e io… no! Duro, sempre no.
Poi, una sera, un invito a cena, con mogli, annessi e connessi: un grande fuoco, una lunga tavolata, un arrosto di piccoli uccelli dal collo intirizzito, colore giusto, testoline calve in abbraccio di sacro amore tra dischetti di pane da crostini e rondelle di rigatino, alla toscana, profumo saporoso di salvia nell’aria festaiola. Brindisi si susseguono, basta poco per inneggiare e alzare i calici in allegria: le mascelle lavorano in silenzio,c’è da smantellare vassoi e vassoi ricolmi di arrosti, cibarie sopraffine che hanno colonizzato il centro tavola.
“E questo cos’è?”
Domando indicando un bianco letto di porcellana dove stanno confusi pezzi di carne.
Silenzio prolungato, poi una timida voce dice:
“Spinosa, o istrice, fai te…”
“Ragazzi, qui si va tutti in galera, ma non è proibito sparare agli istrici?”
“E chi gli ha sparato?” Dice un’altra voce, “è capitato sotto le ruote del gippone, si doveva buttarlo via?”
“L’ha cucinato Leonardo, alla maremmana, la ricetta gliel’ha data una sua cugina di Braccagni, se ti interessa saperlo è un modo antichissimo di ammannire la ‘ Spinosa alla cacciatora’ così la chiamano nel grossetano, è cultura tradizionale, popolare, gastronomia di antichi tempi senza supermercati.”
“Ma resta il fatto che è un animale proibito.”
“Questo lo rende ancora più saporito…te che dici?”
E tutti ridono, hanno ragione, l’istrice è morto, non conosceva quanto può essere pesante una Land Rover inglese… viva l’istrice.
L’assaggio, è speciale, sembra agnello, ma senza grasso, carne morbidissima, roba da intellettuali luculliani esaltatori della tovaglia a quadretti bianchi e rossi.
L’inizio spetta a pappardelle sulla lepre, pasta spianata da mani sante di donne, generose con uova di galline che hanno un nome, Stellina, Bianchina, Dorina…
Sono tagliatelle larghe quanto due dita, ognuno ne prende da sé, fumano e accanto fuma un largo tegame di coccio scuro dove stanno i pezzi della lepre, cucinata con del rosso pomodoro che ha fatto un sugo scuro come il carbone. Un ragù eccellente, il giusto insieme per accompagnare in camera di digestione un classico del mangiare venatorio; ma qui, stasera, non ce ne sono canai, gente che caccia con segugi, voglio dire.
“O chi ve l’ha dato questo leprone benedetto?”
Domando mentre attorciglio con gusto i nastri sugosi e sbocconcello una spallina dell’orecchiona. Silenzio.
Poi una voce:
“S’è ammazzata, non ce l’ha regalata nessuno… che ci si fa regalare le lepri, noi?”
Il commento incita all’ilarità generale, sembra logico che se una squadra di cacciatori vuole una lepre vada, la cacci e se la porti a casa; troppo semplice, lo so bene io, che sono due anni che vorrei fare le pappardelle sulla lepre ma poi, se non hai cani adatti, se vai a beccacce o a tordi, o a colombacci, non ti resta che scambiare le tue prede con qualche lepraiolo, gente attrezzata, gente che percorre poggi dietro a lepri per me inesistenti, con cani dal passo lento e continuo, dai nasi sbucciati tra sassi e zolle.
L’atmosfera si sta facendo più che conviviale, dopo i tiri impossibili vengono fuori – finalmente! – le padelle, quelle nascoste e non conosciute in armeria, ma ben descritte da quei figli di puttana degli amici che non vedono l’ora di una cena sociale per pubblicizzare vizi e difetti dei componenti della squadra badando bene a tenere nascoste le proprie virtù.
Il fuoco crepita, è un bel focolare, bello grande, sulla bocca stanno delle griglie con sopra qualcosa di strano, degli oggetti che cuociono, ottimo profumo di formaggio indefinito; prendo uno spiedo dal vassoio degli uccelli e mi servo pane e pancetta e un paio di uccellini: cotti a dovere, chi li ha arrostiti è uno che sa, è uno del mestiere. Sotto i denti sono friabili, non c’è bisogno di ripulire gli ossi, e sono piccoli, buonissimi ma piccoli… levo il becco e sgranocchio anche le teste, gusto l’amarognolo della salvia infilata nella cavità degli intestini, sono stato attento a scegliere quelli senza stuzzicadenti infilati a mo’ di segnale, quelli sono riservati a chi predilige i piccoli volatili con le budelline, anche mio padre li mangiava ’pieni’, con gli intestini interi, questione di gusti.
Ne brandeggio uno ed esclamo:
“Non venite a dirmi che queste sono lodole, mi sembrano più piccoli, sono la metà di una lodola…!”
“Ma che discorso è codesto…che gli domandi il nome a un uccello, prima di mangiarlo? Piuttosto, come ti sembrano cucinati? Questo è l’importante.”
“O gente,” dico con una leggera vena polemica,” l’istrice è proibito, cani da lepre non ne avete e la lepre l’avete presa chissà come… questi uccellini, ottimi per la cronaca, hanno delle testoline… dite la verità, cosa sono… capinere, stiaccini, saltimpalo, migliarini, stipaiole…”
“Bravo, si vede che te ne intendi, sono tutte stipaiole…hai sentito che roba? Le ha prese Mario, un po’ con gli arconi e altre con la pania, una caccia che pochi anni fa era patrimonio di tutti.”
Le stipaiole e le capinere sono state la palestra delle mie prime fucilate, da giovanissimo, morbide come il burro, tenere come farfalle, sulla fucilata del fucile 20 monocanna bastava un pallino del 13, due pennine per aria e poi via allo spiedo di mio padre.
“Ragazzi, ma che facciamo il festival dell’amarcord? Se non si può non si può, è inutile stare ad argomentare che prima sì dopo no… ecco perché vi ho sempre detto di no, perché non vengo a caccia con voi, m’interessa di più il mio Porto d’Armi di qualche fucilata ai proibiti.”
“Ma chi ha detto di tirare delle fucilate? Ad acchiapparli ci si pensa noi, te mangia e dicci come sono… se poi a qualcuno gli viene in mente di piazzare qualche cestola con dei gramignòli o disporre qualche rametto impaniato per rimediare uno strozzino di capinere…dai, su, non farci apparire come mostri.”
E’ la voce di Mario, il padrone di casa, mi guarda con occhi che cercano complicità, visto che mi sono servito di nuovo e ho azzerato uno spiedo; tanto se non si gustano stasera… mi dico, considerando che sono già morti e gustosissimi: il loro cantare in versi non sarà più godimento degli orecchi, ma le loro carni possono esserlo per il palato. E’ una scusa? Una giustificazione? Sia quel che sia, aspetta che ne prendo altri tre…un boccone l’uno, non ricordo chi abbia detto per primo che i migliori uccelli sono quelli che si mangiano con il cucchiaio, forse io?. E ci sarà chi dice che il tordo non lo batte nessuno, chi tifa per le pispole e chi per i beccafichi, stasera ci sono le stipaiole, rendiamo loro il massimo degli onori.
Scorre il vino di Mario il sardo, tra il profumo celestiale dei vassoi, da sotto i carboni ardenti del focolare spuntano patate abbrustolite e incenerite, una delle nostre donne le tira via dal fuoco con un ferro, ha un cencio ruvido le strofina passandosele veloci tra le mani, bruciano, le taglia in un piatto e le asperge di olio d’oliva d’annata, una spruzzata di sale e pepe, un’idea di prezzemolo e aglio triturati finemente; guardo gli amici: ragionano di un prossimo appuntamento al desco, ci sarà una cerva giovane, sono dei bracconieri nati, niente da fare.
Conosco le loro gesta, girano di notte tra le Riserve col gippone e con carabine .22 e .30-06 a disposizione, con cannocchiale a raggi infrarossi e silenziatore. Lepri e cinghiali, cervi e caprioli, una caccia che non risparmia l’istrice e il fagiano imbroccato, ma solo se femmina. Ma è caccia? Ma che caccia è? Di nascosto, come ladri…
Sono persone che non hanno bisogno di quei soldi che potrebbero venire da una vendita a ristoranti specialisti in selvaggina, infatti non appena hanno le spoglie sistemate le portano a chi ha bisogno di proteine vestite di ciccia: orfanotrofi, conventi, istituti per anziani…alla Robin Hood, insomma.
Sono uomini che vanno a caccia di frodo, di notte, perché gli piace, non hanno uno scopo, non cercano di lucrare con il proibito, godono nel provare emozioni forti, rinforzate dalla sensazione di pericolo di un eventuale incontro con dei Guardiacaccia ed escludono animali in odore di amore e maternità.
“Noi all’inferno non ci vogliono…!”
Esclama Bruno, detto Parigi per essere stato da giovane fidanzato con una francesina.
“Ma lo sai che ci s’ha più benedizioni addosso… c’è una Madre Superiora, una Badessa, come le chiami quelle monache che comandano i conventi… tu sapessi quanti ringraziamenti quando le si regala un cinghiale bell’e pulito, e benedizioni su benedizioni per tutti i componenti della squadra… diglielo te Arturo.”
Arturo detto Falcetto accenna a un segno di assenso senza alzare gli occhi dal piatto, è impegnato a quattro mani su un dispettoso pezzo di lepre, pare una lombatina che gli ha colorato di ragù la camicia: guance incavate, barba di tre giorni più bianca che scura, secco rifinito, basco sulla ventitré, un berretto che forse non si leva neanche quando dorme, lo chiamano Falcetto perché ne ha sempre uno dietro, l’adopera per aprire la gola a cinghiali o ungulati feriti, odia sparare un colpo in più. Questo piacere che prova Arturo a scannare le bestie lo conosco, me ne hanno parlato, lui è il boia ufficiale della squadra, ma il suo coltello non l’ho mai visto. In una pausa mandibolare glielo chiedo, gli verso del vino, si ricorda che gli avevo portato delle cartucce da tordi un paio d’anni prima, fruga in tasca e me lo porge.
Il coltello avrà qualche secolo, è un falcetto bello grande ma ancora tascabile, un roncolino, ovvero con la lama a becco, ripiegabile nel telaio di ferro con impugnatura in legno, irriconoscibile da tanto che è nero, sembra affumicato. La lama al carbonio è consumata, da ripiegata lascia intravedere una bella finestra d’aria, ma a Arturo che gli frega? L’arnese gli serve all’uso da anni, benissimo direi. L’apro e col pollice traverso sul filo ne sento la perfetta affilatura, tiro fuori un fazzolettino di carta, da naso, provo a tagliare: incredibile, la lama lo attraversa come un caldo tagliente il burro!
Mi gingillo con questo coltello tra le mani, ha un impugnatura arcuata che ripiena alla perfezione il palmo  della mano, è perfetto, oggi si direbbe ergonomico, solo che questo non l’ha disegnato un famoso designer, ma pensato dall’esperienza di non addottrinati coltellinai del passato; l’apro e lo chiudo, la molla è sempre scattante, guardo le mostrine in ottone che una volta dovevano essere brillanti, i chiodi in ferro di tenuta del legno al telaio; sento un cattivo odore, l’avvicino al naso, quindi lo rendo ad Arturo. Quell’odore annusato è un puzzo strano, mai sentito. Ma che deve essere familiare con chi è stato in guerra, tra cadaveri freschi e stantii: ecco, ora capisco cos’è, un tanfo di sangue rappreso, sangue intrappolato nel telaio del roncolino e poi rimasto lì a seccare, a invecchiare, un fetore di lezzo da voltastomaco, ma che per il naso degli indiani adornati di scalpi umani era profumo divino, e anche per quello di Arturo, detto Falcetto.
Tre ore di attacco violento al fegato e siamo al momento dei grappini, di origine incerta e offerti dai presenti, tutti distillatori abusivi, naturalmente, altrimenti dove starebbe il gusto del proibito?
Sono le una di notte, notte stellata senza luna di fine estate, ci sediamo nell’aia, per argomento fucili e caccia più o meno lecita. Sorseggio una specie di Mirto che dovrebbe far digerire e togliere cattivi odori d’aglio di bocca, la fettunta lì per lì è buona, ma poi…
Dentro di me mi domando come farò ad andare in visita dai miei clienti domani mattina e io mi vedo già intento a scartare caramelle alla menta, già… i clienti, domani ci penserò, ora voglio gustarmi questa serata.
“Ma perché non si va ora a vedere cosa c’è in giro? C’è anche Franco, quanto tempo è che lo invitiamo, non è mai venuto, andiamo ora…”
E’ Tonino che pronuncia queste parole in modo subdolo, ridendo e accennando nella mia direzione, mentre Alberto lo premia di uno sguardo di connivenza.
“Andate andate,”dico” vi aspetto per un grappino, andate pure io non vengo a rischiare il mio Porto d’Armi, ve l’ho detto mille volte… mi sono piazzato qui in questa poltrona a dondolo, sotto un meraviglioso tetto di stelle, sto come un papa, niente vento, niente freddo, in camicia si sta d’incanto, è una notte privilegiata per chi se la sa gustare.”
“E allora, guarda,” prende la parola Alberto, vecchio amico di studi e di caccia alle starne quando era possibile, “poiché non sei mai venuto con noi, ora ti si porta a vedere lo spettacolo degli spettacoli e per farti venire, guarda, si va senza fucili, non puoi dire di no.”
Maremma stitica e vigliacca, m’ha incastrato… porcunadonna.
Nel mentre cerco di rispondere qualcosa che non può essere di negazione, hanno già messo in moto il pick-up e mi ritrovo nel posto d’onore, quattro in cabina e tre sul cassone.
L’anima della notte viene sventrata dai fari, si parte e dopo poco ci si ritrova in un’oliveta in leggero pendìo, poi prati di graminacee selvatiche e palèo…
“Fermo” dice una voce dal cassone,”torna indietro…”
“Che c’è?”
Il differenziale della quattro per quattro cigola in marcia indietro, una buca ci sballotta per aria.
“Là, guardate laggiù vicino a quel cipresso, a sinistra…”
Brillano come due lampadine accese gli occhi di un gatto, no, macchè gatto, il click sugli abbaglianti mostra gli orecchi ritti, orecchioni direi, è una bella lepre.
“Guarda che leprone, Franco, se s’aveva la .22 era già sul cassone, sarà a 20 metri.”
“Ma che vi manca la ciccia?”
“Ah… codesto no, ci puoi credere.”
Si riparte, s’entra in uno stradello, bosco di querce e lecci, mi faccio coinvolgere in quello che è uno spettacolo bellissimo, Alberto spenge il motore, il buio torna padrone, il silenzio ci abbraccia, la notte mostra le sue fattezze, silhouette segreta che non concede a nessuno, tanto meno a gente che dorme con le ultime immagini di pubblicità televisive stampate nel cervello; un gufo si lamenta e accenna un breve verso prima d’involarsi, un assiolo brontola un fischio prolungato di avvertimento, poi l’assenza totale di rumore, di tutto, sotto gli alberi sparisce la luce evanescente dello stellato di paradiso.
La notte si concede solo agli innamorati veri della natura, lei lo sa e se ne approfitta, è birichina e intrigante, ammette al suo cospetto solo chi la sa gustare, la finzione è impossibile; la notte? E’ una merdaiola.
Ho cacciato il cinghiale di notte tanti anni fa, al balzello e conosco il piacere della caccia notturna, la caccia più bella che ci sia. Ma erano momenti di miseria, la carne serviva per rimediare due lire per vivere, c’era una qualche giustificazione, ma oggi che senso ha l’aggirarsi per boschi quando tutti dormono?
Beh… ve lo dico con tutta franchezza, percorrere una montagna in silenzio, di notte e senza fucile è un avvenimento talmente assurdo e inconcepibile per il resto degli umani, che può rasentare l’assoluto del piacere, provare per credere, sempre che qualcuno non mi prenda per un essere da internare e si metta al telefono cercando il numero della Neuro.
Improvviso un cinghiale si materializza davanti ai fari, poi un altro e un altro ancora, stanno fermi, la luce li spadroneggia, li blocca, non capiscono, non sanno cosa succeda, i dorsi lucenti di riflessi sbiancheggianti, gli occhi accesi; dov’è la bravura del cacciatore… penso e glielo dico al pilota, abbacinato dal branco lì a portata di mano; abituato alla caccia notturna Mario ora si sente senza forza, solo per un cacchio di amico che non vuole fare il bracconiere. Frena e guardando i cinghiali che pascolano m’invita a gustare la scena, parliamo e io domando:
“Ma n’hai mai trovati Guardiacaccia, o qualcuno che v’abbia cercato di prendere con un posto di blocco?”
La risposta è pronta.
“E te credi che il padrone delle Riserva paghi il lavoro straordinario notturno a due Guardiacaccia per acchiappare noi che, tra l’altro, gli si fa un lavoro gratuito?”
“Come sarebbe?”
“Sarebbe che noi dei suoi fagiani non sappiamo cosa farcene, quelle che abbiamo mangiato stasera erano due fagianelle accoppate per l’Apertura col cane da ferma; le lepri… sì a qualche lepre gli si tira, ma proprio se c’è una cena in vista, a noi interessano i cinghiali, ci piace la bestiaccia e ai Guardia se gli leviamo di torno i cinghiali non gli pare vero, ma lo sai quanti danni gli fanno? Giù in pianura gli trebbiano tutto il granturco anche se protetto da recinzioni, in costa non gli riesce salvare il sorgo e i girasoli… ci dovrebbero pagare, te lo dico io.”
Si torna nell’aia dopo un’oretta, le donne bivaccano con discorsi da donne intorno al focolare, un ultimo grappino per ripulire la bocca dove la lingua s’è ingrossata, qualche volta il fegato si affaccerà per rimproverarci e darci un ultimatum…
“Chi li ha cucinati gli uccelli?”
Domando mentre si festeggia il triste momento degli addii. E’ stato tutto perfetto, una messa vociante ma solenne officiata in nome di un’amicizia non comune, gastronomia popolare e tradizionale da riferimento, questa sì che è Alta Cucina, ma gli uccelli, le stipaiole, mamma mia com’erano…! Glielo dico da ghiotto impenitente e sopraffino.
S’avvicina Falcetto mentre sono in macchina a portiera aperta, stiamo per andare via.
“L’ho fatti io e quando tu vuoi non hai che da tornare tra noi e te li rifò come stasera, è facile, basta sistemarli alti sulle braci e poi abbassare gli spiedi via via che gli uccelli cuociono, solo così il pane non brucia e tutto viene grigliato in maniera perfetta, mio padre li faceva così e anche il mio nonno, ma bada, oh… ci vogliono quattro o cinque ore…
Sento una mano che mi scuote, è l’Elisabetta che mi tentenna per svegliarmi, è mattina, c’è il sole che tenta di sbucare tra le tapparelle.
“Guarda che la camicia è stirata e l’ho appoggiata sul cassettone, il caffè te lo metto qui, attento che brucia, l’ho fatto ora.”
Mi rigiro e guardo il soffitto, m’alzo e mi siedo sul letto, mi stropiccio gli occhi, bevo il caffè, non sento lingua ingrossata, prendo coscienza di me, mi sento in forma, ieri sera sono andato a letto presto – o no?- perché sapevo che stamani avrei avuto un importante appuntamento di lavoro, però penso anche a tutto l’aglio che c’era sulla fettunta di ieri sera in casa di Mario, ma non sento cattivi odori, le caramelle alla menta, ma quale Alberto, ma quale cena… la caccia di notte? I bracconieri…
“Elisabettaaaa…”
“Che c’è, che c’è… sono qui, non urlare che svegli la nonna, sono le sette, è presto, poi tocca sopportarla a me.”
“Ma lo sai che ho fatto un sogno meraviglioso? Tu c’eri anche te, ascolta, sembra vero…”
“Che sogno? Ma quale sogno… ecco perché tu sei stato agitato tutta la notte, che erano donnine? Piuttosto
ricordati di riportare il pane a mezzogiorno, ma torni a mangiare?”
“Mah…”
Antonelli dottor Franco
NB – L’ho messo sotto forma di un sogno sennò la rivista Diana non me

Antonelli Dr. Franco
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ARINGA A COLAZIONE 

Per me la colazione a caccia è come la messa per mia nonna: pioggia, vento o neve che sia, lei non ne perde una. A volte è capitato che mancasse il prete, ma lei c’era! Insostituibile momento di godimento corporale e spirituale , preludio di ogni giornata che il Nostro Signore ci ha dato la grazia di vivere, sulla colazione del cacciatore bisognerebbe scrivere un poema .
Così godo nel vedere schiaffare un’intera rosticciana di maiale sul fuoco preparato dai postaioli della squadra del cinghiale, come mi rattristo nel sentire srotolare un anemico panino con la mortadella da una fredda e metallica carta stagnola. Il peggio del peggio consiste nel vedere aprire il sacchettino di carta con stampato il nome del bar, dal quale esce un tondo e grasso panino all’olio, strabuzzante di inacidita maionese, caccole di insalata e mozziconi di wurstel.
La nostra colazione è qualcosa di più che un semplice fabbisogno proteico, è una cultura attraverso la quale si vivono tradizioni e ricordi, è un inebriante momento di socializzazione se vissuta insieme ad altri, oppure una meritata e rilassante ricompensa quando si è soli con il cane, seduti su di un sasso a contemplare la natura e ringraziarla per averci regalato, anche quel giorno, il suo meraviglioso spettacolo .
La nostra colazione racchiude il segreto delle stagioni, i profumi delle essenze del bosco che ancora verdi bruciano e schiantano, scrivendo una vena di fumo tra i rami spogli dell’inverno: raccoglie i silenzi e le grida di coloro che amiamo e il ricordo dei compagni di caccia che abbiamo amato.
Da lei si capisce tutto dell’affamato: origini, carattere, i rapporti con la moglie, i gusti . Se sia timido o estroverso, altruista o avaro, metodico o arruffone, buono o cattivo .
Io l’ho consumata in innumerevoli posti, in tanti modi differenti e ogni luogo e occasione meritano un ricordo. Dal capannino per i tordi alla bòtte nella valle, al lago del dottore o in quello del Soldi , ai piedi della paratoia per il passo, nella piazza carbonaia dei cinghialai, sul palchetto dei colombi e sull’argine del fosso, sui monti a camosci e sull’altana a caprioli, nella villa del commenda e nella stalla del contadino, com’era quest’ultima!
Regina incontrastata della nostra colazione è la salsiccia. Cruda, cotta, sott’olio, con la brace per coperta, sopra la gratella, sbriciolata nel pane e mangiata a morsi, cruda se piove! Quando un cacciatore guarda negli occhi un maiale cresciuto a ghiande è sempre amore a prima vista, viene voglia di abbracciarlo e accarezzarlo, toccargli le mele come fosse una top model, portarlo fuori la sera, fino ad arrivare a essere geloso nel momento di mangiare il prosciutto o affettare la prima fetta di salame. Ebbene sì, come in ogni grande amore, il primo voglio esser io!
Si comincia tutti così, con la salsiccia più o meno legata e drogata, fresca o stagionata, è lei a cui dobbiamo il rito dell’iniziazione. Si sfoggiano i coltelli, piccoli, grandi, luccicanti o rugginosi, inseparabili compagni di giornate di vita vissuta. La zuava, la pattada, il maremmano, sciaboloni costruiti dalla balestra di una cinquecento che tagliano una fettina di prosciutto dolce di Parma, roncole che si arrabattano con un cantuccio di pane raffermo da tre giorni. Chi non è pratico normalmente si taglia un dito tutte le domeniche mattina, ma questo non importa, anzi è proprio lui che sfoggerà sempre un nuovo coltello affilato come un bisturi da chirurgo plastico, e che ancora prima di iniziare la colazione si rivolgerà all’amico accanto mostrandogli come quel nuovo coltello tagli i peli del braccio, facendosi uno sdrucio di dieci centimetri .
Coltelli di cacciatori, coltelli veri, nati per essere usati e usati davvero, ancora ricordi, lame talvolta sporche del sangue di un solengo che è costato la vita al capo muta. Lame che raccontano storie dure e momenti felici, colazioni festose e giorni tristi, sempre belle a vedersi e sempre fredde a toccarsi .
Il massimo della lussuria si esprime alle luci dell’alba quando i cinghialai, trotterellando con le loro pandine quattro per quattro, trovano posteggio tra un albero e l’altro nei pressi della piazza carbonaia.
Ecco… lì, ho visto di tutto! Da vergognarsi a raccontarlo! Il tempo di scendere di macchina e bagliori di fuoco tagliano il cielo, tutti si avvicinano a quello spettacolo di faville, intorno a queste le religioni si uniscono, le mani si stringono, la politica non ha scelta o diventa uno scherzo oppure viene gettata alle fiamme. Si parla, si racconta, si spera.
Alle sette e mezzo di mattina si comincia con qualche metro di salsiccia, rosticciana o graticcio, rigatino fresca e stagionata, filoni di pane e cesti di vimini con fiaschi di vino che si affacciano da sotto l’asciughino di cotone bianco a quadrettini rossi, allungano il collo di vetro, spesso tappato artigianalmente con la capsula di latta dorata.
Quella mattina, Michele, che non era abituato a vedere certe cose, mi ricordò dell’amico Claudio “ il pollaiolo “, che iniziò con delle tartine di salmone per poi finire verso le otto con una bistecca di vitello di un chilo e un vasetto di funghi sott’olio per contorno, mentre il Giannerini rigirava tre o quattro fegatelli di maiale sulla griglia larga un metro.
Tutti immancabilmente scompaiono per alcuni minuti nel sottobosco per poi uscire con un ramo diritto in una mano e il coltello nell’altra, tutti lavorano la punta per infilare o trattenere. Ecco che si riconosce il preciso, che con metodica pazienza ha scelto il rametto verde più diritto e gli fa una punta precisa e acuminata; l’arruffone, che si limita a raccogliere ciò che trova, spesso un ramuncolo storto e secco con punta appena accennata. Normalmente il primo cuoce bene e con attenzione la propria salsiccia, il secondo la scotta appena appena, anche perché di solito il ramo secco prende fuoco dopo pochi minuti. Il parsimonioso avrà la cotoletta avanzata la sera prima e una mela riportata dall’asilo dal figlio più piccolo; dispone di un boccino d’acqua e una scatolina di Ticchetacche, che normalmente gli basta dieci cacciate, perché ce ne sono venti e ne mangia due a cacciata. Naturalmente non ne offre, poi la scatolina vuota gli servirà a metterci i chiodini arrugginiti raccattati dal falegname .
Tutti intorno al fuoco, pronti a cambiare posizione in caso di cambio di vento; dopo un’ora di colazione, impuzzoniti di maiale arrosto, esce la tipica frase del saggio e vecchio cinghialaio:
“ Cari amici, stamani mi sono messo la vecchia cacciatora, quella nuova puzzava d’armadio e il cinghiale ti sente anche a un chilometro! Non pisciate alla posta, non parlate, non mangiate, non fumate! “
Io allora penso:
“Se al cinghiale gli garba l’odore delle bistecchine sulla brace è fatta , basta mettere la giacca sul trottoio, questa la sente a venti chilometri di distanza e arriva!”
Il generoso ti offrirà un taglio di salame, un bicchiere di vino fatto in casa, arriverà con il rigatino preoccupandosi che sia di tuo gusto; il metodico darà sfoggio del paniere pieno di boccettine con sale e pepe ordinatamente preparate per condire il rigatino fresco, thermos e fettina di dolce alla crema, macchinetta del caffè pronta, sacchettino dello zucchero e cucchiaini d’acciaio. Chi è timido si avvicinerà con garbo alla fiamma e per ultimo cambierà posizione durante il cambio del vento. L’avaro soffrirà -per l’ennesima volta!- nel vedere tanta bontà d’animo e altruismo, resterà digiuno o quantomeno ingollerà di nascosto la misera razione, appoggiato al cofano della gippe ammettendo di non avere fame o di sentirsi male. Cosi facendo mette una seria ipoteca sulle prime poste e risparmia una lunga camminata. Il cattivo non merita di essere nominato, ma esiste!
Anzi parliamone. Lui gira intorno al fuoco, disprezza tutto quello che vede arrostire, ma lo desidera e gode nel vedere la salsiccia cascare nel fuoco, e ancora di più quando lo sfortunato è costretto a mettere le dita nella brace per riprenderla. Non beve, e spera che ti vada a traverso perché l’ultima volta sei stato tu a uccidere il cinghiale, e lui che era alla posta vicina non l’ha neppure visto.
E’ pronto per partire con il fucile già in spalla, vestito da marines e si atteggia con un astruso comportamento appena sufficiente, facendo capire a tutti di essere sicuro del fatto suo, lui è un freddo, è lui il più forte. Normalmente a quel punto si è già cacato addosso al pensiero di vedere il cinghiale arrivare alla posta. Lui gode quando padelli, le persone normali per tutt’altre cose!
Capitolo a parte sono i “ Singol “ per scelta o per cause di forza maggiore. A loro non si può dire niente e ringraziamo il Signore che ci sono persone come il signor Mulino Bianco e il signor Rovagnati che si preoccupano per loro, perché altrimenti questi morirebbero di fame al primo freddo come i passerotti. Gli sposini novelli di città provvedono ad aprire confezioni da ottanta grammi di prosciutto magro, bocconcini di salame al tacchino mordi e gusta, pronto e ingolla, tengono il pane in cassetta con una mano e nell’altra la confezione del companatico, leggono con soddisfazione le chilocalorie e lipidi e le proteine, bevono un estatè o un gatoreidde, con loro i coltellinai di Frosolone e Scarperia possono cambiare mestiere, e mettersi a fare apriscatole e cavatappi. Anche loro soffrono !
Le grappe a 90° sanciranno la fine del rito e daranno inizio a lancinanti bruciori di stomaco.
Stranamente i canai o canettieri, che sono gli unici che potrebbero permettersi, visto lo sforzo di seguire i cani, una colazione del genere, mancano quasi sempre, mentre i tripponi e i malati di fegato, che dovrebbero stare a dieta, sono i primi a sventolare il fuscello di legno con la salsiccia infilata. A casa, di certo non glielo fanno fare e allora si sfogano a caccia, poi tornano la sera a casa e fanno bella figura mangiando una minestrina di verdura, e una forchettata di insalata scondita ingollando le solite tre pasticche per fegato, pressione, colesterolo e vanno a letto.
Un mito della colazione è certamente Bruno, in arte “ Bello “che la mattina della preapertura del primo di settembre, alle quattro di mattina, si presenta con una borsina preparata dalla moglie: un chilo di pane, mezzo di gorgonzola stagionato e una boccia di Vinsanto. Qualsiasi cosa accada, verso le sei e mezzo ha già cominciato a mangiare e termina verso le sette e un quarto con l’ultimo gotto di Vinsanto. Poi si lamenta che le cartucce non fanno e che i germani vanno troppo forte.
L’anno scorso gli cade tutto nell’acqua mentre raggiungeva il cesto, il suo commento fu: “Il pan molle? Io lo rodo meglio! “
La prime gite in Maremma si facevano con la Renault 6 del babbo di Pippo. Sotto il sedile di guida trovava posto una vecchia bottiglia di Fernet da mezzo litro, che una volta svuotata, veniva riempita meticolosamente da un mix di liquori e amari frutto di una ricetta personale del padre e regolarmente risvuotata entro le sette di mattina quando si andava caccia . Lo ribattezzammo “L’Amaro di Giorgio “e da quel momento cominciammo anche noi a soffrire di ulcera.
Da Vittorio al lago la colazione è sempre una sorpresa, in modo particolare quando la mamma di “Beppe Galliano “provvede ad approvvigionare la dispensa del capanno centrale. Allora si mangia melanzane sott’olio, finferli e galletti, acciughine e peperoni, aristine di maiale sott’olio. Per poi finire il giorno di Natale, quando per tradizione, a colazione, si mangiano nel capanno i “ tortellini in brodo fatti in casa “ accompagnati da una bottiglia di Ferrari super brut il tutto seguito da un super Rutt, o uno sciampagnino francese. Normalmente Vittorio mugola dal godimento, il mugolio stesso ti arrapa ancora di più, e allora metti fine ai vasetti, attacchi la marmellata e la scorta di liquore al mirtillo, che lo stesso Dott. Vittorio si procura minacciando alcuni suoi mutuati, pronto a rismontare dentiere appena fatte e pagate.
Altro luogo dove ci si rovina sono i laghi artificiali della piana tra Pistoia, Prato e Firenze. In questo caso sono gestiti da gruppi di cacciatori come delle vere e proprie società, e come ogni buona accolita si operano degli “ investimenti “: vino in damigiane, le uova a conchini, i polli a dozzine, gli agnelli in coppia, i maiali interi e i vitelli a quarti .
A Gigi del lago “la buchina“quando l’anno scorso ando’ a riprendere i risultati degli esami del sangue, il dottore lo chiamò da una parte, dicendogli:
“ Signor Bacchereti, a primo colpo abbiamo trovato tracce di sangue nel colesterolo , poi diabete che si aggira intorno ai 300, i trigliceridi ci scappavano da tutte le parti, allora abbiamo preferito ritappare la provetta e fare finta di nulla, eccola, gliela rendo perché o ci ha preso tutti per il culo oppure s’è guastata la macchina delle analisi! “
Ma quanto mi garba il Grazzini quando condisce con le sue dita secche “ L’aringa a colazione “!
Mentre l’arrostisce il profumo ti sconvolge, ti rende come un drogato in astinenza, sai che berrai da morire, ma chi se ne frega ! Chi la vuole con le uova e chi spera gli tocchi di latte, a me… tutte e due mi fanno impazzire!
Sono le otto e la “ Regina della colazione “ è cotta, Mario la sbriciola nel piatto, poi prende la boccia dell’aceto di vino rosso fatto in casa, e , tenendola per il collo, la tappa con il dito pollice, spruzzando in lungo e largo; poi aggiunge olio nuovo, la rigira con la forchetta e con le dita della mano, infine te la mette davanti con una fetta di pane cotto a legna raffermo da tre giorni, abbrustolito nell’angolo del camino. Una boccia di vino rosso regna in media dai quattro ai dodici minuti .
Nell’era degli amburgher, checciappe , frisckefraske, ottedogghi, snecche barri e pizze espresssse, mi garba di più vedere le mani del Grazzini unte d’olio nuovo, le zuave di Scarperia che fanno la punta ai ramoscelli e i vasetti della mamma di Beppe. Che ci volete fare!? Questione di gusti?
Penso proprio di no. Questione di vita, tradizione e rispetto, amicizia e tanta voglia di continuare ad andare a caccia, caccia vera…

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

ARISTODEMO BRUNELLO MEDICI COLONNA CONTE di MONTALLARIA
BARUFFA

In età di ragione e di diritti, si accorse che quel nome, il suo, era troppo lungo. Suo padre, ostinato, lo costringeva alla firma per esteso, non si poteva mancare di rispetto alle radici del patrimonio, del guidone. Ma lui, cocciuto come il genitore, cominciò a pensare a una abbreviazione. ‘Signor Conte,’no gli piaceva, ‘Demo’ no, non si può tradire la nobiltà; ‘Nello’!
Si piacque così, con questo nome; fece un compromesso: con ceralacca e sigillo si firmava per esteso, ma si chiamò e si fece chiamare Nello. Da tutti.
Nello seguiva in maniera particolare l’allevamento dei purosangue, gli piacevano, e non si limitava a cavalcarli, ad amministrare le scuderie, ad ordinare; se era il caso, entrava anche nelle stalle e dava mano al forcone, per la merda, si sentiva nel suo mondo.
Una volta sentì parlare, alle corse, di un purosangue inglese, che aveva vinto tutto, che lo passavano stallone, s’innamorò del nome – Greenboy tall master of Lancaster’s – quasi lungo come il suo, prese il treno e l’andò a vedere. A Londra vide il cavallo, lo comprò e si portò a casa anche un capriccio, un oggetto che più di tutti lo aveva colpito nelle strade e nel mondo anglosassone del 1934: una moto tutta nera, completa di contamiglia, tachimetro e amperometro. La riportò con cinque gomme e un fusto d’olio da 50 kg “Penrite” che, a detta del concessionario, era una novità indispensabile.
Riportò anche tre pipe nuove, due Kapp & Peterson irlandesi e una inglese White Spot Dunhill, due tagli di stoffa di Fortnum e Mason, un principe di Galles e un pied-de-poul bianco e tabacco. Il padre approvò il cavallo e la grossa cifra spesa, disapprovò la moto, anche se era costata una bischerata, gli sembrò troppo. Sempre uguali, i padri. Scaricarono il cavallo e la moto nell’aia delle scuderie; il purosangue fu accompagnato nella sua nuova dimora, la moto rimase lì… sola.
Dopo un paio d’ore Nello, che se n’era quasi dimenticato, ripassò di lì e la vide, la riguardò; dal manubrio, sulla sinistra penzolavano due biglietti: uno stampato oro, in cartoncino beige, recava la scritta:
‘Sunbeam mod.9 John Marston ltd, Wolverhampton – England.’;
L’altro scritto a mano, con svolazzi, in un bel corsivo nero riportava l’agente generale: Ernesto Vailati 91-794 Milano, Italia.
Non sapeva cosa fare, lui non guidava neanche la macchina, aveva l’autista; la bicicletta gli piaceva, ma provava troppa fatica. Interpellò Ernesto, il suo mirandolesco autista, che sapeva far di tutto, ma il brav’uomo se n’esentò, la vide troppo bella; nera e nichelata, regale, lei non ammetteva ai suoi comandi nessuno al di sotto del suo censo.
La lasciò fare, la fece mettere sotto la tettoia; per cappotto un paio di coperte da cavallo. Rimase lì, lo stallone era meraviglioso, e Nello stava dietro a lui, l’altra era un capriccio…
Se ne scordò.
Il cane del fattore, un bastardino da tartufi, passò di lì, annusò la coperta, sentì quello strano odore di olio, grasso e benzina, atipico, alzò la gamba, dette due schizzi sulla ruota posteriore e se ne andò.
Arrivò l’ottobre, l’ottobre toscano delle colline pistoiesi. Nello andava tutte le mattine, al brùzzico, a insidiare tordi nelle vigne con una Purdey, una doppiettina inglese cal. 20, regalo di suo padre. A una cert’ora, tornando alla fattoria, passava dal roccolo, a sentire il fattore se aveva rimediato l’arrosto. Mangiava un paio di fichi verdini, menci e dolci, si ripuliva la bocca con un ciocchino di Trebbiano dorato: lo coglieva dove la guazza s’era asciugata per prima.
Per lui l’inverno era caccia. Full, il suo setter Laverack bianco-arancio, stava in letargo fino a novembre. Si svegliava al soffio del battito d’ali delle beccacce, col suo padrone s’intendeva a occhiate e passavano tutto l’inverno nelle macchie; a marzo, con gli animali in amore, Full tornava in letargo e Nello ritornava ai cavalli, anche se la caccia non era chiusa. Il 7 marzo, per il suo compleanno, la vecchia mamma di Nello dette una festa del colore giallo delle mimose. Venne l’abate, il sindaco, il cerusico, il capo-manipolo solo perché era un amico, e parenti da Pisa e da Lucca, sua zia e suo zio esattore da Firenze.
Ma il suo cugino non lo vide.
‘O dov’è Amilcare?’ Domandò.
‘Chi lo sa… se arriva; partito è partito, ma da Firenze a qui con quell’ arnese…!’;
‘Quale arnese?’ Disse Nello.
‘O non lo sai che va in motocicletta tutto il giorno e tutti i giorni?’
Nello non se l’aspettava questa nuova passione di Amilcare, che le aveva provate tutte, dai biplani idrovolanti da record alle regate, dai dirigibili ai raid nel Caucaso con le auto.
Rimasto stupito, ancora stava meravigliandosi, ma, improvviso, vide nascere un polverone bianco, laggiù, nella stradina tra i cipressi che portava alla villa. Il vento di sotto portò anche il rumore e in pochi attimi dal nuvolone venne fuori un uomo e una moto sferragliante, tutta bianca la moto e bianco il cappotto di pelle, ed era nero.
Amilcare! Frenò e imbiancò tutti di polvere.
‘Maremma maiala, porcunadonna! Scusate il ritardo, ma m’ toccato cambiare cinque volte la candela, mi si bagna in continuazione!ì
Appoggiò la Benelli 175 al muro, salutò tutti, si levò gli occhiali scuri, il cappotto, i guanti alla moschettiera, chiese da bere, aveva il sole negli occhi ed era nuvolo.
Entusiasmo. Felicità. Amilcare era una bomba.
Nello ed Amilcare erano cugini, come dire… gemelli; nel senso che erano nati a un mese di distanza da due fratelli gemelli che avevano sposato due gemelle. Erano sempre andati più che d’accordo, erano uniti nello spirito da un incasinamento cromosomico che li faceva assomigliare anche morfologicamente: forti e traccagnotti.
Ma abitavano lontani -30 Km! – e quando si rivedevano avevano tante di quelle cose da raccontarsi!
Ma quella volta Nello stava lì, cheto, guardando quell’arnese.
‘Bella, eh!’ Disse Amilcare, ma Nello restava zitto ripensando a quanti ne aveva visti a Londra, di quegli arnesi…il suo capriccio! Dov’era stato messo? Intanto Amilcare, un vero diociliberi, lo seppelliva di impressioni, di tecnica, di passione, risvegliando in lui ciò che aveva intravisto, annusato, sfiorato e avuto solo come sensazione, in Inghilterra.
Era contento e ascoltava il cugino con grande interesse, con amore, non perdendosi nulla dei particolari, dell’arringa, della mimica, dell’epica di Amilcare, che era veramente un vulcano, pensò Nello. Amilcare credeva che il cugino lo ascoltasse e basta, perchénon aveva mai aperto bocca.
Intanto avevano desinato, erano già al pónce; accesero un toscanello per uno; profumati e cricchienti, tabacco Kentucky, glieli portava a Nello un amico di Grosseto e lui ricambiava con Vinsanto. Si alzarono per fare due passi, Amilcare s’informava sullo stallone inglese, erano tanti mesi che non si vedevano! Nello non sentiva: la sua mente pensava solo alla sorpresa che avrebbe provocato nel cugino la vista della ‘sua’ motocicletta.
Stava zitto, non gli diceva nulla, lo accompagnava alle scuderie; quando la rivide, fu una sorpresa anche per lui. Il cugino non s’accorse di nulla, pensava al cavallo, ed era anche difficile immaginare sotto a quelle coperte, con paglia sopra e spazzoloni e scope appoggiate dalle parti, una moto. Parlavano di incroci, di garresi, di purosangue, ma Nello con la coda dell’occhio guardava la ‘sua’ moto, aveva voglia di liberarla dal pacciame, ma voleva che fosse il cugino a scoprirla, a vederla per primo.
Finché Amilcare… indietreggiando, picchiò un fianco nella leva, coperta, della frizione…sentì male ed abbassò lo sguardo: la meraviglia superò il dolore; gli occhi spalancati, la bocca aperta, zitta, un attimo di disorientamento e subito una mano frenetica a levare a spostare a tirar via le coperte.
Muto come un pesce, guardava alternativamente la moto e Nello, Nello e la moto, soffiava via la polvere, la paglia, puliva con le mani, con la delicatezza dell’appassionato, per arrivare a scoprire la marca: piano piano venne fuori il disegno dorato dei raggi di sole ed il nome: SUNBEAM!
‘Madonna…! Com’è grossa! O che cilindrata è ?’
Ma Nello se l’era scordato.
‘O ‘n dove l’hai presa?’;
‘Ma che è tua?’
‘O quanto l’hai pagata?’
‘Dì la verità, birbante, tu l’hai presa in cambio d’ uno dei tuoi cavalli zoppi!’ Domandava, aggiungeva, incalzava.
Ma Nello stava zitto, contento della contentezza di Amilcare il quale, in un battibaleno, aprì il serbatoio e vide che non c’era benzina. Trovò un ramino, andò alla Benelli, prese un litro di benzina, lo versò nella Sunbeam, aprì il rubinetto, una mano sul cornetto a chiudere l’aria, tutto ritardo e giù con la pedivella! Niente. Ridai! E lei nulla.
‘ Spingi dai, Nello!’ ed era balzato sopra, pedalando e mulinando veloce con quelle gambe tozze.
Nello spingeva, spingeva e quella nulla, neanche un gemito, ma stranamente invece di delusione cominciò a provare una sensazione strana che non era di rifiuto. Rossi e sudati, col cuore in bocca, stavano per desistere, quando il genio dei motori decise di dare un primo scoppio, poi un secondo, poi un terzo, poi il minimo… finalmente!
Amilcare sapeva quel che sarebbe venuto da quei tubi, ma Nello no, non immaginava una musica di quel genere. Fu un amore a prima vista o meglio a prima sentita.
‘Tieni, da’ gasse te!’ Gli disse il cugino.
Titubante, impaurito, ma con tanto desiderio, vinse la ritrosia e dette gas, pareva venisse giù il mondo, si sentì in mano la forza, la potenza vera, altro che il cavallo!
Comprò un bel giaccone di pelle nero dal Lavarini, gli occhiali se li fece mandare da Torino, i guanti li comprò a Montecatini, gli stivali li aveva, quelli da cavallo.
Ah… il cavallo, Nello si dimenticò lo stallone inglese, le scuderie, l’avena, i finimenti, gli incroci, la paglia, i purosangue… tutto.
Cominciò ad esplorare, con la moto, tutti i luoghi che aveva visto in macchina: gli sembrarono nuovi, gli sembrò di non esserci mai passato.
‘Che stregoneria è questa?’
D’Aprile le cascie (acacia, robinia) erano in fiore e in moto, si sa, la natura ed i luoghi cambiano fisionomia, vien fuori l’anima, il genio di quel posto che si mischia col ferro della moto e con lo spirito del motociclista. A Nello gli sembrava una stregoneria, come in effetti era ed è.
S’innamorò.
Della moto, dell’Inghilterra, delle colline pistoiesi, di sé stesso, delle cascie, delle curve, della benzina. E scordò i cavalli. Del tutto.
Il vecchio conte Ulderigo seppe. Ma non fiatò. Dentro di sé brontolò tanto, ma tanto che la rabbia gli usciva dagli occhi, ma dalla bocca, nulla. Si ricordò di quando, giovane, voleva scappare con l’Argia, una bella fichetta figlia di Menico il fabbro; s’era invaghito, voleva andar via di casa, ma il suo babbo, l’anziano conte Lodovico, lo rimbrottò senza proibire:
“Al cuore non si comanda, ma se fosse uno sfizio, un capriccio d’assaggiare una bella albicocca, o che bisogno c’è di andare a mangiarla fuori casa? Mangiala qui, bischero, tu  sei nel tuo!”
Nello gli dava dentro… se Amilcare andava in moto di giorno e di sera, lui andava di giorno, di sera e di notte. Gli telefonava, al cugino, per aggiornarlo dei chilometri, delle paure e delle gioie, in un mese finì due copertoni. L’andò a trovare a Firenze; in moto, naturalmente. Due semi in un nocciolo. Vide ed assaggiò il gusto motociclistico evoluto di Amilcare che aveva riservato alla moto una stanza a piano terra, una vecchia limonaia; i vasi dell’Impruneta coi limoni, orgoglio della sua mamma, tutti fuori, con le piante ormai secche e senza foglie. Dentro, ai muri, fotografie di Nuvolari, Varzi, pubblicità della Pirelli, della Gilera Sei giorni, delle biciclette Dei; una foto con dedica di De Pinedo
vicino a un aeroplano; un’altra foto di una bella donna, una turca formosa come una dea, ombretto sugli occhi, un brillante sull’ombelico, perle al collo e ad una caviglia discinta da ballo del ventre, mezza abbracciata ad Amilcare in tenuta da raid accanto alla Lambda, preparata con 20 ruote di scorta: c’erano tre scarabocchi in arabo, di lei, a testimonianza di un profumo di amore e di guiderdone. C’era, appoggiato al muro un banco di ferro con una morsa, e davanti, in bell’ordine, tutte le chiavi, cacciaviti, martelli e martellini, un goniometro, una spazzola di ferro, tre manarole di diverse misure, una squadra d’acciaio, un calibro Mauser. E poi lime e limine, di tutti i tipi, e raspe, un
cerchietto di fanale ammaccato. . . un rotolo di coloratissimo cavo da candele. Sul banco una scatola bassa, di legno, con tanti piccoli scomparti e dentro, divisi per misura, ribattini di rame, guarnizioni, viti, vitine, bulloni, bulloncini, dadi, aperti e chiusi, neri , rugginosi e nichelati.
In un angolo, due vecchie poltrone sdrucite, servite da una piantana d’ottone col cappello di cartapecora, un mobiletto stracolmo di Motociclismi e Annuari; sopra, una bottiglia di Maraschino di Zara “Drioli” ammezzata, una intera di “Amaro Felsina Ramazzotti. Sotto il banco una scatola di legno con dieci piccole stagnine di olio per motore “Shell Dynamin.”! Nel mezzo alla stanza, la Benelli.
Era il regno di Amilcare, tagliato e cucito da lui per sé stesso.
Stava posizionando una robusta e grossa valigia in cuoio e ottone, sul porta pacchi; tagliò tre grosse cinghie a misura, di quelle con la fibbia di ottone a rullo, e provò a stringere: la valigia stava bella ferma.
‘Ecco fatto.’ Disse.
‘Fatto cosa? O dove tu vuoi andare, al Polo Nord ?’ s’informò Nello.
‘No, no no. Il 26 maggio c’è il Gran Premio motociclistico a Monza e io non l’ho mai visto, che vieni anche te?’
‘Guarda, manca una settimana, ma se è per me si parte anche subito, e se per andare a Monza tu vuoi fare la scorciatoia, dal Portogallo, non tu hai che da dirmelo…’
Fu così che due giorni dopo, i due cugini, caricate le loro cavalcature, si indirizzarono per la Porrettana in direzione della via Emilia.
Era giovedì 23 Maggio 1935, alle 7,30 di mattina.
Nel cuore il paradiso, in testa una piacevole confusione di Rondine 4 cilindri e Benelli, Guzzi bicilindriche, di Taruffi, Panella, Fumagalli e Aldrighetti.
Amilcare aveva anche i pantaloni di pelle, Nello portava quelli da caccia di “pelle di diavolo2 di fustagno, perché erano più comodi, e poi era quasi Giugno. Con la Sunbeam, su per la Collina, montava in 3^, l’altro, con la Benelli, quasi tutta seconda. In cima al passo c’era un po’ di nebbia, l’aria era fresca per essere a fine maggio, ma poi venne il sole a riscaldargli le schiene giù verso Bologna. A Vergato si fermarono a fare colazione al “Gran Caffè Roma”. La gente li guardava come arrivassero dalla Cina.
Amilcare aveva un po’ di magone perché quando aveva lanciato l’idea di Monza, non sapeva che la sua classe, la 175, era stata abolita per la prima volta; lo aveva letto su Motociclismo, ma ormai la decisione era presa ed in cuor suo tifava per Raffaele Alberti nelle 250 e per Sandri nelle 500 tutti e due su Benelli.
Nello aveva scorso l’elenco dei partenti, ma di Sunbeam nessuna traccia, aveva letto di Norton e di un certo Pagani con una Miller con motore Rudge, inglese, e se l’era immediatamente affigliolato. Il viaggio filò liscio fino a Lodi; ma dietro una cunetta d’un lungo ponticino, Amilcare rallentò improvvisamente per scansare un gregge di pecore che attraversava, anche Nello frenò ma perse l’equilibrio e scivolò in terra. La pelle del blusottone e i guanti lo ripararono, ma un ginocchio, tutto insanguinato e sbucciato, s’affacciava dal fustagno strappato dei pantaloni. Nello non ebbe occhi per il sangue, ma er la Sunbeam; assicuratosi, col cugino, che non c’era niente di irreparabile per la moto,
si dette a versare un po’ di Strega sul ginocchio a mo’ di disinfettante, mentre il pastore li guardava, meravigliato che il sangue di quegli strani esseri fosse rosso come il suo.
Pernottarono all’Hotel Impero, a Milano; non ebbero coraggio di andare da un loro parente a Trezzano, così conciati. La mattina di venerdì portarono le moto da Vailati a sistemare e andarono in centro col tranvai a curiosare. Nello comprò un paio di pantaloni di pelle, sigarette Macedonia extra che a Pistoia non si trovavano quasi mai, un flacone di lavanda Coldinava per una ragazza di Montecatini, figliola della Gertrude, la maestra di canto. Amilcare comprò, scrisse e spedì 30 cartoline illustrate ad altrettanti amici ed amiche in tutta Europa; comprò 50 confezioni da 10 gr. di Tabacco da fiuto “Superiore”, una tabacchiera in corno, due foulard di seta bianca da aviatore.
Ernesto Vailati aveva fatto un buon lavoro: alla Sunbeam aveva cambiato il faro con un Bosch con deviatore meccanico, montato una sella Lycett, addirizzato il manubrio in maniera perfetta, cambiato olio, candela, una gomma della pedana, registrate le valvole, fermata la ghiera, del tubo di scarico, con un filettino di ottone, intrecciato e legato. Ritoccata con pennellatine leggere di nero e lavata, sembrava come nuova. La Benelli, che aveva perso il terminale di scarico, era stata riguardata nella carburazione; anche a lei erano stati cambiati la candela e l’olio. Ad Amilcare gli dissero che avevano trovato un trafilaggio dalle guide e che avevano montato un aggeggino che forse avrebbe risolto il
problema del continuo bagnarsi d’olio della candela. Gli avevano adattato il terminale di scarico, cilindrico, di una Gilera, con il chiusino finale. Contenti di non dover dipendere più dai tranvai, montarono sulle moto alla ricerca di un barbiere. Finirono la giornata in allegria nella casa di una famosa maitresse francese “Madame Lulù”, costosa ma indimenticabile. E finalmente arrivò la domenica mattina; si svegliarono un’ora prima di giorno; a Nello sembrò la vigilia dell’apertura di caccia… non aveva mai dormito, pensando al Gran Premio.
Con i cavalli non gli era mai successo.
Quattro o cinque chilometri prima di Monza presero un’acquata fulminante, forte ma breve: non la sentirono neanche, ormai il loro pensiero era dentro al bosco, al parco di Monza. Credevano di essere in pochi, in moto, ma Milano è Milano e se ne resero conto.
All’entrata un grandissimo striscione recitava: “Gran Premio motociclistico di Monza, valido per il campionato nazionale, organizzato dal Regio Motoclub Italiano, cilindrate 250 cc. 350 cc. 500 cc.”
Pagarono ed entrarono nel mondo del futuro, della libertà. Una pubblicità diceva:
“A chi la Gilera? A voi!1 Scossero la testa, si levarono i giacconi e li adagiarono sulle moto; intrisi d’acqua, fumavano vapore al sole; cominciarono il loro giro tra moto straordinarie: le bicilindriche Guzzi attiravano la curiosità di tutti i presenti, poco più in là la Rondine 4 cilindri di Taruffi, la Benelli bialbero di Sandri…
‘Guarda, guarda la Benelli, eh, che roba!’ fece Amilcare, Nello le guardava tutte quelle moto, belle, bellissime, ma cercava l’Union Jack. Non la trovava, lui se ne intendeva il giusto, e poi era la prima volta…
‘Bisognerebbe fare un bel circuito non al Velodromo, ma dentro alle Cascine…!’ Disse Amilcare. A Nello gli toccò domandarlo ad un meccanico, dov’era la Miller, quello gli indicò una moto, sola, senza gente intorno, senza pilota, un po’  in disparte, che non interessava a nessuno. Andò vicino come calamitato. Aveva un serbatoio tutto cromato con l’ovale “MILLER” e il numero 16; così senza fanale,senza targa, con quel meraviglioso motore Rudge con due tubi di scarico, scarna, essenziale, gli sembrò davvero un purosangue, la vide leggera e veloce, lo disse ad Amilcare che aveva occhi solo per le Benelli.
‘Guarda, guarda, lo vedi quello lì? E’ Raffaele Alberti!’ Gli disse il cugino.
‘O chi è ?’
‘Ma come… chi è? E’ il pilota della Benelli 250 e quell’altro laggiù, accanto a quell’altra Benelli, lo vedi quello laggiù… quello che parla col meccanico…’;
‘E chi è?’
‘E’ Panella! Piglia i numeri, toh questo foglio! Sennò se n’;accorgano tutti che tu vieni dalla campagna, da Pistoia!’
Ma Nello stava guardando un giovane dal naso aquilino, dai capelli lisci imbrillantinati. Con un vistoso maglione tricolore, arrivato alla Miller, era intento religiosamente a registrare la frizione. Domandò chi fosse.
‘E Pagani, Nello Pagani il campione italiano!’ Gli dissero.
“Mi chiamo Nello anch’io…’ brocciolò tra le labbra senza farsi sentire. Videro le corse, per prima quella delle 250, e per poco Amilcare ci rimane secco; dagli urli e dall’emozione per il duello tra Pigorini su Guzzi e Raffaele Alberti su Benelli. Al 15° giro però, la Benelli comincia a fumare, per un pelo non prende fuoco, Alberti si ritira e Amilcare si ritira più di lui diventando piccino piccino. La 350 è una beneficiata delle macchine inglesi Norton e Velocette e Rudge. Nello dava noia al suo cugino:
‘Bada lì, bada che roba…, altro che Guzzi e Benelli, quelle sono le Norton! Hai inteso il nome…? Norton! Non senti che un motore con un nome così… deve andar forte per forza !’
Ma fu una gara scialba e tutti aspettavano la 500.
Nel frattempo, camminando, passavano in rassegna anche le moto parcheggiate in bell’ordine, e furono colpiti da una coppia di milanesi: lui stava registrando la catena di una Harley Davidson verde e filettata arancio, bicilindrica; lei, pantaloni alla cavallerizza in gabardine marrone, bolerino a quadretti, polacchine a tacco basso, richiamava l’attenzione per la sua eccentricità ma anche per la moto: una Indian vecchissima, ma conservata come nuova.
Nello ed Amilcare si trovavano al cospetto, senza saperlo, della prima moto d’epoca della loro vita di motociclisti. Attaccarono bottone con i due, e seppero che quella moto l’aveva portata direttamente dall’America il babbo di lei nel 1918, che era là, ingegnere, per conto dell’Ansaldo. Nel mentre guardavano l’originali sospensione anteriore e posteriore a balestre, lei gli fece vedere e sentire, grugrù, grugrù, grugrù, brà- bum, brà-bum, l’avviamento elettrico con la relativa levetta. Nello ed Amilcare, con moto 20 anni più moderne, stavano in sincera ammirazione di quell’oggetto meraviglioso e dell’amazzone, quando, in un turbinio di polvere, fumo e rumore partirono le 500.
‘E’ prima, guarda è scattata per prima.’
Urlò Nello additando la Miller Rudge di Pagani. La casa costruttrice Miller Balsamo era di Milano e così tra i presenti ci furono grida e commenti di gioia. Nello sentì un groppo in gola, mai provato neppure quello, quando rivide Pagani schiacciato sul serbatoio a far da lepre, per tutto il primo giro, e gli altri, aizzati come una muta di segugi, a inseguire.
Ma il giro dopo, la Rudge era dietro e gli venne un altro groppo in gola, mai provato, di grande desolazione e impotenza.
Guardò la corsa ma non vide altro. Ma ormai sapeva che quello stava diventando il suo mondo, il mondo delle emozioni vere. Bandini, Tenni e Aldrighetti, tre Guzzi ai primi posti.
‘Amilcare non s’ è vinto né te né io, ma fatti dire dov’è la prossima, perché non voglio mancare!’
Parlarono per ore di Monza, dell’Indian con l’avviamento elettrico, delle moto.
Il ritorno fu benedetto dal sole. Dopo un mese telefonò al cugino per dirgli che si preparasse a ripartire, aveva contattato i fratelli Balsamo costruttori della Miller, e gli aveva commissionato una moto come quella di Pagani. Gli raccontò che quelli avevano insistito per dargliela col motore Balsamo, di loro manifattura, che era anche in pronta consegna; ma che lui, ostinato, aveva voluto il motore Python Rudge a 4 valvole in testa, radiali.
‘Come dici? Se gli ho mandato nulla? Di certo, non son mica un fiorentino stricco (avaro) come te! Gli ho fatto l’ordine… e nella lettera gli ci ho messo anche uno cheque del Monte dei Paschi, come anticipo.’
‘Allora t’è toccato anche firmarlo!’ Gli disse, ridendo, Amilcare.
‘Sì, come vuole il mio babbo: Aristodemo Brunello Medici Colonna Conte di Montallaria Baruffa.’

Antonelli dottor Franco
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ZUPPA DI PANE E RIBOLLITA

Procedendo da Pistoia verso Quarrata, si arriva in località Campiglio; lì, girando a destra, la strada ci porta tra collinette tappezzate di molte vigne e di piante di fichi alle case, una località denominata Collimozzi, un esclusivo nomignolo toscano. Quì vivono Rolando, la Maria Rosa e Daniele, tutti amici miei. Era tanto che gli rompevamo le scatole e lui, l’uomo più paziente del mondo, pareva sopportare.
Rolando Barontini non ci ha mai mandato al diavolo e ne avrebbe avuto mille ragioni. E’ che non si può fare da mangiare come lui, con una pignoleria attenta ai dettagli oltre la norma e poi abbandonare i ghiotti amici resi schiavi dalla ricetta del ‘ cuoco assoluto ’.
Glielo abbiamo rinfacciato, gli abbiamo contestato il titolo di Maestro, perché non ci voleva insegnare nulla, poi ha ceduto e ha dettato il sistema per fare la ‘Zuppa di pane con le cotenne’ alla toscana o semplicemente ‘nzuppa’. La sopradetta congerie di verdure e pane raffermo, alla sera, quando è scaldata prende anche il nome di Ribollita  ma sempre ‘nzuppa’ è.
Rolando non caccia, ma s’avvale di noi amici cacciatori perché ha una vigna e tutti gli anni vorrebbe fare un po’ del suo meraviglioso vino, una specie di Putto toscano. ‘Vorrebbe’ ho detto, proprio per sottolineare che se non ci fossimo noi sarebbero gli storni a vendemmiare la sua uva, e loro lavorano bene, non lasciano chicchi, quando puliscono eseguono un lavoro d’alta classe, ripulitura totale; e così l’abbiamo ricattato, noi mandiamo gli storni via dalla tua vigna, tu ci fai e ci insegni come fare la tua divina zuppa, gli abbiamo detto. L’estorsione ha funzionato e oggi siamo in cinque amici raccolti a un tavolo a rimpinzarsi di questa semplice ma raffinata ricetta d’Alta Cucina Pistoiese: ‘Zuppa di pane con le cotenne’ che passo direttamente a spiegare, al colto e all’inclita.
Ho un foglio davanti a me, lui mi ha dettato tutta l’operazione , ma non mi ha indicato le quantità perché come tanti artisti va a occhio; se non disponete di quell’occhio famoso non vi restano che le merendine rincartate nel cellophane, belle pulite, sanno di multinazionale, non sporcherete piatti e tegami, né cucchiai, nè forchette, nè coltelli; non ci sarà da rigovernare, insomma, tanti vantaggi al contrario di questa robaccia da uomini dell’età della pietra, che s’intestardiscono a mangiare come la tradizione dei bisarcavoli comanda e tramanda.
L’operazione consiste nel mettere da parte le cotenne del prosciutto, tirate via sempre con un po’ di magro di scarto. Dotarsi anche di cotenne fresche del maiale, che dovremo tenere sotto sale per 5 o 6 giorni, ma potete salare anche zampetti, orecchio, coda e guancia, sempre del puzzolente animale. Si mettono a bollire tutte le cotenne e tutto il resto che avete salato, quando la forchetta non è più capace di infilzarle, ovvero si strappano al tirarle su dalla pentola, le cotenne sono cotte. Si toglie il grasso bianco e lo si mette da parte. Buttare via l’acqua di cottura, rilavarle e di nuovo mettere in pentola a bollire con acqua, sale, pepe, droghe adoprate nella preparazione del maiale e garofano macinato, la spezia non il fiore. Fare un soffritto con olio extra vergine d’oliva, quel grasso tolto alle cotenne, più salsicce, un po’ di conserva, odori vegetali – sedano, carota, cipolla, prezzemolo, basilico, sale  pepe e droghe – battuti. Lessare fagioli borlotti 60% fagioli cannellini 40% passarli al macinino per il 90%. In un capace pentolone buttare l’acqua e metà delle cotenne battute, i fagioli passati con il loro brodo e il restante 10% interi; aggiungere foglie crude di cavolo nero e verza, carote, cipolle, sedano, pomodori, basilico, sacchetti surgelati di verdure da minestrone triturate. Far bollire e bollire. Quindi aggiungere patate, bietola, fagiolini burrini, zucchetti, piselli più le cotenne e far bollire tutto insieme finchè la verdura non è cotta. Mettere a punto di sale. Dotarsi di pane di tre o quattro giorni, raffermo, tipo coppia toscana, pugliese, laziale e non del tipo morbido ferrarese o veneto, altrimenti preparatevi a buttare via tutto per l’inconsistenza filacciolosa del suddetto anche se vecchio. Disporre un po’ di questa brodaglia con le verdure, sul fondo di una zuppiera, aggiungere fette sottili di pane, brodaglia, quindi fette, dunque brodo, poi fette di pane e via dicendo in una specie di timballo. Sopra a tutto le cotenne e il rimanente maiale. Lasciar freddare in modo che il pane sia ben inzuppato, dopo avere distribuito olio extra vergine d’oliva a crudo… divorare, roba così non ne avrete mai ingozzata.
Alla sera si scalda e si mette un cirulì abbondante d’ olio a crudo per sfrigolare la ‘Ribollita’. Niente paura per la digestione, solo fare attenzione alle maledette analisi sempre ghignanti in agguato. Noi andiamo via tranquilli, solo prendiamo le dovute preoccupazioni e non ne mangiamo mai, dico mai, più di un chiletto a testa, accompagnato in camera di digestione dal Rosso di Rolando che ce lo concede fresco, a ‘calo’.
Vi piace mangiare alla toscana ? Ricetta raccolta da Franco Antonelli b.s.(bontà sua)

Antonelli dottor Franco
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IDO DEL SERRETTO, LEPRAIOLO [1]

Inverno schietto.
Un leggiadro lenzuolo di brina aveva ricoperto il mondo intero.
Una mattina che neppure il giorno pareva aver voglia di svegliarsi.
A Ido [2] sembrava che l’aurora tardasse, forse per l’aria ghiaccia e tagliente, forse per il rallentato ritmo di divenire imposto da uno spirito perlaceo e indistinto che tendeva a confondere abeti e faggi senza foglie, mughi e ginepri, felci e ramaglia in decomposizione.
Era uno spirito fatto di nebbia color della morte, di freddo inverno che assassina a tradimento chiunque non abbia un riparo, un grembo, un tegolo, un buco, anche sotto terra.
L’instancabile e fedele Tobi andava e veniva, veniva e andava su e giù per il sentiero sassoso, mentre Ido pensava a tirar via, camminando agile con l’andatura di spalla, caratteristica della gente di montagna. Una mano sulla cinghia del fucile a tracolla, l’altra racchiusa a proteggere una puzzolente Alfa che di tanto in tanto aspirava nei polmoni come profumo di paradiso.
Tobi assomigliava a suo padre, lo spinone pura razza del farmacista di Cutigliano e non aveva preso neanche un po’ dalla Stellina, una segugia, proprietà dell’intero paese, che non s’era mai concessa a nessuno.
Era alla catena e non resistette alla baldanza dello spinone scappato in odore e onore di lei.
Un cane da caccia,Tobi.
Sulla schiena, una chiazza color del tabacco era l’unico segnale pennellato dalla madre, mentre del padre ostentava il fisico possente, il pelo avvolto, baffi d’acciaio e spunzoni di sopraccigli più duri dei pruni.
Ido era un cacciatore di lepri, conosceva tutte le rimesse e i covi, era abituato a cacciare da solo e, quando scioglieva il cane, sapeva di doversi arrangiare perché Tobi non scagnava.
Ma s’era adeguato perché di poste, su ai Diaccioni, non ce n’erano poi tante. Frugava i prati dove le orecchione erano solite passare le ore piccole e dalle fatte individuava il maschio birbante, le femmine giudiziose e i giovani sventati e avventurosi.
Al bar gli avevano pronosticato magri carnieri con quel cane senza voce, ma lui non ci aveva badato, con Tobi di dodici mesi ne aveva già incarnierate [3] tre ed era contento. Gli dispiaceva solo doversi tenere tutto per sé, ma non voleva concorrenza nella sua zona.
A chi gli domandava delle fucilate rimbalzate per i grotti [4] fino in paese, dopo aver nascosto accuratamente il budellame [5] delle orecchione sotto un metro di terra, con un macigno per coperchio, raccontava di cesene e sasselli ai biancospini.
Arrivato ai prati dei Taufi, si fermò a un ginepro storto dove aveva pisciato da sempre, sia lui che il padre e forse anche suo nonno, perché interrompere le tradizioni?
Il giorno s’era levato e il sole si lasciava intravedere debolmente dietro miasmi di nuvole pigre e evanescenti.
Inverno schietto.
La capanna del Sisi era sempre lì, con quei tre ciliegi secolari di vedetta, come sentinelle.
Un giro per l’altopiano gli fece capire che le lepri non avevano pascolato, chissà dove s’erano infrattate [6]…
Spalancò la porta di castagno, si dette a troncare rami secchi di faggio rimessi d’estate e accese il fuoco con fogli avvoltolati d’un giornale abbandonato in un angolo, dove si vedeva la famiglia Savoia
sormontata da una scritta di testata che recitava a caratteri cubitali: REPUBBLICA!
Era il 1946.
Tobi s’era piazzato accanto, il fuoco crepitava mentre Ido l’alimentava a piccoli pezzi strologando [7] dove si potesse essere rimesso quel maschiaccio che gli aveva occupato i pensieri negli ultimi giorni.
Accese una sigaretta. Il fumo del tabacco si sposò con quello respinto dalla canna fumaria, fredda e poco incline a svolgere il suo lavoro. Un’idea di caldo ristoratore spennellò l’uomo e il cane.
Una mezz’ora per ritemprarsi e poi ripresero la via della caccia, lui senza entusiasmo, anche Tobi pareva contagiato dall’atmosfera avara e sterile.
S’era messo gli scarponi con i chiodi e il passo era sicuro. Arrivarono alla polla d’acqua dove tante volte, nelle calure estive, s’era dissetato. Il ghiaccio aveva strinto [8] in un tutt’uno il piccolo bòzzo [9] , i sassi e
l’erba cristallizzata. L’acqua scorreva e sembrava dare il senso della vita che non si ferma. Stalattiti e ghiaccioli dalle forme più strane, solo bisognosi di interpretazione fantastica.
Con la mente andava all’estate, ora quell’alpeggio non sembrava neppure parente della stagione dorata, orfano di vacche e della verzura erbosa, grassa e lucente. Solo gli scogli lontani del Libro Aperto guardavano impettiti. Rocce e ghiacci, sassi marmati, a petto in fuori, importanti e perenni, forse saggi. All’improvviso Tobi parve risvegliarsi. Abbandonato il lento andare d’obbligo accompagnatorio, iniziò un trotterellìo spinto con subitanei cambi di direzione del tartufo, ora per aria ora in terra.
Ido si meravigliò assai.
Era un posto dove non aveva mai trovato la pelosa, comunque armò i cani del Liegi, la doppietta appartenuta a suo padre che aveva sul calciolo in ferro più di centotrenta tacche. Quaranta le aveva fatte lui, con la lima: ogni tacca una lepre, ogni tacca una storia segreta, bellissime cacce mai raccontate, mai vanagloria, mai ostentare… ricordava tutte le parole del vecchio.
Tobi era nato senza coda, come stirpe di padre comanda, agitava il mozzicone interrompendo scattoso la direzione, interpretando una strana azione di caccia.
Ido pensava alle cartucce a piombo grosso che aveva nel fucile, gli vennero in mente le starne e si stava barcamenando nell’indecisione se sostituirle o meno, quando scorse Tobi bloccato in ferma.
Era la prima volta che lo vedeva così, ritto e statuario, autorevole e autoritario, e gli venne quasi da ridere perché la selvaggina di riferimento, per lui, aveva il culo bianco, due orecchie sbrendolanti e quattro gambe pronte allo scatto nervoso e micidiale.
– Cosa ci sarà? – Pensò, ma non gli venne il timorpanico. L’eccitazione, l’emozione e l’accelerato tumpeggiamento [10] del cuore glielo davano, gratis, solo le lepri.
S’avvicinò per compiacere il cane, lo accarezzò, blandì, gli disse bravo con gli occhi, sorridendo, cercò di vedere cosa ci fosse, pronto a sparare. Lo aizzò, spingendolo e rovesciandogli il pelo della schiena, ma Tobi pareva pietrificato, senza alcuna voglia di interrompere quello stato di fossilizzazione.
Gli camminò davanti e il cane ruppe la ferma aggirando il cespugliaccio di pruni e carline, bloccandosi di nuovo. Ido guardava e col calcio della doppietta mosse i pruni.
Una beccaccia stava lì ferma, sotto a quell’intrico ghiacciato. Pareva imbalsamata da quanto era immobile. Gli occhi spalancati non erano impauriti, ma aprì il lungo becco a intervalli, due o tre volte.
Dava l’idea di una chioccia alla cova.
Appoggiò il Liegi a un piccolo faggio nudo, allungò le braccia e quella non si oppose, non sbatté l’ali, non si ribellò alle mani ruvide che l’agguantarono teneramente. Immaginò una fucilata, le soffiò nel petto, ma non vide ferite né segno di piombo, la rigirò senza che quella si opponesse.
S’avvide che la mano destra era puntinata d’una bava di sangue, guardò meglio e scorse la lieve ferita all’ala. Lei ferma, come ammaestrata, mentre Tobi uggiolava, ghiotto d’annusare quell’odore nuovo.
Tenendola nel cavo della mano scese alla Spelonca, la casa dov’era nato e aveva passato la fanciullezza; arrivò che erano le undici.
A mezzogiorno, in paese, a Rivoreta, tutti sapevano, tutti volevano vederla. Ido l’aveva sistemata sul tavolo di cucina, in una scatola da scarpe e ognuno diceva la sua e nessuno riusciva a stare zitto, chi proponeva, chi sentenziava, chi consigliava, chi ricordava…
La ferita non sembrò importante e tutti furono d’accordo nel ritenere che aveva battuto in un filo della corrente elettrica già responsabile di vittime tra falchi e altri uccelli.
Quegli uomini rudi, abituati alla legna da spaccare e alla pietra da scalpellinare [11] , se l’affigliolarono[12] e ci fu chi portò un unguento magico, chi procurò lombrichi di concimaia, chi telefonò a un famoso veterinario di città.
Ma la beccaccia non dava cenno di mangiare, solo guardava con gli occhi immensi e bambini, buoni e misteriosi, forse pregando, forse ringraziando, chissà…
Fu pagato il noleggio della millecento di Remo di S.Marcello e il terzo giorno arrivò il veterinario a visitare l’uccello, diventato centro d’attenzione non solo per i cacciatori.
Disse che era magra e che doveva aver battuto la testa altrimenti non si sarebbe spiegato quello strano comportamento di tranquilla rassegnazione. Le sciolse le ali e provò a tirarle le punte con delicatezza di dottore amico. L’ala colpita stava più bassa, ma non come quando Ido l’aveva trovata.
Un miglioramento era evidente, ma il problema era l’alimentazione perché la beccaccia non aveva neanche sfiorato i lombrichi che giacevano, scuri e senz’anima, in fondo alla scatola.
E in cinque, in sei, in dieci si misero al lavoro, capitanati da Ido che, per averla trovata, era indicato come il legittimo padrone dello scolopacide [13]
Con i forconi fu diradata la paglia sulla concimaia di Menico.
Con le zappe fu smossa la cotica ghiacciata.
Con le pale fu allentato e spianato il concime caldo e fertile che iniziò a fumare, fecondo di bachi di ogni specie.
Con tavole e chiodi e martelli fu approntata una staccionata e i gatti furono rinchiusi nelle case, qualcuno con una pedata di troppo.
In processione portarono la scatola nella piazzola svaporante, allontanandosi con garbo, interrogando in silenzio Ido che aveva partecipato a tutta l’operazione senza dare ordini.
Spiarono da lontano, invisibili, ma venne buio e dopo cena, al bar, il tressette non fu collerico come al solito.
Qualcuno paventò il timore che fosse bell’e morta, chi alzò le spalle in finto menefreghismo, altri disse che tutto il paese s’era rincoglionito.
Alla mattina la beccaccia nella scatola non c’era più.
Il freddo, però, sembrava avesse dato requie. Uno, avvicinatosi, la vide in un angolo della staccionata, viva.
Corse a dare la notizia e in una decina s’affrettarono, sgomitando, a spiare la concimaia da dietro la legnaia.
La videro pedinare e pascolare.
Quando infilò il becco nel morbido, estraendone un baldanzoso e ticchettante verme giallo, si dettero delle pacche sulle spalle in silenzio, per non disturbare.
La notizia fece veloce il giro di Rivoreta, il piccolo paese sotto il Libro Aperto e dietro alla legnaia c’era sempre qualcuno di vedetta per riportare notizie o congetture.
Altri tre giorni e fu domenica, quella prima di Natale.
Alle chiacchiere sul sagrato seguì una passeggiata a baveri tirati su e mani infossate nei cappotti in direzione della casa di Menico.
C’erano tutti, persino Peppegatto [14] che, dacché gli era morta la moglie, non era più uscito di casa, ma non fecero in tempo a sistemarsi dietro la legnaia.
In quel preciso istante, come l’avesse aspettati, la beccaccia piroettò leggera come una farfalla sopra le tavole ch’erano state il suo albergo, volteggiando impalpabile sopra i loro nasi all’aria.
Dettero in un applauso mentre lei sembrò attardarsi un attimo, forse per scorgere qualcuno, qualcosa, chissà…poi andò dritta verso la Serra, per il suo destino, tramutato da un lepraiolo.
Ido era in mezzo agli amici, vestito a festa e ognuno, senza dirlo, pensò che avesse cercato di salutare lui…

Antonelli dottor Franco per Diana

Antonelli dottor Franco
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[1] Racconto di Franco Antonelli. Nell’anno 2002 ha vinto il Premio Nazionale di letteratura venatoria dell’Ars Venandi a Riva
del Garda, con Presidente Mario Rigoni Stern.
[2] Ido Pagliai, nato il 30.05.1925, era figlio di Giovanni e Maria Nesti.
[3] Messe nel carniere.
[4] Dirupi.
[5] Insieme di budella degli animali.
[6] Infrattare: nascondere, imboscare.
[7] Lambiccarsi il cervello.
[8] Stretto, serrato fortemente.
[9] Buca larga e non molto profonda, piena d’acqua.
[10] Battito.
[11] Scalpellare la pietra.
[12] Adottare.
[13] Gli scolopacidi sono una famiglia di uccelli prevalentemente acquatici (tranne rare eccezioni tra cui la beccaccia).
[14] Soprannome di Giuseppe Petrucci.

IO, VIVIANO E L’OMO.

Non cercate sull’atlante geografico questa località: può darsi che il nome sia inventato.
Sono andato alla Macchia Antonini a Beccacce insieme a Viviano, Riccardo e due setter, la Sila e l’Uomo, detto in toscano, l’OMO.
Anche questi nomi, chissà… bizzarrìa d’immaginazione ? Forse è un sogno anche questa storia, forse non esisto neanch’io, forse potrei, forse vorrei essere la voce, il respiro del desiderio di caccia col cane che alberga in tutti gli uomini, anche in coloro che oggi non cacciano, ma che l’hanno fatto nelle spoglie dei loro padri, secoli fa.
Risponde a verità, invece, il fatto che ho passato una bellissima giornata di caccia.
Badate, non c’era sole ed è piovuto tutto il giorno. Pensate che l’aterosclerosi si sia impadronita della mia facoltà di giudizio? Penso e spero di no, comunque, andiamo, venite con me, mettete gli stivali, un panino nella cacciatora, tutto il campionario di impermeabili che avete e seguitemi nello strano mondo Beccacciaio di Leopold von Sacher Masoch e del suo profeta, Donatien Alphonse Francois, Marquis de Sade.
Mi risulta abbastanza logico riferirmi al sadomasochismo, considerando la voglia di cacciare in una giornata così: cielo chiuso, che dico chiuso…sprangato, senza uno spiraglio, neanche minimo.
Piove da mesi, e anche ieri e ieri l’altro, e poi l’altro ancora…
Oggi neanche un filo di vento che possa far sperare in una concessione di Giovepluvio.
E’ buio, si fa tardi, muoviamoci.
In macchina avverto l’ odore aspro dei cani, insieme con quello dolce dell’umidità e della paglia sul fondo delle gabbie. I tergicristalli lavorano impazziti, tre amici in silenzio, ognuno tiene per sé i ropri sogni e le previsioni meteo, ascoltate senza prospettive di speranza. Stiamo proponendoci all’appuntamento sacro per rinnovare l’amore con Sua Maestà la Beccaccia, tormento di paradiso, piacere di possesso dei nostri pensieri, roba da psicanalisti, psicologi, psichiatri in bulk.
Mentre aspettiamo il giorno nel chiuso del gippone, si studia la tattica, se cominciare dal poggio dove mercoledì fu ingaggiata Quella grossa o stare vicino al fiume, per ora non ancora visitato. Ora sta venendo giù quell’acquerugiola fine e rada che dà l’idea del Moto Perpetuo impegnato a distillare gocce; fastidiosa, la senti solo se guardi in aria senza cappello, la vedi solo se osservi una pozzanghera: sembra inoffensiva, dopo dieci minuti sei mòlle come tuffato in piscina. Sappiamo che sarà così tutto il giorno, leggera o a scroscio, ma acqua. Calzettoni sopra i pantaloni, stivali di gomma, cosciali, cacciatora, impermeabile, cappello, cappuccio: provaci te a imbracciare e sparare, se ti riesce! E mi sovvengono gli anticaccia e verdi e vuvvueffini e i salotti televisivi dove fanno a gara a sparare cazzate, non ultima quella di armare gli uccelli, ma lasciamo perdere, altrimenti mi avveleno la domenica da solo, mi girano i coglioni, per la miseria, è possibile che proprio per il giorno di festa tutta l’acqua del cielo sia concentrata qui? Lasciamo perdere. Si caccia, e questo è quello che conta sopra tutto, il resto lasciamolo a chi rimane alla tv.
L’OMO è un bel setter tricolore, di taglia importante, viene chiamato così perché è un…uomo, nel senso che sembra richiamare comportamenti umani, sì, non esagero, mi piacerebbe farvelo vedere in azione.
L’Appennino Tosco-Emiliano è letteralmente zeppo di caprioli, cervi, mufloni, daini, cinghiali, ungulati di ogni genere; penso manchino solo gazzelle e catoblèpi. Vettori di zecche e pidocchi che provvedono a distribuire su cani, cacciatori, fungaioli e chiunque pratichi le nostre belle montagne, ma questo è un altro discorso, torniamo all’OMO. Dunque, per un cane che cacci nell’Appennino, è molto più facile imbattersi nel puzzo di questi caproni che nel divino sentore della Beccaccia: non c’è niente da fare, è la realtà.
Si cammina scivolando, facendosi strada in un sottobosco impossibile. E’ tutto marcio, quanto è piovuto quest’anno! Pestare i rami secchi non produce rumore, hanno assorbito acqua in quantità, tutto ciò che sta in terra è impregnato, totale fradiciume. Dopo un’ora di caccia, all’improvviso  Viviano si volta e mi accenna: l’OMO è in ferma, il sangue e la voglia, l’avidità di trovare il selvatico, la spinta del DNA dei bisarcavoli setter Francini lo porterebbero a seguitare, scovare con nevrastenica andatura di predone, ma l’equilibrio suo naturale, l’intelligenza e la consapevolezza di essere strumento dell’uomo lo trattengono. Il dressage frena e libera al suo volere l’impeto di pirata che scorre nelle vene. Il setter si controlla, conosce ciò che si può o non si può fare, guarda indietro, insiste nella guidata gattonata, gira in continuazione la testa verso Viviano, incrocia gli occhi con quelli del padrone quasi a dire: meglio di niente…
“Via via…lasciali fare codesti pecoroni.”
Sussurra l’uomo cacciatore, il setterman Viviano, con leggerissima voce, siamo in chiesa, prego, non disturbare.
Erano anni che non vedevo all’opera un setter vero. Non lascia un angolo, non torna mai da una linea già esplorata, non mette due volte i piedi sul solito terreno. Andatura quasi da gara, sfonda, allunga, si allontana anche per quattro, cinquecento metri e più ed è una meraviglia vederlo lontano che caccia per te.
I chilometri li deve fare lui. Rientra per un contatto fugace, e via e via, mai un gesto per indirizzarlo, sa da sé dove andare, come fare, quando tornare, il naso l’ha lui, mai una voce o un richiamo, i fischi a casa, nel cassetto.
Questo vuol dire avere veramente il cane in mano.
Chi intende per “avere il cane in mano”di disporne a vista nel tiro di fucile o poco più, è conveniente si dedichi agli spaniel – cani superlativi – non al cane da ferma. L’OMO gira veloce per cerchi concentrici e lacet, ai lati, avanti e dietro, lontano e vicino; sappiamo che non lascia nulla d’inesplorato e siamo contenti, ricordando quante volte abbiamo provato l’insicurezza di aver lasciato dietro di noi un animale.
I piedi scivolano di continuo sul fango grigio e tenace di queste montagne. In terra c’è come un tappeto di ruggine, foglie di cerro che hanno ricoperto l’erba gialla e la ramaglia putrescente. Girare per il bosco è improponibile: pruni di ogni genere e dimensione fanno da padroni; i cespugli di strozzapreti – prugnoli, susini selvatici – e biancospino pare siano stati dall’arrotino, crescono, si aggrovigliano, avviluppano e feriscono con l’arroganza e il disordine concessi dall’assenza dell’uomo che non lavora più i boschi.
Si cammina col rumore della gomma degli impermeabili che stride a contatto dell’intrico di rami intrecciati dal più trascurato e incazzato Genio dei Boschi.
Rientra Sila, sorella di Nico, vero nome dell’OMO. E’ bianca con qualche macchia fegato, un po’ più piccola, sempre taglia da setter vero, però. Allunga meno del fratello, esegue il compito con diligenza e tipicità di razza, ma senza la potenza e l’indipendenza del fratello. Badate, siamo al cospetto di setter abituati a cacciare Beccacce in terreno libero con successo, anche se la concorrenza è oppressiva, nel senso che la naturale diffidenza e la conosciuta volpizia della Regina sono ancor più aumentate dal traffico di cani e uomini che c’è nei boschi.
Riccardo si affretta verso uno scollacchio, dopo averci fatto cenno, aumenta la frequenza dei passi per quanto permesso dall’abbigliamento. Come correre con catene e palla al piede. La Sila è inchiodata, arriva l’OMO, una mezza ombra di consenso e se ne va. L’OMO è l’OMO, non s’imbroglia, non si concede ad un odore vecchio di cinque minuti, distingue e indica assenza e presenza dell’animale e del Suo puzzo profumato di sebo impermeabile distribuito tra le penne: lui vuole il vivo e lì la vita non c’è più. C’era, ma è scomparsa con la Farfalla beccuta che ha veleggiato in discesa senza rumore né vibrazione di frullo. L’OMO sparisce e ritorna, s’allontana velocissimo, ora, eccitato dall’emanazione. Rientra per poi perdersi di nuovo tra ginestre e stipe alla ricerca di una poesia mentre noi indaghiamo in terra per una fatta, cercare di capire, studiare, immaginare dove sarà andata. Rompe anche la Sila, convinta dal fratello che pare darle di cogliona. Sono tre ore che giriamo, è il primo cenno d’incontro, neppure vista, ma abbiamo avvertito il senso della Sua presenza superiore, ci rendiamo conto di essere solo uomini invasori, frequentatori
inopportuni di questo ambiente che non è il nostro.
Non so a voi, ma a me questo cacchio di bip rompe le palle, è un gran comodo, lo capisco, ma la sacralità del bosco ne perde. Il santuario richiede silenzio, chi mettesse fuori legge l’elettronica per tornare al campàno? Sento mugugni, accidenti arrivarmi d’ogni dove, lasciamo perdere…
Ci fermiamo a scartocciare una caramella, l’acqua ci dà un attimo di tregua, togliamo i cappucci e riposiamo, i cani no. Siamo in una radura in mezza salita con ginepri storti e un ciuffo di pini, qualche leccio, cerri tagliati di fresco, un branchetto di sasselli s’invola, disturbato. Se non piovesse sarebbe bellissimo, i cani girano con metodo, spingono un galoppo turbodiesel sempre uguale, l’OMO cambia marcia nel tagliato, velocizza il ritmo, ha un fisico alla Schwarzenegger, sembra un culturista palestrato e sfamato a steroidi. E’ uno spettacolo, non importa incontrare, basta ammirare per sentirsi appagati. Checcacchio mi frega dell’acqua? Sto bene ugualmente, cerco di convincermi,
anche se addosso si mescolano soddisfazione e insoddisfazione, sudore, pioggia che ti bagna di fuori e vapore del corpo che lo fa dal di dentro .
Solo l’OMO sembra fregarsene altamente, pare non subire differenze meteo, è rientrato nel fitto, ha inserito un attimo le ridotte, cerco di prenderlo in fallo, metterà pure una volta il naso in terra! Macché, con la potente canna olfattiva per aria si concede un rallentamento flesso e dinoccolato per interpretare la giornata avara d’appuntamenti. Guarda verso Viviano che per lui è tutto: padre, padrone, cacciatore, allevatore, dresseur, amico, confidente, cuoco, dottore… Un ammiccamento dell’uomo gli basta per ritrovare nuova lena, di nuovo marce lunghe e veloci, da stachanovista della grande cerca. Sissignori, se il soggetto è quello giusto, vi potete gustare la grande cerca anche nel bosco, nel sudicio. Ma occorre sangue e intelligenza, avidità e indipendenza. Procede rapido, con impeto, affamato d’incontro, percorre tanto terreno e con un gran passo, ma senza l’esagerazione di certi soggetti nervini, nervosi e nevrotici che interpretano un’ora da trialer e poi muoiono. Questo è un cane cacciatore che spinge forte tutto il giorno e si riposa il lunedì, martedì e venerdì per ricominciare il turno del mercoledì e del giovedì, e di nuovo sabato e domenica. Chi glielo fa fare? Il sangue vero che ha addosso, il piacere di compiacere, la voglia di dimostrare d’essere setter di razza setter Laverack. Non c’è bisogno di chiamare, indicare, incitare. L’andatura non cala e viene da meravigliarsi di ciò che è riuscito a ottenere l’uomo con questa razza. Arriva Riccardo con occhi che parlano di desolazione ma non di resa. Facciamo due parole, sottovoce, per cercare di interpretare la direzione presa dalla Beccaccia.
Non l’abbiamo neppure vista, sappiamo che c’era.
La rispettiamo come una grande avversaria, ora siamo sconcertati mentre i cani non si fermano. Penso alla notevole quantità di boschi esplorata dai cani in sei ore senza mai uno stop. Il confronto col bracco di un amico col quale ho cacciato la settimana scorsa è impietoso. Voglio bene a tutti i cani, credetemi, ci mancherebbe, in casa ho un bassotto che è un mostro di simpatia e che porto a caccia con soddisfazione, ma gli inglesi … via, amici che fate strada con me su queste righe, i cani inglesi…meno male qualcuno li ha inventati. Non voglio fare paragoni, perché ogni razza ha la sua funzione, una propria tipicità di cerca e personalità, forme di caccia e animale e terreno specifici e quindi preferiti. Però, voglio dire, il setter e il pointer potrebbero interpretare il lavoro di un bracco mentre quest’ultimo proprio non sarebbe in grado di agire come un inglese. E si potrebbe allungare la polemica e dire che dipende dal soggetto e che un ottimo continentale è meglio di un inglese così e così, come no?
Svoltolo un cartoccio, addento pane e frittata, guardo gli amici che ingollano schiacciatine a fune. Hanno le facce livide come l’avrò senz’altro anch’io, quel colore frutto di luce riflessa fredda e smorta, sudore e pioggia, stanchezza e dispiacere di non aver concluso, pelle tirata e lucida, pelle di cacciatori che provano la soddisfazione di essere uomini vivi, diversi dal resto del mondo. Siamo su un cocuzzolo a biascicare, in fondo alla valle una cascata manda rumore di scroscio fino quassù, osserviamo i boschi senza fine, sappiamo che Lei, la signora Beccaccia è là dentro, da qualche parte, continua a piovere, penso per un attimo a una doccia calda, poi che ci sono ancora due ore di luce, due ore di caccia, meno male.

Antonelli dottor Franco
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INCUBI DI UN CACCIATORE MEZZO UBRIACO

Un brodino etereo leggero gustoso colombacci tagliatelle spianate arrosto girato lodole fringuelli pane lombo di maiale una foglia di salvia vino di Vinci e bere e raccontare e prendere per il culo e sempre più rosse le facce
addio morire eccocolesterologlicemiapressionetransaminasitrigliceridi anche l’orina allegria e ricordi di padelle e tiri che neanche buffalobille e poi porchetta e patatine vino della rufina e bevi pure ingòzzati gorgozzùle borborìgmo
domani si penserà a diete strette strinte avvinte come l’edera mai rispettate sempre ricominciate al lunedì sempre interrotte al martedì la caccia non è chiusa la caccia è viva viva la caccia che ci frega se tuttitalia ci odia perfino i nostri che gran problema chissenefrega stasera amici e amici e allegria e tutti simpatici rompicoglioni a casa sua da moglipadrone noi no beccaccini allo spiedo arrosto divino e bozzoletti burrosi in umido insalata di campo nirvana
abbuffiamoci e il terzo mondo a guardare mosca in faccia merdaioli dolcetto piemontese a pulire la bocca tutto finire anche la cena also this shall pass madrigale d’addio ciao ciao se ci pigliano con l’etilometro galera e via la chiave
speranza anche carabinieri cacciatori possibile rimettono gli storni e leveranno la telefonata caccia fino a febbraio e i contro smetteranno letto come sei bello mia moglie dorme già sveglia alle sei verranno in due chiusura a beccacce
bologna è chiusa si caccia in toscana ora dormo e domattina è un altro giorno stomaco pesante pesante testa pesante no pensante pesantissima greve grave greve troppo vino troppo mangiare mi rigiro una due tre volte
clienti fornitori niente pagare non paga nessuno colpa tre b berlusca busce e blerre
colpa tre vvf veltrone volante frassìno
colpa tre c cina cuba corea
casino nero girarsi girarsi rigirarsi
incubi politici gastronomici esistenziali pensatoio ellissoidale
pace agli impancini pace agli intestini pace nel cuore pace irak pace papa pace in tondogirotondo
comprare doppietta canne corte larghe cinghiale beccacce fagianifagianifagianifagiani
starne brigata frullo di metallo n’aggancio una un’altra padellata
giù una lontana all’inferno mezza corazzata montecatini 7 ½ roba buona
mi rigiro quattro cinque volte
che ore sono
che mi frega domani vo col cane e quei ragazzi
non si dorme sei e sette volte mi rigiro
coperta giù
lenzuoli su
cuscino in terra
mi rigiro mia moglie brontola brocciola insonnolita sonnacchiosa non è più età per cene
sei vecchio sono vecchio siete vecchi voi rincoglioniti pure m’importa un cazzo sono vivo
abat-jour luce stropiccio gli occhi niente vedere dove gli occhiali
maremma maiala palato attaccato lingua incollata cispe gabinetto mingo cucina acqua sto meglio
specchio occhiaie sono brutto sempre stato sono vivo meno male
letto che ore sono
è presto è tardi
prendere mezze corazzate legia otto
è presto occhiata al fucile tutto pronto torno a letto
occhi aperti chiusi dormo sogno paradiso caccia incubi di forestale
favorisca portodarmi
non ce l’ho sì ce l’ho dov’è non lo so aspetti ce l’ho
ma cosa ho fatto faccia vedere documenti
porto d’armi assicurazione atc tesserino anamnestico dottore mutua e pisanu ricevuta enel inps inail
qui ci sono soldi corruzione
è un portafoglio dove se no
segnato il giorno segnate le prede ieri ieri l’altro ieri l’altro ancora
dobbiamo fare verbale
perchè mai sono cittadino diritto di voto assolti doveri fedina pulita pago tasse vaccinato epatite
niente puttane solo moglie da un secolo solo moglie
niente scritto autocertificazione obbligatoria non sono fuorilegge
obbligatoria autocertificazione nonesserefuori legge
non sapevo
male ora sa mai nessuno in regola mai QUESTO LO SPIRITO NUOVE LEGGI CACCIA
una lama di luce dalle persiane gialla intermittente la polizia
m’hanno preso galera
no spazzini spazzini camion cassonetto cassonettocassonetto troppo presto spazzini
no polizia no
no forestale no
sono salvo no scappare fuga cadere
manette no manette no prego
grossa palla al piede catena camicia numerata galera piccone mazza sassi spaccare tutta la vita no
mi rigiro otto nove dieci volte
filo nero dalla bocca tirare mai finire filomaledetto lungo ore chilometri ore chilometri ore
recupero coperta parquet
tiro lenzuoli
accomodo cuscino dormo
giornata di merda piove
cane fermo due beccacce viviano riccardo io plotone di esecuzione frulla
giù presa
salta un’altra colonna faggio scantucciato quasi padella viviano giù
trentasei beccone che roba annata mondiale peccato padellate dieci
recupero in mano dolore morte piacere possesso come sempre
vola di nuovo ti prego occhi spenti testa giù becco giù bella peccato vola ancora carniera
cagna recupera setter laverack cane magìa fenomeno supremo assoluto cielogrigiosu cielogrigiogiù
beccaccia piccola bella uguale
ti prego vola perchè non voli dai scherzavo cacciare per cani niente fucilate apri occhi
sgomento cuore matto piangere
beccaccia finta inventare
beccaccia elettronica profumo minore maggiore cade pagare carta credito ricarica e rivolare
nientemangiarenientearrostonienteamicinientecolesterolonientevinonienteincubi solo caccia
solo caccia solo caccia solo caccia solo caccia solo caccia solo caccia…
E sento profumo di paradiso vero, quello in mezzo al bosco col cane in ferma, in cima al palco dei
colombacci, alla parata delle lodole, alle buchette del lago, nelle forre dei cinghiali, nell’altana con
un capriolo che non arriva mai. Sole infernale o pioggia a dirotto.
Mi piace, sono matto, a volte gli incubi sono miei padroni, anche voi… come me?

Antonelli dottor Franco
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TARABUSINI

Ad un raduno di non so quale anno e di quale paese, ci fu un tizio autorevole, targato in fronte AZI, che, dall’alto della sua riconosciuta competenza storica, disse che al mondo non c’era solo la Guzzi, non c’erano solo il Falcone e la Gilera, non solo il Saturno. Colpì tutti i presenti con botte da KO. Quelli con le Lambrette e i Motom si fecero piccoli piccoli e sparirono; quelli con Corsarini, Mosquiti e Cuccioli tornarono a casa a piedi, dopo che ebbero buttato i loro mezzi in Arno. Falconi e Saturni rientrarono a casa mosci e avviliti.
Gli unici, orgogliosi, a testa alta, erano quelli con le moto anteguerra, come aveva detto l’esperto. Ma anche lì Guzzi Sport 15 e Gilera Sei Giorni non erano euforici, l’esperto aveva detto che ce n’erano in gran numero. Molto meglio l’Altea 200 con telaio elastico del ‘38, disse quello lì.
Si sentirono castrati in tanti, compreso il conte Arrighini che aveva impiegato 5 anni per rifare una Guzzi Sport 14 del padre. Ma quello dell’AZI aveva spiazzato tutti: troppe Vespe. In settimana, nel segreto carbonaro delle officine e dei garage non si parlò d’altro. Scartabellarono libri, giornali, e al mercato di Vattelapesca, la domenica seguente, una moto francese, anonima e insulsa e invenduta da 10 anni, raggiunse una cifra da capogiro e fece parlare per mesi del suo fortunato proprietario, non perché avesse già un bellissimo Guzzi Falcone sport, un GT2VT, una
Gilera Gran Sport e una Vespa 98, ma perché era riuscito ad aggiudicarsi, appunto, quel 2 tempi gallico.
Il Tarabusini, zitto, ascoltava i nuovi dettami e le nuove teorie che si stavano affermando tra i malati delle moto d’epoca. Nell’officina più famosa della città, ritrovo serale dopolavoristico molto riservato, guardò negli occhi Tonino, un amico, cercando appoggio e maliziosa compiacenza, e interruppe il silenzio, lungo di cinque giorni:
‘Se si ritrovasse quella che fece il mio nonno, s’ammazzerebbero tutti, anche quelli dell’AZI!
‘Il tuo nonno?’ Disse uno, ‘0 cosa fece, il tuo nonno?’
‘Che fece? Finì un patrimonio, finì, per fare una motocicletta, ecco cosa fece!’
‘O come mai non ci avevi mai detto nulla?’
‘Perché questa è roba da vergognarsene, non da menarne vanto! Qui non lo sapete, ma a Pistoia il mio nonno lo conoscevano tutti, era più che un fabbro, faceva i piedi ai gatti, e provò anche a fare una moto, bellissima e maledetta, che gli costò la casa e tre poderi in  piano, dei migliori, diglielo te Tonino!
‘Eh… il Tarabusini!”dice Tonino,” il mio babbo ci deve avere sempre una foto, con la moto e lui e il Tarabusini dietro in posa, uno di questi giorni se la trovo ve la porto!’
Tonino aveva preso al volo la palla lanciatagli da Franco Tarabusini, e, resagliela, aveva segnato un bel punto. La platea, rimase muta e allocchita. Piano piano, nei giorni seguenti, venne fuori tutta la storia del Tarabusini, ingegno scaratterato, saldatore favoloso, aveva costruito perfino una bicicletta per il Duce; di moto ne aveva fatte tre; se le leticarono i gerarchi, quando videro un esemplare inviato a Roma per Ciano come
‘Capolavoro’ Una rimase in Pistoia, ma gira di qua, rincorri i proprietari… gira di là, domanda, scova, fruga i biciclettai, vecchi meccanici, non s’era trovato nulla; dicevano che a Franco gli era venuto un magone grosso così. Diventò l’argomento dell’officina, dei raduni; una volta, dopo un paio di mesi, ad un raduno ad Orvieto, all’atto della premiazione lo chiamarono per cognome e uno di laggiù che non lo aveva mai visto, gli disse:
‘O Tarabusini…che l’hai trovata, poi, la moto del tuo nonno?’
Scosse la testa, la scena la fece reale perché ci cominciava a credere un po’ anche lui. Nel frattempo, quando si trovava con gli amici veri, erano sghignazzate imperiali alla barba di tutti quei gonzi; una presa di culo così, non l’aveva mai inventata nessuno!
Al raduno di Vattelaccaccia, qualcuno interpellò l’esperto AZI. La gente non parlava che della Tarabusini, e l’esperto disse che aveva indagato, cercato, domandato, e che su a Torino un marchese, forse, aveva identificato il motore – solo il motore, – perché ne possedeva uno. Era un motore stranissimo, che nessuno aveva mai riconosciuto, ma che aveva, sul coperchio delle puntine, chiaramente stampigliata una ‘Tarabusini’
Il marchese mandò una memoria in cui diceva che forse era possibile risalire al colore originale del telaio perché era rimasta traccia… una punteggiatura, di un tono particolarissimo di verde, molto scuro, sugli attacchi del carter-motore. Fu interpellato Franco Tarabusini che, onestamente, disse che non conosceva il colore del telaio e della moto, ma che lo potevano domandare al padre di Gigi, a quei tempi fortunato
possessore della Tarabusini, anche se per breve tempo.
‘Se me lo ricordo?’ disse il babbo di Gigi, interpellato,’come fosse ora, anche se son passati 60 anni! Il telaio era verde scuro, ma scuro che sembrava nero, ma non era nero, era un verde che virava a seconda del tempo, della luce e della sua incidenza. Il serbatoio non era né cromato né nichelato: il Tarabusini lo faceva ramare, e poi faceva fare un bagno galvanico con nichel insieme a cromo e a sali di argento. Nella parte mediana c’era una grossa fascia marrone: ma un marrone non testa di moro, bensì una specie di tabacco mescolato a tannino. Filetti non d’oro ma giallo, un giallo paglierino né troppo chiaro né troppo scuro, tipo becco di maschio di canarino innamorato.’
Il babbo di Gigi fu esauriente e provvido di particolari. Fu un successo. Specialmente quando disse, dopo un anno, che Gigi e Franco, finalmente! Grazie ad un’accurata ricerca al PRA, avevano rinvenuto l’unico esemplare rimasto, sfortunatamente senza ruote.
‘Ecco perché era tanto che non si facevano vedere in giro, i due birbanti!’
Commentarono in officina.
Passò l’inverno e tutti chiedevano se era possibile vederla, ma loro, fermi, rimandavano sempre, schernendosi quando con una quando con un’altra scusa.
Ma arrivò il momento, a primavera, dei mercati e dei raduni. E finalmente Franco e Tonino portarono la loro creatura: un vecchio motore agricolo per pompare l’acqua, incastonato in un telaio su pipe figlio di Harley, AJS, Frera; manubrio e parafanghi Della Ferrera, sella Terry, serbatoio di un Superalce tagliato, scavato, allungato, spigolato e diventato figlio di N.N. Ruote anonime, freni a pattino. Un bel lavoro. Gli fecero tante
fotografie e domande e provocò stupore e complimenti. Tonino, imperturbabile, dava il merito a Franco che non si era mai arreso nella ricerca.
Franco si scherniva e dava il merito a Tonino. Aveva anche scritto un cartello, ai mercati appoggiato al portapacchi che recitava così :
– Cercasi decalcomanie e frenasterzo marcato T come Tarabusini. Eventuali scambi con parti originali di Guzzi Sport 15. – La Tarabusini andava in moto con grande effetto di fumo e rumore, il Burman a 3 marce funzionava che era un piacere. Arrivò l’esperto AZI che controllò, guardò, fotografò, riguardò, ricontrollò da diverse angolazioni, e disse:
‘Sì, in effetti è come dice il nostro marchese, su a Stupinigi; il motore corrisponde, c’è anche la T, si vede un po’ male… ma si vede, è chiara; il verde è perfetto, il marrone stupendo, anche la nichelo-argento cromatura l’avete riportata veramente a come la facevano a quei tempi, è come l’originale… non sono abituato a fare elogi, ma qui meritate encomio e complimenti, veramente. L’unica cosa… ma non prendetela come un
appunto, mi raccomando, è quel filetto lì, tra il marrone e la nichelo-argento-cromatura, come giallo mi sembra un po’ troppo carico, un po’ troppo forte, quasi di un limone…

Antonelli dottor Franco
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CAPRIOLI, CERVI E SUCCHI GASTRICI

“Ma che amico sei? ascolta…ma sei proprio sicuro di essere… un amico?”
Come no, ci mancherebbe, però certi discorsi non me li fare, da quando ti vengono certi dubbi?”
“Mah… io so che questa vigna ha campato i miei antenati per secoli, qui si producevano quintali e quintali di vino e ora… ora venti damigiane sono un record.”
“E di chi sarebbe la colpa?”
“Dai… lo sai bene, non prendermi in giro… e se tu fossi un amico mi daresti una mano.”
“Ti mantieni forse con l’uva? tuo figlio è un grande chirurgo, tua figlia è avvocato, con la tua pensione si manterrebbe un collegio di orfani… ma dimmi, vuoi davvero che ti dia una mano?”
“Non stare a divagare, cosa c’entrano codesti discorsi? quegli animalacci mi mangiano tutto il podere e poi… sono anche impestati dalle zecche, m’è toccato andare due volte al Pronto Soccorso a farmele levare…”
Questo dialogo avveniva tra due miei cari amici, un anziano maestro di scuola che non ha mai cacciato e un altro che mi accompagna sul capanno dei colombacci.
Località ValdiBure, sulle colline che nascono dolci dal piano di Pistoia, la mia cuccia.
Io ero intento a leggere un giornale in disparte, nell’aia; deliziato dall’ombra e dal profumo di un tiglio, ascoltavo attento le lamentele, senza mettermi nel mezzo.
Fatto sta che il maestro chiese e ci pregò in ginocchio di defungere un capriolo e dare la carne al convento delle Suore Benedettine; altezzoso padrone vero, il capriolo stazionava fisso nella vigna, ormai non scappava neanche più al sopraggiungere dell’arrabbiato pedagogo, armato di bastone.
L’anziano addebitava al quadrupede l’estinzione dei germogli di Trebbiano, Canaiolo e Sangiovese, scorpacciate che stavano desertizzando la sua storica vigna.
Ecco perchè ci ritrovammo con i fucili caricati a Brenneke in fondo al lunghissimo vigneto, a trenta metri l’uno dal’altro, l’ultimo giorno di caccia. Il piano di battaglia prevedeva che le nostre mogli sciogliessero Baldo, il bassotto, in cima alle viti, vicino alla casa.
Io avevo un po’ di batticuore: il sentirmi un selezionatore abusivo, un bracconiere tout-court, mi rendeva nervoso e di malanimo, non sono abituato a fare il fuorilegge; ma lo scopo era benigno, di assistenza geriatrica e religiosa; e poi… la montagna è piena di caprioli, uno più uno meno… il considerare che quello era nocivo mi portava anche a dare una giustificazione al bracconaggio.
Sentimmo lo scagno del bassotto e ci allertammo, con un’occhiata di consenso.
Pochi attimi e viene fuori il commensale, improvviso e silenzioso, fresco e agile, un bel capriolo, non piccolo, manto grigio fulvo brinato di scuro, grandi occhi. L’avevo a quindici metri, notai il naso umido, m’imbraccio e vedo con la coda dell’occhio l’amico mettere il fucile alla spalla.
Appena mi scorse il capriolo frenò, fece un paio di dribbling a destra e a sinistra, poi prese per il mezzo, due salti in alto e in lungo da olimpiadi e diventò fantasma di se stesso.
Il bassotto non era lontano. Ci guardammo, muovendoci l’uno verso l’altro ed ecco arrivare Baldo: annusa felice dov’era stato il capriolo, ci guarda da contestatore iniettando nelle nostre coscienze di cacciatori aria di colpevolezza. Non trovammo niente da dirci riguardo alla sfumata macellazione; non avevamo sparato, c’era stato tutto il tempo di recapitargli un paio di palle calibro12, ma non l’avevamo fatto e la situazione stava avanzando verso i confini dell’assurdo.
Siamo cacciatori di uccelli, l’unica quattro zampe ammessa nei nostri carnieri è la lepre, figuriamoci un capriolo; il nostro destino di cacciatori è votato alle penne, niente pelo.
Al vecchio maestro spiegammo che l’ungulato non era venuto a pranzo, non s’era visto; le mogli in auto ci dissero bravi, anche se avvertimmo la nostra dignità di cacciatori venire meno.
Sono passati sei mesi, oggi vivo la prima settimana d’agosto, caldissima e appiccicosa, umidità che entra a sorsi in bocca; si respira l’odore dell’acqua piovana che non potrà mancare a lungo, tra poco pioverà, di sicuro.
Mi hanno messo uno Zeiss 8X56 in mano e ora sono qui a guardare, frugare dentro la foresta.
Sono boschi conosciuti, piante nel massimo di vegetazione dell’anno, ieri è piovuto e un odore di terra bagnata mi penetra nell’anima, inspiro a polmoni pieni, alla faccia dei puzzi della città.
Ricordo un poeta che chiamava uligine questo odore caratteristico, non chiedetemi chi fosse, non saprei dirvelo, la mia memoria è quella che è sempre stata, corta anche a scuola, mi obbliga a scrivere tutto e ad astenermi dalle bugie, beh… questo è un vantaggio.
Sbinocolo a lungo, tanto, ma talmente tanto che lo Zeiss mi s’attacca alle sopracciglia e diventa di ciccia, ciccia mia: penso che potrei mettere le mani in tasca e lui starebbe lì come un membro mio.
Sono nato e cresciuto con questo panorama, i boschi della Collina sempre cornice della mia vita.
Felci e felci si susseguono attraverso le lenti, poi una radura gialla di stoppie, di nuovo felci, quindi un nero ginestraio; appoggio bene gli oculari tedeschi ai rilievi arcuati sopra le arcate orbitarie che proteggono i miei occhi, metto a fuoco e non vedo niente, niente a quattro zampe voglio dire, però i miei occhi si beano di questo infinito serbatoio verde: castagni e querce, ornelli e carpini, abeti, ginestre e stipa, palèo e strozzapreti per ettari e ettari… sto in ammirazione del Creato.
Il silenzio è totale, un agosto nuvoloso segue a un’estate torrida e ci regala le prime benvenute gocce di pioggia: in città si viaggia nudi, quassù occorre la maglia; è tutta una verzura, le foglie bagnate scintillano e vibrano.
Ecco, arrivano gli avamposti della pioggia, battono a caso intorno a noi e sulle nostre persone, meno male la pelle è impermeabile…
Sembra ottobre inoltrato, però mancano i colori meravigliosi, i rossi e i gialli delle foglie in agonia: solo il lustrale, lustrente e verdissimo verde indica che stiamo vivendo l’estate.
Due amici mi hanno promesso di farmi vedere i cervi, mi fanno da guide alla scoperta del sottobosco dell’Appennino Pistoiese. Sono due innamorati della natura, praticano la caccia di selezione e questo già potrebbe apparire un fatto strano, per un non ben informato dei fatti cui faccio riferimento: caccia di selezione vuol dire conoscere l’habitat di un ungulato come l’ungulato stesso, significa finirsi gli occhi dietro a schemi ottici a Tetto di Leitz, Zeiss, Swarovski… o Porro, chi era costui, forse un ortaggio?
C’è davvero da esaurire la vista, perchè questa attività prevede ore e ore, giorni e giorni di tentativi di avvistamento, immersi nella natura: diciamo che l’azione di caccia riguarda al 99% l’osservazione pignola e lunghissima e un 1 % l’aggiustarsi la carabina alla spalla, se e quando accade.
Ma ‘deve’ accadere che l’ungulato vada a collocarsi nei piatti trasformato in gustoso spezzatino, perchè altrimenti tutta la storia della selezione non avrebbe senso.
Però potrebbe darsi che qualcuno non ne mangi sulla scia di ragioni vegetariane ed ecco allora la ragione vera di questa caccia: diradare i soggetti in esubero.
Così come nel nostro appartamento ci abitiamo noi con la nostra famiglia e non in cinque gruppi familiari, così in un determinato territorio di x ettari possono vivere x numero di ungulati, il soprannumero va eliminato. Io sono un onnivoro-carnivoro e mangio la carne di capriolo e cervo quando mi capita: è il frutto della foresta.
Per chi non ne gusta le carni, il soprannumero indica il sopravvenire di malattie o il verificarsi di problemi che insorgono allorchè la convivenza spalla a spalla non è prevista dalla natura.
I due che mi accompagnano sono amici d’eccezione: Aleandro, tecnico di corrente, non politica, ma elettrica e Carlo, un naturalista prestato alla pittura: ha montato un treppiede, sopra ci avvita un verde Spektive Swarovski che odora di tanti euro e mi invita a guardare ciò che loro hanno individuato con i binocoli e che io, pur sforzandomi, non riesco a scorgere. Ora, con questo cannone che si vanta dei suoi 60 ingrandimenti, sono in grado di vederlo: è un piccolo animale che pascola tra l’erba, a tratti saltellando; è scuro e buffo, simpatico, gira la testa verso di me, Aleandro ci informa che il telemetro Leica configura il soggetto alla distanza di 381 metri, riconosco la testa triangolare, la macchia bianca che ne percorre il musetto: è un tasso.
Mi hanno portato a vedere i cervi.
Carlo continua a meravigliarsi che lì, a Campo ai Ciliegi, tra i boschi, le radure e i crinali che fanno da scorta al LungoReno e Pian di Giuliano, non ce ne siano; addebita la loro assenza all’ora, troppa luce ancora.
Ma io mi sto innamorando del tasso e lo seguo nella sua passeggiata, sarà affamato, è un animale notturno e per lui questo è il momento della colazione. Come io di mattina penso alla schiacciata con la mortadella, lui al vespro sogna lombrichi e anellidi, fa piccole buche, un po’ con le zampe, poi si aiuta col muso… un po’ di proteine di carne, poi si ripulisce la bocca con erba saporita, qualche dolce radice, lui sa quali e io sono curioso, sì, i cervi, ma anche in diretta col tasso…
Gli amici stanno parlando sommessamente di ungulati nobili e io sto zitto, forse non sta bene interessarsi troppo di un piccolo animale proletario, ma io vorrei essere lì, a vedere da vicino la sua passeggiata gastronomica tra l’;erba; è un mio grande cruccio conoscere solo quelle del mio orto, e non bene, mi sento un profondo ignorante: è d’obbligo conoscere le erbe, imparare e poi insegnare, riprendersi la cultura dei nostri padri, sfuggita per amore del profitto.
C’è troppa luce, è vero, mi rimetto il binocolo agli occhi, vedo all’alto alcune rocce, metto a fuoco in modo pignolo; Aleandro mi tocca senza parlare, mi offre il Leica col telemetro, domanda con gli occhi un parere sulle due ottiche, gli restituisco lo Zeiss. Lo scambio mi pone delle insicurezze: meglio un Patek- Philippe o un Vacheron-Costantine? Rolls Royce o Bentley? Abbado o Muti?
Mi sembra che il Leitz… quell’abetaia… riprendo lo Zeiss, macchè, sono gemelli, poi consegno gli occhi allo Swarovski di Carlo. Quando siamo a questi vertici le differenze non esistono o per lo meno… forse… mah, sono indeciso, i tre strumenti mi sembrano velocisti in bici che arrivano in volata e chiedono merito al fotofinish; se cè una diversità di pixel, di risoluzione, sarà riscontrabile in modo scientifico, forse, ma a occhio…niente da fare.
Il verde è tutto uguale, scorrendo con le lenti; l’ora è quella giusta, il giorno sta morendo, la luce è pronta ad andare, curiosa, in altre parti di mondo: c;è sempre un che di religioso al calare delle tenebre o quando il chiaro si annuncia timido, di mattina.
Il buio e la luce sono fratelli siamesi, intrecciano silenziosi dialoghi incestuosi che sanno di magìa.
Scosto gli oculari per una visione d’insieme della parte di mondo che ho davanti. Il fogliame lontano  ha assunto i toni indistinti del blu profondo, rimetto il binocolo agli occhi e gli alberi riprendono e offrono il colore verdastro, la fisionomia, i particolari.
Piove leggero, apro l’ombrello, mi ci vorrebbero tre mani.
Decidono di cambiare zona, ci spostiamo sui boschi che guarniscono Ospedaletti e Bellavalle, in macchina affiorano lontani ricordi di scuola:
“Come si chiamano i tre stomaci dei ruminanti?” Domando.
“Attento a non sbagliare, ti correggo, sono quattro gli scomparti e… ricorda, anche il capriolo rumina, ma lo stomaco è uno solo, quattro sono gli scomparti.”
Aleandro sorride mentre stigmatizza il mio errore e mi guarda come il maestro l’allievo, ma da amico. E’ vero, gli studi sono lontani, la dottrina che non si dimentica è quella coltivata con passione, da adulti, mentre la cultura è un’altra cosa, o c’è o non c’è, e non si acquisisce con i soldi, nè con lezioni nè con lo studio, la cultura è roba dura, presuppone intelligenza e la consapevolezza di un ruolo che l’uomo acquista tramite un’azione sociale e morale, artistica, più che dottrinale…mamma mia, ora m’incasino, meglio lasciar perdere, questa è materia interessante, ma per un altrofuoco di bivacco.
“Mi ricordo un nome strano… Abomaso” ma gli altri…”
“Gli altri te li dico io, ma non per saccenteria: Rumine, Reticolo, Omaso, Abomaso.”
“Ma come fai a ricordare queste cose?” Gli chiedo.
“La passione per la caccia mi ha indotto a leggere,” risponde tranquillo Aleandro,” vorrei conoscere tutto degli animali oggetto di caccia selettiva”
“A studiare, vuoi dire; leggere mi dà l’idea di superficialità.”
“Tutti i ruminanti erano e sono animali oggetto di predazione,” continua,”devono fare in fretta a strappare l’erba e ingollarla e poi, rintanati nel profondo dei boschi, al sicuro, mettere in azione il loro particolare apparato digerente. Erba e foglie, ma anche rametti e stecchi vanno dall’esofago in una sacca chiamata Rumine; nel Rumine batteri e altri microrganismi attuano una prima digestione delle fibre vegetali; demoliscono anche la cellulosa che non è assimilabile dai succhi gastrici digestivi; durante il riposo i ruminanti richiamano il cibo in bocca facendolo passare prima nel Reticolo, un altro sacco gastrico più piccolo; masticato e inghiottito di nuovo, il cibo passa nell’Omaso e quindi nell’Abomaso che corrisponde allo stomaco degli altri mammiferi, quindi nell’intestino.”
Aleandro parla con la semplicità che gli è propria, mentre Carlo ha già lo strumento agli occhi, ghiotto di scoprire.
“Eccoli!”
Lo dicono e mi avvertono all’unisono, insieme, io guardo, vorrei entrare nel binocolo, non vedo niente; mi dicono, a voce bassissima, di puntare le lenti dietro il cesto chiaro di un albero a 432 metri, dove il bosco termina affogato in un lungo prato.
Vedo il cervide, loro mi sussurrano che è una femmina adulta, ha la pancia slargata, cellulite a ricordo del recente parto. Noto il muso lungo, la schiena insellata, gli amici parlano sottovoce e io penso: porca puttana, siamo a mezzo chilometro… improvviso si mostra e si defila anche il cerbiatto, la cerva è sospettosa, cammina al rallentatore, un passo ogni dieci minuti e il piccolo copia l’andatura.
Per cena niente erba, che pure è rigogliosa, ma foglie di un albero che non riusciamo ad identificare.Brucano e stritolano anche rametti, forse è un susino selvatico, quella radura è opera di antica coltivazione dell’uomo, quando il montanaro invece di anelare il posto in fabbrica, strappava al bosco campi per orzo e grano.
Metto l’occhio allo Spektive di Carlo, mamma mia come avvicinano i suoi 60 ingrandimenti…!
Mi gusto la famiglia da eccitato voyeur, Aleandro mi tocca col gomito per allertarmi su qualcosa di nuovo, guardo attentamente ed ecco che si manifesta la meraviglia delle meraviglie, una femmina Sottile, la figlia di un anno e quattro mesi. Stava indietro, al limitare del sottobosco, ora la famiglia è al completo: l’ultima è la bellezza assoluta. Ha il manto di color tabacco, chiaro e deciso, è snella e potente, pulita e fresca, avanza con incedere lentissimo e principesco; i miei occhi assorbono l’immagine con godimento estremo, lei si ricongiunge alla madre, si nasconde alla vista dietro un albero, mi scappa un’ esclamazione di sorpresa, la vecchia cerva alza la testa, Aleandro e Carlo sibilano che mi ha sentito… mi sembra di essere un coglione, sono un po’ interdetto, mi ripeto che sono a mezzo chilometro e che non mi può aver udito, mi sento un principiante e tanto imbranato, mentre continuo a sbinocolare mi domando dove sarà il padrone cornuto di quella famigliola, ma sto zitto per non fare un’altra cazzata.
Mi piace fare il guardone nei miei boschi, mi attira il deerwatching, chiederò a questi amici diportarmi ancora.

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
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Dal romanzaccio L’ARCA.
Scritto e non divulgato dal dottor Franco Antonelli. Chi lo vuole mandi l’email a antonelli@gmx.net

… andavano spesso al Boario, il campo di calcio di Pistoia, e questo era molto più stimolante dei libri di Greco o di Economia e Commercio. Al Boario giocavano al pallone, il quale pallone era mio e non me lo passavano mai, ero più piccolo, maremma tignosa; Fabio Fiorini era più veloce del mio fratello, ma erano amici. Ricordo Pisolo, Luciano Bargiacchi con piedi discreti e Wolfango Borchi che m’ha sempre da restituire un paio di scarpini da calcio, e anche i fratelli Livi, uno, lo Stecco, era amico di mio fratello Tonino, e l’altro, Giuliano professore al Liceo Classico Forteguerri di Pistoia, forse l’unico, che io mi ricordi, con i piedi buoni uscito dal Boario, ma anche Amos Niccolai che ha giocato anche nelle categorie professionistiche. Il babbo di Wolfango Borchi è stato l’unico grande mio maestro di biliardo al bar da Cino, ve l’ho già detto ma anche di filosofia spicciola da bar, roba per me interessantissima. C’erano i due fratelli Tuci, Brunero detto Bruschino e Romolo, il Cagnolo, quest’ultimo grande amico mio e di Tonino, il mio fratello. C’era anche il fratello Tuci detto Mecchi non facciamo parzialità. BRUSCHINO, nomignolo di Brunero, è stato allenatore e tutto ciò che può realizzare un uomo nel mondo dello sport, sempre pedatorio. E’ stato anche il Maestro per anni e annorum del rione il DRAGO di Pistoia. Ma io ve ne voglio raccontare un’altra, questa non la sa nessuno. Bruschino era un grande, grandissimo ammiratore di Fausto Coppi e dopo il Tour de France del ’52 vinto dal Campionissimo prese un pennellaccio, un po’ di tinta bianca e scrisse in francese sul muro del Boario: “ALLEZ FOSTO’ ” ( alè Fausto, in un mezzo francese). Ora hanno restaurato il Boario e naturalmente hanno cancellato tutta la scritta, piccola; ma non si potrebbe restaurare il vecchio scritto vergato da Bruschino, uno storico allenatore innamorato di di Pistoia, del Boario e di Fausto Coppi, il Campionissimo? Più grande e meraviglioso riconoscimento fu per Bruschino essere arrivato, mi pare 17°, prima di Valcareggi e dell’ odiato Bartali in una classifica dello sportivo ideale, classifica
che vide primeggiare in Italia, sulla Gazzetta dello Sport, il famoso allenatore di calcio Bernardini (Nazionale e Fiorentina) e Enzo Ferrari. Il fratello di Bruschino, Romolo, detto il Cagnolo, illustre difensore della squadra di calcio Pistoiese, lo vedo tuttora in bicicletta girottolare per Pistoia, avrà 85 anni (2022) e sta proprio bene, mi saluta con affetto e senz’altro non sa che mi sono arrogato la funzione di pettegoliere dell’Arca e dintorni. Ricordo che eravamo al Boario a giocare al pallone io e i tre fratelli Tuci, Bruschino, il Cagnolo, il Mecchi e mio fratello Antonio detto Tonino, poi degno professore di Matematica. Il Mecchi, fratello dei due Tuci, Bruschino e Cagnolo, dopo un’azione riuscita bene, fece veloce il verso di aprire i pantaloncini davanti, insomma allentò la gomma che tiene su i pantaloncini corti e disse:
“Badate qua, tutte verginelle… gli son toccate a questo pispolone!”
E in un attimo gli altri compari gli sputarono sull’uccellaccio ridendo a squarciagola.
E l’Antonellino? Io passai dal Boario al Tempio, dove c’era Don Siro, un prete sempre dietro a qualche sposa della sua parrocchia, per poi finire alla palestra Marini dove si parlava di Palla a Canestro non di Basket e feci parte degli juniores della Permaflex, tuta gialla e scarpe bianche della Superga. Solo la Simmenthal di Riminucci aveva le Superga rosse alte e noi si ringraziava il Pofferi (titolare della Permaflex) per la sua generosità che ci faceva disputare i campionati in giro per l’Italia, con pantaloni grigi e giacca blu, camicia celeste e cravatta blu e rossa…

Antonelli dottor Franco
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IL GENTLEMAN DI MONTEMURLO

Chi non ha mai visto la bottega di Mauro Tredici a Montemurlo(Prato), non può immaginare cosa significano le parole ‘genio e sregolatezza’ . A dir la verità c’è un altro in Toscana che si può dire fratello di Mauro ed è il Mario Nutini, pilota Beta anni 50. Non so se si conoscono, i due; ma credo che se vedessero le rispettive botteghe, si riconoscerebbero gemelli. Per le loro officine non si può parlare di mancanza d’ordine, perché non è un vero e proprio disordine, è qualcosa di più, un bailamme.
Provate ad immaginare: il Tredici appoggiò al muro, nel 1955, un Ducati 98 ritirato in permuta di un NSU 175; poi arrivò uno che aveva bisogno della ruota anteriore del Ducati, e lui, mosso a compassione, gliela dette per regalo, non per interesse. Poi arrivò un altro che gli dette indietro un Demm Dick-Dick per un Parilla, e lui l’appoggiò al Ducati 98 e se lo dimenticò. Arrivò il rappresentante dell’Olio Gedol, scaricò tre cartoni d’olio: uno sotto al banco, con il cartone del grasso e quello dell’acqua distillata, gli altri due sopra la sella del Demm. Il giorno dopo il corriere portò due scatoloni, uno dai Ricambi Lario, con stivali, caschi, parabrezza, fili, guaine, frizioni; l’ltro dalla Ducati, zeppo di ricambi. Uno andò sull’olio che era sulla sella del Demm. Il pomeriggio arrivarono per ferrovia tre scatole di ricambi Innocenti. Due andarono sulla scatola di stivali che erano sulle scatole d’olio che erano posate sulla sella del Ducati 98. Con gli
anni, la colonna arrivò a circa 60 cm. dal soffitto, perfetta per inserire il serbatoio del Ducati 750 Super Sport desmo che, spostato in qua e in là per tutto l’ambiente, non aveva mai trovato stabile residenza. Tutta l’officina è diventata, in 40 anni, una confusione geniale, un insieme di tutto e di nulla. Se uno guarda non vede niente, solo mancanza d’ordine o una quantità di disordine. Ma lui no. Lui, Mauro, sa cosa ha lì sotto, sa se da qualche parte ha la testata di un MV Disco Volante o le molle americane del Ducati 250 di quando correva.
Perché Mauro ha corso e ha fatto correre. Da corridore era un inglese, un gentleman. Mi vengono in mente le partenze del Tourist Trophy: una quantità incredibile di piloti che non sono nessuno, ma che partono ugualmente, per correre quella bellissima corsa, per partecipare. Il Tredici, senza saperlo, è un inglese, perché lui ha corso solo per gusto, per partecipare. Gli piaceva l’ambiente delle corse, in salita, in circuito; per lui era come quando la gente va ad una cerimonia e si mette l’abito nuovo: tuta Lewis inglese sempre tirata a lucido; casco Cromwell quando tutti avevano l’AGV o il Boeri Sport; guanti con il dito indice e medio scamosciati per pulire gli occhiali, Fospaic, naturalmente.
Ducati 250 assettato bellissimo con leve e manubri Menani, i primi che ho visto, – ma lui li aveva visti prima di me – freni Oldani davanti e dietro, forcella Ceriani, gomme Dunlop a pera, quando tutti avevano i Pirelli, serbatoi e selle del Ballanti. Il meglio. Si presentava sulla linea di partenza incredibilmente a posto, l’;avresti detto un grande campione, magari sudafricano, invece era sì un grande campione, ma di passione. Non andava piano, ma neanche forte. Una volta, alla Vergato-Cerelio, mi riconobbe in un tornante e mi salutò. Mauro Tredici è stato, ed è, un grandissimo appassionato. Molti non lo capiscono e lo biasimano perché, qui da noi, guardano solo al campionissimo, a chi
vince, e pensano che uno che non vince non ha diritto a partecipare; non immaginano neppure per quale motivo corra, uno che non può vincere.
Provinciali e campagnoli.
Lui sta un bel pezzo sopra a tutta questa masnada di falsi critici. Vendeva i Ducati, scrambler e sport, e praticava Bologna. Se sentiva dire del Wassell, comando gas, lui lo riportava e lo metteva al 250 da corsa. Tutti dicevano:
‘Che bisogno c’è?’;
Ma lui era un metro sopra, in un’altra dimensione, con altre tensioni. Riportava camme, forcelle Marzocchi al magnesio che nessuno aveva mai visto, e non necessariamente per sé, porca miseria, avete capito che razza di uomo sia?
Ho detto che ha fatto correre; è la verità: sponsor unico di parecchi corridori, ha sempre dato una mano, e quattrini, e materiale, a tutti, bastava chiedessero.
Piramo Marchetti ha corso per lui:
‘Quando Piramo andava, quell’altri correvano per il secondo posto, quelli bravi, diglielo se se ne son dimenticati!’
‘Mauro, come andò quella volta con Gallina?’ Gli domando.
“Gallina è un mio amico, volse provare con il mio Ducati, ma lui era già uno de’ meglio, io ero contento, quando partiva li lasciava tutti li, il monocilindrico, un motore…! Partiva a guardarlo, pronti via e non lo rivedevano, poi con i quattro cilindri, tutti ufficiali, dopo un giro, sulle diritte lo rimangionno! A Sanremo e sulla riviera adriatica, gli andea via, da primo… roba da piangere dalla felicità, e poi lo ringollaano, povero Gallina! Ma come gli andea quel Ducati!’
‘Mauro, me l’hai comprate a Bologna le Dunlop a pera per il Settebello? Per caso non tu hai mica un rinvio del contagiri?” Gli chiedo.
‘Di sicuro ce l’ho, ma ora non saprei… aspetta, le gomme sono lì dietro l’armadio.’
E s’arrampica come un ragno su per le montagne di ricambi, tira giù pinze Brembo serie oro da corsa del ’80, un freno del Derbi copiato dal Fontana, due mezzi manubri in cromo-molibdeno Menani, un volano di una Vespa…
‘Eppure era qui, l’avevo visto, mica tanti giorni fa!’
E continua a sbassare una montagna di ricambi, uno sopra l’altro … che se la tocco io mi seppellisce, e la riforma ad un metro di distanza, uno sopra all’altro, con un sistema artistico alla Pomodoro e poi d’un tratto:
‘Eccolo il rinvio, guarda, ce n’è due, uno per te e uno per me !’
‘Quanto ti devo dare?’ Gli dico.
‘Ma ‘l che mi vuoi dare, me li dette Farnè quando si vendea i Ducati, non volle mica gnente! Delle gomme … tu me le pagherai, da qualche parte ho un biglietto …”
‘Guarda che ora, ai mercatini, questi rinvii li vendono a peso d’oro!’ Aggiungo io.
‘Loro son loro, e io son io, io sono il Tredici di Montemurlo!’
Ora ha rifatto la licenza di Gruppo 3, per le rievocazioni, con un Derbi e un Minarelli; ma ha quasi pronto un 250 a molle, come quello d’una volta…

Antonelli dottor Franco
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AVVIAMENTO A MANOVELLA

Ah…le moto, belle quando partono al primo o al secondo colpo…che roba, ragazzi!
I Ducati mono, belli senz’anima, quanti ne ho spinti… il 450cc. in particolare, certe strisciate di gomma in terra a non finire. Vera bellissima carogna d’acciaio, è come un attrezzo da palestra, grandi sudate e maledizioni, minacce di roghi mai effettuate.
Ricordo solo affanno di polmoni, cuore impazzito e tumpeggiante, tanta desolazione, insomma…non so come la pensiate, ma non c’è niente di più frustrante di una moto che non vuol sapere di fare la moto, in specie se ci sono spettatori.
Ho un Desmo 450cc, un Ducati Sport del ’72, col freno a disco, che ‘sente’ gli accidenti; so che è difficile credermi, ma se volete ‘toccare con mano’ venitemi a trovare, io ci metto salsicce e fagioli, voi portate il vino e vedrete se è vero…
Se gli fo una coccola o gli dico una parolina buona, a tutta bocca, il Desmo parte al primo colpo anche con candela bagnata e scintilla debole: ce la mette tutta ed è bravo, neanche fosse un Guzzi Falcone. Ma se mi sente dire qualcosa a mezzi denti, o solo lo suppone… e lui suppone, e come!
Meglio lasciarlo perdere, sorbiamoci una dormita in compagnia di un canale TV, uno qualsiasi.
A quel punto, avrete capito che è permaloso oltre misura, posso cambiare puntine, batteria, condensatore, bobina, soffiare il Dell’Orto, dargli anche un bacino…niente! C’è poco da fare, anch’io sono scontroso e suscettibile, lui forse lo ha capito e si è adeguato.
Ricordo la lavagna delle elementari: veniva girata e su ordine della maestra che si assentava un momento il capoclasse scriveva i nomi dei cattivi e dei buoni. Io l’ho fatto con le moto, da una parte Gilera, MV e Ducati – se mi sente – dall’altra i ‘ buoni’ ovvero Guzzi, BMW e Morini, quelli che vanno in moto e non ti fanno desiderare l’ultima quattroruote con tredici ABS.
Mi adagio e mi consolo nella sicurezza di questa distinzione, già ben assodata perché provata.
I Morini, tutti, sono dei fenomeni nell’andare in moto sempre, anche con la benzina vecchia, quella che puzza di gomma arabica. Ti infondono serenità. Gli vuoi bene, lo guardi, ti dà fiducia e non gli testi neppure la corrente…una spillatina al carburatore, un’aspirazione, giù col piede e lui borbotta un simpatico e fedele minimo.
Di solito.
Ho un Moto Morini Supersport 175 che aspettava da tempo di far sentire la sua voce. Completato il restauro, ho invitato gli amici – azione molto nefasta da non ripetere mai più – al vernissage.
Benzina super fresca, candela nuova, tutto nuovo, anche il carburatore Dell’Orto di 25mm.
“ Ti si dà una spinta? “
“ Che bisogno c’è?”
Rispondo, metto il piede sulla pedivella e giù! Nulla…giù! Nulla…rigiù! Nulla…
Di nuovo una bella scalciata e lui niente, neanche un cenno, un minimo borbottìo.
“ Chiudi l’aria!”Suggeriscono gli esperti, spettatori maledetti.
“ L’ho chiusa!”
Ridài sulla pedivella … e lui zitto.
“ Proviamo con una spinta…” mi provocano.
“ Ma che scherzate, oh…è un Morini !” Rispondo.
“ Ma diamogliela, via, una spintina !” Ironizzano.
E la paura, lenta e sottile, ma già palpabile, e la frustrazione, cheta e invisibile, cominciano a filtrare dentro di me.
Bandiera bianca.
Spingendo comincio a pensare ‘ stai a vedere che non parte ’ e infatti, nulla … e dai e dai, insisto, comincio a sudare, mentre il mio Ducati 450 guarda soddisfatto da dentro il garage, gode anche lui.
“ Oh, vagabondi, datemi una mano !” E quelli, carogne, godono se non parte, stai sicuro che godono, quei vigliacchi di amici.
Dai dai, un colpettino … uno scoppietto, uno scoppio più grande, due, tre, bra … bra … bràbam, bràbam, bràbam …
“Hai visto finalmente!”
Bagnato mézzo, sudore a fiume sulla schiena, soddisfatto, guardo gli altri…mezza vittoria, gas in mano, attento a non ingolfarlo, il motore è freddo.
Mi rilasso e il motore perde il minimo, manca qualche colpo, sgasso per richiamarlo in vita, si spenge, avevo chiuso la benzina…
Le gambe tremanti, le braccia giù, lo spirito più giù, in faccia lo sguardo perso del naufrago.
Doppia bandiera bianca.

Antonelli dottor Franco per Motociclismo

ALVARO L’AVARO 

Non gli fregava assolutamente nulla se la gente, gli amici, i clienti – era barbiere- lo giudicavano uno spilorcio.
Lui osservava la sua condizione da un lato positivo e si dichiarava un risparmiatore.
Uno Shylock di provincia, di razza, però! Secco allampanato, non mangiava per non consumare, per non spendere. Una maglia gli durava secoli e delle mode non gli importava. Le sue scarpe non conoscevano il calzolaio e il buco nelle suole lo riparava da sé con una pezza di cuoio infilata dall’esterno. Gli bastava andare avanti un altro mese senza patire la risuolatura, poi altra pezza…Nel suo genere, quello degli scrocconi impenitenti, era un fenomeno. Conosceva l’arte dell’arruffianamento garbato e rimediava sempre un posto in qualche macchina diretta a caccia in Maremma.
Perché Alvaro, che non si era concesso mai nulla in vita sua, era un cacciatore, a modo suo.
Un cacciatore molto particolare. Ricaricava le cartucce finché il cartone del bossolo chiedeva pietà. Non si vergognava a chiedere un avanzo di polvere e i pallini se li faceva da sè, senza mai insegnare come. Per borre, tappi di sughero color del vino amorevolmente ritosolati, cartoncini ritagliati con le forbici…un’autarchia impressionante che dava luogo a fucilate a fermo, non ad un solo uccello, naturalmente. Se ne dovevano affilare più di tre, perché la preda fosse degna della sua schioppettata, che spesso era improbabile per le misere capacità delle polveri che gli regalavano.
La taccagneria lo aveva rivestito in ogni comportamento e quando dalla macchina gli amici scendevano a un bar di cacciatori per un caffè notturno, lui rimaneva a bordo per scansare il rischio tremendo dato dalla eventualità di doversi frugare in tasca.
Per lui un altro pericolo era rappresentato dalla spartizione degli uccelli a fine caccia.
Non era mai stato possibile conoscere il numero dei capi che aveva rimediato e che non disponeva in comune, anche se era sempre pronto a dividere quando vedeva gli amici con dei mazzi sopra la norma.
Era solito mascherarsi sotto lecci e pini per tirare a tordi e capinere, fermo come una statua, per ottenere, come sempre, il massimo col minimo. I suoi compagni lo compativano, lo schernivano, ma lui ci stava a farsene dire di tutti i colori, pur di riuscire a contentare il mostro avido che da dentro lo spingeva a raccattare, raccogliere, racimolare, prendere, mettere insieme, ottenere, avere…
La cacciatora che indossava era un regalo del fabbro di via Gorizia, altro personaggio…- lasciamo perdere, sarà per un’altra volta- che s’era deciso a quel gran passo dacché il barbiere lo aveva circuito tramite sua moglie, ingenua ma risoluta nel convincere il marito che…
“Insomma, s’è fatta la casa nuova e te ti ostini ad andare a caccia con quello straccio addosso?”
“T’ha convinto Alvaro? Se non glielo dici te, ci penso io…il fustagno per quella nuova è già dal sarto ma a lui non gli do nulla, me la deve chiedere, non parlare con te.”
Se pensava che il barbiere si vergognasse a chiedere, si sbagliava di grosso. Mentre lo schiumava, insolitamente sull’abbondante, per la barba settimanale, mise la lametta nuova e s’apprestò a raderlo.
“Guarda che trattamento…lametta nuova! “ Quindi gli s’avvicinò all’orecchio.
“Lo sai del Ciabatti?” Erano soli, in bottega, ma parlava sottovoce, con un fare segreto.
“Che ha fatto?” Sussultò nel sentire il nome del suo concorrente, fabbro in una frazione vicina.
“Ha morto sette tordi al rientro.”
“Dove? Ma sei sicuro?”
“Non l’ha mica detto a me. S’è sbottonato con un suo amico…”
“Dimmi dove, ti giuro che non lo dico a nessuno, per l’appunto stasera non so dove andare, a S.Quirico ieri sera non n’hanno visti e al boscone delle Volpaie non è rientrato neanche un lusuì.
E fu così, facendo la spia, che Alvaro ebbe la cacciatora del fabbro, lisa da buttare via.
Chiunque l’avrebbe gettata, ma non lui che la fece rammendare da quella santa donna di sua moglie con toppe di velluto in tinta. La indossò per una scaccia sociale a tordi e merli come fosse nuova di vetrina.
La soddisfazione del non avere speso nulla era in lui maggiore di qualsiasi altra considerazione.
Gli uomini normali allibivano non rendendosi conto, ma lui …godeva.
Non partecipava alle cene di caccia perché, si sa, qualcosa c’è sempre da pagare. Gli amici cacciatori portavano gli uccelli ma il resto della cena…perdinci, bisognerà riconoscere all’oste un po’ di spese e di guadagno, no? Ma a lui i ristoratori sembravano sempre più che cari, inoltre, nell’occasione di cene, per non partecipare, denunciava strani malesseri di pancia, gastriti croniche, enteriti fulminanti, nottate passate in compagnia dei digestivi più strani.
Ma il Tassotti, capobanda degli amici, una sera al bar giurò che avrebbe trovato il modo di riscontrare se davvero il barbiere avesse in tasca un nido di vipere.
I congiurati, con Alvaro, osservarono il più sacrale silenzio. D’altronde sarebbero stati tutti contenti di vedergli pagare qualcosa, evento mai accaduto a memoria dell’Arca, rione dove aveva sede la bottega di Alvaro. Comunque il laccio era teso, o per lo meno si stava cercando di tenderlo con quanta più abilità possibile.
Avvenne che il Tassotti, sensale di maiali, si regalò una doppietta Beretta Piccione in occasione di un affare, molto importante, andato a buon fine. Se ne vantò, della vendita, e aggiunse che voleva rendere partecipi della sua contentezza anche gli amici. Offrì una cena da Bombolino e in giro fu visto un foglio malandrino con i nomi degli invitati.
Come d’incanto e per miracolo al barbiere sparirono languori e dolori di stomaco, sostituiti da interrogativi esistenziali sul perché il suo nome non fosse presente nella distinta degli sbafatori prossimi venturi.
S’informò delicatamente, blandì, chiese con circospezione, inviò un leggero messaggio per il tramite di un caro amico del Tassotti, maialaio pur esso e suo compagno di caccia.
Esuberante ed estroverso, come sempre, gli piombò in bottega.
“Come facevo ad invitarti… tu sei sempre malato, o ti fa male il piloro o l’epigastro, quando tu hai dolori o movimenti peristaltici…tu ti lamenti un giorno sì e l’altro pure… come potevo immaginare…”
Commentò il maialaio, felice di vedere che l’esca era giusta e la pania stava funzionando.
“Sì, è vero, tu hai ragione, ho passato un periodo… anche in Maremma con quei ragazzi non sono stato punto bene, ma ora mi sono ripreso. Se vengo, comunque, lo fo per l’amicizia, per stare in compagnia di voi che siete tutti clienti… di certo non per mangiare.”
“Guarda, ho fissato per sabato sera, alla trattoria di Bombolino, ho fatto un affare di trenta maiali con un convento di frati, là nel Fiorentino, ho guadagnato bene e ho voluto offrire una cena per stare tutti insieme. Lo sai? Per il giorno dopo ho prenotato la corriera dal Banci, si va tutti insieme in Maremma a tirare alle lodole, tutto a spese mie… se muoio, ve n’avete a ricordare per bene del Tassotti. Crepi l’avarizia! “
Alvaro aveva assorbito il programma cena-caccia come una spugna secca l’acqua. Ringraziò brocciolando che sarebbe stato presente pur non uscendogli dagli orecchi quella dissacrante parola, blasfema, testimoniata per ultima dal Tassotti.
“L’avarizia…”pensò,” che ne sanno questi scialacquatori… questi sacrileghi…”
La mattina a buio, alla caccia in piano di tutti i giorni, si ritrovò con gli amici , tutti invitati, al Campo di Volo. C’era una brinata che strinava i baffi anche a chi non li aveva e il freddo anchilosava le dita delle mani. Martinelli posati non ce n’era, beccaccini neppure, così fece capannello con gli altri, l’argomento era la cena gratis. Tutti sapevano che il laccio al barbiere era stato teso con maestria da quei figli di puttana della banda del Tassotti, gente che aveva preso per il
culo anche le su’ mamme, vantandosene.
“Ma che ha fatto preparare…?” S’informava.
“C’ero io” asseverò il sarto, il Sali “ quando ordinò la cena a Bombolino.” Disse che quel che ci voleva ci aveva a essere, che non badava a spese pur di onorare il nome suo e di tenere in massimo conto l’amicizia…”
A giorno, ognuno tornò al suo mestiere. Rimase solo Walter, il vinaio, che apriva bottega alle 9 per rimanere, solo, ad aspettare qualche lodola rifrullona.
E arrivò il momento della cena.
L’oste era stato avvertito che a fine mangiata non doveva portare il biglietto del conto al Tassotti, mecenate occasionale, ma ad uno della sua combriccola, tale Cecchelli, imbonitore sopraffino.
E le bocche non furono mai ferme, impegnate a raccontare di stoccate, a macinare cibi divini, ad accompagnare gesta di tiri fenomenali, a delibare vini da favola.
Il barbiere, lui solo, non aprì mai bocca che non fosse per alimentare mandibola e molari.
Raccontano che non vide neppure chi aveva accanto, impegnato com’era a ingollare tutto quel ben di dio, che s’offriva gratis alla sua bocca rapace.
E ingollò l’arrosto di tordi, e la lepre in salmì, divorò l’arista di maiale con le rape.
Onorò i bozzoletti teneri come il burro, mai sollevò la testa dal fiero pasto, neppure quando Olinto calzolaio fu costretto a raccontare, per l’ennesima volta, la sua famosa padella alla lepre al cuccio, evento che lo perseguitò per tutta la vita, facendo ribollire di risate orgiastiche tutta la saletta.
Alvaro sapeva che un’occasione del genere non sarebbe capitata più e si dava da fare a ingurgitare.
I bozzoletti in umido sparirono e nel vassoio di portata rimase il loro olio ma lui non fermava le sue mani di rapina: dispose fette di pane a inzupparsi in quell’infimo intingolo per non rischiare che fosse buttato via e se ne cibò con bramosia, come fosse una vita che non mangiava. Gozzovigliò con ingordigia, si rifocillò con cupidigia, non gustava neppure i sapori, solo dedito a soddisfare la voracità e l’insaziabilità dell’egoista, succube fedele della dea dell’Avarizia, la parassita mentale che coccolava dentro di sé.
Mangiò per dieci e rallentò l’azione solo quando ebbe spolverato avanzi di vassoi di frutta e dolci.
Alla faccia della gastrite!
Ed arrivò il momento della tagliola.
Bombolino, dopo aver disposto bottiglie di Grappa e Amari, si condusse con un foglietto ripiegato verso il Tassotti, ma fu intercettato, come d’accordo, da quel gran figlio di puttana del Cecchelli che, dopo aver osservato la cifra del conto, commentò:
“Ragazzi, per mangiare s’è mangiato bene ma io non ci sto a far pagare tutta la cena al Tassotti anche se lui è disposto…” ma il maialaio sbraitava per avere il biglietto del conto e tirò fuori un gran mazzo di quattrini, e pareva voler comprare il mondo intero, e indignato urlava contro Bombolino e contro tutti gli amici che si passavano il foglietto dicendosi d’accordo nel ringraziare, ma opponendo un fermo rifiuto a ché il Tassotti pagasse la cena.
Il Cecchelli fu il primo a tirare fuori soldi dal portafoglio, subito imitato dagli altri.
“Tu pagherai una pizza per quei maiali malati ammollati a codesti poveri frati…”
Alvaro vide girare fogli da mille e all’improvviso divenne serio. La sua faccia assunse un tono cromatico che virava dal verde a un viola cianotico. Balbettava in preda alla paura e roteava gli occhi in giro quasi a cercare aiuto, ma gli astanti ridevano dalla soddisfazione di aver mangiato bene e di aver chiappato nella cestola niente meno che il re assoluto degli scrocconi.
Il Cecchelli fece il giro per riscuotere dai commensali che sapevano della beffa e pagarono contenti del danaro che fu rifuso, perché il Tassotti, la cena, l’offrì davvero.
Alvaro sentì la bestia interna che s’incazzava: la dea Avarizia cercava di strangolarlo. Un affanno mortale lo colse mentre stropicciava i soldi da mille, uno per uno, tra l’indice e il pollice, per non correre il rischio di darne via due per uno.
Ma il Cecchelli, senza pietà, appena vide che la cifra era giusta, glieli sbarbò di mano, lasciando Alvaro nella desolazione più agghiacciante.
La corriera per la Maremma partì, stracarica di cacciatori festanti, a buio fondo, ma senza di lui.

Antonelli dottor Franco
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BAUTTA, IL PIU’ FAMOSO BALISTICO CHE LA STORIA RICORDI

Nella sua biblioteca, a sviluppo tematico unidirezionale, erano presenti gli scritti di tutti i balistici vissuti, viventi e di quelli “in fieri”. Conosceva a memoria i trattati di Journee, Negri, DeFlorentis, Bottura, Ciseri, Churchill, i consigli di Gallina, Granelli e Matteoni.
Personaggi che idolatrava e con alcuni dei quali coltivava, con segreta e lussuriosa ghiottoneria mentale, un epistolario denso di domande e risposte su calibri, cartucce, fucili, rosate, concentrazioni, percentuali di probabilità relative e assolute – scusi, ingegnere, la portata è uguale alla gittata?- dispersioni, energie relative, pressioni, velocità a uno, dieci e trentasei metri e coni di raccordo delle strozzature, ah…i coni di raccordo!
Per Baùtta, pignolissimo orologiaio di Monobasilia sul Borra, non c’erano segreti negli sviluppi interni delle canne. Ad un avventore d’armeria che, buon colpitore ma ignaro, aveva comprato un
sovrapposto senza controllare gli estremi della foratura, imbastì una teoria altamente dotta e tecnicamente supportata che ne indebolì le certezze.
Con le canne in mano pontificò ed espresse i suoi dubbi sull’alesaggio di mm.18,4 dei tubi. Affermò che non c’era progetto strutturale, molto meglio mm.18,3 se si è inclini allo stretto, con tutti i vantaggi e difetti di tale misura; oppure mm.18,5, che, per lo meno, decisamente larga, avrebbe approfittato dei pregi della foratura abbondante…Comunque invitò il tapino a casa sua, dove, con un particolare alesametro, si sarebbe potuto misurare il cono di raccordo camera-canna e canna-strozzatura. Solo in base a questi dati avrebbe avuto conoscenza della più corretta lunghezza di canna e della strozzatura giusta per quel fucile. Le stelle, i decimi…?
“ Caro mio, s’è mai visto un produttore segare in due una canna nata male ?”
“ E allora ?” Domandò il povero diavolo che sentiva arrivare e scivolare per la schiena il freddo dubbio dell’ignoranza assieme all’incapacità di colpire, immaginando le padelle succedersi senza motivo apparente, arcane e subdole.
“Allora bisogna essere al corrente, conoscere, sperimentare, informarsi, sparare, documentarsi, leggere, studiare…per sapere, avere cognizione, presagire. Joule, chilogrammetri, pressioni, velocità iniziali e residue: la balistica è una scienza articolata, esatta ma complessa, è legata alle condizioni atmosferiche, alla struttura atomica degli acciai, alla loro resilienza, agli indici termodinamici dell’infiammabilità delle polveri, al numero e alla specie del piombo, all’apparato di borra, al tipo di chiusura della cartuccia, dell’innesco a uno, due, tre fori, al calore della fiamma di vampa d’accensione, d’esplosione, i fuochi lunghi…
Il poveretto, digiuno fino allora di questi problemi, si sentiva venire meno e Baùtta, notata la terrorizzata defaillance, infieriva senza pietà , col sottile piacere della tortura lieve e senza fine sulla vittima che mostrava la gola, in segno di resa.
“Magari tu spari a una passera senza pensare che dalla pressione sul grilletto si sviluppa una reazione a catena, retta da complesse leggi chimiofisiomatematiche, note solo a determinati privilegiati scienziati della termobalistica, uomini in faccia gialli come limoni, gente che non ha mai visto il sole, non mangia, non beve, non dorme…solo studia e medita.
“Ti verrò a trovare” balbettò l’infelice,” si misurerà, andremo alla placca, poi mi dirai che cartucce adoprare.”
“Le cartucce? Mmh…come la fai facile…una cosa alla volta, alle cartucce ci penseremo.”
Il ragno balistico aveva tessuto con maestrìa la sua tela e catturato il meschino moscino che s’era impigliato senza speranza.
La rastrelliera di Baùtta mostrava fucili d’ogni marca e calibro ma quello che adoprava con maggior frequenza era una doppietta Beretta 410 modello Piccione che rappresentava la “summa “ delle modifiche balistiche. Nata con piega al tallone di mm.60, era stata modificata a mm.57 dietro circostanziato e sublime parere di un esimio balistico che gli aveva consigliato di misurarsi clavicola, scapola, omero, radio, ulna, il collo dal tronco al mento e da qui allo zigomo. Più le variazioni e le rettifiche erano difficili e improbabili, più erano accreditate come risultato scientifico superiore e dogmatico.
Il calcio di quel bellissimo e sfortunato “Piccione”, di un onesto e discreto noce di chissà dove, fu piegato, tagliato, addirizzato, vaporizzato, deviato, sverniciato, assottigliato, rialzato, raspato, scartavetrato…poi tripoli, olio di lino,- scusi, ingegnere, non è meglio la gommalacca?- zigrino, cuspidi…ah, la pitch…!
Le canne di cm.71, nate7/10 e 10/10, avevano subìto l’accorciamento a cm.70 e l’allargamento a 6/10 e 9/10. Una stagione di caccia, povera di prede e ricchissima di padelle di ogni formato, materia e colore e un fitto epistolario con i soprannominati esperti termobalistici l’avevano determinato nel portare la lunghezza delle canne a cm.68 e le strozzature a 2/10 e 5/10. La doppietta cominciò ad assolvere il suo dovere in maniera sufficiente, solo qualche uccello ferito, ma c’era il cane…
Per Natale, su ferma di Anselmo, vecchio spinone in pensione con più nessuna voglia di cacciare, Baùtta sparò a un maschio di fagiano delle dimensioni di un ombrello, aperto, of course. Il rumore delle ali fu mitrallero, l’animale s’incolonnò con un osceno bercio gutturale, incazzato nero. Al fracasso tritatimpani, un’angosciosa paura attanagliò la vena carotidea del superno orologiaio balistico che sparò la 2/10 nella direzione dell’uccello, orrido, che pareva irriderlo. Quando gli addirizzò le canne per la seconda botta il colchico era a sessanta metri e, forse per provocazione, lasciò andare un informe residuo liquamoso di materia intestina.
L’interscambio epistolare con i suoi Padri riprese con elevata frequenza. La parola “ padella” era all’Indice, proibita e l’origine dei mancati successi tiravolistici era da cercarsi esclusivamente in deficienze cinetiche di percentuali progressive per quote statistiche negative di settori residui di placca e deficienze anelastiche molecolari specifiche di acciai con vitiosa permixtio.
Il “Piccione” concluse la sua carriera con 65 centimetri di canne, entrambe cilindriche, con notevole soddisfazione di Baùtta che vedeva conclamate e esatte le teorie sue e dei suoi Padri. Sistemò il fucile nella rastrelliera come un becchino il morto nella bara e si recò, felice, di buon mattino, dall’armaiolo a ordinare un sovrapposto che però avesse le canne di cm. 66,5 e le volate…

Antonelli dottor Franco
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PROIBITO MORIRE

Morte e risurrezione di un paio di scarponi,di un cacciatore e di un tordo.

Quanto tempo che non toccava i suoi scarponi! Girandoseli tra le mani s’accorse di quanto si fosse rinsecchito il cuoio. Puliti e affamati … di grasso
Ricordò di averli strofinati a dovere con spazzola e panno umido e di aver rimosso il fango tra i denti delle Vibram con uno stecco appuntito di stipa, come consuetudine.
Li aveva lasciati ad asciugare lontano da fonti di calore,in un ripostiglio,
appesi a un chiodo massiccio uso a sostenere prosciutti.
Lì erano rimasti in letargo. E lui se n’era dimenticato.
Il grasso da scarponi era stato a portata di mano ma non l’;aveva adoprato: il Calendario Venatorio aveva vietato i filunguelli e per lui la strada meravigliosa della caccia era giunta al termine. Che avesse voluto rendere partecipi dell’avvilimento anche le sue calzature?
Poi, anni di vita mediocre…poi, finalmente, di nuovo gli scarponi tra le mani!
Prese gusto nello spargere il grasso inglese in ogni cucitura, premendo e ripassando con le dita nella grossa impuntura tra suola e tomaia. Con la sinistra dentro, l’altra accarezzava e girava col palmo unto in ghirigori, avanti e indietro.
I numerosi piccoli tagli sul cuoio testimoniavano avventure di cui era geloso e che niente e nessuno gli avrebbero potuto togliere: nemmeno l’arrogante e incompetente Calendario Venatorio che si ostinava a vietare la caccia a specie in buona salute come filunguelli, calenzoli, passere e storni e a permetterla ad allodole e sasselli bisognosi di bandiera bianca.
Da tempo aveva rinunciato a vivere, ma il trasloco in corso lo stava costringendo a riprendere in mano tutte le cose di caccia, sistemare i fucili, dividere le cartucce del 20 da quelle del 12, attrezzare gli scaffali.
Il lavoro era piacevole anche se inzuppato di dolce amara nostalgia.
Aveva riservato agli arnesi di caccia un angolo del nuovo garage e si tuffò tra gabbie, civette e pavoncelle impagliate. Ristette tra stampi di storni e ricordi e chioccoli in ottone e in legno. Indugiò tra scatole di borre in feltro e spessori di cartalana e avanzi di Sidna e S4, Anigrina e DN, tra memorie di fucilate impossibili e ancor brucianti padelle. E poi affili e cartuccere e paraffina e rifilabossoli e orlatori tondi e stellari e calibratori…toh! la bilancina…
Aprì la piccola scatola di legno e all’interno, rattrappito, miscelato con paragoni leggeri di centigrammi e milligrammi, il foglio più segreto con dosi per la doppietta Beretta 410 calibro 20. In stampatello l’indimenticabile: gr.1,45 di Sidna, cartoncino rossonero ad accostare, borra in feltro Purgotti, gr.24 di piombo Montevecchio n°12 nichelato, sugherino di chiusura,orlo tondo a becco di civetta su mm.6.
Pitigliano, Canino, Alberese…tordi, filunguelli, lodole, pispole, brevieri, fossacci, fanelli…tutto finito?
Un lampo dagli occhi rimbalzò sul fondo di una scatolina di inneschi 6,45 a tre fori del dr.Jacobucci, Cercola.
Quattro anni senza caccia erano stati decisamente troppi.
I suoi amici, quelli veri, quelli che si erano spezzati le gambe assieme a lui lungo le forre e i fossi dell’Amiata, avevano smesso, con grande soddisfazione delle mogli rientrate in possesso degli scioffèr* ufficiali.
Lui aveva resistito cacciando da solo in prossimità della città, sempre troppo vicino, pur a distanza legale a qualche strada o casa o frutteto o treno o autostrada…
Adesso provava un piacere indicibile in mezzo ai suoi arnesi. Smontando il semi automatico assaporava il gusto meccanico del blocco mobile dell’otturatore che copia l’unghiata sulla culatta. Non fece mancare un’occhiata al nottolino della biella che tende sempre a sfilarsi e controllò che l’anello Seeger sul pistone non fosse corroso.
Con un pennello spazzolò il gruppo di scatto che non ne aveva bisogno ma accettò dolcemente quell’atto d’amore. La canna di cm.67 strozzata 8/10 e forata a 18,3 luccicava come un cristallo polimentato ma ebbe una pulita e
una vaporizzata d’olio.
Provò lo scatto su un bossolo sparato, due o tre volte scarrellò masturbandosi mentalmente col rumore; il pensiero corse alle migliaia di cartucce nuove e ricaricate che quel semi automatico aveva digerito senza mai incepparsi nè brontolare. Quante saranno state…settanta, ottantamila,chissà? Beretta A 300 classe1968,che fucile!
Con tranquillità si diresse alle Poste maldisposto ad alimentare il ghiotto becco burocratico dell’uccello più ingordo, quello cui non si è mai potuto sparare. Poi fotografie e certificati medici. Poi…pronti via!
Era d’ottobre e s’era levato a buio per tentare un tordo al bosco di Montebono.
Appoggiata la bicicletta a un leccio stette in adorazione dello spittinìo di sveglia di pettirossi e capinere. Guardava la luce rinforzare annusando l’aria, un’aria dolce flussata dal vento di mare insieme a nuvoli scuri e malinconici pronti a piangere. Distillava la sua più bella apertura di caccia, centellinava il piacere, raffinato di indossare pantaloni e cacciatora di fustagno lisi al limite delle toppe.
S’era acquattato dietro a un corbezzolo dai frutti ancora acerbi, ammirando branchetti di filunguelli e calenzoli che passavano a fune. Gli occhi erano allertati per un tordo o un merlo mentre l’indice della destra andava, consueto tic dal grilletto alla sicura.
Davanti a lui una fitta pineta piegata dal tramontano sembrava opprimere un siepone verde scuro di antichi allori dall'amaro profumo. Una quercia mezza secca, al limitare del bosco, pareva messa lì a bella posta come il posatoio più gradito per i piccoli migratori.
In canna e nel serbatoio tre Storno Maionchi con 35 grammi di 10 nichelato.
Era di nuovo pronto a far bum, ad affermare se stesso, acchiappare, a pensare di nuovo all’inspiegabile contrasto tra il piacere di sparare, accarezzare le penne e il voler rendere la vita e non potere.
Tre ore circondato da uccelli proibiti non lo indussero in tentazione o a sconforto. Cambiò posto imbrattando gli scarponi: non evitava il fango, anzi lo cercava per provarne la scivolosa consistenza e la presa. Era un godimento peloso camminare guatando, con il Vecchio Trombone senza cinghia appoggiato di traverso sul braccio.
S’avvicinò a una vigna e colse un ciocchino di Trebbiano, cinque chicchi dorati color del sole e dell’ambra.
All’improvviso vide il tordo, a una ventina di metri, nascosto tra i pampani, impegnato come lui a pulire i resti di una vendemmia affrettata.Si guardarono un attimo, poi quello schizzò via a palla.
Una fiammata di adrenalina e un’istantanea imbracciatura disinvolta e perfetta: a occhi aperti appoggiò la guancia, lo incannò lasciandolo scivolare sui trenta metri per la botta più banale, l’aveva già in tasca ma rialzò la testa dal calcio continuando a guardarlo arrivare ai sessanta, settanta metri.
Quando fu certo che fosse a due tiri sparò…non per ammazzare, solo per urlare a tutto e a tutti che lui, uomo con fucile, era di nuovo in azione, vivo per portare il cibo a casa.
A casa, soddisfatto,notò che anche gli scarponi avevano assunto di nuovo il loro aspetto,quello giusto.

* scioffèr = chauffeur = guidatore

Antonelli dottor Franco
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RIBALDI LAMPREDIO DETTO L’OMBRA

Non avevano scampo. Lepri, fagiani, starne, cinghiali…tutta la selvaggina della riserva ”Le Ghiande”, dei conti Ugolini Sozzifanti, temeva il suo passo felpato, l’ istinto affinato e spietato di predatore, la sua ombra notturna.
Le Guardie s’erano messe il cuore in pace.
Quando la proprietà le chiamava, allargavano le braccia e parlavano di volpi.
I Conti sapevano… come tutto il paese; tutti erano a conoscenza che Ribaldo Lampredi, detto l’Ombra, era il re indiscusso dei bracconieri, il rastrellatore dei fagiani della riserva, il vero padrone de “Le Ghiande”, altro che il conte Severino!
Lo era per diritto ereditario, giacché suo padre aveva ricoperto quel ruolo. Quello morì di vecchiaia, mai preso. Ribaldo aveva imparato tutto…e dal migliore. Anch’egli non solo mai acchiappato, ma neanche visto: ne era orgoglioso, ci teneva proprio.
Schifava la concorrenza e nessuno si azzardava a entrare nella riserva, non per paura delle guardie, ma di lui, l’Ombra.
Spesso aveva ripulito lacci, schiacce, saltaleoni, arconi e cestole di qualche bracconiere affamato fuori zona! Amico e fornitore di macellai vicini e lontani, l’Ombra era diventato argomento di veglie, di fantasie che avevano celebrato i suoi carnieri.
Innamorato follemente della sua Agatina, non faceva mancare niente né a lei, né ai sette maschi vuti in quindici anni di matrimonio. A caccia pensava ai suoi ragazzi, a quelle bocche aperte…Ribaldo era un cacciatore particolare, attento alle leggi della natura, pur interpretandole a modo suo. Se i clienti chiedevano starne, lui non insisteva sulla medesima brigata, lasciando la vecchia e due o tre giovani, per l’anno dopo. Non si appropriava di più di quel che aveva da vendere, rispettava le femmine pregne e smetteva di cacciare a primavera, con gli animali in amore. D’aprile si dava ai fossi, al torrente su alto, al fiume giù al padule. Per armi le mani e lunghi forchettoni, nasse di tutte
le misure e piallacci d’erba e terra per artistiche deviazioni, con secche micidiali. Cambiava solo genere e clienti. Vendeva a caro prezzo trote e broccioli, gamberi e granchi; a costo più vile anguille, tinche, carpe e reine.
Con l’arrivo delle tortore seminava per le stoppie chicchi di grano bolliti in grappa di vinaccia. Andava con gli arconi ad averle, con le schiacce a pispoloni, con le cestole a beccafichi per contentare i suoi clienti, tra i quali, primi ed esigentissimi, il farmacista e il priore del paese. Quest’ultimo, in particolare, ne chiedeva sempre di più e a Ribaldo era venuto pure il sospetto che li rivendesse…
Il Conte e le Guardie avevano sussurrato il suo nome anche ai carabinieri, che diamine…un bracconiere è un ladro! Ma in cuor loro forse lo avevano accettato come un male minore, meglio lui di bracconieri che ripulivano a zero le riserve. Ribaldo non amava in modo particolare l’estate, l’accettava perché non c’era alternativa e quel giorno s’era mosso presto, verso i Prati Alti: imperava la canicola del luglio avanzato. Arrivato in vetta al crinale, dette un’occhiata ai quattro venti, un controllino non fa mai male…e si dette a chiappare grilli. Erano anni che infilava fili d’erba nelle tane, piccole e tonde, svelto ad afferrare il collerico padrone appena usciva!
In un attimo lo legava con un filo d’erba, che piantava in terra. Avvicinava il sasso largo e schiacciato, lo disponeva a capanna sopra l’esca, lo teneva in bilico con due legnottolini dentati, eccitati dal filo d’erba e passava a un’altra schiaccia.
I Prati Alti, per i pispoloni, erano il paradiso. Quei sassi larghi e sottili vi erano stati portati da chissà quale cacciatore dei secoli passati. Ribaldo ne era l’erede assoluto e i Prati Alti la sua tesa estatina. Lassù le guardie non capitavano mai e l’Ombra stava tranquillo, rinselvato in un cespuglio di ginepro storto dal tramontano, erba tra l’erba.
Aveva cominciato a dar di fiato nel fischio d’osso e i pispoloni stavano arrivando. A uno, due, tre per volta, con quel loro volo caratteristico non lineare ma nervoso, dato dalla superficie alare troppo eccedente la leggera inerzia. Stavano per aria giocando, beandosi del sole come neanche le lodole.
Non si buttavano, strisciando sul pelo dell’erba si rialzavano veloci e improvvisi in competizioni d’ala senza classifiche.
Pensò di essere stato scoperto dai pispolni, si schiacciò in terra tra i ciuffi dei mirtilli. Se ne mise uno in bocca sempre adocchiando i suoi amici per aria e lì, col naso ad altezza d’erba come una lepre, si sentì un animale anche lui. Già, le lepri…
Con la coda dell’occhio scorse gli uccelli venire giù in picchiata, posarsi, pedinare, puntare quelle ghiotte e facili prede, entrare nelle trattorie e, d’improvviso, la volta del cielo addosso!
L’Ombra rialzò la testa con lentezza di rettile, guardando di tra le coccole del ginepro non vide pietre ritte. Agile e silenzioso, fischiando di risucchio ai pispoloni, rialzò i sassi, mise in tasca gli uccelli, schiacciò la testa a uno che svolazzava ancora. Riarmò le trappole, piazzò i grilli…tredici, come gli aveva insegnato il suo babbo, chissà perché … se l’era domandato spesso, perché tredici schiacce? La risposta non gli interessava più di tanto, se la regola era questa, e chissà da dove veniva, non sarebbe stato certamente lui a cambiarla, visto che funzionava così bene! A metà mattina il caldo divenne insopportabile. Canticchiando rimise giù i sassi, badando che ribaciassero le impronte senz’erba, osservò l’esile ginepro che gli faceva da riparo, con le tasche piene di uccelli guardò che non ci fossero penne in giro. Si buttò giù per i balzi di faggi, lesto e silenzioso, foglia tra le foglie. I crinali e le forre e gli stradelli scendevano impervi e il verde intenso si scolorava in un blu lontano e nebbioso che sapeva di calura. I tetti rossi e punteggiati distanti cominciavano a far fumo e gli venne in mente l’Agatina.
Si soffermò a vedere di qualche fungo, ma era un secco! Erano due mesi che non cadeva gocciola e
i cinghiali scavavano sempre più a fondo.
Così pensando Ribaldo arrivò ai castagni, tirò fuori la pezzola, annodò le cocche e si tuffò nella lamponaia, ricordandosi dei suoi ragazzi. La pienò e poi raccattò anche fragole, sentì una punta di fame e scarpinò deciso verso casa.
La strada sterrata del paese gli avvampò il caldo torrido, sulla polvere gli toccò assaggiarlo. Passò dietro l’orto del farmacista, bussò leggero alla porta a vetri, aspettando, complice, l’uomo grasso e sudato, ghiotto ed eccitato.
-Allora?-
-Non ce n’è…!- rispose l’Ombra –E’ un secco che non si rifiata neanche!-
-Ma come… t’avevo detto che mi viene gente a cena, fammi vedere!-
-Qualcosa ho rimediato, ma… perché non se li va a comprare dal macellaio?-
-Dai, tira via, non mi prendere per il culo, quello ce l’ha se glieli porti te, dai, fammi vedere, che hai… beccafichi o pispoloni?-
-Pispoloni, ho tutti pispoloni, ma si sono fatti furbi anche loro…-
-Vien via, vien via, se è questione di prezzo…te l’ho sempre pagati meglio del prete, che è vero o no?-
Tirò fuori il rotolo dei quattrini, Ribaldo gli dette una tascata d’uccelli e incassò.
Salutò perché era un uomo educato e fischiettando un briciolo d’opera s’incamminò verso la
canonica, dal prete, ma non per confessarsi…

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.ne

IL CINGHIALE DEL RIO BOTRE

Salendo per i balzi della Spelonca, Gino ripensava alla cena della sera avanti.
C”era un lume di luna che pareva mezzogiorno e camminava senza pila. Lo stradello veniva ormai adoprato solo dai fungaioli e i faggi gettavano le loro rame basse attraverso, così lui s’era inspallato il  Beretta Piccione 12 a sinistra e nella destra teneva un pennato col quale ghigliottinava la vegetazione più fastidiosa.
Quando al monte lavoravano boscaioli e carbonai gli stradelli erano talmente puliti che sembravano denti di bocca, ma il mondo cambia …
Aveva mangiato un po’ di troppo e bevuto un bicchiere a vantaggio e ora la bocca non la sentiva libera. Frugò nella cacciatora e dalla borraccia bevve un sorso d’acqua. Un’ora e sarebbe stato giorno e gli mancava ancora un po’ per arrivare ai Diaccioni.
Ripartì di buona lena, le gambe forti e agili salivano sicure e senza sforzo, l’albedine dei tremuli faggi aveva lasciato il posto agli scuri e ordinati abeti, lo stradello spianeggiava allargandosi e Gino del Molino di Rivoreta aggiustò il pennato nella custode.
Quante n’avevano raccontate a cena dall’Amelia ! E tutti fenomeni, e tiri lunghi più in là delle stelle, e mazzi di tordi che non s’erano mai visti e lepri come ciuchi sardegnoli e cinghiali come cavalli e nessuno che avesse accennato a una padella.
Da tempo immemorabile Gino caricava le cartucce da sè: Camia*, Randite, Universale,Eccelsiore* e Fonda da miscolare in dosi segrete, percentuali magiche da conservare in fiaschi spagliati sul tetto, al sole e al freddo.
Le lepri gli piacevano ma di cinghiali, quell’animalacci, non n’aveva voluto sapere e ora in paese non si parlava d’altro.
Terminata l’abetaia, la mulattiera continuava tra i prati sbiancheggianti di guazza.
Tutte le volte che arrivava in cima al passo, Gino provava una sensazione di uomo padrone; pur essendo buio indovinava il panorama e gli pareva che il crinale, gli abeti, gli orizzonti e il mondo intero e la pallina di Gesù fossero in suo dominio.
Uno zirlo lo rese attento e contento, aveva indovinato a venire lassù…Tutto ottobre gli uccelli avevano ritardato e ora s’era ai primi di novembre e qualcuno aveva visto i primi branchi di colombi, non gli ultimi. Un altro zirlo fantasma gli fece caricare il Beretta, guardò per aria e stimò ancora dieci minuti per il brùzzico. Pensò che per azzardare un tiro bisognava che un tordo o un merlo s’infilasse a sinistra verso la luna. Un altro zirlo e s’imbracciò, volse gli occhi spalancati ed ebbe la parvenza dell’ombra di un’ombra nell’impercettibile flavonico chiarore diffuso dal pianeta. Strinse e sparò la destra senza vedere, tirando a indovinare, allungò gli orecchi e sentì il timido puff dell’ìmpatto d’un uccello con la terra. Era solo sul valico, come aveva immaginato: un’ora e mezzo da Rivoreta, di passo buono, avevano sempre sconsigliato la gente di città.
Come schiarì, tirò a tre tordi e un merlo, sbagliandone uno ch’era calato d’ala mentre stringeva, mangiandogli la fucilata. Venne giorno e andò a raccattare il primo, ch’era un merlo e per un po’ non vide nulla.S’era piazzato dietro alla roccia di sempre e occhiolinava verso il Libro Aperto, sul fianco grecale dove erano soliti apparire i branchi dei colombi sbandati dalle fucilate della squadra di Fiumalbo sul Cimone.
C’era un leggero vento di sotto e la giornata prometteva bene, l’orizzonte era pulito e con un canocchiale si sarebbero viste le Torri degli Asinelli di Bologna.
S’acquattò perché un colombo, solo, aveva preso il mezzo dello scollacchio dopo aver riposato la notte negli abeti. Gino s’abbassò, preferendo stare dietro al sasso senza seguirlo con gli occhi per non farsi vedere. Contò fino a tre e s’alzò. Il colombo l’aveva sulla testa, fiancò dando la pancia…un leggerissimo anticipo al becco e lo gonfiò di piombo del 10. Mentre andava a recuperarlo tolse il bossolo annusando con piacere il fumo della polvere e del cartone sbruciacchiato. Mise due corazzate, il ventolino alzava uno sfridìo di penne bianche come la neve, sparpagliandole nel Modenese. In mano stava osservando i colori cangianti del colombo, gli soffiò nel petto, altre penne volarono, avvertì il calore della vita, il colore di una goccia di sangue, le gambe rubre dondoloni triturate, gli aveva tirato a venti metri. Prima di appoggiarlo sul sasso dove aveva disposto le sue prede, gli storse il becco per indovinarne l’età,
pensava a un buon risotto quando udì lontano un abbaiare convinto di segugi sull’usta. Forse la squadra della Secchia alla lepre…forse quelli di Pianosinatico…
Cinque minuti e scorse un cacciatore sbucare dagli abeti, poi un altro, infine un terzo. Ne riconobbe uno, il falegname di Cutigliano, quello che gli aveva rifatto la porta di casa qualche anno prima. Non ci fosse stato lui, con due passi si sarebbe defilato tra le rocce e poi nell’altra abetaia bassa dirimpetto. Lassù non moriva dalla voglia di parlare. Si riconobbero.
‘ Allora, Gino, com’è…? Hai tirato te?’
‘Sì…e voi, che siete alla lepre?’
‘Macchè…si voleva mettere le poste ai Diaccioni, sono con quelli della Lima. Due cinghiali hanno preso per quassù e si voleva vedere di tirargli. Uno è piccolino ma l’altro è un accidente di quelle bestiacce slave maialate…chi l’a visto dice sia più di un quintale e mezzo. Loro sono più di venti in squadra, gli hanno tirato anche ieri, hanno provato a palla, a pallettoni, con le carabine, sembra d’acciaio, sembra stregato…gli ha bell’e spezzato sette o otto cani. M’hanno chiesto se gli do una mano perché di quiessù non sono pratici…’
Gino pensava a quanto fosse grullo il falegname a portare lì quelli della Lima.
‘Quante poste c’è per la lepre ai Diaccioni? Te le conosci tutte, chissà quante tu ce n’hai morte…’
‘Quell’animale lì non passa dagli stradelli’, osservò Gino’ quello passa dove gli pare, va dritto, comunque, guardate, se state in basso sulla sinistra, in direzione del Melo…di qua c’è solo sassi e ghiaioni, di certo non ci viene.’
Salutarono e presero per dove gli aveva insegnato. Tirò a due tordi alti senza chiapparli, poi staccò due colombi da un branco che prendeva tutta la montagna. Uno cascò ferito nell’abetaia e si mosse per andare a raccattarlo.
Era metà mattina, s’infilò le prede nella ladra e indagò finché non vide una penna bianca in terra, poi altre due su un cespuglio di felci, poi una strascicata tra gli aghi, uno spennìo al termine del quale c’era il colombo che all’avvicinarsi dell’uomo saltellava con un’ala spezzata. L’occhio tumido e timido era colmo di paura quando le mani l’agguantarono.
Fu in quel momento che Gino udì la sparatoria nelle forre sopra il Serretto. Prima un colpo, quindi una coppiola e tre fucilate intervallate e un’altra e poi berci e bestemmie e maledizioni tremende.
Immaginava che il cinghiale avesse attraversato le poste basse e rubato le fucilate a tutti.
Di corsa, a salti, cercò di guadagnare la polla del Rio Botre, dove lui immaginava andasse a ricoverarsi una bestia stanca e forse ferita. Era difficile che Gino, fisico agile e segaligno, arrivasse a sentire il fiatone e le vene delle tempie tumpeggiare forsennate. Appena arrivato gli occhi indugiarono nella melma, non scorse tracce, s’accovolò dietro un cesto di ginestre, nel palèo più intricato con l’emozione in calo. Udì i cani scagnare sopravvento nella sua direzione, poi qualcuno che li richiamò col fischio e vociando indirizzarli giù bassi verso la Serra. Mise due corazzate a pallettoni che s’erano quasi imparentate con la cartucciera e non mostravano più alcun colore. Con le mani diradò piano
l’intrico della ginestra aprendovi un buco.
E lo vide.
S’avanzava lento nel ruscello, badando a non mettere le zampe fuori dall’acqua: era grosso davvero, pensò Gino. L’aveva a tiro, per il colpo più facile, neanche venti metri…gli addirizzò le canne, poi un ripensamento gliele fece abbassare lentamente.
Bagnato e lordo del sangue che gli colava da un buco in un fianco, il cinghiale aveva la schiena aperta da una ferita di striscio nella quale s’insozzavano nuvoli di nevrasteniche mosche. Anche il grifo era spaccato, ciononostante lo alzava in aria ad annusare . Ebbe un movimento improvviso di testa e scattò a palla con un’energia che Gino non gli avrebbe accreditato. Si bloccò di nuovo, fermo come una statua e sempre con l’acqua alla pancia interrogò ancora l’aria col muso alto. Si sdraiò sulla parte destra ferita e poi sulla schiena a gambe all’aria strofinandosi sulle pietre a mezz’acqua .
Avvolto dal vapore e dall’immondo moscaio che d’un tratto s’alzava come un onda per subito tornare a suggergli la forza, il cinghiale aveva imbrattato e insolentito l’acqua purissima della polla. Era tutto dentro la fanghiglia arrossata, il tiro era lungo ma ancora possibile. Perché sparare? Per richiamare l’attenzione dei cani e di quelli della Lima e leticare o subire l’affronto dell’elemosina d’un paio di chili di carne?
Fermo e immobile Gino si costrinse in quella posizione che gli indolenziva i muscoli delle gambe mentre il cinghiale si rotolava grugnendo sommessamente la sua fine vicina.
Quanto stette lì? Tre, quattro ore…? Gino avvertì i morsi della fame, la colazione l’aveva in tasca ma temeva lo scartoccìo. L’unico e ultimo rumore era stata la lontanissima tromba della corriera sulla Statale, quasi un secolo prima, portata dal vento. La bestia rufolava scavando la tenera terra ai lati della fonte dove il pianoro del bosco si era lacerato e come da un tetto spuntavano le robuste radici contorte dei faggi e quelle minute del prato di mirtilli sovrastante. Riempì quella specie di tana col suo corpo, entrando a rovescio e lasciando fuori solo il muso. Era quasi buio, a Gino parve che fosse morto, com’era davvero e s’;avvicinò …

Antonelli dottor Franco per Diana

Pistoia 23 febbraio 1981

FAGIANI & FAGIANI

La denominazione latina del fagiano è Phasianus Colchicus .
Lo ha chiamato così un attento studioso dell’Università di Uppsala  nel 1730.
Il signore in questione, un biologo svedese, classificatore razionale e appassionato d’anagrafe, rispondeva al nome di Carl Linnaeus… in Italia lo abbiamo tradotto Linneo, uomo illuminista che nel suo ‘Systema Naturae’ ha goduto nel dare un nome a gran parte delle piante e degli animali, battesimi ancora oggi efficienti.
A lui dobbiamo il nome del selvatico di cui oggi cerchiamo indagare natura e abitudini.
Phasianus Colchicus equivale a ‘originario di Fasi, Colchide’
Pare che gli Argonauti, andati a recuperare con Giasone il Vello d’Oro in Colchide, abbiano portato in Grecia tale bellissimo uccello galliforme dalle rive del Fasi, fiume della Colchide; Linneo conosceva la storia e ne ha approfittato per dare al selvatico in questione blasone di discendenza.
Ho detto selvatico? Ma certo che sì…
Il fagiano si è attirato giudizi positivi e negativi nel mondo venatorio. ‘;epiteto suo più frequente è quello di ‘pollo colorato’ e in effetti, a giudicare da certi animali immessi nell’ambiente e poi cacciati – per modo di dire – e fucilati, anche a me non rimane altro che confermare. Però…
‘Ciao Francesco come stai?’ Do uno squillo al Bini, compagno di caccia.
‘Bene bene, ho portato la cagna(Drahthar, n.d.a.) al lago, avrei avuto voglia di tuffarmi anch’io, è un gran caldo.’
‘Sono qui a pensare cosa scrivere sui fagiani, è una vita che gli diamo dietro e me ne vengono in mente mille, di cazzate. Non so se parlarne bene, male, è talmente vasto l’argomento, ora l’importano da tutta Europa, dalla Francia, dai paesi ex-Urss, ci manca che vadano a prenderli in Texas, i polli colorati…’
‘Ah, guarda, non so quale sia meglio, se il polacco, quello francese o l’ungherese. Le Riserve?
Dipende”dice il Bini,“da come li tengono e come li governano… di una cosa sono sicuro, che ogni anno a fine caccia compro dieci fagiani a stock dal Bianchi, roba da vomitare… li tiene tutto l’anno nel sudicio, quando li prendo sono magri come rasoi, senza coda e tutti fangosi, li pago otto euro l’uno, a volte anche meno, povere bestie, gli ripulisco la voliera e il Bianchi mi fa lo sconto… li lancio intorno al lago, li vedo per un paio di settimane, poi spariscono come fantasmi. Poi… a luglio, ecco riapparire le femmine con i fagianotti, e i maschi con la loro bella coda! Covano tutti e fanno nidiate come minimo di sette o otto piccoli. La morale? Caro Franco, non badare al turpiloquio, ma le merde siamo noi, che ci confondiamo con discorsi a vuoto; basta lanciare anche il più disgraziato dei fagiani, tenere pulito da volpi, gatti, cornacchie ed ecco che… se sono stati immessi in un ambiente decente, covano tutti, dal primo all’ultimo! Poi vengono distrutti in un giorno… ed allora ti convinci che, scusa di nuovo il termine, le merde hanno due gambe, ma a differenza dei fagiani queste due gambe hanno anche le scarpe! Comunque, per dirtela tutta, a me non piacciono quelli grossi, quelli da due chili, fanno proprio schifo, quando li prendi in mano ti rendi conto che si tratta di un fardello di penne sopra una montagna di carne giallastra… meglio, molto meglio i fagiani Americanini, gran pedinatori, svelti come topi, che però dalle Riserve agrituristiche vengono scartati, altrimenti non riprendono nemmeno le spese, ne buttano dieci, gliene ammazzano cinque.’
Ecco, questo è il punto che riguarda il fagiano come prodotto venatorio. Il fagiano deve rendere: dietro al suo prezzo ci sono i costi degli accompagnatori, stipendi e contributi assistenziali delle Guardie, Jeep, affitti, trattori, mangime, veterinari, assicurazioni, meccanici, un giusto profitto…tutta un’organizzazione che vive su di lui, maledetto e benedetto pollo colorato.
E il Direttore della Riserva non sente ragioni, domanda ai Guardia quanti ne siano stati lanciati prima dellarrivo dei cacciatori e quanti uccisi dopo: tot cadaveri uguale tot euro. Un fagiano, pollo o selvatico che sia, deve portare nel cassetto venticinque euro. E i Guardia si arrangiano come possono, il fagiano non si deve muovere di lì, da quel cespuglio dove è stato appoggiato dopo essere stato strapazzato e stordito da una bella roteazione per aria, e magari da un paio di sputacchi negli occhi. E’ un duro lavoro e qualcuno lo deve pur fare…
Dick arriverà di gran carriera, forse lo vedrà ancora prima di annusarlo, lui lo sa bene che tutta la storia è come un’;illusione, fa finta di crederci, sta al gioco come il suo padrone che arriva trafelato e spara due mine al fagotto colorato che tenta il decollo, lo padella perché gli ha tirato a dieci metri, poi con la terza lo stende in una nube variopinta di penne.
‘Bel colpo, dottore…’ anche l’accompagnatore deve guadagnarsi la mancia; se non ci fossero i fagiani e tutta la storia connessa…
L’ultimo fagiano, sciagurata comparsa, che mi torna alla mente è stato in Riserva un Mongolia, quelli dal colletto bianco.
Era un giorno in cui si trattava di vedere se in una cucciolata di setter ce ne fosse stato uno con la voglia di intraprendere una vita da cacciatore. Non ci interessava il lavoro, la corsa, la ferma, il recupero; c’era da valutare il sangue, l’avidità, il desiderio dei cuccioloni di rincorrere un volatile e che non manifestassero paura al colpo di fucile.
Scesi dalle gabbie, i cani pisciano in ogni dove e si gettano in un prato in discesa sempre con la gamba alzata, si fa per dire… trenta metri e vicino al sentiero; Stoppino, pointer, si ferma, naso in terra, mannaggia, oh, sei un pointer, ma che fai? Pisti come un segugio?
Fucile pronto, si sa com’è, al cucciolone alla prima ferma l’animale gli va ammazzato, altrimenti cosa gl’insegniamo? Sandro va dietro al cane, io resto a tre metri, in disparte e vedo bene il fagiano impaurito sotto il cespuglio di ginepro, è una femmina che guarda il tartufo del cane sopra di lei, a mezzo metro. La scena ha del comico assoluto e mi viene da ridere; rimetto il fucile alla spalla, non mi sembra il caso di sparare, tra l’altro un’;azione del genere è diseducativa per il cucciolone, gli fa credere che sia facile trovare e puntare il nemico; faccio cenno a Sandro di agganciare il guinzaglio a Stoppino, ma la fagiana parte e viene verso di me, vola male, mezza spennata, diritta alle mie gambe. Un attimo e decido per un esterno destro alla Messi, purtroppo la manco, sbuccio qualche penna, un paio rimangono attaccate al mio scarpone…
L’ultimo fagiano, eccellente e godibilissimo selvatico che mi torna alla mente è un Tenebroso in Riserva.
Il Direttore ci permette di andare a caccia senza accompagnatore, ci conosce, alle una metterà le gambe sotto il tavolino per pranzare assieme a noi, gl’interessa un consulto di mio padre, geometra.Ci indica dove cacciare, un lontano vallone boscato dove si rifugiano i fagiani padellati dai visitatori e che, poco alla volta, se non vengono catturati da volpi, gatti, bracconieri, faine, martore, falchi, cani randagi, torneranno a possedere la rustica selvaticità dei loro antenati.
E’ una giornata fresca e si cammina bene, c’è mio fratello col Breton giovane, poi un collega di mio padre con uno Spinone, e Diana , la setter di famiglia. Il nostro arrivo in zona è salutato dal bercio di un maschio che se ne va, potente e incavolato, quando noi siamo ancora distanti duecento metri. Quello sa leggere e scrivere, arriverà a riscuotere liquidazione e pensione, dice il vecchio. Siamo al limite di un campo di sorgo, è settembre, il Breton accenna curiosità e si ferma in posizione strana. Lo Spinone e la Setter consentono, ma la cagna gira la testa. È nervosa, ha voglia di muoversi, rompe e fila, strappa, il fagiano gli sta camminando davanti, va via di pedina mentre lo Spinone controlla l’azione saggiamente stando fermo. Anche il Breton interrompe la ferma, sèguita col naso in terra e va in consenso alla cagna che striscia e ferma di nuovo, si muove al rallentatore e interroga un’ombra di vento che pettina il terreno, a testa alta come Laverack pretende. Noi quattro stiamo con i fucili tra le mani, pronti, disposti a raggiera. Mio padre, all’alto, sembra studiare il campo che termina in un ciuffo di fichi selvatici attaccati ad una fossa secca. Lo Spinone batte il terreno e si ferma, punturato di formalina, il Breton consente, la Setter pure; il fagiano non ha scampo, le piantine di sorgo non lo possono più proteggere, il campo è terminato, siamo al termine del gioco, mani sudate sugli schioppi, sentore di bum. Ma la setter rompe la ferma, fa una veloce ricognizione davanti, va da mio padre, torna, ci guarda, il fagiano non c’è più…
E’ un selvatico vero, vende bene le sue pennacce, ha fatto marcia indietro forzando l’accerchiamento, i cani se ne accorgono, ammattiscono nel campo di sorgo; lui, fagiano astuto, non abbandona il terreno dove svicola come un topo, conosce fossette e difese, sa che se volasse non avrebbe chance, cammina, corre, pedina, inverte la marcia; all’improvviso lo vedo correre lontano, in un prato: è velocissimo, da non credere che con due gambe sole possa essere così veloce; i cani sono confusi, poi un cocòcocòcocò liberatorio allontana ed estingue la tensione che abbiamo addosso.
Ce l’ha fatta, è frullato a ottanta metri, al sicuro da fucilate, quasi irridendoci con le sue trombe di guerra, dandoci appellativi nei dintorni dei dilettanti, beh…onore al merito. Quel fagiano ci fece divertire, anche se scornacchiati, tutto il giorno e non venne messo con le patatine nel Solarium che mia moglie tiene in cucina. Sarebbe stato facile prenderlo, se avessimo voluto acchiappare l’arrosto. Bastava mandare i cani nei boschetti di quercia e ornelli, fra le stipe e le ginestre; uno di noi dietro agli ausiliari, gli altri all’estremità opposta dove si sarebbe involato. Ma il vecchio era contrario, la guerra si fa secondo le regole, regole antiche sempre valide…
Il fagiano mangia di tutto, e quando dico di tutto voglio dire di tutto, anche i suoi simili e dissimili. Se vede sangue gli torna in mente l’antico passato di guerriero pronto per ogni sfida. Non indietreggia, ha una sua autoritaria autorevolezza.
E’ collerico, facile all’incazzamento: negli allevamenti e nei riservini gli mettono dei piccoli occhiali di plastica sul becco in modo che non ci veda, altrimenti fa a bòtte tutti i giorni. Ammattisce per uva, more, ciliege, ghiande, granturco, insalata, pan di serpe, granaglie di ogni specie e tutta la frutta in genere. L’ho visto volare e posarsi sulle vigne a banchettare come fosse un merlo, rincorrere serpi e vipere, acchiappare lucertole e ramarri, abbuffarsi di uova di quaglia,
raspare in terra alla ricerca di lombrichi, miriapodi e anellidi, talpe sotterranee. Sul capanno dei colombacci, nel senese, montavamo le scale all’alba zitti zitti e una volta Sandro tirò a un fagiano come a un tordo, tra gli alberi dove s’;era infrattato per passare la notte. Li sentivamo allontanarsi rumorosi, involandosi dall’alto dei lecci e delle querce.
Una volta mi feci prestare da un Guardia il binocolo per scoprire cosa fosse una macchia bianca in un lontano prato d’erba medica. Era un airone, stranamente fuori del suo habitat paludoso. Ero curioso di sapere quale ranocchio stesse insidiando, forse un rospo, chissà…
Arrivato ai cento metri s’involò assieme a una fagiana che l’erba medica alta mi nascondeva. Lussurioso amore transrazziale? No, insieme si stavano cibando di una carcassa di fagiano morto, ferito e caduto in mezzo al prato.
Il fagiano è reputato responsabile dell’estinzione della starna, dalle mie parti, Appenino Tosco-Emiliano, e io ci credo. Il fagiano è invadente e prepotente, estroverso quanto la starna è remissiva, timida e introversa. Il fagiano tira degli uppercut da ko, e la starna non è una grande incassatrice. Guerra persa senza combattimento: starne kaput, ma credo che qualche starnotto sia servito anche come alimento all'onnivoro fagiano, che quanto ad alimentazione non guarda tanto per il sottile. Cannibale? Perchè no… sono così teneri gli implumi nidiacei!
Il frullo è devastante per il novello cacciatore. Le padelle sono clamorose, in specie se l’uccello sfrasca e urla e sbatte le possenti ali nella vegetazione. Padelle dovute all’attenzione che questa massa di penne colorate attira; guai a stare con la testa alta sul calcio del fucile, sorpresi! Ma spesso è più forte del cacciatore dare un’occhiata a questa bestia: a occhi aperti, senza appoggiare la guancia, le fucilate andranno dietro e sotto al bersaglio, e… zitti, a chi non è successo?
Solo con una certa abitudine all’incontro, all’azione del cane, solo quando ne avremo ammazzati un buon numero, solo allora diventeremo dei fagianai, gente che quando alza il fucile ha firmato la condanna del selvatico più bello che ci sia. Pollo colorato o selvatico irriducibile il fagiano attinge canoni estetici di bellezza insuperabile: i suoi colori sono una tavolozza incredibile e spesso è stato oggetto di grandi tele di insigni pittori. Non c’è natura morta che non abbia una ciocca d’uva e un fagiano maschio con coda lunghissima riverso su un vassoio. La leggenda narra che persino i pavoni abbiano provato invidia…
In Inghilterra la caccia al fagiano è uno sport, con tutto il negativo che questa parola assume quando viene accostata alla caccia, il nostro meraviglioso modo di vivere. Infatti gli viene sparato in battuta, coreografia carismatica con l’uomo che carica la doppietta gemella e la passa al tiratore in pantaloni alla zuava e calzettoni scozzesi.
Doppiette di due chili e ottocento, cartucce di un’oncia, ventotto grammi veloci che devono bastare per abbattere un missile che passa in discesa ad ali aperte incalzato dai battitori. E’ una gara di tiro: invece che ai piattelli, a penne e ciccia, con sdraiata finale di cadaveri e chiacchiere discrete su chi ha ottenuto l’award, senza farsi sentire. Tableau ben composto con foto di uomini che indossano giacche in Pied de Poul color del bosco o garbati e classici Principe di Galles.
Se lo cacciamo col cane, non facciamo sconti, il fagiano è un incassatore ed esige il calibro 12 caricato in prima canna con una dispersante a piombo n° 6, a seguire 5 e 4 se volete provare a fargli la buccia fino ai 40 metri. I sacri oracoli balistici dicono trattarsi di selvatico di peso medio di un chilo, un chilo e duecento e bisognoso di forza viva residua, in chilogrammetri, pari a 0, 350 per dargli un opportuno stop fino a quella notevole distanza. Ma se lo ingaggiate a quindici metri su ferma del cane il discorso cambia: va tutto bene, calibro 28, piombo del 9, ma anche dell’ 11, cartucce da passerotti: è accaduto a tutti di rendergli onoranze funebri, inaspettate, con piombo fino.
Se è selvatico, se è combattente, se in Riserva vera o in terreno libero, magari a dicembre quando al posto delle penne ha strisce di lamiera e ribattini in inox, non badate a regalìe, usate buone e sode cartucce di primaria marca, corazzate con minimo trentasei grammi. Non mi va di fare pubblicità, ma se volete andare sul sicuro mettete in cartucciera delle Mythos della B&P, Nobile di Fiocchi, delle RC serie Oro, delle Nobel Sport Fagiano.
E’ difficile consigliare un fucile, perché ognuno di noi è superconvinto delle sue scelte, sempre meditate, rigorose e indiscutibili, ci mancherebbe. Ma è dell’uomo moderno rimettere in discussione certi principi. Io, per esempio, appassionato ventista, avevo messo da parte, non per conservarla, ma nel senso che avrei voluto buttarla via, una canna che reputavo colpevole delle numerose prede ferite, tra gli uccelli. Una cannina calibro 20 di 67 centimetri, camerata 70 e strozzata tre stelle. Vagliava lodole e tordi, ma caricata con piombo 5, che essendo grosso sta insieme da sé, mi ha dato negli ultimi due anni delle belle soddisfazioni proprio su fagiani e anatre, a tiro naturalmente. L’area vulnerabile del fagiano è larga e anche una canna tre stelle del 20 è in grado di mettere i fatidici cinque pallini nel target, se non ci si allontana troppo dai venticinque metri. Comunque il mio consiglio, di cacciatore, è sempre nell’ordine di provare a varie distanze sulla placca il fucile e le cartucce che vogliamo adoperare, qualsiasi sia il selvatico che vogliamo insidiare: per gli animali sopra i tre etti… c’è il 12, senza ombra di dubbio, anche se l’assunto è difficile e relativamente impossibile da dimostrare, ora che si spara 28 grammi col calibro 28 e 40 grammi col 20. Viviamo tempi in cui cadono le statue di marmo e anche quelle della balistica si adeguano al crollo. Si è perso il fenotipo originale e antico di Colchico e i fagiani oggi sono tutti dei bastardi, pardòn, ibridi, che ho detto mai?
Anche il Tenebroso, che si distingue per manto e piedi scurissimi – ibridazione melanica, cioè nera – deriva dal Colchico, ha una struttura più leggera e al volo è veramente un bastardo, non nel senso di cui sopra, ma perché ha angoli d’involo diversi ed è responsabile di qualche padella in più rispetto al capostipite. Succede che nel bosco, col fucile in mano, ci aspettiamo l’involo verticale del chiassoso elicottero e invece parte basso e diritto come una quaglia: state sicuri, chi vi ha fregato è un Tenebroso.
Ricapitolando, i due ceppi principali sono il Mongolia e il Colchico. Quest’ultimo lo si può distinguere principalmente per l’assenza del collare bianco caratteristico del Mongolia. Quindi il Colchico sarebbe più simile a quei fagiani che vivevano da noi in antiquo, più rustici, leggeri e adatti al duro vivere e combattere di tutti i giorni. E il Tenebroso sarebbe una mutazione genetica del Colchico o del Colchico e Mongolia conviventi senza comunione dei beni e che dovremo farci spiegare da qualche biologo, noi siamo solo cacciatori, anche se ficcanaso.
C’è qualcosa di nuovo anche nel mondo dei fagiani, corre voce di un costituito consorzio a denominazione d’origine controllata che riguarda i nostri coloured, si chiama Fagianoitaliano e vuole affermare caratteristiche superiori degli allevamenti italiani rispetto agli stranieri. Chi vivrà vedrà…
Ho chiamato di nuovo il Bini, quell’amico della telefonata raccontata sopra, lui va spesso in Riserva, soprattutto per gare cinofile; gli stavo per chiedere dei caratteri più distintivi, io d’altronde so solo che quando starno i fagiani le budelle appaiono tutte uguali e saporitissime per i cani, ma lui mi ha anticipato e credo che abbia voluto prendermi per i fondelli:
‘Ah… è semplice, i Mongolia che provengono dall’Est li riconosci perchè hanno gli occhi a mandorla, mentre quelli che importano dalla Francia hanno l’erre moscia…’;

Franco dottor Antonelli per Armi e Tiro

LIBERTA’ LIBERA di Franco Antonelli per Armi & Tiro agosto 1986

Giro per l’orto con Baldo, amico importante. Il mondo vegetale rispecchia quello umano, erbaccia sempre più forte, insalata sempre più debole. I radicchi sono gustosi e generosi, ma non riconoscono chi li accudisce e si concedono a parassiti e lumache.
Baldo mi guarda e consente nell’analisi di un futuro orticolo e umano con poche speranze. Inginocchiarsi e strappare le malerbe, ripulire le foglie dai pidocchi nascosti. E’ duro, sempre duro ottenere qualcosa: dal niente, dicevano, non viene niente. Concordo.
Bello sarebbe essere non asserviti, liberi, da queste scomode pratiche.
Liberi? Cosa vuol dire, essere liberi? Non sottostare a rompimenti di zebedei, in tutta sostanza. Se non dovessi stare qui sui menischi, obbligato a una funzione malagevole, potrei dedicarmi a qualcosa di più interessante, sarei libero di scegliere cosa fare.
Mi domando chi mi costringe a farlo, ma è una domanda vuota, è riferibile a tutto, escluso mangiare e bere. Ora non sono libero, lo sento che erbacce, lumache e parassiti mi obbligano a fare ciò che vogliono loro. Baldo concorda.
Una società che obbliga non è una società libera. Può anche essere di tipo democratico, apparente però. Gli interpreti sono uomini e donne e non c’è da farsi illusioni: i volenterosi schiacceranno i vagabondi, gli intelligenti comanderanno gli stupidi, i furbi bidoneranno i meno accorti.
Non cambierei la società italiana con quella irakena, anche se i reportage non ce l’hanno fatta conoscere; non ho capito il loro modo di passare la giornata, lavorare, mangiare, amare, giocare. Non perché là esiste ancora il barroccio e l’asino, sono un innamorato dei trasporti animali, ma perché non ci sono industrie, niente produzione, nessun bisogno di uomini forza-lavoro e quindi come farà un povero cristo, scusate, dicevo… come farà un povero maometto a proporsi, a interessare al mondo del lavoro, se lavoro non ce n’è?
La nostra società occidentale ama sciacquarsi la bocca con concetti di democrazia, pluralità, libertà. Abbiamo visto il casino accaduto a Termini Imerese, quando il posto di lavoro Fiat ha tentennato. E’ sinonimo di schiavitù, altro che libertà…
Se nel nostro paese ci fosse la libertà vera, il problema sarebbe risolto, però la libertà è vera solo se assoluta, non esiste una libertà parziale.
Meglio degli irakeni, ma non liberi.
Finché saremo schiavi del posto di lavoro, non saremo liberi.
Devo essere in grado di cambiare il mio lavoro attuale per essere libero.
Il lavoro deve essere ottenibile senza raccomandazioni, senza l’aiuto di ducetti, politici, amici degli amici, lobbies sindacali, religiose. Conosciamo la storia dei concorsi truccati, a dirigere mandiamo gli amici, non i migliori, per avere in mano il potere di dare lavoro.
Quando sarò in grado di dire al mio datore di lavoro che è uno stronzo, ecco, in quel momento espliciterò al massimo il concetto di libertà. Perché vorrà dire che il giorno dopo attingerò un altro industriale e se non mi piaceranno i suoi metodi, cambierò di nuovo. Non amo particolarmente i ricatti non espressi, silenziosi, ma più violenti degli urli. Se sarò libero di lavorare per chi mi pare, non sarò in proprietà di nessuno, libero davvero.
Perdere il lavoro è un’esperienza italica traumatica perché sappiamo cosa c’è dietro a una nuova ricerca. Conosciamo il desiderio del posto sicuro, che vuol dire uccidere la voglia di fare, cioè di vivere. Insomma, capito quello che penso? Quando sento che negli USA – eddài, che ci posso fare, gli americani sono sempre nel mezzo! – la gente cambia numerose volte il lavoro, anche diversissimo dalle singole preparazioni professionali, beh … mi dico che codesta società è libera, libera dall’asservimento al sistema del lavoro sicuro, grande cazzata inventata sulle spalle delle persone rese deboli e paurose. Il lavoro è sicuro quando lo si può lasciare senza danni, certi di ritrovarlo il giorno dopo sulle pagine dei giornali. Il lavoro sicuro da noi è diventato una pensione della burocrazia, lo sanno tutti: “Caro Ente, mi dai poco, ma anch’io ti do altrettanto poco, aspettando, riposato, il pomeriggio per un po’ di gradito lavoro nero.”
Quanti milioni di italiani sono stati costretti a pensare in tali termini? Baldo mi guarda e annuisce, col tartufo mi segnala una lumaca, Baldo è un bassotto nero a pelo raso che mi sta a sentire perché è un essere intelligente, poi fa come gli pare.

Antonelli dottor Franco
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STREGONI di Franco dottor Antonelli per Armi & Tiro Dicembre 1990

Con l’arnese del comando in mano, giro per canali catodici … un‘occhiata al mondo.
Interesse blando, corpo spennellato su una poltrona sciatta e comoda come scarpe vecchie.
Tonache e tuniche, preti di qua e ayatollà di … là, cardinali e islamici. Sul piccolo schermo non si vedono che marines e arabi: gli uni rasati con pignoleria nel cuoio capelluto e in faccia, gli altri campioni del pelo selvaggio e del camicione chiaro o nero; e poi sciami di bandiere colorate d’iride, simbolo sportivo di campionati del mondo… Cipollini (campione ciclista)dove sei? Come mai manchi all’appello? Sei tu il vero pacifista, re del pedale e della pace, dai, datti una smossa, prendi la testa di un corteo.
E’ uno scontro di civiltà, modi di vivere, tra il vecchio e il nuovo: stipendio orientale da fame opposto a reddito occidentale da paese libero e industriante.
L’ ammerecane è il rappresentante del mondo ricco e produttivo, il testimonial del consumismo, della voglia di star bene senza farsi mancare nulla, oddògghe e coca a portata di mano, biascicare
sempre, anche robaccia, ma lavorare di molari … auduiudù?
L’arabo, poveretto, subisce fame e destino infame, s’inchina agli ordini violenti di chi gli sta sopra: dittatore o pretacchione fa lo stesso. Indossano il tonacone con ossequio, in mano la corona per snocciolare litanie al profeta, che vi devo dire… niente da fare, sono molto più religiosi di noi, preghiere a culo in su e testa giù, tappeti, mullah severo che ammonisce, moschee dai tetti d’oro, più hai fame e più il deus luccica.
Con l’apparato di regole maomettane, che rimandano a un tipo mistico di vivere, dovrebbero risolvere in scioltezza i problemi del vivere quotidiano.
Problemi che, per uomini e donne che vivono in società, attingono il rispetto del prossimo. Quando si tiene conto del prossimo si superano le questioni dell’ esportazione della democrazia e della superiorità dell’una o l’altra organizzazione politica.
Posso anche sopportare un dittatore, se dispone considerazione per il vicino.
Sono capace di giustificare una monarchia, se insegna l’amore reciproco.
Non mi interessa quale sia l’impianto politico, quando miri a sviluppare l’equilibrio tra le classi, il riguardo delle opinioni altrui.
Dubbio.
Forse la religione non risolve gli interrogativi della gente.
Forse non assolve ai compiti affidati.
Nata per l’uomo, ha sviluppato se stessa.
Questo mi viene da pensare e dirlo al mondo.
Le società tribali nutrono lo stregone: patiscono paura cosmica epperò bisognano di credere, talché l’intelligenza non si libera. Superstizione figlia e madre di dogmi e sciamani, a stretto contatto con la miseria che induce a speranza di un dio, uno qualunque. Qui tutto è merda, lassù no, nuvole chiare, non è possibile, lassù tutto è celeste…c’è un deus, ci mancherebbe, vieni giù, perbacco, quant’è che t’invochiamo, e se non puoi venire… levaci il dolore, perdinci, ti preghiamo da tanto.
Forse la preghiera non serve a un cazzo?
Superno deus … forse non c’è? Forse è solo un desiderio degli uomini e delle donne marcescenti?
Lo stregone canta e danza, mangia senza lavorare, ammonisce, impaurisce; se va nella capanna delle femmine dei credenti, lo fa solo per assolvere un’importante bisogno sociale, diamine! Sempre la solita donna e il solito uomo vengono a noia, c’è bisogno dello sciamano e della puttana. Salendo di parallelo, man mano si eclissano paure e indigenze; a nord delle alpi, quelle che erano popolazioni barbare si sono evolute affidando il loro presente e futuro a democrazie produttive come formiche. Lo stipendio della Volkswagen ha prodotto libertà, scacciato profeti e preti, strapazzato il comunismo, anch’esso sempre prospero, quando vive in simbiosi con la povertà. Pare quindi che i materialisti moderni abbiano risolto a loro favore il rapporto con gli dei e le cellule di Lenin.
Pare che gli ultimi avamposti del trascendente, con chiese, vivano a sud delle alpi, tra noi, già inventori e cultori della civiltà e delle arti, noi che spregiavamo franchi e longobardi. La religione ha cucinato miseria e ignoranza, nel brodo ottenuto ha trovato di che vegetare. Si può altoparlare un assunto del genere senza essere travisati per degli atei mangiabambini? Rivendico il diritto di credere nell’uomo e nella donna, anche se è dura…
Se un dio c’è … e c’è, ci credo fortissimamente, è uno spirito libero che vive tra gli uomini, non si fa intrappolare dentro chiese e moschee, non permette pulpito di muezzin senza contropulpito, non offre la guancia a torturatori, né ti sporca di peccato per poi lavarti, ma insegna; non taglia la mano ladra, ma educa.
Le popolazioni barbare del nord fanno tranquillamente a meno del profumo di incenso bruciato e delle preghiere comuni cantate, non permettono l’annientamento collettivo delle coscienze.
Oggi i barbari siamo noi.
Le religioni, come gli eredi di Marx, sono ridotte a cercare proseliti nelle terre delle superstizioni e del bisogno; l’asfalto dove girotondano cattocomunisti in processioni permanenti è emblematico di società arretrata, popoli in mano a politici datori di lavoro.
Per quanto riguarda libertà dal tiranno, dallo stregone, dalla fame, dal boiardo, dalla ignoranza…insomma, i protervi colletti chiari di McDonald, Nestlè, General Motors, che non sopporto perché deliberano di noi senza invitarci al tavolo delle decisioni, battono cardinali, imam e burosoviet di goleada … auduiudù?

Antonelli dottor Franco
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IL FUCILE PROLETARIO

Sudato marcio e con il cuore tumpeggiante scorgo finalmente il cane in ferma. I muscoli sono in fibrillazione ma sono in forma perfetta.
E’ tutta la mattina che col mio setter do dietro a una beccaccia che ha fatto la conoscenza di tutti i
frequentatori, canofili non cinofili, dell’armeria. Dicono che sappia leggere e scrivere. Io credo che
sappia anche le lingue ma soprattutto conosca la Macchia dell’Antonini come le sue tasche …pardòn, penne.
Mi fo largo tra i faggi badando a non mettere i piedi sopra qualche ramo maledetto, scanso con le mani una ramaglia legata da pruni di quelli assassini, non li sento neppure. Controllo col dito indice che il mio vecchio Breda a mollone non sia in sicura mentre Sinibbio, il setter, pompa nelle narici e nel cervello il meraviglioso profumo dello scolopacide. Sono sicuro che è la regina, il Laverack ha arruffato il pelo vicino al collo, lo fa solo con le beccacce. Il bosco dirada, arrivo al culo del cane schiacciato in terra tutto intraversato, reggo lo schioppo con la sinistra,tolgo la destra dal calcio per toccare e spingere il cane a forzare. Cara mia, dove vuoi andare, mentre il folletto del bosco parte al
pulito,senza rumore,sfarfallando tranquilla. Imbraccio fast quick alla Calamity Jane e gli spedisco una Dispersante della Legia a dieci metri,troppo presto, maiala miseria! S’incolonna leggera neanche fosse il più stupido dei fagiani, venticinque metri, perfetta, mezza bindella, sei mia! Schiaccio la seconda e mi cade il mondo addosso: click, niente bum, m’imposto di nuovo, sarebbe sempre a tiro, ma il grilletto è in sciopero, mentre Sinibbio dopo una raspollata torna e mi dà un’occhiata che interpreto di commiserazione.
Lo stress mi dilaga nelle vene e nei capillari, ovunque sia presente una molecola di sangue. Mi vien voglia di prendere il Breda per la canna e batterlo in un faggio secolare. Non mi riesce calmarmi, mi regalo nomi che vanno dal babbeo al coglione, tutti epiteti in ambito di lode e glorificazione. Il fucile è vecchio, credete che non lo sappia? Tiro la manetta, il bossolo è rimasto dentro, non ce l’ha fatta ad espellerlo, m’è successo anche un paio di volte ai tordi, ma oggi … oggi proprio non me lo doveva fare, che sgarbo! E dire che mi adopero per non fargli mancare nulla, olio del migliore,manutenzione pignola … che sia il freno? O la molla? Ma che cazzo ne so, Grazianooo…urlo dentro di me, maledetto te e la tua armeria! Invoco il mio armaiolo di fiducia, un bravo ragazzo, ben sapendo che lui non c’entra niente, quant’è che mi dice che va cambiato, ma io, bestia, m’affeziono a tutto, figuriamoci al mio fucile!
Levo il bossolo, fo una carezza a Sinibbio che ora pare capisca, d’altronde in otto anni di bosco credo che sia la terza o quarta che mandiamo a covare. Ma non così … senza giustificazioni, non piove, non tira vento, parte al pulito, niente alberi nel mezzo, non fa il sette né il pipistrello, niente calate d’ala né furbizie, niente di niente, neppure una misera scusa … è la fine del mondo! Mia moglie non s’azzarda a domandare niente, i miei figli filano via unti come l’olio, in casa silenzio di tomba, pare sappiano! Alla televisione niente battaglia solita per il possesso del telecomando, lo trovo sulla poltrona, tutti schierati e disposti a vedere Gionvaìne in “I quattro figli di Katie Elder” per la ventesima volta, senza mugugnare, niente opposizione di gusto generazionale. Con i silenziosi sospiri di tutti, dopo dieci minuti mi alzo dallo scranno e vado a letto, non per dormire. Prendo un mensile di armi e mentre sento la tribù che si azzanna nella scelta del canale,mi cullo nei listini, dalla Benelli a Zoli.
Chiudo la porta di camera e mi isolo nello sfoglio delle pagine. Insieme ai modelli e ai prezzi mi vengono in mente il mutuo della casa e della macchina, l’Inps e l’Irpef, L’Enel e il Metano che ti dà una mano, la Telecom e le Generali, l’Ilor e l’Ici.Sonnecchio immaginando Stato e Regioni e Comuni e Province e Circoscrizioni che mi dispongono a un bel muro in pietra serena e mi fucilano senza pietà, neanche una benda sugli occhi.
Riapro gli occhi sulla rivista, lascio perdere quelli desiderati e mi concentro sugli automatici più a buon prezzo, trovo un Beretta Stoeger che non ho mai visto e il vecchio e caro, si fa per dire, a un milione e trecentomila, Franchi a lungo rinculo, l’AL 48. Lo Stoeger è prezzato a un milione e duecentomila, ma che roba sarà? Che roba vuoi che sia, mi dico, senz’altro meglio del Breda e mi addormento, contento di avere trovato quello che fa per me.

Antonelli dottor Franco
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LA VERA STORIA DELL’AMBIENTE.

Avete voglia di ascoltare una storiellina ? Dai, su, mettetevi comodi, non mordo, prometto. C’era una volta l’Ambiente, lo scrivo in maiuscolo per farmi capire, per significare la sua importanza. Per l’hobby che pratichiamo l’Ambiente dev’essere, come dire, naturale. Gli animali non gradiscono il diserbante dato a piene mani e gli anticrittogamici e al concime di sintesi preferiscono la merda, veicolo propagatore di insetti.. Quando l’Ambiente è aggredito dalla
chimica, la selvaggina o defunge o cambia residenza. Se vi sembra una foto dai chiaroscuri troppo scuri, entrate in un campo di granturco: non vedrete un filo d’erba ma neppure un’averla o un fagiano. Entrate in un vivaio di fiori e piante, non c’è erba ma neppure l’ombra di un merlo. Questo è un dato che nessuno può contestare, credo, e voi, come la pensate?
Andare a caccia vuol dire camminare per l’Ambiente cercando il nostro piacere. Mai e poi mai noi cacciatori sciuperemmo il palcoscenico delle nostre avventure, anche se capisco che questo è un atteggiamento che qualcuno potrebbe definire egoistico. Lo concedo. Gli agricoltori, invece, non praticano l’Ambiente per trarne piacere ma un profitto. Qui sta tutta la differenza di collocazione culturale tra noi e loro. Noi l’Ambiente lo amiamo come una mamma, loro ci s’incazzano e forse lo maledicono e cercano di vendemmiare il massimo spendendo il minimo e se fossimo agricoltori lo faremmo, forse, anche noi. L’Ambiente non paga, a meno di sfruttarlo con coltivazioni intensive, dicono, ma in Francia e in altri paesi non è così. Insomma, macché Ambiente, chiamiamo le cose con il loro nome, il suo è Terra e di nuovo adopro la maiuscola, per i motivi che ho spiegato. Non conosco le percentuali, non sono uno statistico, ma so per certo che il popolo contadino abbandonò in massa la Terra. Preferiva il lavoro industriale? Ma no, la Terra non pagava, non versava i contributi, non offriva difesa dalla grandine, non organizzava cortei politici, non
affrancava dall’appellativo di contadino, non dava potere.
La Terra non valeva nulla e fu abbandonata, come un bimbo sul sagrato di una chiesa. Assunse lo status di orfana e solo pochi, forse innamorati, la sostenevano: contadini anziani che, perché tali, non potevano correre verso il miraggio del meraviglioso lavoro ripetitivo di fabbrica; qualche rarissimo loro figlio, che non ragionava col cervello degli altri e degli imbonitori e quindi pericolosissimo; pochi escursionisti; e i cacciatori, sì proprio i vituperati cacciatori, noi, vil razza dannata, razza in estinzione, ma determinati a lottare con tenacia.
Cacciatori maledetti, messi tra i cattivi anche dai figli indottrinati a scuola; cacciatori dipinti a tinte fosche da telegiornali e media adeguati; cacciatori ricordati solo per incidenti di caccia. Tutti addosso ai cacciatori, egoisti, assassini, maleodoranti, ladri e rompicoglioni, dal legislatore all’ambientalista – vedete la minuscola? – dal protezionista al verde, dalla camarilla dei buonisti ai falsi e ignoranti ecologisti dell’ultima ora, quella che paga in voti e soldoni.
E noi siamo sempre qui, a disposizione di chi vuole operare con metodo, di chi desidera studiare un problema e risolverlo con intelligenza, di chi sente, senza ipocrisia, la necessità di rimboccarsi le maniche in vista di un lavoro importante che non può essere delegato a una sola parte perché è di tutti, anche di chi sta in ufficio o in fabbrica tutto il giorno.
Noi, l’Ambiente lo conosciamo. Noi, la Terra, l’amiamo. Ma non siamo più disposti a parlarne con chi ha mentalità di minor costo- massimo rendimento: la Terra non è una macchina operatrice, non si accomoda con pezzi di ricambio. Noi siamo cacciatori e la pensiamo così, l’avreste creduto? Una poiana o una tortora sbattono in una Pala Eolica? I cacciatori, diamine…
Un airone è in fin di vita per aver ingollato una rana avvelenata? I soliti sparatori…
Si stanno estinguendo rondini e pipistrelli? Ma è risaputo che i cacciatori si esercitano su di loro.
Il fatto è che il fucile fa BUM e lo sentono per chilometri, ma aprire un sacco di veleno e inquinare Terra e falde d’acqua non fa rumore.
E’ sempre un problema di comunicazione, bisogna intervenire, darsi da fare e spiegare, comunicare che non si deve, non si può, è peccato. Diciamo agli agricoltori che adoprare la chimica in modo allegro e superficiale è pericoloso per tutti, per gli animali, l ‘Ambiente e la Terra ma anche per loro.

Antonelli dottor Franco
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La più bella delle illusioni

Vivere per illudersi o illudersi per vivere?
La mia prima volta con un fucile ad avancarica accadde in Riserva, abbrustolendo fagiani di gabbione.
Fui vittima di un tranello, gli amici sapevano della mia idiosincrasia per le Riserve e mi attirarono dicendomi di portare macchina fotografica, niente fucile.
C’era da vedere e giudicare un cucciolone di Setter all’opera; però alla spalla, quelle carogne di amici, avevano degli sputafuoco da caricarsi dalla volata, che io consideravo giusti solo per arrembaggi malesi.
Me lo dettero carico, era una doppietta Pedersoli che si caricava dalla volata, a percussione. La mia faccia dispensava incredulità, sdegno ed ebetismo.
Però sparai.
E con soddisfazione.
Ricordo che a fine giornata fissai un appuntamento con me stesso riguardo a quella nuova manìa, appuntamento di tipo inderogabile.
Morbo affascinante, lo sparo; faccio bum con tutto, un sacchetto di carta gonfiato e richiuso alla bell’e meglio mi dispone allo scoppio tra le mani con gioia: se qualcuno della Neuro mi legge senz’altro s’appunterà il mio nome.
La polvere nera usata quel giorno puzzava di acido solfidrico, uova marce e merda tanto per capirsi, ricordava gabinetto alla turca più che poesia di caccia, ma la giornata fu memorabile, capii che i fucili ad avancarica ammazzano né più né meno che i nostri moderni semiauto, cambiate le condizioni.
Intanto continuava il rapporto con Pierangelo Pedersoli, presidente della Davide Pedersoli, produttrice di repliche di armi antiche. Ci vedevamo all’EXA, al Game Fair, dovunque si parlasse di caccia e fucili: lui è un appassionato di caccia, io pure: il linguaggio era esoterico, ma comune.
E devo fare una chiosa. I fucili Pedersoli sono attrezzi sportivi, ma non tutti e non sempre: sportivi perché partecipano a campionati Mondiali ed Europei di trap, piattello, vincendoli; sportivi perché presuppongono allenamenti, classifiche, competizione: merce che a me, cacciatore, non interessa, infatti questi fucili sono anche e soprattutto arnesi da caccia. A me importa soprattutto sapere se posso spararci del piombo per portare a mia moglie, nel suo
Solarium di cucina, qualche preda da ammannire.
E così ho sentito covare dentro di me la voglia di due ‘soffioni’, a percussione e a pietra focaia, per conoscere le possibilità attuali di caccia e la differenza di funzionamento tra i due.
Che dirvi? Io sparo, sono un amatore di armi e per niente competente di polvere nera, mi sento un super appassionato, quindi prendete le mie parole con giudizio, strizzatele ben bene e bevete il succo della febbre venatoria, se ne trovate; il resto nella pattumiera.
Agli impianti di tiro di Montecatini di Fossa avevo visto in azione il Ciuffi col Manton e Moreno Boni col Mortimer Pedersoli nella specialità Lorenzoni, piattelli che vanno via come maledetti; il Boni li raggiunge spesso in questo sport dell’inseguimento: già detentore del record mondiale con 47 centri su 50, spesso pensa a quei dannati tre, si pigliavano con le mani …
Mi hanno fatto sparare e il livello dell’adrenalina è cresciuto; mi era rimasta la curiosità di sapere se la Pietra Focaia fosse efficace come la Percussione e così il dottor Pedersoli mi ha inviato due Mortimer, Percussione e Pietra Focaia: ora li ho davanti a me, ieri ci ho sparato all’impianto La Valle di Sporting, a Fucecchio.
Amici, mi sono convertito, non condannatemi; non abiurerò il semiauto, ma il machine shotgun dovrà concedermi un po’ dello spazio che finora è stato tutto suo. Spazio di caccia, momenti di vita diversa: mettere polvere e pallini dentro a una canna dalla volata è come riconoscere che solo questo tipo d’arma ha l’anima.
Passione non plus ultra, piacere massimo.
Aspetti religiosi di un’azione di sparo che ci mette in contatto con l’Assoluto, ci sarà un dio dei fucilieri che pensa a noi? Se oggi ha un senso sfocare delle fiammate di nubi con scintille per aria lo è pensando ai campionati, ma anche alla caccia: è la curiosità del cacciatore che mi ha spinto a tentare un confronto tra due armi dissimili solo negli acciarini.
A caccia uso un semiauto Beretta A 300, l’ho alleggerito e non si è mai inceppato; gli metto in corpo tre mine e aspetto o cerco volatili e prede a quattro gambe, segnatamente colombacci e tordi, ma anche beccacce, cinghiali e lepri. Il semiauto mi dà la sicurezza dell’arma che funziona, spara, estrae, ricarica, ovvero del mezzo super efficiente.
Però mi viene in mente un’analogia che credo molto attinente: tra una moderna moto Honda 750 giapponese a quattro cilindri e una vecchia Guzzi Sport 15 del 1932. Entrambe queste moto, come la caccia, mi servono per togliermi pensieri di testa: per disilludermi che non sono schiavo del Sistema.
La giapponese mi porta sulle strade della mia collina preferita con frenatura, motore, telaistica perfetti. In cinque minuti arrivo in vetta.
La Guzzi è del 1932 ed è già tanto se è in grado di muoversi: mi occorre un’ora, si fa per dire, per scalare quella collina e quando arrivo in cima le dico ce l’abbiamo fatta, flussandole carezza e bacio senza farmi vedere. Tre marce a mano, gas a levetta, rubinetto dell’olio, anticipo per l’accensione e aria per il carburatore da dosare in continuazione o quasi.
Molta manualità, proprio come il Mortimer, che aumenta la beata capacità d’illudersi, ragione positivissima, ragione vera: misticismo oplologico.
Mi dà soddisfazione un fagiano di Riserva colpito dal Mortimer a Percussione o a Pietra Focaia; quello stesso fagiano che abbattuto col Beretta semiauto non saprebbe di niente, niente di niente, niente da ricordare, niente da raccontare, come non fosse mio. Col Mortimer, invece, quello stesso fagianaccio entra a far parte delle mie intime leggende private, diventa un buon ricordo prima di addormentarmi, quando torno alla casetta in tronchi sul lago, canoa, abeti e alci a corredo.
Una giornata intera in Maremma, chilometri, scarponi caldi, selvatici pochi: ritornare a casa con cinque tordi abbattuti a polvere nera ci farà felici e ben disposti verso i familiari; i soliti cinque tordi,  acchiappati col fucile moderno, ce li scorderemo dopo poco, forse troveremo in casa tante cose che non vanno.
Avete capito come la penso: cambia la caccia, cambiamo noi insieme a lei, rendendoci conto che non sono più concepibili certi carnieri di ieri: divertiamoci, allora.
Andare a giro per le campagne con un’arma inferiore per prestazioni – ma sarà vero? – ci qualifica di fronte a noi stessi in termini ludici di capacità, l’essere riusciti a rimediare un selvatico con arnesi dei nostri bisarcavoli sarà gratificante oltre ogni misura. Affascinante … no? Ma è un sogno o è possibile davvero? Se oggi l’uso dei calibri 28 e .410 sgorga da queste condizioni, l’avancarica ne prende possesso con prepotenza.
Caldo pomeriggio di fine maggio, il meteo è impazzito e rifiata bollore di estate piena. Dopo un quarto d’ora che cammino sulle alture del Monticiaccio sono lesso, proprio come Viviano, l’amico col quale oggi caccio, m’illudo di cacciare. Siamo nel cuore del Pian di Là, in una Riserva di caccia dell’Alto Appennino Tosco Emiliano. Vengo qui a provare i fucili in periodo di caccia chiusa, una Riserva che non mi dà l’idea della Riserva.
Tra le mani ho il Mortimer a Percussione, niente cinghia, le mega magliette chiedono striscia di cuoio extra large e io non ne ho; se l’esperimento diventerà scelta di caccia, e di vita, dovrò cercarne una nel catalogo DP o farmela fare; i pesi dei fucili allora erano importanti, fucili come incudini, schioppi veri per uomini veri.
Il Mortimer versione a Percussione pesa kg. 3,610, quello a Pietra Focaia kg. 3,710: inerzie da arnesi per Fossa Olimpica, ma anche un semiauto Cosmi ferma la lancetta su questi valori. E’ dura portare questi libri di storia a spasso dietro al cane, di sicuro verrà con me sul capanno dei colombacci … ho detto verrà? Ma i fucili in prova oggi non sono due? Amici è sempre il cuore che sceglie e già alle prime quaglie fucilate con i fucili degli antenati la passione ha detto ‘Pietra’, sempre e molto fortissimamente ‘Pietra’. Mi sono innamorato di Martellina, Scodellino e Focone.
Egidio, padre padrone della Riserva, mi ha dato un gabbioncino con dieci quaglie e le abbiamo sparse in un lunghissimo campo erboso, mentre Diana, setterina discreta, aspetta il suo turno in macchina. Viviano non è molto convinto, lui quando scioglie il cane pensa alla Regina, alle mattinate umide e piovose dell’inverno inoltrato e oggi sembra giornata adatta allo sciacquettìo dei piedi sul bagnasciuga di qualche località balneare.
Si allontana e va a sciogliere il cane molto lontano. Io intanto prendo dalla tasca sinistra una provetta in plastica dove ho messo 5 grammi di polvere nera Pow-Ex, prodotta in Germany dalla Wano e distribuita dalla DP, la Davide Pedersoli. La verso in canna del Mortimer a Percussione tramite un piccolo imbuto, spingo giù una borra di bianca lana, batto un paio di colpetti – non so quanto forte si debba, ma l’ho visto fare agli esperti – tiro fuori dalla tasca destra una provetta con 32 grammi di piombo, cerco i cartoncini … li ho lasciati a casa, alzo gli occhi al cielo chiedendogli perché ce l’abbia con me, lasciamo perdere; memento, bisogna dotarsi di una valigetta con tutti gli accessori
necessari alla colubrina; lasciarla in auto e prendere il dovuto.
Sto per chiamare Viviano con la notizia negativa, però mi viene in mente il quotidiano comprato al bar, appallottolo il commento politico di un noto giornalista, lo infilo nella bocca avida del Mortimer e lo spingo giù sul piombo: mai articolo politico di fondo è servito più di questa mattina nell’antro del calibro 12 pronto a vomitare fuoco e fumo, faville e pallini.
Il terreno è secco, il cane gira veloce, lo spazio è tutto suo, Viviano tiene in mano una digitalina per due foto, metto una capsula RWS sul luminello e dopo aver alzato il cane in mezza monta mi avventuro con quest’affare tra le mani, provo l’imbracciatura, penso all’unico colpo a disposizione, non bisogna sbagliare.
La canna lunga e l’hammer del Morty, di notevole quota, mi mettono soggezione, riguardo lo schioppo: bel noce zigrinato bene, brunitura accurata, rossastra nel ‘Pietra’, calcio all’inglese con il Montecarlo, fornimenti tartarugati come l’acciarino e come tutta la ferramenta in esposizione.
Il fucile a percussione, con la sua esile potenza, rimane il tetto estetico della bellezza in fatto di armi.
Diana ha trovato una quaglia, si siede; è lontana, mi affretto, il Mortimer in traverso filosofico sull’avambraccio sinistro, mamma che caldo, sono sudato, penso alla borraccia in macchina, ora si dovrà fare sul serio, dalla mezza monta tiro indietro, forse sarebbe stato meglio quando fossi stato alle terga del setter …
Il cane del Mortimer restituisce lo sguardo in modo autorevole, quasi altezzoso, diavolo d’un cane, ma non lo sai che sei solo una replica? Gli dico, ma lui non sente, si mostra come un essere superiore, così lontano dal suo essere storico, ma così reale nella configurazione di questo momento.
Ecco ci sono, intravedo Viviano alla mia sinistra, la Diana ha un filo di bava dalla lingua che sbrendola e tumpeggia, sono emozionato, il sangue non è acqua, diceva non so chi.
Parte la quaglia; non recita la parte della gabbiarola dimessa, le quaglie di Egidio sono delle volatrici, si alza a quote non sue, si abbassa, si stende, va verso sinistra, l’anticipo parecchio pensando alla capsula, al cane lungo un chilometro che la deve percuotere, all’accensione di quei 5 grammi, insomma penso troppo a tutte queste fisime, sparo e non vedo nulla, l’avrò acchiappata?
La testa di Viviano che dondola mi porta alla realtà della padella, ho dato troppo anticipo, credevo …invece il Mortimer a Percussione spara con la velocità di un fucile moderno.
Per aria c’è ancora residuo di fumo, l’assenza di vento me lo fa respirare, ne annuso l’odore caratteristico, non ha il puzzo di merda avvertito tempo fa quando sparai le prime fucilate, quelle che vi ho detto sopra, ma allora chissà cosa mi caricarono, se Svizzera o Black Silver, forse della datata Fossano …
Prendo la polvere nera Pow-Ex e l’offro come cibo alla culatta affamata, ricarico: polvere, borra, bacchetta, pallini, giornale, bacchetta, capsula; forza Diana, devo riscattarmi.
Viviano domanda e io faccio presente che con questo arnese bisogna sparare come con un fucile moderno, i tempi di accensione sono velocissimi, il rinculo è inesistente, dovuto al peso dello schioppo ma anche alla progressività del propellente. Molto bello e significativo il colpo che non è quello dirompente di una cartuccia moderna, ma progressivo e lungo, è un bellissimo e sonoro Wààchbùùùùùùùùùùmmm, piuttosto che un bum.
Diana è ferma di nuovo, il campo è seminato di gabbiarole; camicia bagnata dal sudore, quanto pagherei per una sorsata d’acqua.
M’avvicino, avverto che col cane in ferma non ho più l’ansia di prima, una voce mi dice dove vuoi che vada … parte da quaglia e muore da quaglia, sento battere le mani, quando si dice gli amici.
Il cane riporta al suo padrone che mi mostra il volatile sciupato dalla canna cilindrica; schioppettata a ventidue, venticinque metri, una fucilata con effetti più da modified che da cylinder. Il fucile tira, forse anche troppo. Ne defungo altre due, ne sbaglio un’altra, si torna alla macchina, ah … l’acqua!
E’ calda, chissenefrega, è buona, è roba liquida, faccio un gargarismo, me ne butto un po’ tra le mani, bagno le tempie, bevo di nuovo, ah … sorella acqua! Adagio il Mortimer a percussione nel suo letto di cartone e apro l’altra scatola: lunga … maremma vigliacca com’è lunga!
Il ‘Pietra’ ha la canna di cm 93, un livello decisamente elevato rispetto ai già notevoli 82 del ‘Percussione’.
Ma se la Davide Pedersoli li costruisce così, sicuramente fa fotocopia degli originali dell’epoca, i fucili di sir Thomas Mortimer(1755-1824) e di suo figlio Thomas Jackson(1781-1833) attivi all’indirizzo 44 Ludgate Hill poi al 21 St.James’s Street, sempre di Londra. L’affisso recitava “Mortimer and Son”.
Ci avviamo di nuovo verso il colmo degli alti prati, siamo circa a 1100 metri sul livello del mare, questa volta con la borraccia nella carniera.
Caricare il ‘Pietra’ mi dà un senso sacro dell’operazione, in effetti c’è anche del sangue sacrificale, il mio: la pietra focaia non scherza per niente e mentre maneggio impropriamente l’arma mi taglio, un piccolo frego, niente di preoccupante, però il ‘Pietra’ mi avverte subito che lui non scherza.
Per inciso, a fine pomeriggio saranno ben tre i taglietti sulle mie mani; la pietra taglia perché deve tagliare, è come un coltello affilatissimo, lei deve asportare bricioli di acciaio dalla martellina dove va a cadere e strusciare con l’abbattimento del cane. Aziono quest’ultimo, è elaborato, arcaico, è un morsetto che stringe la pietra focaia avvolta da una lamina di piombo; anch’esso ha la mezza monta, sulla testa dispone di taglio per cacciavite e di un foro trasversale per poter serrare.
Le operazioni di caricamento sono le stesse del ‘Percussione’. La capsula è sostituita da polvere nera FFFFG – di grana più fine dell’ordinaria FFG messa in canna – inserita nel bacinetto, o scodellino, poi chiuso dal coperchio presente sulla parte inferiore della martellina. Cane in mezza monta e via dietro alla Diana e a Viviano che vedendo tutta l’operazione ha qualche attimo di meditazione, dubbi sulle mie capacità mentali, già considerate strane.
Fa un accenno di critica e mi domanda se la prossima volta verremo su queste colline con la fionda di David.
Rispondo che può darsi … mai mettere un freno alla balistica.
La canna lunga mi sembra veramente lunga, considerato anche che io in caccia vagante me la fo con una di cm 62, ma sono pronto alla novità, curioso.
Se uno non ha mai sparato ad avancarica, è d’uopo che lo faccia; è un divertimento allo stato assoluto, ma con aspetti di concreto realismo nel momento dello sparo. Lo imbraccio, non ho preso le misure del calcio, sarà mm 56, 57 al tallone, come il Beretta che adopero. Lo metto giù e lo porto di nuovo in mira, ha misure moderne di brandeggio e imbracciatura, possiamo dimenticare quei cosi dai calci gobbi tipo i Kentucky di Alamo.
Sento una quaglia che canta, penso che attorno ce ne sia anche qualcuna selvatica; Diana sta percorrendo il terreno in discesa, bel galoppo, peccato per quella coda sempre in regime rotatorio, ma è la sua caratteristica, lei comunica con la coda, ma non è un bel vedere. Improvvisamente l’emanazione e uno stop col corpo eretto che neanche un pointer. Poi si ricorda di Laverack e si accuccia, fa due passi, seguita, la quaglia cammina, la setterina fila, quindi ferma tutta storta, sembra un serpente, fine dei giochi, sta a me e al ‘Pietra’.
Sento il peso, accorcio la presa della mano sinistra sul sottocanna, Viviano è vicino a me, con gli occhi mi domanda se sono pronto, tocca Diana sul posteriore, il setter scatta, vola la quaglia, m’imbraccio, sento una subdola scarica d’adrenalina, dimentico il fucile e torno cacciatore, non più solo appassionato d’armi. Il tiro è facile, va via diritta, la lascio allungare e sparo.
Wààckbùùùùùùmm…
Meraviglioso.
Una bòtta di fumo vicino agli occhi, statico, una spingardata che spinge altro fumo in avanti, dinamica, non vedo niente, l’emozione mi ha garrotato la gola, mi sembra d’essere un bambino alle prese col giocattolo alla mattina della Befana. Ma il ‘ Pietra’ mi ha fatto fare bella figura, Viviano è lì incredulo che mi dice di non aver fatto la fotografia, se ne dispiace, ma vuole sparare anche lui, l’ho convertito. Andiamo avanti tutto il pomeriggio; telefono alla Casa Caccia e una gippe ci porta altre dieci quaglie, ci scambiamo i fucili, è un godimento continuo, anche l’amico vuole provare a caricare il ‘Pietra’. Anche lui si diverte, è un gioco bellissimo, ma è un gioco solo per noi e Diana, le quaglie impiombate non recitano, non provano illusione, muoiono.
All’inizio dell’800 le armi dei Mortimer erano assai ricercate e potevano fregiarsi sulle canne della nobile dicitura di riconoscenza “ Gun Maker to His Majesty”.
Pedersoli le replica con stretta osservanza, chiudendole in culatta con tappo filettato, il Vitone, dotato di chiocciola portaluminello per il ‘Percussione’ o spianatura della faccia laterale destra sul ‘Pietra’ per ospitare il Focone, il foro di comunicazione della vampa dal bacinetto alla canna.
Sulla parte posteriore di ogni Vitone è ricavato un dente-tenone che va ad incastrarsi in una mortisa ricavata nella codetta di bascula fissata al calcio.
Il sistema di chiusura dell’arma è completato dai due tiretti-passetti-tenoni trasversali presenti nel sottocanna: si inseriscono nelle asole-mortise saldate alle canne; sistema antico di buon spessore tecnologico che permette anche un veloce disassemblamento della canna per il trasporto e la pulizia. A proposito di pulizia, ho rimandato al giorno dopo la manutenzione dei fucili, perché ho trovato gente a casa, al mio ritorno.
MAI POSTICIPARE LE OPERAZIONI DI PULIZIA DI UN FUCILE AD AVANCARICA.
Il giorno dopo, un appuntamento di lavoro mi ha distratto dal dovere di pulizia; al terzo giorno i fucili erano in condizioni pietose, fecce e ossidi, sali di risulta, specialmente sul ‘Pietra’, erano lì in grande quantità a rimproverarmi e a dirmi che per diventare un cacciatore o tiratore ad avancarica deve ancora passare del tempo.
Mi dispiace solo di essere in regime di caccia chiusa, ma per settembre mi industrierò nel fare una prova della doppietta DP a percussione, il mondo va avanti e se Dio vuole cambia, e in quei tempi spero di staccare qualche tortora dal cielo, anche se il ‘Pietra’ rimarrà per sempre il guardiano preferito del mio serbatoio di adrenalina, un absolut dream’s maker.
Me li guardo in rastrelliera, il ‘Pietra’ e il ‘Percussione’ svettano sui miei fucili, per lunghezza e autorevolezza.
Vorrei scaldarmi un goccio di latte, ma in casa c’è interruzione di energia elettrica, prendo un accendino e scintillo sul gas … toh! E’a pietra anche lui, è dal ‘600 che un acciarino a pietra focaia
accompagna l’uomo, scintillando.

Scheda tecnica

Produttore Davide Pedersoli & C.
Via Artigiani, 57 Gardone VT (BS)
www.davide-pedersoli.com

Modello Standard 244 Mortimer Standard 238
Mortimer
Calibro 12 12
Destinazione caccia e divertimento caccia e
divertimento
Canna cm.82 cilindrica cm. 92,5
Mirino sfera sfera
Chiusura due tenoni su vitone di culatta che due tenoni su
vitone di culatta che
impegnano mortise di impegnano
mortise di
faccia di bascula. faccia di bascula.
Tiretti o passetti.tenoni che Tiretti o passetti-
tenoni che
ingaggiano mortise di canna e ingaggiano
mortise di canna e
sottocanna di legno. sottocanna di
legno.
Acciarino a percussione a pietra focaia
Scatto kg. 1,800 kg.1,900
Sicura mezza monta del cane mezza monta del
cane
Legni Buon noce Buon noce
Zigrini grippanti grippanti
Calcio mezza pistola da prolungamento mezzapistola da
prolungamento
a ricciolo di guardia a ricciolo di
guardia
Peso kg. 3,610 kg. 3,710

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

CACCIATORI, POLITICA E DIVISIONI. COSTUME

La caccia è chiusa, sono giorni in cui è aperta solo la ricerca del candidato da eleggere.
Tempi di politica, troppo meglio andarsene a giro col fucile alla spalla e una manciata di cartucce per le tasche, col cane che corre e s’illude come me.
Nove su dieci… nulla, ma quella volta, quell’unica volta è sufficiente a sentirsi rinascere.
Ho il giornale tra le mani, uno schifo come la televisione. Bombe e morti, terroristi, politici piangenti e ridenti, cominciano ad attrarmi anche svampite veline che ballano e ridono la bocca senza motivo, solo manifesta felicità apparente. Sempre sembrare senza essere.
Butto i fogli sulla poltrona accanto, cinque minuti fa mi ha telefonato un amico di destra, stamani uno di sinistra, ieri sera ero a cena, maccheroni sulla lepre e uccelli girati. Argomento: elezioni. Basta politica, non se ne può più! Ed è un errore gravissimo perché il menefreghismo paga male. Voglio dire la mia, però, badate, non intendo fare proseliti, a me gli amici piacciono come sono, ognuno deve pensarla come gli pare, ognuno di noi è frutto delle proprie esperienze e se fossi un minatore sarei comunista e se fossi nato con ville secolari e industrie ereditate sarei capitalista.
Mi sembra logico, no? A voi?
La mia prima ideologia è la caccia, poi viene la politica, così vorrei la pensassero i fratelli cacciatori con i quali chiacchiero e chissà quanti nemici mi farò, ma non importa, solo cacciare è vivere, il resto è roba sudicia, interessi, inganno, furbizia, manutenzione e incremento del conto. Non esiste una categoria di bastardi come la nostra, divisa in verticale, in orizzontale e in tralice.
Pensiamo.
I viventi normali, – ero tentato dallo scrivere ‘ cristiani’, ma non vorrei si rizzasse il pelo a qualche diverso – hanno un partito, o per lo meno un’idea di riferimento. Uno può non essere iscritto al partito comunista, però credere nell’idea di Marx come vincente e privilegiarla rispetto alle altre.
Ognuno è libero di pensarla come crede, abbiamo detto, ci mancherebbe…
Anche noi cacciatori crediamo in qualcosa, quel qualcosa che poi ci divide dal fratello cacciatore.
Mi è successo di avere un amico, cacciare insieme, godere, scambiarsi una boccata d’acqua, dividere le spese e gli uccelli a fine giornata, ritelefonarsi.
Poi sapere che delegava le sue cervella al parlamentare XYZ. Lui si è reso conto che io tifavo ABC. Non siamo più andati a lodole insieme. Divisi da gente che neppure conosciamo.
Mi è successo di avere un amico di caccia e poi venire a conoscenza che apparteneva a un’associazione venatoria che non ho mai gradito, perché era di destra, di sinistra, a pallini colorati fucsia, non importa.
Non vado più a caccia con lui. Divisi da gente che neppure conosciamo.
Ho tanti amici, volete che non ne abbia di appassionati codaioli e altri che inseguono solo tordi?
Altri non conoscono che il cinghiale, altri la beccaccia.
Sono andato con quest’ultimi a beccacce e ho saputo che leticano con i cinghialai perché rovinano le zone delle beccacce. Uno che conosco da anni mi ha detto che è l’ora di smettere di cacciare lodole e tordi; lui va in Croazia e spara dall’orso in su.
Non vado più a caccia con lui. Divisi da animali e carnieri diversi.
Questo per farvi notare che non esiste una categoria divisa come la nostra. Gli uomini della società in cui viviamo sono divisi solo dall’idea di appartenenza, dalla politica, noi no, ti pareva… noi cacciatori siamo particolari, siamo divisi anche dalle associazioni venatorie e dai tipi delle cacce svolte.
Divisi da tre configurazioni, tutt’e tre importanti, ma divisi, resi deboli. Proviamo solo a pensare quanti consensi politici potremmo calamitare se fossimo uniti, solo cacciatori, niente destra, sinistra, niente Infedelcaccia o AviCaccia, niente lagaioli né uccellinai, beccacciai o selezionatori.
Solo e meravigliosamente cacciatori.
E’ un sogno e ne siamo coscienti. Nessuno farà mai un passo indietro. Sembra che per fare un passo avanti, sia necessario farne uno indietro. Pare che un’azione politica che involga la caccia debba essere catalogata, avere un’etichetta. Nel senso che se è di destra, o di sinistra, a pallini o di chi gli pare, è buona, altrimenti, anche se buona…via, è robaccia.
Questo è il nostro mondo, nessuno ci vuole bene, interessiamo solo come praticanti il seggio e questo non è uno sfogo è una constatazione, una fotografia. Siamo animali indirizzabili alle stalle, bianche, rosse, verdi, azzurre…ma stalle.
L’aggettivo che si potrebbe prendere in esame, che potrebbe diventare interessante è ‘ trasversale’.
Ovvero cercare di mettere insieme trasversalmente un numeroso gruppo di cacciatori che prima di essere animali politici indirizzabili, si rendono conto della forza rappresentata in democrazia dal numero e scelgono di privilegiare il loro modo di vita, dire basta ai media che ci dipingono come violenti.
Detto tra noi, a me, del giudizio dei media , non importa un fico secco, anzi anche meno perché il fico secco, con burro e noce, è uno dei miei bocconi preferiti…diciamo che non m’importa per niente.
Però… c’è un però. Arriva il momento in cui c’è bisogno di integrare una legge o farne una nuova perché i tempi cambiano e con loro le esigenze del confrontarsi, del vivere, del cacciare. A quel punto accade il patatràck perché le diverse appartenenze alle configurazioni esaminate sopra., portano alle divisioni, alla mancata unicità d’intendimenti, a non potersi difendere adeguatamente dai nemici del nostro modo di vivere, perché milioni di persone – praticanti, addetti e familiari – contano qualcosa, mentre i soliti milioni divisi in sette associazioni, in settanta partiti e settemila tipi di caccia non valgono nulla. NULLA .
Nessuno ci cerca, né ci adula, anzi ci osteggiano perché non contiamo NULLA .
Vi racconto un’ultima cosa perché mi sono venuto a noia, figuriamoci a voi.
Ero a una riunione, sala gremita, associazioni, partiti, cacciatori.
Gli interventi erano tutti nell’ordine di ricordare agli altri gli sbagli del passato, rinfacciati a piene mani. Tutti avevano ragione, i rappresentanti delle associazioni riferivano a quando voi…e noi invece…ma voi…mentre noi…
C’è ancora qualcuno che ha voglia di sentire questi discorsi morti riferiti a cose morte?
C’è bisogno di nuovo, idee nuove, associarsi trasversalmente, parlare del presente e del futuro, basta col passato, annulliamolo con un colpo di Supermagnum con 63 grammi di piombo dello 0.
Non mi piacciono le Supermagnum, ma per questa occasione farei un’eccezione…

Antonelli dottor Franco
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Gli edredoni della montagna dell’Acquifredola
Antonelli dottor Franco per Diana

Era capace di tenere tutto il bar sotto tiro. Lo prendevano di mira, ma lui rispondeva, arguto, attaccando a sua volta e nessuno riusciva a tenergli testa. Aveva la risposta pronta per tutto e poiché ognuno avrebbe voluto incastrarlo, si ritrovava in mezzo al bar, solo contro tutti, come un gladiatore nell’arena. Purtroppo per i suoi detrattori aveva, ed ha, un occhio non comune: è un grande tiratore con lo schioppo. Le padelle non gli appartengono e ne sa una più del diavolo sia in materia venatoria che cinofila, così non è infrequente sentirlo dissacrare argomenti che qualche sprovveduto tenta di promozionare nel serale palcoscenico frequentato dagli uomini dopo cena, l’appalto.
Buttallaria ne ha per tutti e una sera che un tappezziere entrò nel bar con un bel Pointer, bello, ma bello davvero, credetemi, gli s’avvicinò con aria scanzonata, caricandolo a dovere, chiedendo, lusingando…
Quel poveretto abboccò e si sciolse nel più poetico e appassionato comizio in difesa ed esaltazione della razza inglese di Arkwright. Tutti i frequentatori presenti s’erano azzittiti.
Flick guardava il bancone dell’Appalto mentre il padrone ne magnificava le doti. Pareva in ferma. “Sulle starne come si comporta?” domandò Alfredo, nome del beffardo nostro amico, nel mentre lodava gli appiombi, l’apertura e profondità dei polmoni, la giusta altezza del garrese, il deciso stop e la potente canna nasale del pointer.
“L’avventa a 100 metri, anche con la guazza.” Rispose quello, sbilanciandosi forse un po’ troppo.
“E le beccacce?”
“Roba da ragazzi…”
“E i fagiani?”
“Non ne parliamo neanche.”
“E le quaglie?”
“A tre mesi le puntava, fermo come un sasso.”
“E i beccaccini?”
“Figuriamoci, la sua mamma era originaria del padule…” Intanto gli amici di tutte le sere, tra i quali c’ero anch’io, avvezzi ai lacci tesi da Buttallaria ai malcapitati avventori occasionali, cominciavano a sghignazzare sottovoce, presagendo la boutade, l’improvvisa frustata di canzonatura che senz’altro stava per arrivare e arrivò. Gran maestro del coglionare, il Capecchi, burlesco nostro amico.
“E sulle lepri?”
“Non sarebbe il suo animale, ma le ferma, col pelo della schiena tutto arrovesciato.”
“E sugli edredoni?” Buttallaria calò la carta a sorpresa senza ridere né sorridere, serio come un giudice. Noi tutti s’immaginava qualcosa, ma non che tornasse fuori la vecchia storia degli edredoni. Il tappezziere annaspava, cercava aiuto, maledisse il momento in cui aveva deciso di mostrare il cane al tribunale più autorevole, quello dell’Appalto sull’Arca, cacciatori famosi, sgamati, rotti a tutte le avventure, depositari dei mazzi record di uccelli di tutte le specie, cacciabili e non.
“Non li conosce molto perché l’ha incontrati una volta sola…però l’ha fermati, guidava eretto e strappava nello stile di razza.”
“Non dirmi che tu hai trovato la brigata d’edredoni su al bosco dell’Acquifredola…” Insinuò Buttallaria.
“Se devo essere sincero, sì, proprio quella…” Con questa leggera bugìa il tappezziere si poneva, godendo, al medesimo livello dei cacciatori dell’Arca, tipi tosti, in tutti i sensi.
“Ma chi te l’ha insegnata?”
“Un pastore di lassù…” Sospirò il tappezziere che ormai s’era incasinato ma progettava di salvarsi nel non rivelare il nome del pastore, perché, si sa, si dice il peccato ma non il peccatore.
Ora devo fare una chiosa e dare una spiegazione.
Anni indietro era stato preso alle reti, al lago De Rossi, un edredone, palmipede che nessuno conosceva perché di rarissimo transito migratorio nel pistoiese. S’era impigliato da sé, l’avevano portato vivo alla Sezione Cacciatori, con un libro l’avevano classificato, inanellato e poi liberato. Era rimasto nella memoria della gente che, quando voleva prendere per il culo qualcuno, non del giro, domandava non di germani o morette, ma se avesse incontrato degli edredoni.
Buttallaria aveva solo aggiornato la storiella e trasformato però il palmipede in un uccello di brigata come una starna o una pernice abitante di stoppie appenniniche invece che di ambienti palustri. Ma voleva avviluppare di scherno il malcapitato ed insistette, la serata era lunga e meno male era arrivato inaspettato il pointerman, meglio del cacio sui maccheroni.
“Quel figlio di puttana del Corrieri, il pastore dell’Acquifredola! E dire che aveva promesso che non l’avrebbe insegnati a nessuno! Vatti a fidare della gente.” Disse Buttallaria, rivolto a Mazzino, altro tipo da prendere con le molle.
“No,” rispose il tappezziere,” non è stato codesto Corrieri, ma un altro… il nome non te lo posso dire…tu capisci…”
“Lo so, lo so che non lo vuoi far sfigurare, ma è lui, di sicuro…ha un canelupo…” Intervenne Mazzino, compare di caccia, di bar e di lacci al collo dei mentecatti.
“Quale cane lupo? O Buttallaria, codesta non tu ce l’avevi mai detta…”
“Cercavo di tenerla per me, ma oramai questo qui ha scoperto tutto, ve la posso anche raccontare. A caccia chiusa si cercava una brigata di starne e si capitò sulla Collina. S’era pensato d’andare dal pastore, comprare una forma di Pecorino e farsi insegnare la brigata.”
“E allora?” domandò Mazzino, che già s’immaginava le risate indecorose e la fuga del tappezziere, di cui, avrete notato, non ho mai fatto il nome per ragioni di mia sicurezza.
“Allora ? Allora il pastore tolse la catena al canelupo, gli mise il guinzaglio e ci portò dietro l’abetaia di casa sua facendoci segno di stare zitti. Sciolse il cane che, gattonando e col naso all’aria meglio d’un cane da caccia, dette in una guidata di cento metri e si bloccò in ferma, corretto.”
“Ecco dov’erano le starne,” si pensò. Macché. S’arriva al culo del canelupo, il Corrieri gli fa cenno di forzare, quello rompe e fa involare una brigata d’uccelli strani…che ve lo devo dire? In trent’anni che vo a caccia non n’avevo mai visti. Di dimensioni…tra la starna e il fagiano, frullarono col rumore d’un plotone di mitragliatrici e poi un colore…”
“Colore? Che colore?” domandò Mazzino.
“Gialli, gialli che parevano dei rigogoli, ma con una striscia nera in mezzo alla testa, alla schiena e alla coda. Gambe lunghe come gli aironi, la testa come un’aquila, un becco lungo e rosso come…
non saprei come…diglielo te.” E si rivolse al tapino, che dentro di sé bestemmiò, ma sorrideva sicuro con la faccia più cretina del mondo.
“Un becco rosso come il fuoco, come la bandiera russa, come il sangue, come un rubino…”
Ma Buttallaria lo guardava duro, da vicino, negli occhi, vicinissimo, senza dire nulla, né commiserando né mostrandosi d’accordo. Non sembrava giudicare, ma solo aspettare che l’infelice risolvesse il giusto tono del rosso del gran beccaccio dell’edredone. Il meschino continuava, cercando nella gente comprensione e aiuto, ma la platea, senza pietà, aveva già mostrato a Buttallaria il pollice verso.
“Come il rosso dei garofani, dei tulipani, dei papaveri…” Lo sciagurato non aveva più fiori, e nel momento in cui sentì arrivare, a bocca aperta e occhi stralunati, il primo tremito della vergogna,
Mazzino iniziò la risata più grassa, sguaiata e sudicia, tutto il consesso si unì nell’urlo scurrile della regale presa per il culo, ne venne una bolgia di facce malandrine e accalorate, di sghignazzate volgari che riempirono il piccolo locale, mentre il tappezziere filava, forse scappava…
Non si rivide più, né lui né il pointer, qualcuno sospettò che avesse cambiato città.

Antonelli dottor Franco
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NASCITA DI UN CACCIATORE

Fabrizio era nato nel posto più bello del mondo, una dolce collina toscana, fertile di olivi e viti. Nessuno si era accorto di lui fino ai sette anni, né suo fratello maggiore, né le persone d’intorno che lo accudivano con amore, anche se senza troppa dedizione.
Era sano e dalla faccia rubizza, mai bisogno di dottore e medicine, cresceva da sé.
Babbo e mamma, zii e nonni avevano parecchio da fare per mandare avanti la baracca, un podere con una larga casa contadina bisognosa di tante mani per la terra e le bestie.
Le loro erano giornate di fatica, si svolgevano dal sorgere al tramonto del sole, straordinari compresi, voglio dire: a quei tempi i lavori, anche quelli intorno alle 14 ore, erano ordinari.
Il riposo era garantito alle ore canoniche dei pasti e in caso di pioggia.
Quando pioveva gli uomini di casa non erano mai soli: altri venivano dal vicinato, amici che erano soliti prestare, ricambiati, la loro opera in regime di mutuo scambio, com’è sempre usato in campagna. Sostavano in circolo davanti al focolare e fumavano, parlando di caccia e uccelli, segugi e scagni, canizze dietro a lepri sempre più grosse, via via che se ne tessevano i ricordi.
Fabrizio era solito montare a cavalcioni di una gamba di suo padre, stando ad ascoltare, non capiva tutto ciò che si dicevano gli uomini, ma i suoi occhi, grandi come fanali, non perdevano una mossa di quelli che mimavano un tiro, allargavano le mani in definizione delle misure della coda di un fagiano, misuravano a palmi e mezze braccia le orecchie delle lepri.
Non appena cominciò a capire che quei discorsi riferivano ad avventure meravigliose, anche lui si dette a cacciare, intorno casa: polli e conigli come fagiani e lepri.
Quando i conigli manifestavano carenza di salute venivano tolti dai gabbioni e liberati tra i prati perché si riprendessero: Fabrizio li perseguitava con un suo fucile immaginario, un bastone di nocciòlo, bellissima fantasia; stessa sorte di fuga toccava a galline e polli, solo uno ristette orgoglioso senza paura e il ragazzino capì la differenza fondamentale tra natura di gallina e di gallo.
Spesso rientrava in casa a rimirare il fucile del babbo, attaccato per la cinghia a un grosso chiodo, vicino al focolare; portava una seggiola sotto e con gli occhi all’altezza giusta guardava i cani esterni e gli sembravano orecchi di lepre; un giorno toccò le canne e gli parve un sacrilegio, suo padre che rientrava dalla stalla lo colse in ammirazione, sorrise e pensò che il giorno dopo, ch’era una domenica di novembre, l’avrebbe potuto e ‘dovuto’ portare al capanno.
“Quanti anni hai?” Gli domandò.
“Quasi otto.” Fu la risposta, concisa e forte del desiderio di diventare uomo; suo padre sapeva bene che ne aveva sette, giusti giusti, fatti da poco e sorrise ben conoscendo le apprensioni delle diverse età dell’uomo, sia quando vede il tempo non passare mai, sia quando lo vede correre a tutta valvola. “Ma ce la farai a svegliarti a buio domani mattina?” Gli chiese, considerando che il primogenito, di cinque anni maggiore, non aveva mai manifestato curiosità di fucili o cupidigia di caccia. Rimase zitto, Fabrizio, ma stette sveglio tutta la notte a guardare le travi imbiancate di fresco. Si alzò da sé al profumo del latte che bolliva, era buio, ma buio, ed era la sua iniziazione, la sua Apertura di caccia, lo sapeva senza saperlo e non voleva fare figuracce di bambino. Sua madre gli aveva preparato un pastrano ch’era stato di suo fratello e di chissà quale altro padroncino; mangiava, veloce, una massiccia fetta di pane con poco companatico, un mezzo coscio di pollo arrosto avanzato dal giorno prima, mentre il babbo lo esortava a calmarsi, ben conoscendo però il fuoco interno che consumava il ragazzino. Ricordava il suo, il momento in cui il suo fuoco
s’era acceso da sé… fiamme che non si erano più spente. Sorrideva soddisfatto: per lo meno uno, di due figli, l’avrebbe seguito in giro a caccia per i poggi.
Il fuoco, attizzato e governato, scaldava la grande cucina con miriadi di scintille e falene che se ne andavano rincorrendosi nel nero della cappa con qualche simpatico scoppiettìo.
Fabrizio si pulì i baffi di latte sulle labbra, guardando il padre che staccava la doppietta dal muro.
Gliela mise in mano e lui si sforzò di reggerla per bene, ma… porca miseria com’era pesante!
Passarono dalla stalla a prendere le gabbie dei sasselli e delle cesene, il merlo e il tordino allevato a mano, poi s’incamminarono per lo stradello dietro casa che portava all’alto; il babbo con una specie di basto di legno con le gabbie legate sopra e il fucile a spalla, lui con la cartucciera ad armacollo e in mano una borsa con la borraccia d’acqua per gli uccelli, un fiaschetto d’acqua e vino, due bicchieri e altre cartucce, più un paio di mele.
La notte era fredda e l’aria ghiaccia si attaccava ai vestiti, per aria persisteva il buon profumo della legna di quercia che bruciava, portato a giro dal fumo squassato raso terra dal leggero vento. Niente stelle e niente lanterna di luna, oscurate da un mantello di nuvolacci, immobili come coperta inchiodata. La gialla luce della pila non sfondava le tenebre oltre il metro e Gianni, il babbo, disse:
“La vuoi tenere te?” Offrendogli la piccola sorgente di chiarore.
Il ragazzino la prese, facendosi coraggio, se non ci fosse stato suo padre sarebbe scappato a gambe levate verso casa tra le sottane di sua madre, era il suo primo impatto con il buio e vedeva diavoli e paure per ogni dove, ma non voleva ammettere debolezza, bensì trasmettere alterigia nei confronti del babbo Gianni, che gli aveva avuto fiducia nel portarlo con sé a caccia.
A caccia! Ora avrebbe avuto il diritto di stare seduto al focolare con gli uomini, magari parlando.
“Aspettami qui, tieni il fucile, io vado ad attaccare gli uccelli.”
Erano arrivati al capanno, non distante da casa, posto al limitare di un boschetto di querce, su una radura vicina al crinale del poggio. Il padre aveva preso la pila e Fabrizio tremava in mezzo alla notte che lo rifasciava, facendosi forza di non cedere al suo istinto che gli parlava di freddo e paura del buio, mai conosciuta fino allora; teneva il fucile per le canne ghiacce marmate, ritto con il calciolo appoggiato in terra e questo, che gli sembrava un compito importante e di fiducia, gli permetteva di non mettersi a piangere, ma la voglia era tanta…l’emozione gli stava abbrancando la gola.
Nel capanno montò sullo sgabello arrivando con gli occhi a uno spioncino, mentre Gianni caricava la vecchia Bayard belga in damasco.
“E’ presto, reggi qui,” e gli dette la pila accesa, mentre lui si confezionava una sigaretta; una leccata di chiusura, quindi l’aspro frazio di uno zolfanello ammorbò l’aria rinchiusa, di concerto con una improvvisa vampata di luce gialla e azzurrina.
A Fabrizio gli bruciavano gli occhi, ma rimaneva zitto, non una parola, non una lacrima, si sforzava di fare il duro aspettandosi che suo padre richiedesse questo atteggiamento quasi da uomo.
Sentirono un chioccolìo lontano, basso basso, rispose quello di gabbia con una strisciata e un chiò; videro il merlo stagliarsi su una buttata traversale, curioso.
Una fucilata e via, il primo era arrivato e morto.
Col naso toccava il legno della buchetta, stava attentissimo, piegò con una mano un rametto laterale di edera che gli tappava un briciolo di visuale e vide un’ombra posarsi tra le foglie mezze secche della quercia. Toccò la manica del padre, che rispose con voce sussurrata:
“E’ un falcaccio notturno, l’ho visto, non ci si spreca una cartuccia.”
Improvviso cominciò Caruso, il meglio sassello di gabbia, a schiarirsi la gola.
Un verso leggero e ripetuto, poi interrotto e quindi ripreso, allungato, con un gridìo sempre sommesso e smorzato, quasi timido: uno strisciare di prova subito imitato dai suoi seguaci di razza, gregari fidàti.
Era passato il momento dell’alba, si cominciava scorgere qualcosa e Caruso si stava affermando con la sua potenza e ripetitività di verso pulito e squillante, lungo e interminabile, la sua specialità.
Gli altri lo stavano a sentire, forse invidiosi, mentre Fabrizio assisteva in diretta allo spettacolo musicale più bello del mondo, con le due cesene che cominciavano a miagolare salutando il sole freddo e invisibile, ringraziando il giorno d’essere tornato dopo essere stato da sua sorella notte.
Un branchetto velocissimo, e inaspettato per l’ora, s’interessò a quegli sciagurati traditori che cantavano, innamorati fuori dal momento d’amore. Si posarono e subito Gianni sparò dove se n’erano affilati due o tre. Erano tordi sasselli, uno stramazzò morto a cencio, uno s’allungò nel bosco cadendo lontano, un altro ribaltò sbatacchiando le ali in terra, ferito. La fucilata di mescolo a tre polveri non era stata vincente.
“Corri, vai a prendere quello ferito che svolazza, altrimenti impaurisce quelli di gabbia e gli altri non ritornano più.”
Fabrizio scattò dritto verso l’uccello, lo vide che si contorceva, mostrando ora il petto maculato, ora lo scuro della schiena, col becco in un apri e chiudi di morte; avrebbe voluto acchiapparlo per tornare dentro il capanno prima possibile, ma non sapeva come fare; lo prese per la punta di un’ala, ma gli rimasero le penne in mano; lo agguantò con una mano e quello dette col becco per difendersi, sgheando, cigolando, stridendo, perdeva sangue: gli fece un po’ schifo e lo mollò; gli parve di fare una figura non dignitosa e lo prese per la gola tornando di corsa del padre, l’uccello ancora vivo.
Nella sua mano fredda sentiva il corpo caldo e tremante, la sofficità delle penne, una vita a sua disposizione.
“Ma che fai? Ammazzalo…”
“Babbo, lo sto strozzando…”
“Guarda, si fa così…” e gli schiacciò la testa tra il pollice l’indice tenendolo per il collo.
Il sassello tornò nel paradiso dei sasselli, dove numerosi stanno insieme a tordi, merli, cesene e tordele, un territorio tutto bacche saporitissime, acqua di sorgente e niente uomini con reti e fucili, né civette, gufi, cornacchie e falchi.
Fabrizio guardava e imparava, prese il sassello e lo mise allo strozzino insieme al merlo, contento dell’esecuzione di un lavoro ben fatto. E due, disse dentro di sé, sentendosi parte di una squadra, ristretta, ma squadra di caccia.
Tornarono i sasselli al richiamo continuo e strisciato della batteria dei cantori, e altri due caddero giù nel tappeto di foglie, poi…
“Tieni, tira te,” lo invitò Gianni, porgendogli il fucile, anima di doppietta con inerzia d’incudine.
Una cesena si era fatta convincere dal continuo cececè…mimì, cecè, mimì… di quella ingabbiata e ristava su una forcella di uno strozzapreti, un prugnolo, non proprio vicino.
La luce faceva cangiare il suo petto giallo chiaro ticchiolato di macchie scure come uno zibellino, l’uccello era molto elegante nella sua grigio tortora livrea di turdide.
Gianni introdusse le canne della Bayard nello spioncino dov’era in agguato il figlio, alzò i cani e gli sussurrò di sparare la canna sinistra, perché quella cesena proprio a tiro non era. Mamma mia, pensava Fabrizio, e ora?
Come Dio volle riuscì ad affilare la bindella e il mirino sulle penne della cesena, ma non si decideva a tirare il grilletto; la buchetta sorreggeva il pesante fucile e lui non era in grado di sparare, miliardi di pruni stavano viaggiando nelle sue vene, nel sangue che pareva bloccato in ogni capillare. Non sentiva padronanza del suo essere.
La paura del non farcela era più forte della voglia di caccia, le canne oscillavano e sul mirino la cesena spariva e ricompariva, poi Nembrod o S.Uberto o Diana in persona, con tutto l’Olimpo in osservazione e aiuto, gli dettero una mano e fu il colpo, macché dico…il colpo? Il terremoto con squarcio e boato di fulmine addosso!
Non ci fosse stato il babbo a sorreggerlo sarebbe caduto all’indietro; il dito medio gli doleva e gli orecchi erano assordati; gli occhi pieni del polverone, il fucile… stava per cadere, ma Gianni con mossa lesta lo riprese al volo, aspettandosi qualcosa del genere. Pianeti, stelle e comete…
“Tu l’hai presa!” Esclamò soddisfatto il genitore, dimostrando voglia di urlare e ballare.
“Ma non sei contento? Il tiro era lungo, dev’essere ferita, valla a prendere.”
Mille pensieri s’affacciavano alla mente del ragazzo, la contentezza dilagava contribuendo a sciogliere i nodi in gola; il successo, l’azione da uomo, il vedere la soddisfazione del babbo gli stavano allargando l’anima con una maturazione istantanea di personalità.
Era riuscito in un compito immane, lui, Fabrizio de’Giacomelli, stava cacciando con suo padre, un’azione che aveva giudicato la più desiderata, ma anche la più difficile tra quelle che gli aveva presentato la vita.
Aprì la porticina e svelto uscì fuori, fermandosi subito, lo colse un bisogno improvviso di sbottonarsi il fischio dei pantaloni, un desiderio impellente di pisciare…
E si liberò, e subito vide il paradiso e s’indirizzò di corsa a raccattare la cesena, la sua cesena.Ma non la trovava, sentì una voce, il consiglio del padre.
“Vai avanti dieci metri!”
Più che vederla la sentì; gli pareva che razzolasse tra le foglie, poi la scorse che pedinava veloce con un’ala penzoloni, infilandosi in un buco formatosi al piede di un querciolo. Ne vedeva la coda e gli si ripresentava il problema di prenderla, questa era viva, leggermente ferita… e se rivolasse?
Si avvicinò piano piano, s’inginocchiò e tese la mano; l’uccello stava fermo perché teneva la testa e metà del corpo dentro la radice, non vedeva nulla, ma quando si sentì toccato sbatacchiando si liberò dal buco e dalla piccola mano sbalordita, di nuovo poco pratica e decisa.
Svolazzava la cesena non più padrona delle sue ali e Fabrizio non sapeva cosa fare, rincorrendola nella tagliata. Poi sentì una fucilata, guardò verso il capanno, si ritrovò ad ammirare un volo di sasselli che tentava invano di andare via, chiamati a squarciagola da Caruso e dalla sua banda di tagliagole. E s’impennavano e allungavano e ritornavano e cabravano, uniti, vicini e all’unisono gli si buttarono tra le frasche sopra la testa. Avesse avuto un suo fucile! Ne vedeva un paio vicini, quindici venti metri, a tiro buono, ma… e la sua? Eccola lì che lo guardava con occhio impaurito;
Fabrizio raccattò un sasso e quando lo lanciò sulla cesena i sasselli ripartirono, rifugiandosi all’ascolto di Caruso. La cesena stava nelle sue mani, il proiettile l’aveva colpita alla testa, proprio dove aveva mirato con occhio infallibile, le prese il collo tra indice e pollice sotto la testa, come aveva visto fare a suo padre e mentre strizzò sentì un’altra fucilata.
Il cuore gli batteva forte e rientrò alla base, contento, avvertiva un qualcosa dentro che gli dava potere, qualcosa di nuovo e diverso, stava imparando a dare la morte, con il fucile e con le mani, stava gustando il desiderio di insidiare, di acchiappare, di far suo.
Mangiarono le mele e bevvero acqua e vino, insieme, come due uomini.
Poi verso le undici, dopo un’ora di silenzio assoluto da parte degli uccelli in gabbia e non avendo più visto niente, si dettero a rimettere a posto le gabbie sulla portantina, a raccattare le spoglie degli uccelli.
Allo strozzino c’erano diciotto becchi giallastri e Gianni l’aggangiò alla cartucciera, già piazzata a bandoliera alla spalla del figlio.
A casa la mamma vide tornare contenti i suoi uomini, proprio nel momento del mezzodì testimoniato dalle campane domenicali a festa, e furono parole e il racconto delle gesta di caccia e ogni fucilata fatta aveva una sua narrazione, ogni uccello una sua storia, ogni momento della mattinata una sua cronaca. Così come era stato silenzioso nell’azione di caccia al capanno con il padre, così ora il suo essere si stava sciogliendo con la mamma, parlando e parlando e parlando, senza accenno di fermarsi, solo desideroso di testimoniarle voglia di cacciare e di crescere, di sedere al focolare con gli uomini.
Mancava poco a dicembre, a Natale e sempre andava con il babbo Gianni al capanno, sempre era il primo a domandare dove sarebbero andati a caccia, quale zona del vicino Appenino sarebbe stata la migliore per intercettare le bande di sasselli che stazionavano sulla montagna aggirandosi in cerca di becchime; ormai si sentiva un cacciatore e al fuoco, con gli uomini che venivano a veglia con le mogli, sedeva come uno di loro in ascolto di storie di caccia.
Ma fu ancora il babbo Gianni a sbalordirlo nel giorno della Festa del 25 di dicembre, con un cartoccio in regalo, tutto per lui, tutto per Fabrizio.
Lo scartò e venne fuori un tronchino, un fucilino monocanna da capanno; non brillava perché non
era nuovo, usato ma ben tenuto.
“Tienine conto, è un calibro 20, è un Beretta, roba buona; mi sono detto che è inutile andare in due al capanno con un fucile solo, se ci capitasse di fare una coppiola?”
Gli occhi del ragazzino, grandi come fanali, accennarono un leggero velo di umidità, ma solo un velo, che diamine…
Addosso una grande soddisfazione, un fucile suo…tutto suo e poi un Beretta… si sentiva uomo cacciatore.

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.net

 

A BECCACCE NEI BOSCHI, ORFANI DI LUPI E ORSI.

Ieri, 31 gennaio, per la chiusura della caccia, sono andato con due compagni e i loro pointer a cercare una beccaccia in boschi amici.
Foreste conosciute, nelle quali ho cacciato con un bravo setter una decina d’anni fa.
Un setter irripetibile, pinzato da una vipera malefica all’età di cinque anni, con ancora tanta arte di caccia da insegnarmi. Dopo di lui, tre carogne a fila, di quelle che ti levano la voglia del cane e dei boschi.
Sono tornato a beccacce, col Chelucci e il Calistri, cacciatori veri, ruspanti, gente che non mangia stracchino né prosciutto cotto, né fa il brodo col dado, ma col colombaccio.
Hanno pointer da caccia.
Notate la ripetizione? Ho detto “pointer da caccia”.
E qui ci starebbe a meraviglia un attacco frontale a tutti quelli che vogliono il cane in mano, che caccia vicino, ti guarda, poverino, fa pipì e ti riguarda e caccerella intorno e tu non trovi nulla, lui nemmeno e si piazza dietro la tua schiena e con qualcuno te la devi pure prendere e perché non con quei merdaioli di cacciatori che fanno l’aspetto alla beccaccia? Ma lasciamo perdere, la polemica l’ho già fatta.
I boschi, a casa mia e vostra, li conosciamo.
Matasse di prunai ammatassati.
Stradelli scomparsi.
Le piazzole delle carbonaie, dove d’estate t’eri portato la ragazza dei rossori e a novembre avevi combattuto con la beccaccia, sembrano ingoiate da vilucchi, convolvoli, vitalbe, in competizione d’arrampicata con gli elleri, verso il tetto di casce e castagni, lassù, in direzione del chiaro del cielo.
I pini no, non si fanno fregare dalle piante parassite, come faranno ? Forse la ragia è una linfa assassina?
Stamani il ghiaccio ha concesso il passo a una temperatura sul dolce, quasi primaverile.
Dimoia.
I muschi bagnati profumano di pulito, ma per aria prevale un intenso aroma di fungata, l’erba morta e le foglie stanno marcendo in santa pace, cedono le spoglie al terriccio in decomposizione.
L’unica putrefazione che ci piace.
Procediamo a rilento e con fatica, mentre i cani si sono adattati al bosco, rallentando lo spirito forsennato che c’è, o sonnecchia, in ogni pointer. Hanno inserito le ridotte, abbandonato il galoppo per darsi a un trotto spinto molto efficace.
Dicono che sia una razza non adatta ai pruni, ai boschi intricati. Certo, ma dove sono le spianate in altura con i campi di grano, le starne, dove sono le pernici, le grouse e i terreni, le condizioni che tanto piacquero all’innglese Arkwright da indurlo a fare da babbo e mamma a questa razza meravigliosa?
Sento qualcuno soffiarmi nell’orecchio di farmi uno spinone: Ferrari in pista e Jeep in fuoristrada, mi consigliano, lo so anche da me. Giusto, maledetta miseria.
Io, però, ho goduto a vedere all’opera mister muscolo.
Velocità rallentata, ma frizzante agonismo di cerca.
Neanche in seconda marcia, ma elevato numero di giri.
Sublime estetica culturista, con linee palestrate…il pointer è il cane. Siete d’accordo?
Fisico alla Schwarzenegger, salto plastico di fossi e ostacoli, aerodinamica d’allungo con schiena dritta, mai sgroppante, sangue e linfa e istinto, tipico di razza, che non si fermano di fronte agli spini, ma cos’è un prunaio? Roba da cani qualsiasi, non da atleti mezzofondisti, professionisti dello scatto e della caccia a giornata, avidi dell’ incontro.
Per la miseria, c’è nessuno che ha una beccaccia viva da vendermi?
Questo bosco bruciò anni indietro e porta le ferite tuttora. Qualche pino s’è ripreso, altri moncherini stanno lì a testimoniare una battaglia vera di fiamme e fumo, con due soli sconfitti, la natura e il cacciatore.
Certi imbecilli ce ne hanno anche affibbiato la responsabilità, ma come può un uomo bruciare sua madre?
Gli scarponi non fanno rumore; il letto vegetale, ammencito dall’umidità, attutisce, basta stare attenti a non pestare rametti, la nostra avanzata sembra quella di Comanche affamati.
Ci siamo dati un veloce appuntamento in cima alla forra, io procedo lungo un torrentello nervoso, l’unica via percorribile che non mi obbliga a scavalcare in continuazione tralci pungenti e solo vogliosi di attaccarmisi addosso in abbraccio graffiante.
Ho messo il sovrapposto in sicura, i sassi bagnati sono sdrucciolevoli, arrivo a una cascata e non so come procedere per superarla. Sto pensando a risolvere e mi parte davanti qualcosa con le ali.
M’imbraccio e il dito va in automatico sulla sicura. Il Fabarm Le Lys vola sull’animale, poi torna giù… è un falco, ha qualcosa nel becco, mi sembra un lumacone. Vai col tuo dio, amico!
Questo schioppo è meraviglioso da portarsi dietro. E’ leggero e potente. Nel bosco si potrebbe andare anche col fucile a un colpo, non si spara lungo e una buona cartuccia con 30 grammi di piombo non fa rimpiangere Doctor Magnum e i suoi adepti. Mi hanno dato da provare queste Baschieri e Pellagri tipo 1 MB Light, speriamo di averne l’occasione.
Vibra il mio cellulare, è il Calistri che non mi vede più da mezz’ora, l’avverto che Gecche è passato da me cinque minuti fa, dice che ha perso di vista il Chelucci e Dicche, i cani girano, ma non hanno dato segno d’ingaggio. Ciao ciao.
C’è poco da fare, quando l’uomo lavorava i boschi, che fosse per la legna o le castagne o la foglia da dare agli animali nelle stalle, i viottoli ti portavano dove volevi tu. Oggi, in questa vegetazione caotica, affogati nel sottobosco magmatico, è il casino che comanda e per fare cento metri ne percorri trecento, mai arrivando dove vuoi.
Silenzioso e impetuoso arriva Dicche, il maschio giovane. L’ultima volta che ho visto in azione un pointer nel “sudicio” ero rimasto convinto dell’inadattabilità della razza a questo ambiente, quella povera bestia s’era tutta brucata e insanguinata. Avanti andava il sangue, poi nella scia il cervello.
Mai, però, dare giudizi pesanti come macigni, difficili da rimuovere.
Dipende dai soggetti, questi di stamani girano da tre ore e non hanno un graffio, entrano e cacciano con raziocinio, senza bisogno di mettere il naso in terra dentro a un cespugliaccio, sotto un roveto, per assicurarsi un buon lavoro.
Dicche s’allontana e improvviso si stoppa, ci siamo, mi dico e il mio cuore pompa, ma il cane mette il naso in terra, vicino a un rigagnolo: tracce di capriolo nella rena lambita dall’acqua.
Via via…sto parlando bene di te, non fare il segugio, via…vai via, non farmi vergognare di fronte a tutti.
Sembra che capisca, mi guarda come per dirmi che è l’unico sentore di tutta la mattina, ha un’espressione seria e maestosa, il fisico possente e il manto bianco lo rendono autorevole e autoritario come fosse il Genio del bosco, il padrone assoluto delle vite animali e vegetali di questa foresta in decadenza.
Per lo meno ci fossero lupi e orsi…mi viene da pensare.
Non scherzo, tutti i boschi ci regalano, col silenzio e la sacralità dei luoghi, di alberi forti, lunghi e diritti come abeti e faggi, un imponente senso di maestosità.
Il senso del superiore, del perpetuo e dell’ immortalità, come ce lo raffigura una storta, ramosa e potente quercia, nessun’altra cosa al mondo.
Mancano però gli animali della paura, il branco dei lupi, l’orso dall’apparizione improvvisa che t’affoga nell’adrenalina che sa di cacca addosso.
Provo a immaginare quali diverse sensazioni darebbe questo luogo se fossero presenti carnivori più forti dell’uomo. Cacciatori pur essi, pronti ad attaccare perché hanno fame.
Mi autosuggestiono e avverto un po’ di fifa virtuale addosso, do un’occhiata ai cani sopraggiunti, mi sfiora il sospetto che altri affamati mi spiino con gli occhi fissi sulle mie lonze e l’acquolina in bocca.
Tornerebbe la forza sicura del cacciatore che non ha paura di nulla, il coraggio dell’uomo in armi, una nuova e fondamentale differenza ci separerebbe da quelli che restano al caldo riparo delle case.
La sfida col bosco e con noi stessi sarebbe effettiva perché entrerebbe in circolo la paura, sensazione primaria e quindi vera, scomparsa dai nostri boschi insieme al senso di amore e repulsione, sogno e fantastica stupefazione dei giorni dell’ignoranza e delle superstizioni: elfi, maghi, fate, nani, streghe, spiritelli, folletti, tutta la varietà dei veri o presunti abitanti delle foreste.
E se ci fossero? Dove siete andati? Forse in luoghi stregoneschi incantati, difficili da trovare?
Forse solo in Africa c’è ancora la paura…anche se io, penso, a un leone non sparerei mai. Gli potrei portare una pecora, questo sì. Se mi attaccasse, eh, se mi attaccasse…
Un’altra ora e ci ritroviamo ai pinoni, su, in cima al poggio. Hanno legato i cani, che ingollano un pezzo di pan secco tostato senza fargli toccare neanche i denti. Bevono l’acquaccia gialla di una pozza vicina, mentre il Calistri e il Chelucci, amici da una vita, preparano un po’ di colazione. Dalla borraccia un vino sincero, dalla cacciatora pane e pecorino, dalle tasche roncolini taglienti, neri e consumati.
Al mio arrivo scuotono la testa per significare dolorosa mancanza assoluta d’incontro. Niente di tragico, siamo gente libera, abituata al terreno libero. Di beccacce neanche il sospetto, i cani sono contenti ugualmente, anche noi. Siamo stanchi e graffiati, loro no.
Le lingue sbrendolanti pompano ossigeno, dilatano e vaporizzano calore.
Dicche e Gecche hanno solo voglia di essere sciolti di nuovo, ricominciare a svolgere il loro compito di superiori cani da caccia, padroni dell’ambiente, solo impossibilitati alla ferma, in piedi, strappata e corrugante tipica di razza, per assenza di regine.
Una beccaccia, per la miseria, datemi una beccaccia da mettere in una carbonaia per i cani.
Un saluto dall’Antonelli, nella forra senza orsi né lupi, né beccacce.

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.ne

 

ETICHETTE

Bottiglie lavate che sgocciolano a collo in giù, sughero spagnolo, macchinetta per tappare; due damigiane pronte al sacrificio del loro annullarsi per dare vita a entità minori, cilindrate di 750cc. di profumati e gustosi vini: Vernaccia di S.Gimignano e Gallo Nero di Greve in Chianti. Una telefonata mi sorprende, è una scocciatura.
Ero dedito con mani e spirito al mistico travaso, che diventa di bile.
“Ehi, come stai? Sono io, ehi… non mi riconosci ? “
“Come sarebbe, certo… ma dove sei? Vieni a casa mia, vieni, si prende un caffè insieme.”
“Mi sa che oggi il caffè…oh, sono a New York. Tu sapessi l’aria che c’è qui, com’è bella la gente…”
Figlio d’un sette, m’ha sorpreso, quant’è che se ne ragiona, io qui a imbottigliare e lui è là, vacanze di Pasqua nella Grande Mela, come un bacogianni in trasferta. Un amico amico.
Siamo in tanti a essere figli degli americani, gli unici a innovare negli ultimi cent’anni.
Ricordare tutto sarà sempre carente, non ci interessa un elenco enciclopedico; degli ambasciatori a stelle e strisce basta citare scarpe di tela, blue jeans e il Rock, Steve Mc Queen e Robert De Niro, magliette colorate e coca cola, mode e modi di vivere.
Non tutto positivo, ci mancherebbe, non siamo qui a esaltare, solo a dare un’occhiata in casa altrui, per notare differenze, se occorra il lanciafiamme o il notes per prendere appunti.
Quello, l’USA, è un paese con orizzonte extra-large. Il nostro è stretto, compatto, forse non ce ne accorgiamo più, ma viviamo spalla a spalla, code nelle strade, fila alle casse per pagare, coda all’ufficio postale, fila dal macellaio, coda per prendere un caffè, fila per un pieno di benza. Forse è questo impegno giornaliero speso a scansare il prossimo che mi fa desiderare una rossa Chevrolet Corvette anni ’50 decapottabile, motore di 5000cc. e una strada lunga, diritta e vuota, Route 66 dalla California al Canada. Unici compagni di viaggio, pali e fili ai lati del nastro
d’asfalto, Nancy Sinatra e la sua magica voce… these boots are made for walking… si può sognare?
L’idrocarburo per auto non costa nulla, dicono, il telefono e l’assicurazione neppure, una bistecca… ma il Texas non è fullfilled di vitelli, o si sono estinti tutti assieme a John Wayne ?
L’uomo è particolarmente versato nel partorire proseliti: religioni, imbonitori, partiti, opinionisti, tutti impegnati a convincerci della superiorità della loro idea.
Ci hanno scambiato per delle bordolesi dove appiccicare un’etichetta.
E sono veloci ad attaccarle, disponendoci da parte, il lavoro è compiuto quando il pubblico è conquistato. Tot lettori, tot telespettatori, se ne hai sei valido e la pubblicità sgancerà la grana: audience, successo e mammona viaggiano a braccetto.
Al tempo dei Rossi qualcuno era solito dire che in URSS legavano le viti con le salsicce.
(Boccaccio)
Se comanderà il colore rosso, ciccia per tutti e niente osso, dicevano.
Poi sono ribaltati muri e calcinacci, ideologie e statue e in occidente sono arrivati i prodotti dei regimi burosoviet, battelli di sciagurati a rimpolpare società di uomini che trombano col condom: albanesi e rumeni si aggirano come lupi, non per ballare, ma per fame.
E’ tutto veramente relativo e questi sciagurati ci vedono come noi gli americani, ci considerano come… italiani, pur non avendogli mandato né vino né pizza, né Alberto Sordi o maccheroni, tantomeno Sofia Loren o coppole. Non abbiamo influenzato i loro costumi e consumi per conquistarli economicamente, voglio dire, con prodotti italiani, anche se credo che l’italianissima pizza la mangino anche a Scutari.
La napoli si è esportata da sé in tutto l’orbe perché è un mangiare svelto che costa poco.
Ma il concetto del veloce, che non fa perdere tempo e a buon prezzo, è tipicamente americano.
Il jeans non chiede ferro da stiro.
La loro cultura tessile parla di cotone: T-Shirts che hanno impestato e conquistato il mondo, felpe e tute che hanno relegato lana e pantaloni con la riga in fondo ai cassetti.
Le scarpe che s’infilano in lavatrice hanno ammazzato le ultime stirpi di calzolai.
Camicie sì, ma usatenuove e fuori dai calzoni, occorre troppo tempo a ordinarle dentro.
Chi si vuol togliere dieci anni dal groppone, prego, non tintura tra i capelli, ma camicia all’aria. Nel paese di Artusi e Petronilla é arrivato McDonald.
Cos’ha di particolare il paladino del panino a sette piani? Offre colore e simpatia, ripropone il basso tenore dei telefilm felici e stupidi, quelli con risate comandate di contorno, e sento orgoglio di europeo brontolare nelle vene.
Però, prezzo imbattibile nel mettersi a tavolino.
Credete che ai ventenni interessi il livello di qualità gastronomica del panino? Mavvia!
Loro badano, come tutti i giovani, a stare insieme in allegria e spendere poco. Il signor Mac l’ha capito e li ospita a sedere con metà del costo di pizza e birra. Il concetto è americano, è quello dell’economicissimo usa e … digerisci, del consumismo programmato, bestiaccia dolce e necessaria. C’è tanta invidia dei comunisti per il mondo USA. Quella società è il riferimento per tutti noi occidentali: ha dato soluzione ai problemi principali e credo che quelli non risolti siano stati baipassati per atteggiamento infantile di rifiutare il buio.
E sento mormorii che alludono a uomini di colore sdraiati in terra, predati dall’alcool.
Insufficienza di solidarietà. Mancanza di assistenza sanitaria. Indifferenza per il debole.
Come siamo belli e buoni noi!
L’America è il paese del dollaro, ricordiamolo. Lo sanno bene anche i suoi nemici più incazzati,
Castro, Bin Laden, Bertinotti.
Dollaro chiama interesse,un lavoro è fatto bene quando rende. Tutto ciò che non dà frutto è visto con indifferenza e sospetto, ecco la mancanza di attenzione all’indigenza.
E’ il limite miliare di quella società che ha inventato un dolcestilnovo non letterario, una sweet new way che impone correre nel lavoro e poi vivere felici. Se qualcuno sta male, cerchi di star bene. Ma il merito è pagato e il sistema mette tutti in condizione, in maniera superlativa, di affrancarsi dalla povertà. Devi darti solo una piccola smossa e il bigblock, il grosso motore, ti mette in orbita. Guardo le due damigiane, un attimo di ripensamento, imbottiglierò prima il vin bianco: rumore di sorgente, gorgoglìo, schiuma. Il pienare lentamente e chiudere veloce con il rubinetto sono operazioni che mi riportano alla genuinità delle sensazioni più semplici, bisognose di un pomeriggio: forse in USA non avrei tempo, forse in Bulgaria troppo.
Sono un occidentale egoista, sto pensando al vino e c’è chi non ha pane, ma non mi viene voglia di domandare ai solidaristi come impiegano il loro reddito, se riempiono il vaglia per le missioni.
Le etichette…le appiccicherò domani.

Antonelli dottor Franco per Edisport Gennaio 2003
www.francoantonelli.com

ALLA TALPA… MA SEMPRE CACCIA E’ !

Vado a trovare il Grande Piero, ex-ferroviere con anima di agricoltore. Caccia con un fucile vero, un Beretta Piccione calibro 12, pesantuccio, roba da uomini, afferma, non da ragazzi. Ma ora siamo in periodo di chiusura e non resta che dedicarsi all’orto, che, come dice lui, vuole l’uomo morto… E’ facile trovarlo incacchiato, il sangue non è acqua, e lui ne è ben fornito. Parcheggio e lo vedo con una vanga in mano, ma non la tiene in posizione d’uso. La brandisce come fosse una lancia, sembra un boscimano sulle rive d’un fiume mentre sta per dare il colpo mortale ad un pesce.
In faccia è rosso, il sangue è in sovrappressione, urla maledizioni alla maledetta maledizione che gli è arrivata tra cipolle e pomodori: una talpa cieca. Una di quelle capaci di buttare all’aria radici e fare fuori piantine e cesti di gustosa insalata. E’ un caterpillar, anzi, peggio. Per inciso, questo nome, diventato il marchio di una famosa azienda americana di macchine per lavorazione terra, non è che la traduzione inglese dell’italiano Grillotalpa, un altro traforatore di orti, sempre in società con la sopraddetta.
Mi fa cenno di non camminare, di star fermo, la mano si alza nella mia direzione, io mi blocco. Come a caccia quando ci comunichiamo un allerta in presenza o sospetto di selvatico. Opero un consenso che neanche il miglior cane da ferma, senza capire. Indica qualcosa in terra, non vedo nulla, da bravo cittadino sono cieco come una talpa…cieca. A passi rallentati, camminando come se avessi paura di fare male alla terra che calpesto, lo raggiungo. Mi sussurra il temuto nome del nemico e finalmente vedo il disastro.
Qui un pomodoro con le foglie giù, là un peperone che le ha ammainate, e melanzane, bietola, sedano, tutto morto. Un’unica traccia di terra smossa accomuna la scia di morte presente nell’orto. Lei è là sotto che lavora, come un sommergibile. Non si vede movimento, è un animale notturno e la puoi sorprendere alla sera tardi e di mattina presto. Bisogna conoscerne le abitudini, niente di nuovo, come a caccia: se di un fagiano non sappiamo gli orari e l’alimentazione, come si muove, se va al fresco, all’uva, al granturco, se si ferma nel mezzo del giorno, dove si imbrocca per dormire, cosa fa quando è piovuto…
Gli sembra che qualcosa si muova là sotto e scaglia la vanga-lancia con una forza che tramortirebbe non una talpa di venti grammi ma un bufalo cafro !
Poi fruga e maledice, rivolta la terra resa finissima dal roditore, non la trova e bestemmia tutte le mamme e le nonne e bisnonne di tutte le talpe del mondo.
“ Ma domattina…vedrai se la piglio!”
“ Perché domattina ?”
“ S’alzano presto, loro, rompono i coglioni quando nessuno glieli rompe a loro…”
“A che ora ti svegli…vengo anch’io, voglio vedere come fai.”
“ A brùzzico, al primo lume di giorno bisogna essere qui a badarla.”
Sembra di essere a caccia, quando ci hanno insegnato un rientro di tordi o gli storni alle ciliege.
La mattina dopo sono lì dal Grande Piero. E’ buio, fa il caffè, è tranquillo. Io niente zucchero, sono impegnato in una delle millanta diete della mia vita di frequentatore di cene venatorie.
“ Ma ci sarà ? “
“ C’è c’è, stai sicuro che c’è, mi par di vederla, la sento, stanotte l’ho sognata. Ascolta, ora si va lì, devi stare attento a non fare rumore, cammina piano, al rallentatore, passo leggero e fermati se te lo dico io, vedrai che stamani la freghiamo, accidenti alle talpe, topi, ratti, pantegane e alle sue mamme !”
Ci incamminiamo, alla capanna mi dà un vanghetto affilato, mi dà gli ultimi consigli.
“ Se tu vedi la terra muovere, tiragliela subito, senza ripensarci!”
L’atmosfera è quella della caccia, arriva il chiaro leggero del giorno, siamo in posizione, mi fa cenno di fermarmi, sembra di camminare in un campo minato, gli occhi attenti a scrutare, ma non si vede nulla. Le gallerie sono in pelle di terra, ma sembrano disattivate, niente lavori in corso.
All’improvviso ho la sensazione che il pelo della terra stia muovendosi piano piano, pianissimo, glielo accenno con uno schiocco di dita che lì, nel silenzio totale, sembra un colpo di fucile. Si gira verso di me, appena guarda in terra alza la vanga con una velocità che non gli avrei accreditato e la conficca a fine galleria.
“ L’ho presa, maremmamaiala, l’ho presa, accidenti a tutti i contadini e i ferrovieri del mondo, l’ho presa, tu vedrai se l’ho presa !”
E’ contento come un bambino, ride e si congratula con me come se il colpo l’avessi dato io. Come a caccia, niente di più, niente di meno. Uno spara al fagiano, è tutta la squadra che l’ha incarnierato.
Rovescia la terra, ora si vede bene, la luce si è fatta posto in cielo. Anche oggi sarà una giornata di giugno con un caldo più adatto ad agosto e ai saraceni che a noi; niente vento, non una foglia tremula.
Tira fuori quell’esserino dalla pelliccia nera e morbida, lucente, talmente brillante che fatichi a crederla regina dell’underground. Una gocciolina di sangue macchia il ferro della vanga.
Chi vive chi muore.

Antonelli dottor Franco per Armi & Tiro Ottobre 1984

 

ALTOLA’ AMICI, MARCIA INDIETRO…

Ho incontrato un caro amico.
Mi racconta di essersi convertito all’andare a piedi; usa il cavallo di S.Francesco non per recarsi con la famiglia a sorbire il gelato ai giardini di città, come tutti i comuni viventi, bensì per uscire dal comune di residenza ed intercettare altri comuni, province, regioni, stati. Ohibò!
Insomma, chilometri e chilometri a piedi, con zaino, pantaloncini, sandali, maglietta, mutande e t-shirt, tutte le sere bucato e di giorno occhi sul mondo.
E’ molto particolare il mondo visto da chi lo percorre a piedi, con il ritmo naturale delle gambe dell’uomo che un bel giorno si risolve, dà un colpo di coda e lascia in garage auto, moto, bicicletta. In una gara a cronometro un uomo a piedi perde anche da un ragazzino col monopattino.
Nel vivere il mondo a lato della carreggiata bisogna essere pronti a risolvere i problemi momento per momento, dove mangiare, dormire, riposare; problemi semplici ma non facili da pensare stando seduti a una scrivania o asserragliati nella personale poltrona telecomando-munita, assimilated dai programmi TV: dove ci pare di scegliere in libertà e invece siamo schiavi del padrone dello zapping, un tipo bizzarro, sconosciuto, nessuno lo ha mai intervistato.
L’amico ha cominciato col classico Cammino di Santiago di Compostela, poi si è dedicato alla via Francigena, poi… chissà, muscoli che si tonificano mentre l’anima gode e si rigenera. E io sono rimasto a bocca aperta nello stare ad ascoltare come si possa partire da casa con lo zaino e recarsi alla stazione a prendere il treno per chissà dove e pensare di interpretare il mondo come una formica, un cane randagio, uno tzigano, un poeta senza fissa dimora, appunto.
L’incontro mi rimane addosso e ne fo partecipe un altro amico mezzo pazzo come me, uno che ha sempre preso la vita a rovescio dei comuni viventi, mai sputando su un mio programma deviato e deviante, uno del quale mi fido quando c’è da fare qualcosa d’insolito, uno che dice di sì senza ripensarci troppo.
E’ rimasto anche lui sbalordito, però mi ha detto quando si parte…come invitare un matto alle sassate.
Il Tofani pende dalle mie labbra e vorrebbe sapere quale fucile portare e che tipo di cartucce preparare, mentre Einstein mi guarda un attimo, valutandomi del tutto grullo come il suo padrone, senza pietà, non ci dà speranza di rinsavimento, per lui siamo già ‘andati’, del tutto.
Einstein è il suo cane, un canetto rosso di mille sangui, il principe dei bastardi, pronipote di vaganti meticci apolidi, furbo e intelligente come pochi: lui lo sa e pare vantarsi dei suoi titoli mentre mi dà un’annusatina compiacente e altezzosa, solo per consolidare ciò che pensa di me in modo terminale.
Mi conosce e sa che gli voglio bene, ricambia e pare aver capito, mi guarda come può guardare un canino con occhi umidi dal basso verso l’alto, anche lui è convinto e non vede l’ora, anche se non lo dà a vedere.
“E allora, dove dici di andare?”
“Che ti devo dire… il passo migratorio è quasi terminato, ora ai capanni aspettano i sasselli e le cesene, siamo a novembre, o se s’andasse in Bolago? Lassù ci sono tanti di quei mastalli, i sorbi degli uccellatori, che se un uccello passa di lì si deve fermare per forza a mangiarne, che ne dici ti piace il posto?”
“Per piacere mi piace, ma il tempo all’alto, di questi giorni…”
“Se si pensa al tempo è meglio non partire.”
“Ma il tuo amico quando si muove, per andare a piedi in Spagna, d’inverno o d’estate?”
“Capisco… ma non bisogna far conto che siano i primi di novembre, sono due mesi che non piove, ha fatto una burrascata quindici giorni fa, ma l’inverno ha sempre da farsi vedere.”
“Non l’ho mica detto perché ho paura o non mi sfagiola l’idea, basta che tu mi dia la direzione e vedrai, lo sai, ti vengo dietro fino all’inferno, ti ricordi a Pitigliano quando tutti s’era fermi in albergo perché pioveva a scroscio, mi dicesti vieni con me…”
“E come potrei dimenticare quel fascio di lodole? Soli sotto l’acqua a tirare alle lodole di rilevo, i prati erano pieni di pispole e lodole, non c’era nessuno, veniva l’acqua a funi, mòlli come ranocchi, ma che mazzo di uccelli, che giornata…”
“Però s’aveva il cambio dei vestiti!”
“Come oggi, non l’hai preso te?”
“Come no? Una tuta, come s’è detto…”
Il venerdì mattina di buon’ora appuntamento all’inizio della ex-Camionabile, ora viale Adua.
A Barile sono montato senza biglietto sulla Circolare che mi deposita da Emilio.
Ride.
Sorride e mi guarda, zitto: sembra darmi le consegne del capo spedizione, io mi stringo nelle spalle dove ho appeso uno zaino frutto di compera quando si andava a caccia nel livornese e si passava sempre dal Mercatino Americano a vedere cosa ci fosse d’interessante.
Anche lui ha il 20 inguainato, per legge non si può più portare per la strada un fucile senza custodia, come se non si vedesse che uno ha un fucile, e cosa dovrebbe avere lì dentro, un ombrello? Einstein mi guarda e scodinzola, è d’accordo, buon segno.
Si prende per Capostrada, qualche rada macchina ci passa d’accanto, la giornata è fresca ma non fredda; ogni tanto mi volto, ora vedo arrivare un furgone, chiedo un imbarco, a bordo uno che sta mangiando, incrociamo gli occhi, continua, ci sorpassa e poi dà in una frenata, abbassa il finestrino e domanda dove si vada: gli chiedo un passaggio, ci carica, è un cacciatore, è curioso, ci offre della schiacciata, Emilio non accetta, io sì e mangio, è buona, calda e appetitosa.
L’uomo vuole sapere, ha un capanno per i tordi alla Castellina di Siena, dice che quest’anno ne sono passati pochi, gli dico che si va a piedi perché non si sa più come divertirsi, lui ride, sembra aver capito, dice che le cartucce se le carica da sé, ha un 28 tronchino.
Prende per Modena e ci lasciamo, noi si va per Bologna.
Sono le sette e mezzo, la lunga diritta asfaltata che nasce a Capostrada e va in salita verso Porretta e Bologna è tutta nostra. Non so se stare dalla parte sinistra o destra della strada. La sicurezza mi consiglia la sinistra.
Via… inizia l’avventura, nella strada in salita, la Collina.
“Meno male avevi detto che si doveva andare a piedi…”
“Cosa vuoi che sia, un autostop si può sempre fare, l’importante è lasciare il mostro in garage, essere partiti rifiutando la comodità del mettere in azione un motore che ti porta dove vuoi.”
La giornata è nebbiosa, scura e senza vento, le cime degli alberi sono ferme, non una foglia dondola, l’umidità si potrebbe affettare, nelle case si accendono e si spengono le luci, qualcuno ha acceso il forno o il camino, un buon odore di legna bruciata si spande per aria.
Cento metri in silenzio, la nostra camminata è medio veloce, le macchine sono per lo più indirizzate in senso inverso verso Pistoia, ci spostiamo sulla destra per non respirare i gas di scarico, le auto che salgono sono pochissime.
Ai piedi abbiamo scarponcelli impermeabili da trekking, addosso vestiario leggero in cotone battuto, maglia pesante e giacca da caccia nello zaino; ieri sera al telefono abbiamo concordato la roba da portarsi dietro per questi tre giorni di avventura, quasi un safari montanaro, s’andrà a quasi trenta chilometri dalla città, non sono tanti, neppure pochi per chi non li ha mai fatti. Stiamo zitti, badando a addizionare passi il più possibile fitti; sento caldo addosso: un leggero
fiatone ci dice che il ritmo è quello giusto, quello della fanteria, ovvero 5 o 6 chilometri all’ora. Abbiamo quattro scatole di cartucce per uno, ma la prossima volta, se ci sarà, ne porterò due, comincio a sentire il peso sulle spalle e non abbiamo fatto che un’ora di cammino.
“Come va?”
“Bene bene…”
Einstein fa da staffetta, ora piscia a un paracarro di plastica e si volta indietro a guardare, sembra un
filosofo.
A piedi si vede tutto, il mondo è nudo.
Sudicio e sudicio, plastica e cicche, bottiglie e bottigline, ancora sudicio e barattoli di bibite, cartoni di tè, carta d’alluminio, maremma spregiosa quanto sudicio c’è accanto all’asfalto: la cunetta è piena di plasticume, mi vergogno di appartenere al medesimo genere di coloro che insozzano senza sentire alcun rimorso: senso di colpa assente, persone(!) che non avvertono come proprio il mondo che le circonda.
Questa è stata la maggiore novità risaputa e negativa riscontrata nell’andare a piedi per strade riservate alle auto impestate e infestanti. Aprono il vetro, via la lattina vuota, avanti un’altra. Tre ore e siamo al bivio che porta al Termine, quattro ore e siamo al Poggione, via verso l’Orto di Corso. C’è un camion e due uomini che caricano grandi tronchi di faggio tagliato. Facciamo una sosta, è quasi mezzogiorno, ci mettiamo a sedere sui tronchi e scartocciamo il
mangiare portato dietro.
“Come stai?”
“Io bene, e te?”
“Tutto a posto, siamo in media?”
“Certo, abbiamo il tempo che ci pare, basta arrivare prima di buio alla casa diroccata sullo stradello che da Bolago porta a Spedaletto, si dormirà lì.”
“E se ci casca il tetto addosso?”
“E’ già venuto a terra quasi tutto, quello rimasto è sicuro, me l’ha detto Marco della Comunità Montana, a noi basta che non ci cada la guazza in testa.”
Si riparte, Einstein è contento della scatoletta di carne trangugiata senza averle fatto sentire i denti, ora beve nella mezza palla di gomma che il Tofani si porta dietro.
Aiuto Emilio a far passare la cinghia della custodia sopra il sacco a pelo legato sulla sommità dello zaino, poi lui me. Salutando quegli uomini, uno guarda per aria quasi a presagire acqua, ma la fortuna aiuta gli audaci, non pioverà per tutta la gita.
Ora la strada è in piano, breccino battuto, con gli scarponcelli si cammina meglio che sull’asfalto. Nota negativa, sia il sottoscritto che il Tofani abbiamo poco allenamento, è possibile controllare il mantice del fiato, ma non le gambe, se non hanno chilometri nel serbatoio te lo dicono senza pietà. Se si alza il ritmo aumenta la pressione nei polmoni, le mani e i piedi si gonfiano; rallentando, tutto si ristabilisce, ma la media si abbassa e la camminata diventa una passeggiata, proprio ciò che non vogliamo, abbiamo deciso che l’impegno fisico ha da essere serio come quello di un atleta che mira a un risultato.
Einstein se ne frega, lui va in avanscoperta, leggero e determinato, annusa qua e là, la zona è frequentata da caprioli e cervi, mufloni e cinghiali, chissà quanti ne ha già avvertiti; se il naso gli determina un qualcosa di più recente, annusa a fondo e ci sprilla due gocce, ora non ne ha quasi più. La prossima volta sarà obbligo dotarsi di quei bastoncini telescopici tanto di moda oggi, comunque si cammina nella foresta che passa dall’Orto di Corso e porta a Montelungo e all’altopiano di Bolago, un panorama macchiato di colori meravigliosi della tavolozza sacra del Pittore assoluto. L’erba gialla e secca indica un’annata siccitosa per niente prodiga di funghi; queste zone sono di
solito battute da macchine di cercatori e oggi non ne vediamo.
Per aria gira una coppia di poiane, intente a fare esercizi di geometria del cerchio e circonferenze, raggi minori e poi maggiori, più alte, più in largo, più lontane, in lavoro di avvitamento per l’aria come a seguire la pista operata da un gigantesco tirez bouchon, il nostro volgare tirabbusciò. Il pomeriggio è avaro di uccelli, abbiamo visto due tordele errabonde e una cesena isolata, pettirossi e codibugnoli, capinere e cince.
Non vediamo l’ora di arrivare alle macerie che saranno il nostro albergo notturno. L’aria umidiccia e il grigio colore del cielo ci accompagnano, stiamo camminando sull’altopiano da un’ora, molto meglio che sull’asfalto della Collina; il ritmo è il medesimo, l’affanno dell’ascesa non c’è più, spesso l’occhio va all’orologio, diventato padrone della nostra azione.
E questo è un errore.
Interpretare la nostra giornata di caccia con la libertà dell’andare a piedi dovrebbe sottintendere partire quando ci pare, dirigersi dove ci pare, arrivare quando ci pare, nessun obbligo voglio dire. Sarà perché è la prima volta che ci viene in mente questa bizzarra idea, sarà perché oggi è venerdì e la caccia è chiusa, non lo so, ma non vedo l’ora di arrivare alla casa diroccata dove dormiremo. Siamo in una zona impestata da residui di cemento di costruzioni vecchie. Ci sono rimaste solo piattaforme basse di ferri rugginosi attorcinati e affogati nel cemento di quelli che furono gli impianti per la produzione di bachini da sego per la pesca.
Uno schifo ancora oggi, speriamo che la Comunità Montana dia una ripulita ma qui ci vogliono macchinari grandi, non le solite ruspe.
Finalmente arriviamo al termine della piana, è visibile la valle rivolta a nord che sprofonda fino alle case di Spedaletto, Bellavalle, Corniolo e all’asfalto che porta a Porretta Terme; di quassù si gode un panorama bellissimo, le gambe stanno bene, la nostra anima meglio: gustiamo la sensazione di avercela fatta, di aver raggiunto e conquistato qualcosa che non esiste al di fuori di noi, che nessuno può vedere, solo noi conosciamo del suo essere impalpabile ma concreto.
La prossima volta, e ci sarà una prossima volta, indosserò pantaloni più larghi in vita e senza cintola, meglio le bretelle, le vecchie care bretelle, sia benedetto chi le ha inventate.
La casa è veramente squinternata, un fulmine recente ha sciupato la parte che sopravviveva discretamente e non c’è più un briciolo di tetto, ma c’è una lamiera ondulata mezza sepolta dalla terra; la puliamo avvertendo la contentezza e l’orgoglio di essere protagonisti del survival, quando tutto può servire a sopravvivere.
Sopravvivere … che parolona grossa! Abbiamo i telefonini per chiamare aiuto e se ce ne fosse bisogno, corna doppie e triple, in poco più di mezz’ora si arriverebbe alla civiltà di Spedaletto, in cinque e cinque dieci sarebbe possibile veder arrivare una jeep con soccorsi, se non anche un
elicottero.
Mentre Emilio, stranamente molto silenzioso, dà mano alla vanghetta e prepara due buche, io vado a caccia di legna e foglie secche. La legna secca la troverò appesa agli alberi, quella troncata dal vento e dal brucello, rimasta a dondolare e far rumore di sbatacchiamento. Foglie niente, sono tutte umide in questa parte di montagna non esposta al vento e al sole; poi mi viene in mente di guardare negli angoli della casa e ne trovo, spinte dal vento in grande quantità.
Un bel fuoco ci riempie gli occhi di colore, le mani di calore, l’anima di soddisfazione. Pieniamo le buche con matasse di foglie e ci stendiamo sopra i sacchi a pelo, la lamiera è in posizione, arretta da un grosso sasso in bilanciamento con un altro sotto, pare un trampolino. Luce ce ne sarà ancora per un paio d’ore, abbiamo preparato ‘il campo’ come volevamo; Emilio attizza il fuoco, io svoltolo il cartoccio delle salsicce.
“A che pensi?” Gli domando.
“Mah…e ora per arrivare a domani mattina cosa si fa?”
“Ho capito, se pensi che il problema sia l’ora legale che ci condanna al buio precoce, fregatene, noi si vive con la luce del sole: quand’è buio si dorme, quando c’è luce si sta svegli e si caccia, si fa come Einstein, guarda come s’è accovolato tra le foglie in mezzo ai sacchi a pelo, lui pensa già a domani.”
“L’hai portata la pomata termica?”
“Sì, ma prima mangiamo, acqua per lavarsi le mani ce n’è poca e se ci si fa il massaggio prima di cena si rimane col tanfo del mentolo addosso…”
Sia benedetto anche chi ha inventato le salsicce, materiale essenziale da arrostire sui carboni. Io taglio la mia, la brace sacrificale l’ha resa bollente e lucida di grasso, dentro non è tanto cotta, l’appoggio su una foglia e taglio il pane, fo un cantuccio, una mossa imprevista mi fa tirare un accidente al principe degli sbadati, che sarei io, mentre la salsiccia rotola in terra e il Tofani ride…Soffio via la terra dalla salsiccia con le mani nere dal sudicio del fuoco, della legna, delle foglie, della terra, prendo una salvietta e la strofino forte cercando di farle pulite: pulite, sì, insomma…Comunque la salsiccia è speciale, ogni tanto sento scricchiolare un granellino di terra tra i denti, ma non m’importa.
Sapore da Alta Cucina, albergo cinque stelle, poltrona… beh, accontentiamoci.
Lo scuro incombe, non abbiamo lampada, solo due piccole pile, ma non c’è bisogno di accenderle, il nostro basso fuoco di bivacco serve abbastanza alla bisogna.
Mi tolgo i pantaloni e avverto un fresco troppo fresco sulla pelle, prendo a massaggiarmi i muscoli con la pomata termica, a lungo e abbastanza forte; Emilio è impegnato nella stessa azione, un penetrante odore di mentolo ci circonda, la crema è magica, ora è buio e la temperatura ci obbliga a entrare nel sacco a pelo dopo aver indossato pantaloni e un altro paio di calzini di lana. “Buona notte!” Gli auguro, quasi a presa di culo.
“Secondo te Einstein avrà freddo stanotte?” Domanda, un po’ preoccupato.
Non gli rispondo perché i miei pensieri sono già rivolti all’interno della loro cuccia, intenti a rovistare nella mia vita di mezzo matto, quasi da internare; non hanno torto quando a volte mi dicono che sono di fuori come un terrazzo.
Me ne frego e cerco di fare come mi pare.
Provate.
Gli occhi rivolti all’alto guardano il riverbero del fuoco sulla lamiera che mi sta sulla testa, vedo un angolo di cielo, nuvole bianche stanno ferme nel cielo nero come mucche al pascolo in un prato, niente stelle… no, ce n’è una, ma sì, certo, ma guarda un po’, c’è una stella, proprio una stella, chi l’avrebbe mai detto che se ne sarebbe affacciata una? Forse s’è alzata per dare un’occhiata agli ultimi dei pionieri; o i primi dei moderni pentiti, chissà?
Un profumo di fungata mi circonda, ho solo il naso fuori della mia crisalide, uno starnuto prepotente mi scuote, subito annuso il mentolo che viene fuori arrogante dal sacco, tiro su il lembo per coprirmi e avverto sulle mani il sentore di carbone, la pomata, il frazio dell’unto delle salsicce. Mi giro su un fianco, le foglie scricchiolano.
Penso al lavoro, ai clienti, a una bella topa incontrata a fare spesa alla bottega, poi alla famiglia e ai figli e a mia moglie che scancellano tutto.
Penso alla doppietta 20 che mi sono portato dietro, era di mio fratello: Tonino come te ne sei andato presto!
Penso alla giornata che verrà. Ce ne saranno cesene? Un anno a Altedo ne feci un bel mazzo, venivano alla frutta: dicembre, che freddo in quella pianura… non c‘erano più foglie tra gli alberi e gli uccelli erano ingordi delle pere cadute in terra e marcite, più ciccia che frutta.
Penso che devo provare un fucile semiautomatico per la rivista e che sono in ritardo come al solito, tutto in regola dunque.
Penso che le gambe non mi fanno male, però le sento, come avessero da dirmi qualcosa. Sento che mi suggeriscono di seguire un certo allenamento prima di sottometterle a un affaticamento del genere.
Mi sto addormentando, guardo quella stella, è sempre lì, ma c’è davvero o me la sto sognando? Sento il rumore di una zip: è Emilio che apre il sacco a pelo, si mette in ginocchio, rufola nello zaino dietro le nostre teste, lo guardo con occhi spenti, prende la giacca da caccia e copre Einstein. Forse il prossimo anno sarà meglio andare a caccia a piedi di settembre…

Antonelli dottor Franco per Caccia+

 

IL TEMPO CAMMINA E NON INVECCHIA

Sto camminando su per una montagna, lungo un sentiero conosciuto.
E’ notte e l’aria tersa entra nei miei polmoni, li ripulisce dagli avanzi schifosi della città lontana, li ossigena a modo e io mi sento rinascere: basta poco per assaporare odore di paradiso. Non sono solo, con me altri quattro in cerca di un momento di esaltazione; amici che prediligono lo svegliarsi in piena notte per tentare l’avventura, di caccia naturalmente.
Allo stop obbligatorio per un caffè bollente, il barista si è meravigliato, siamo i primi, non ha ancora visto ressa nel suo locale, ci ha guardato, forse ci ha confuso per un attimo con dei fungaioli, poi le mimetiche, l’abbigliamento da guerra ci ha qualificato per ciò che siamo: cacciatori in cerca di se stessi più che di preda.
Non ha prodotto neppure le frasi di circostanza, forse gli girano i coglioni, chissà perché, ha incartato le colazioni richieste; Leo ha pagato mentre io agguantavo il notevole cartoccio, schiacciata e mortadella per cinque, grande profumo, grandissima semplicità, un gusto che ci viene dietro dall’infanzia.
Io sono il più dotato di anni della spensierata brigata: Gianni ha tre anni meno di me, Pietro sette o otto, ma Leo e Tullio potrebbero essere miei figli, non credo che abbiano più di venticinque, trent’anni. In due fumano e prima di rientrare in macchina aspettiamo che s’inquinino a fondo. Com’è buffo il mondo degli uomini, brontoliamo per lo smog che ci affoga e poi accendiamo un tizzone da respirare nel profondo dei polmoni. Sarebbe meglio che stessi zitto invece di fare questa morale da quattro soldi, ho fumato per una vita e il colpo della sigaretta dentro le coratelle mi è mancato anche stamani, come si fa a dimenticare il rifiato del tabacco che si stende sull’amarognolo di un buon caffè? Sono contento per aver trovato la voglia di smettere, tanti anni fa, ma il profumo della sigaretta accesa mi perseguita tutt’oggi, in specie alla mattina presto come stamani: se fossi capace di fumarne solo tre o quattro al giorno ricomincerei subito… ma ricordo bene che ciminiera fossi diventato, io quando fumo… fumo.
Siamo a fine settembre e tutti abbiamo in cuore la speranza d’imbroccare la prima giornata di passo. Parcheggiata la macchina sono partito come una scheggia. Avevo preparato il mio zainetto e preso il fucile non sono stato lì a dondolare insieme agli altri.
“Ehi, ma che furia hai, guarda che ore sono, che hai paura di perdere il posto, chi vuoi che venga al Passo di questi tempi…”
“Ragazzi m’avvio perché mi scappa un bisognino, voi fate pure con comodo, tanto tra dieci minuti ci si ritrova, v’aspetto un po’ più su.”
Non mi scappa proprio niente, è una mia vecchia tattica, imparata da Walter, il vinaio di Porta Carratica. Noi s’era giovani e lui anziano, veniva a caccia e non voleva rimanere indietro, esattamente come io oggi, il tempo cammina e non si stanca, il tempo non invecchia, gli anni gli passano ma resta giovane.
Walter, appena arrivati, schizzava come una lepre dalla macchina parcheggiata e allungava lungo il percorso di montagna; ce la metteva tutta e si fermava a riposarsi cento metri più su; quando si arrivava dov’era, lui s’era riposato e ripartiva, mentre noi ci si fermava a tirare il fiato e rilassarsi un attimo.
E lui era sempre avanti.
E io oggi faccio come Walter, il vinaio di Porta Carratica, maremma come tirava bene…
Non sopporto essere l’ultimo del gruppo, magari mi viene in mente che mi compatiscono e rallentano per farmi un favore, ragazzi se non si muore, prima o poi s’invecchia e le gambe…
Ho attraversato un prato sfalciato e la bassa erba ha lucidato la punta dei miei scarponi, la guazza notturna è la bevanda della terra, mi trovo in un breve altipiano da cui si vedono le luci gialle della lontana città, laggiù in basso; sento che chiudono le portiere della macchina, ho già il fiatone, mi fermo a pisciare, bisogna che mi muova sennò mi ripigliano.
Ho preso il 20 automatico perché leggero, m’accorgo che lo cambio di spalla troppo spesso, prima l’attaccavo a sinistra e lo lasciavo lì; un refolo di vento mi sembra un regalo, guardo per aria, non una traccia di nuvola, lo stellato è da riferimento, un persistente odore di fungata mi accompagna, non c’è bisogno di accendere la pila e penso a quei ragazzi, guardo lo stradello che s’inerpica, adocchio un cespuglione di ginestra, la luce è diafana, ghiaccia, mi fermo a riposarmi, le gambe non mi danno problemi, cosce e polpacci sono a posto, solo la parte anteriore degli stinchi mi dà un leggero dolorino, ma la cassa toracica sembra la bottega di Sabatino il fabbro quando muoveva il mantice della forgia.
Guardo in giù e medito, troppi ricordi si affacciano alla mente, troppa gente che non c’è più, ma mi sento vivo quando ascolto il silenzio degli amici che si arrampicano. Anche loro sbuffano, smuovono sassi nell’avanzata, ora li vedo, tra due minuti saranno da me, sento il cuore che rallenta il tumpeggiamento della fatica, sono sudato come una bestia eppure sono in camicia, maglia e gilè nello zaino. Mi detergo con un fazzoletto e riprendo le forze, potrei ripartire ma li aspetto, li voglio aspettare per leggere nei loro volti gli anni di differenza e il mio essere vivo.
Mi contenterei di vedere un tordo, solo per avere la sensazione del nuovo anno di caccia che arriva.
Mi sono costretto a non bere, secondo una mia vecchia teoria, eccoli, smadonnano, tirano fuori le borracce, sono sudati anche loro, i due giovani paiono caprioli, sono ultimi ma ci potrebbero girare intorno e andarsene in cima, forse di corsa.
Io riparto, prendo la bottiglietta dell’acqua, un mezzo sorso, sciacquo la bocca e la sputo, non si deve bere se non in punto di morte, dice la mia teoria, l’acqua va asserbata, non si sa a chi, e quando la butto via, al ritorno a casa, mi sembra di aver vinto una sfida con me stesso, ma forse sono rincoglionito. Acqua che ora è fresca e meriterebbe di essere bevuta per dare refrigerio, poi diventerà come il piscio, solo il colore la differenzierà, non la temperatura.
Sono pronto per la neuro? Portatemi aranci e la Settimana Enigmistica.
“Ma dove vai di corsa… stai attento alle coronarie, va via va via vigliacco, tu ci potresti anche aspettare, da’ retta, fermati che si riparte insieme…” Pietro e Tullio sono una voce sola, ma loro sono quasi dei vecchietti come me, gli altri due sono miei allievi e stanno in disparte, è la prima volta che vengono a caccia con me, forse hanno del rispetto, timore reverenziale… basta che non assumano atteggiamenti da compassione, ci mancherebbe anche farsi commiserare!
Andò così: accadde che mi era scappata un po’ troppo la penna, pardon la tastiera, e non ricordo più in quale articolo avevo scritto, fatto un invito a chi fosse in deficit di risultati di caccia, ma anche di vita. Avevo offerto del buon salame e del Brunello a chi mi fosse venuto a trovare, a chi avesse avuto bisogno di assistenza venatoria e spirituale e voglia di gustare articoli mangerecci e bevande rosse e graduate che sono sempre presenti nella cambusa di mia moglie.
Scherzavo, no, non scherzavo, l’invito era reale ma allo stesso tempo virtuale perché non avevo indicato l’indirizzo di casa mia.
Ma che potevo pensare che… insomma alcuni birbanti non si erano dati per vinti e si presentarono a casa mia per fare colazione. Alle sette e mezzo di mattina, badate bene; d’altronde io avevo detto di venire a fare colazione insieme a me, a casa mia, non al bar di fronte a una brioscia di una settimana scaldata sulla piastra.
“Franco c’è gente nell’aia, aspetti qualcuno?” ricordo che mi domandò mia moglie al vedere una macchina sconosciuta. La prima di una serie di una decina.
E così si presentò Leo e poi Pietro e poi altri. Tutti giovanissimi.
Io, contento come un capo venerabile e venerato, offrivo pane e salame fatto in casa, godevo dei discepoli, ma mai e poi mai avrei voluto apparire vecchio, anche se saggio e benevolo, versando del vino a questi mocciosi abituati a bevande frizzanti e non al vino vero come è il Sangiovese di vicino Montalcino che alberga in casa mia, imbottigliato in bordolesi e chiuso da tappi spagnoli.
E vedevo le loro facce stravolte dal vino che buttavano giù a fatica nello sforzo di mostrare virilità e io, merdaiolo, che li mettevo alla prova sull’unico beveraggio degno di essere ingollato da uomini con i pantaloni. E loro che pativano e io che godevo della mia subdola maturità e della loro condizione di appena spuppati…
Io saggio e benevolo? Ma quando mai…
Le mie pulsazioni sono nei dintorni delle centoventi al minuto, la gola è secca e un bel sorso ci starebbe proprio bene, ma perché vado a caccia, perché instauro delle buffe e inspiegabili sfide come quella che sto vivendo ora, cosa… c’è qualcosa che voglio dimostrare agli altri, a me?
Incasinato in una meditazione che non mi offre appigli di verità, studio dove fermarmi ad aspettare il resto della banda, la tattica sta funzionando a meraviglia, ma siamo al limite dell’ora di camminata su un sentiero impervio, anche il 20 comincia a pesare, non ancora come un’incudine, ma sta incoraggiandomi con perfidia a pensare di dotarmi di un bel sovrappostino 28, mi sta convincendo che per un tordo o un merlo bastano e avanzano i tre quarti d’oncia, i ventun grammi di un 28, che sia doppietta, semiauto o sovrapposto.
E mi rifermo tra i faggi, dietro a una curva, tiro fuori la bottiglietta, un sorso e… niente, non bevo e sputo, non sia mai detto d’essere più debole di un sorso d’acqua.
Ricordo che anni fa mi fermai qui, c’è una depressione a conca, nel pianoro, che invoglia i migratori a strisciare tra gli abeti e i faggi: anche allora ero in guerra con qualcuno che veniva con me, ma aveva gambe migliori delle mie, rotte dalle motociclette. Guerra per modo di dire, ma tra gli uomini c’è sempre della competizione, una leggera rivalità anche siamo amici, che ci fa godere se abbiamo un uccello di più allo strozzino, se abbiamo fatto un gran tiro e l’amico di turno una padella clamorosa, magari consolandolo…
Come diversi galli nel pollaio, così l’uomo cacciatore conduce la sua vita di caccia con i suoi simili, cercando affermare se stesso nei confronti del mondo, annessi e connessi.
A trent’anni adoperavo il 20, da quaranta in là sempre il 12, non regalo nulla, non mi piace arrivare dietro, e se fosse possibile mi doterei di un bel calibro 10.
Manìe d’insoddisfazione? Complessi d’inferiorità? Mah… sia quel che sia ora sono tra questi faggi a godermi la frescura e il riposo. Aspetto che i battiti ritornino sull’ottantina, i polmoni si sono calmati e hanno smesso di tirarmi degli accidenti, solo gli stinchi mi fanno male, che ci siano dei muscoli anche nelle ossa? Povere le mie tibie.
Ripensamenti da assenza di problemi veri, meno male.
Ecco le mie cavie, i giovani sempre in fondo, silenziosi e rispettosi, Tullio e Pietro parlano e maledicono in continuazione questo sentiero che tutti gli anni gli propino di questi tempi, quando le tortore non ci sono più e il passo dei migratori non è iniziato, anche se i capannisti hanno già messo in lavoro i loro strozzini sui tordi nati su questo Appennino tosco-romagnolo, all’Abetone, nei boschi sotto la Croce Arcana, nei Mandromini.
“Ti diverti, eh…?” dice Pietro soffiando come un ferro da stiro a vapore.
Ma io ho il pensiero tutto da un’altra parte, ho sentito il cambio del vento, la cambiazione come la chiamavano i nostri vecchi.
L’aria ora appiccica, tira vento di mare, buono per gli uccelli che vengono dal nord, si vede qualche nuvola bianca oscurare un gregge di stelle, mi soffermo nell’ammirare il Gran Carro, di qui sembra di poterlo toccare, se rinasco vorrò studiare astronomia e astrologia, sono qui sotto l’universo e le costellazioni, di lui non conosco nulla, mi sento ignorante come una capra di fronte a un fenicio che guardando lassù stabiliva la rotta della conoscenza, con la sua barchetta, mille e millant’anni fa. Bando alle ciance, non sento neppure cosa mi dicono, ormai il valico è vicino e voglio arrivarci per primo, non per prendere il miglior posto, non m’interessa, ma perché odio il tempo che avanza e
c’invecchia tutti, quando sarò in cima proverò la consueta soddisfazione di aver effettuato qualcosa che facevo anche trent’anni fa, come urlare al mondo che sono sempre vivo e col fucile in mano. Che sia anche una questione di galli…?
Antonelli dottor Franco per Caccia+

 

CACCIA CHIUSA

In cima a un poggio, seduto sotto un antico e scurissimo leccio, guardo scorrere le immagini del più bel documentario che ci sia, appoggiato di schiena.
Con un filo d’erba in bocca, su un sasso piatto. Ce lo piazzai vent’anni fa, poltrona Frau.
Un panorama a tutt’orizzonte, gigamega pollici senza fine, altro che TV!
E’ primavera, gli animali sono in amore, i cani, vicini, osservano con curiosità, perché mai ci siamo fermati, sembrano dire. Le lingue che sgocciolano tremule e i cuori tumpeggianti denotano mancanza di caccia cacciata, insufficienza di allenamento. Il Vecchio Trombone è stato pulito, oliato e riposto. Gilè, camicie, giacche e pantaloni, rammendati, lavati e stirati, in odore di naftalina. Scarponi impregnati di grasso albionico.
Ancora non si sente il cuculo, le rondini sono già arrivate e i passerotti si rincorrono tra il rosa dei peschi, il bianco dei ciliegi e il giallo delle rape.
Calabroni, api, vespe e vesponi, mosche, moscini e mosconi e insetti di ogni razza, colore e dimensione ronzano un nevrastenico andirivieni dai calici dei fiori, qualche lucertola s’affaccia timida, occhi ancora insonnoliti, le mimose sono sfiorite, dal secco triste dei rami spunta qualche gemma allegra, colorata e curiosa, come tutti gli anni, in primavera, dacché mondo è mondo …
Il pettirosso è sempre presente, arrogante e padrone, ancora non si decide a sloggiare. Lui conosce benissimo qual è il momento di fare le valigie, il freddo non è ancora terminato.
Dovrebbe essere vicino il rimonto delle beccacce, nei campi abbiamo alzato diversi tordi.
Il bisogno benedetto e maledetto di saltare le femmine porta gli uccelli a mutare alimentazione, dal vegetale di frutta e bacche autunnali a bisteccosi lombrichi e bachi primaverili.
E’ giusto non sparare di questi tempi, neppure le carni sono gustose, in bocca prevale un senso di tiglioso, stopposo, quindi per la schioppettata non c’è neppure ragione finale di alimentazione, o ghiottoneria, come preferite.
Il passato ottobre stavo su questo colle a veder migrare fringuelli a fune, aspettando tordi e colombacci. Tra le mani mi gingillavo un sovrapposto Beretta storico. Un S 55 dei primi, per l’appunto del 1955, di quelli con la fascetta in cima alle canne. Per la verità, prima di questo, ce n’è fu un tipo senza bindellini laterali, l’archetipo, ma non sono riuscito a trovarlo. Aspetterò. Sono fucili da demolizione, la gente pare che si vergogni a farsi vedere in giro con un fucile vecchio, che sia arrivata tra i cacciatori la manìa del consumismo fucilicida? Non mi pare vero, me ne comprerò un container, giuro, e nelle 62 giornate di caccia permesse cambierò 62 fucili, a tutti farò sparare una schioppettata, come portare il cane a prendere una boccata d’aria.
Credo d’essere un pagàno, spiritualizzo divinità dentro gli oggetti, negli alberi, negli amici, nel ritorno, nella gioia, in ciò che mi circonda o mi succede. Interpreto le bestemmie della sfortuna di uno sfrullo come preghiere a Laverack, gli accidenti di una padella come invocazioni a Diana, le incazzature come suppliche al Genio dei boschi, di tutt’altra levatura rispetto a noi, piccoli uomini con la fissa dell’insidia.
L’S55 – e derivati- è uno dei sovrapposti più comuni, ma più amati dagli italiani.
E’ stato il fucile che ha ucciso le doppiette e iniziato migliaia di cacciatori all’uso di questo tipo di arma. Nella sua semplicità sintetizza insuperabile classe armiera, basso costo e altissima qualità. Ha sparato a pispole e beccacce, a calenzoli e codoni, a zuritos da grandi gare e piattelli da campionato. Sempre superlativo e senza darsi arie.
E’ un destino strano quello dei fucili. Le artistiche incisioni, purtroppo, ne fanno oggetti da tesaurizzare, da collezione: la fine, per questi arnesi nati per sparare, per essere portati a caccia. Un fucile nella teca è un fucile morto, un graffio sulla radica superscelta motiverebbe lacrime a fiumi. L’uomo nasce forte ma la tasca lo rende debole. Credevate il contrario? Prosit. L’Electrocybles è l’unica speranza per rivedere in giro, a sparare, qualche schioppo importante.
L’elica sta ammaliando come il piccione ai tempi dei tempi. Meno male.
Per me è sommamente importante anche l’S55 perché è un fucile vero, maschio, non se ne vede senza graffi o colpi nel calcio che parlano di vita venatoria intensa, niente aspetto frivolo né fiacco, tantomeno lezioso. Bascula bassa e potente, meravigliosa, chiusure geniali, disegno non superato neppure dai “mammasantissima”. Quando mi metto d’impegno riesco a essere sciovinista peggio dei francesi o degli inglesi, lo sapete, ma sono convinto che se questo fucile fosse figlio di un mitico artigiano, avesse un nome esotico e costasse tanti “euroni” invece dei cento o duecento “eurini” ai quali lo svendono, disponesse quindi di carisma, saremmo qui a dare altri giudizi.
Io vado avanti con le mie esperienze che hanno covato e prodotto dentro di me strani pregiudizi, inusitati princìpi armieri. Mettete via il crucifige e seguitemi.
Alle volte m’è capitato di vedere fior di fucili di gran nome portati nella bottega degli armieri di soppiatto o per una molla andata o un percussore partito o un calcio rotto o chiusure scatenacciate salpate anzitempo verso lidi peggiori.
Questo è il motivo per cui tengo alta la bandiera di questo grande prodotto italiano che ha sparato di tutto, a tutte le latitudini, con tutti i climi, tra le rocce e ai laghi, in mano a cacciatori che ne hanno abusato non facendogli mai sentire uno scovolino né l’odore o l’untuosità del peggior olio in circolazione.
Al suo livello, storico e qualitativo, il sovrapposto B25 di Brovinge, ma non è bello, né di sublime talento come l’ S 55 , né innovativo di costumi venatori, anche se di prestigio per origine e schiatta. Grandi fucili da caccia, poca apparenza, ma tanta sostanza. Sui Brovinge si sono sbizzarriti anche con incisioni, sui Beretta no. Oggi c’è una sostanziale differenza di prezzo tra i due, nel mercato dell’usato, ma c’era anche nel nuovo. Il sovrapposto italiano è allo Zenith. Valorizzatelo, anche se è un’arma comune, prodotta in miliardi di esemplari.
Da qualche parte ho letto che il tango è una tristezza che si balla. Bello, no?
Accoppio, controllo, smeriglio a carta vetrata fine e guardo il risultato: la caccia è una felicità che si vive. Bello, no?
Ognuno di noi trova in essa qualcosa di personale e peculiare, siamo diversi l’uno dall’altro. Per ognuno la caccia serve a sviluppare sentimenti particolari che sembrano vicini e simili, ma sapete com’è, siamo timorosi delle nostre emozioni e nel gran calderone delle armerie e delle cene, nel confronto con gli amici, tiriamo fuori solo la parte più rumorosa, il blam del gran tiro, senza parlare delle emozioni più vere.
No, quelle sono personali, suggestioni che attengono alla nostra sensibilità, non le regaliamo a nessuno, le teniamo al chiuso, nel cuore dal palato geloso e goloso.
Come il sospiro di paradiso che sto gustando su questa altura che mi fa da eremo.
Ecco perché chi è contrario alla caccia non potrà mai capire questa nostra necessità psichica e fisiologica di svegliarsi a buio, patire caldo, freddo, camminare come sisifi, sudare come bestie.
Il riferimento, per i nostri denigratori, è il colpo di fucile. Non diteglielo, sì, la fucilata è importante, ci mancherebbe, ma è solo la conclusione di una complessa azione di godimento.
Per il capannista, mesi di lavoro spesi a preparare il sito di appostamento, curare la chiusa dei richiami, inventarsi ricette per l’alimentazione dei tordi che neanche il Vizzani.
Per i codaioli, le cucciolate, gli allenamenti, le scarpinate con Blecche che ai primi giorni di caccia chiusa non si rende conto del perché manchi il blam. Camicie mézze, capelli appiccicati, tanfo di sudore, muscoli affogati nell’acido lattico, ma chi ce lo fa fare?
I lagaioli, continuamente in guerra con l’acqua e la cannella, talpe e nutrie, ora devono combattere anche il gambero killer, sempre intento a studiare nuove gallerie negli argini…
I cinghialai in assemblea permanente o nei boschi a pulire, o dal veterinario a far controllare i cani cuciti e rattoppati.
E’ una stanchezza piacevole, una vita schietta, un contatto con la mamma di tutte le mamme che non tradisce mai, neppure quando ti scarica addosso un fiume di pioggia, neppure quando ti sbatte vicino un fulmine, neppure quando ti pennella addosso il tramontano più ghiaccio, neppure quando i pruni sembrano avvinghiarti e strozzarti, facendoti sognare guanti e decespugliatore, neppure quando il solleone riesce a convincerti che non stai cacciando a casa tua ma nel Sahara, senza un goccio d’acqua.
Attenti, tutto questo non va interpretato come un sacrificio, anzi, è puro distillato di piacere. Ci piace il sadomaso?
No, molto più semplicemente ritroviamo in tutte le manifestazioni della natura, anche quelle più scomode, situazioni vere. Quando dico vere voglio significare situazioni reali, autentiche, non truccate dal mondo moderno, mondo che è andato a risolversi nel consumo, nella pubblicità ossessionante, nel leticare per una precedenza, nel sembrare a tutti i costi.
La Firma, la Griffe, è l’emblema della vita che conduciamo nelle nostre città. Il consumismo ci ha reso vuoti come zucche vuote, però ci ha messo a disposizione la firma, perché riacquistassimo la personalità che ci ha scippato. S’è impadronito della nostra anima e ce la rende fittizia, effimera, vuota, anche se abbigliata e firmata. E’ un’esibizione fine a se stessa e gli uomini, pur non essendo consapevoli o forse sapendolo benissimo, intristiscono pur mostrando soddisfazione a tutti quanti. La prova della verità di quanto vado dicendo è l’aumento delle malattie da stress, a caccia ne siamo esenti, che peccato non poter cacciare di professione!
A me lo stress torna il lunedì, perché per vivere bisogna lavorare e non sono tra i fortunati, o più avveduti, che hanno un tipo di professione di cui sono innamorati.
Tant’è, viviamo in un paese dove i biologi insegnano matematica, i ragionieri fanno gli infermieri, i geometri il vigile urbano e il perito industriale il facente funzione di geometra. E non per scelta, ma per obbligo, ecco perché non siamo un paese libero.
Meno male noi cacciatori, tutte le settimane, anche se per un solo giorno, anche se per poche ore, siamo liberi.
Anche se asfissiati dal calendario venatorio più ignorante, possiamo rientrare nelle regole, nelle consuetudini auree, senza perdere mai il sapore della libertà.
La natura, quasi come secoli fa, offre il giochino appassionante dell’insidiare i selvatici, una delle poche culture che le griffe non sono riuscite a cambiare, né l’urbanizzazione selvaggia a ghigliottinare.
Quasi gratis l’uomo cacciatore ha questa notevolissima possibilità, quella di essere l’interprete di se stesso e del mondo che lo circonda, levarsi di dosso le brutture, rinascere e godere.
Pensate, il sole nasce ogni giorno in barba al budget e al target, all’input, al gap e al planning … ci regala l’emozione dell’aurora, che torna da chissà dove, come millant’anni fa… lei sì che è globalizzante !
Regola l’orologio termico della luce e delle gonadi mettendo in movimento beccacce e tordi, colombacci e fringuelli, alla faccia di Chernobil e dell’Afghanistan.
Noi – questo possiamo urlarlo a tutti – siamo gli unici a sentire il puzzo, perché siamo gli unici, privilegiati, ad annusare gli odori veri, inebriarci del vento caldo di sotto e dello spirito freddo del nord, siamo ancora capaci di innamorarci di noi stessi e del mondo attorno, del leccio sopra di me e del sasso non proprio asciutto che mi sta umidicciando il fondo dei pantaloni.
Ballare una tristezza, vivere la gioia della caccia. Bello, no?

Antonelli dottor Franco

CANI TEDESCHI

Una volta la razza ariana era particolarmente votata a menare le mani, sì, insomma, lo sappiamo purtroppo bene, anche a fare guerricciole, chiamiamole così. I barbari da quelle parti non facevano che sfidarsi in
duello per vedere chi fosse più forte, con spadoni e copricapi cornuti.
Poi magari non sarà vero niente e la loro indole risulterà la più pacifica, ma l'immagine che ci arriva dal passato è quella di un germanico forte e risoluto.
Oggi vi voglio presentare delle esperienze di drahthaar e bassotti, cani ariani, cani tedeschi e… non sarà che in questo caso siano stati i cani a ereditare le caratteristiche dei loro padroni?
Sono andato nella riserva di Certaldo… ho mollato i cani alle nove e iniziato a cacciare.
Dopo cinque minuti rimedio una bella fagiana…poi inizia l’incubo.
La mia drahthaar Zenda era esageratamente euforica, ma appena sguinzagliata è tutto ammissibile. Gli animali iniziano ad essere scaltri, così non le ho messo il campano lasciando solo il collare arancione e la
targhetta con il numero di telefono.
Dopo un’ora avevo trovato altri quattro fagiani, ma tutti furbi…pedinatori e frullati a distanza.
La cagna inizava a dare segni di nervosismo…poco propensa ai richiami…voleva l’animale in tutti i modi. E li ha trovati…ma non erano quelli che si aspettava !
Il bosco adesso è abbastanza pulito e si riesce a vedere anche a un centinaio di metri… ad un certo punto vedo la cagna che risale un’emanazione…poi carica a parte come per agguantare qualcosa…era un
cinghiale !
Lo agguanta, un cinghialotto di una trentina di chili, mentre io ero a circa cinquanta metri… e all’improvviso vedo esplodere una macchia di rovi bassi…da dove escono almeno altri cinque o sei animali di cui almeno
tre sopra gli ottanta chili.
Per un po’ è stata una battaglia…abbài, grugniti, stridere… foglie per aria…ed io come un deficiente senza riuscire a capacitarmi della cosa.
Poi vedo la cagna volare di lato, rialzarsi e rilanciarsi su un cinghiale grosso…poi ancora abbaiare e scagni di dolore misti a grugniti.
A quel punto ho sparato due colpi in aria…e ho iniziato ad urlare.
Istantaneamente sono partiti scomparendo dietro a un avvallamento…e la cagna dietro…poi ancora urla e scagni…per almeno un minuto, tanto che ho caricato a palla e sono corso in quella direzione.
Non ho fatto a tempo ad arrivare sul colmo che vedo la Zenda che torna verso di me…rallenta…si ferma e si accascia al suolo completamente distesa.
Mi è venuto un colpo!
Sono corso da lei ed ho visto che sanguinava dalla  bocca, l’ho tastata da tutte le parti e non ho visto strappi o buchi…intanto era ferma a terra come morta.
Ho guardato bene la bocca, il sangue usciva da un paio di buchi nel labbro mentre la saliva era pulita…segno che non veniva da una lesione interna.
Passati cinque minuti buoni si è rialzata, ma vedevo che era stravolta tanto che ho deciso di andare subito alla macchina. Io avanti piano piano e lei dietro.
Arrivati in un pianoro a cento metri dalla macchina ha trovato una pozza di acqua ed ha bevuto molto…poi siamo ripartiti e sembrava che tutto fosse tornato normale, quando a un certo punto ha iniziato con dei conati
di vomito…si è irrigidita ed è caduta in terra dura come un sasso, tanto che mi sono messo accucciato di fianco a lei cercando di calmarla e dopo un minuto buono ha iniziato di nuovo a respirare meglio…dopo aver
rigurgitato un pò dell’acqua che aveva bevuto.
Ad un tratto mentre la carezzavo, alza la testa, scarta di lato, mi abbaia impaurita e scappa lungo lo stradello in direzione della macchina.
Scompare…poi si riaffaccia, la richiamo e lei via di nuovo con la coda tra le gambe.
Questo accadeva alle ore10.45.
Ritrovata alle 16.45 !!!
Credevo di ritrovarla alla macchina ed invece non c’era.
Ho pensato che fosse andata a morire in qualche angolo del bosco…cosi ho girato ininterrottamente per quattro ore, chiamandola e fischiando, ma niente!
Poi su e giù con la macchina, niente…
Fino a quando mi hanno telefonato dalla fattoria che l’;avevano vista intorno ad un casa…e l’ho ritrovata sfinita .
Penso si sia trattato di uno shock iniziale dovuto ai cinghiali che l’hanno attaccata con lei che non si è tirata indietro dal ring, ha accettato battaglia secondo l'istinto che le dava il sangue… poi l’acqua gelida ha fatto il
resto…
Infine, quando si è ripresa, non era in grado di capire cosa stesse accadendo e mi ha scambiato per un pericolo in quanto ero accucciato sopra di lei.
Credimi per un attimo ho pensato che…insomma per un pelo non tiro il grilletto quando mi si è avventata contro.
Sono attimi in cui non capivo più niente, la paura…il fatto che ero solo…e la cagna che sembrava morire da un momento all’altro…poi quella reazione da lei, che reputo la cagna più buona che io abbia mai allevato.
Vederla avventarsi in quel modo…per un attimo mi ha fatto talmente paura che se lo avesse ripetuto probabilmente avrei sparato !
Quando mi ha rivisto, non ti dico, ha persino pisciato dalla felicità…
Stamani sono andato dal veterinario e mi ha confermato che può trattarsi di ciò che ti dicevo, il cane era in tensione, ha incontrato i cinghiali e se l’è vista brutta in quanto non si aspettava il branco delle femmine che
l’aggrediva, la battaglia, le bòtte, il dolore e il primo crollo per altro controllato dal sistema nervoso; poi l’acqua gelida…e il crollo finale in stato di paura da difesa.
A quel punto è normale, me lo ha confermato, che il cane nel momento in cui si riprende motoriamente ha ancora il sistema nervoso in stato di " autodifesa "e questo non gli consente di capire cosa stà accadendo,
dove si trova e chi ha davanti.
Di solito per un paio d’ore il cane rimane in questa condizione…poi pian piano riprende tutte le capacità e occorrono un paio di giorni perchè tutto torni alla normalità.
Sinceramente la cagna ieri sera era a posto, tanto che alla fattoria girellava con un fagiano in bocca per farsi vedere brava da tutti.
Ha mangiato come sempre e stamani era brillante e in forma.
Il veterinario mi ha detto di aspettare una settimana prima di farla cacciare di nuovo…e devo riportarla da lui mercoledi per un controllo ulteriore.
A volte il grande sforzo fisico brucia immediatamente tutte le energie ed è quello che è accaduto al primo crollo…come la famosa “cotta” nei ciclisti.
Io, che non ho pensato a questo, invece di riprendere subito il cammino dovevo tenerla ferma per almeno mezz’ora…l’acqua gelata ha fatto il resto, ma con il senno di poi tutti sono bravi.
Ecco…questa mi mancava, ora posso dire di aver visto anche una cosa che non mi sarei mai aspettato.
Ho avuto diversi drahthaar, forse ci sarebbe stata da tempo una bassotta nel mio canile.
Nel 1992 ero in germania per il mio primo Hegewald ed andai a casa di un famoso conduttore di drahthaar, il quale aveva una bassotta. Poi seppi essere tale, ovvero di questa razza che non avevo mai visto, solo dopo
che mi fu detto, perchè…irriconoscibile da come era mangiata da volpi, tassi, faine, cinghiali…e quant’altro aveva affrontato nella sua carriera venatoria.
Obernichte l’aveva sempre con sè giorno e notte e quando usciva a caccia con i drahthaar il suo posto era nello zaino…poi all’occorrenza la tirava giù e la metteva sulle tracce dei predatori.
La canina aveva otto anni e Obernichte mi disse che se si fosse azzardato a lasciarla a casa anche con venti punti addosso, lei sarebbe scappata andando a trovarlo anche a venti chilometri di distanza, così molte
volte la metteva nello zaino con ancora i punti freschi, la febbre addosso ed imbottita di antibiotici.
Aveva tre cuccioli, figli di questa cagna e voleva regalarmi una femmina, però mi fece una raccomandazione: mai insieme ad altri cani, specialmente se sono drahthaar.
Il drahthaar è un bassotto all’;ennesima potenza, poco da fare e da buon tedesco come l’altro non sopportano dover dividere padroni e proprietà.
Sono rarissimi i casi di bassotti che convivono con altri cani, al massimo sorelle o madri o figlie, ma esistono limiti anche in questo caso.
Gli dissi che avrei dovuto tenerle per lo meno nel solito posto in due box divisi, ma lui mi consigliò di tenere la bassotta a casa, cosa che non potevo fare.
Erano favolosi anche gli jagd, miniature di potenza, con quelle focature, quei baffetti e quel pelo duro come un cinghiale, ma dovetti rinuciare, anche se a malincuore.
Mi toccò abbandonare l’idea di avere un coccodrillo travestito da cane!
I cuccioli avevano 6 mesi e mi fece vedere come lui maneggiava questi cani per capire la forza e il temperamento; mi insegnò come fare ed i metodi che usano i conduttori tedeschi per testare la durezza di
carattere di questi folletti.
Prendi il cane e lo metti tra le tue gambe con il muso in avanti, poi prendi con le mani le due gambe anteriori all’altezza del braccio ed alzi il cane all’altezza del tuo torace e solo piegando i polsi verso l’alto lo alzi come
avere in mano due racchette da sci.
Un cane normale incurva la schiena e quasi gli si rompe, uno jagd viene su tutto intero…dritto come un tronco, tanto che ti scappa da ridere perchè sembra inamidato.
Poi…altra cosa importante, prendeva un rotolino di stoffa dura, lo faceva abboccare e poi con il cane attaccato lo faceva girare come una giostra ad una velocità folle, poi lo buttava in aria ed il cane anche in volo non mollava la presa.
A sei mesi…sembravano dei trapezisti.
In ultimo…in Germania è obbligatorio il contatto con il predatore, volpe, gatto, falco, insomma qualcosa che possa offendere e lo jagd lo deve affrontare senza il minimo indugio, proprio come il drahthaar.
Sono cani che dànno tutto, vita compresa, e questo è un grosso limite se non riescono a capire quando è il momento di mollare.
Questo ha notevolmente compromesso il diffondersi di questa razza dalle nostre parti, dove il cane da cinghiale è considerato un cane da branco e non un singolo cane da tenere necessariamente diviso da altri.
Un amico della vallata ne aveva quattro, rimase con uno, il più forte prevalse sui rivali…ed avrebbe continuato ancora a ringhiargli se il padrone non li avesse dati via.
Ma la cosa che nessuno ha ancora capito è che si tratta di un cane " tedesco " creato dai tedeschi, i quali quando creano qualcosa lo fanno sempre con cura e intelligenza.
Lo jagdterrier, al pari del drahthaar, del dobermann, del pastore tedesco, il bassotto tedesco…alla base hanno un gene che si rischia di disperdere in Italia e cioè l’addestrabilità!
Sono cani che se addestrati a dovere diventano vere e proprie macchine da caccia con la possibilità di essere comandate a piacere.
L’addestramento deve iniziare da cucciolo e prima ancora di iniziare la caccia il cane deve essere a comando…solo cosi diventano gestibili, altrimenti diventano semplicemente…libertari disobbedienti !
Quindi occhio… se decidi in futuro per una jagdterrier devi fare pulizia mentale del metodo cignalesco che viene adottato in Italia e pensare in maniera diversa all'utilizzo di questo cane, altrimenti ti trovi emarginato
dagli altri perchè il tuo cane sarà ingestibile se non lo dressi.
Nel momento che ti accorgi che non è addestrabile, via, significa che ha delle tare e manca di equilibrio psichico, e quando il cane non è equilibrato non sarà mai un gran cane, nè da caccia, nè da casa, nè da nulla.
Questo è come ci si dovrebbe comportare con questi cani, cercando di attingere sempre in correnti di sangue conosciute ed equilibrate .
Da oltre 20 anni io e Riccardo abbiamo drahthaar ed i nostri sono sempre fuori a caccia, mai…dico mai, gli abbiamo messo un punto per un dente di cinghiale, mai.
E sai quante volte li abbiamo trovati, abbiamo perso il conto, ma mai un problema.
Abbaiano, li fermano…li rincorrono, ma al minimo fischio…si stoppano e rientrano.
Se trovano una volpe fuori della tana la prendono, la stroncano nel mezzo e te la riportano anche a un
chilometro…i gatti li bevono come l'acqua dalla boccia e dopo un minuto ti riportano un beccaccino come avessero la bocca di seta.
Questo è semplicemente equilibrio psichico, la stessa dote che ti consente di uscire con amici ed altri cani, o scioglierli in mezzo a bambini, di lasciarli in giardino a fare la guardia.
Credimi, il cane deve essere una felicità, una sicurezza, deve  darti serenità, mai un problema o un pensiero altrimenti…via!
Perchè con i tedeschi…non si scherza.

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.ne

La più bella delle illusioni Antonelli dottor Franco per Armi &Tiro

Vivere per illudersi o illudersi per vivere?
La mia prima volta con un fucile ad avancarica accadde in Riserva, abbrustolendo fagiani di gabbione.
Fui vittima di un tranello, gli amici sapevano della mia idiosincrasia per le Riserve e mi attirarono dicendomi di portare macchina fotografica, niente fucile.
C’era da vedere e giudicare un cucciolone di Setter all’opera; però alla spalla, quelle carogne di amici, avevano degli sputafuoco da caricarsi dalla volata, che io consideravo giusti solo per arrembaggi malesi.
Me lo dettero carico, era una doppietta Pedersoli che si caricava dalla volata, a percussione. La mia
faccia dispensava incredulità, sdegno ed ebetismo.
Però sparai.
E con soddisfazione.
Ricordo che a fine giornata fissai un appuntamento con me stesso riguardo a quella nuova manìa, appuntamento di tipo inderogabile.
Morbo affascinante, lo sparo; faccio bum con tutto, un sacchetto di carta gonfiato e richiuso alla bell’e meglio mi dispone allo scoppio tra le mani con gioia: se qualcuno della Neuro mi legge senz’altro s’appunterà il mio nome.
La polvere nera usata quel giorno puzzava di acido solfidrico, uova marce e merda tanto per capirsi, ricordava gabinetto alla turca più che poesia di caccia, ma la giornata fu memorabile, capii che i fucili ad avancarica ammazzano né più né meno come i nostri moderni semiauto, cambiate le condizioni, mutatis mutandis come dice certa gente che vuole apparire acculturata.
Intanto continuava il rapporto con Pierangelo Pedersoli, presidente della Davide Pedersoli, produttrice di repliche di armi antiche. Ci vedevamo all’EXA, al Game Fair, dovunque si parlasse di caccia e fucili: lui è un appassionato di caccia, io pure: il linguaggio era esoterico, ma comune.
E devo fare una chiosa. I fucili Pedersoli sono attrezzi sportivi, ma non tutti e non sempre: sportivi perché partecipano a campionati Mondiali ed Europei di trap, piattello, vincendoli; sportivi perché presuppongono allenamenti, classifiche, competizione: merce che a me, cacciatore, non interessa, infatti questi fucili sono anche e soprattutto arnesi da caccia.
A me importa soprattutto sapere se posso spararci del piombo per portare a mia moglie, nel suo Solarium di cucina, qualche preda da ammannire.
E così ho sentito covare dentro di me la voglia di due ‘soffioni’, a percussione e a pietra focaia, per conoscere le possibilità attuali di caccia e la differenza di funzionamento tra i due.
Che dirvi? Io sparo, sono un amatore di armi e per niente competente di polvere nera, mi sento un super appassionato, quindi prendete le mie parole con giudizio, strizzatele ben bene e bevete il succo della febbre venatoria, se ne trovate; il resto nella pattumiera.
Agli impianti di tiro di Montecatini di Fossa avevo visto in azione il Ciuffi col Manton e Moreno Boni col Mortimer Pedersoli nella specialità Lorenzoni, piattelli che vanno via come maledetti; il Boni li raggiunge spesso in questo sport dell’inseguimento: già detentore del record mondiale con 47 centri su 50, spesso pensa a quei dannati tre, si pigliavano con le mani …
Mi hanno fatto sparare e il livello dell’adrenalina è cresciuto; mi era rimasta la curiosità di sapere se la Pietra Focaia fosse efficace come la Percussione e così il dottor Pedersoli mi ha inviato due Mortimer, Percussione e Pietra Focaia: ora li ho davanti a me, ieri ci ho sparato all’impianto La Valle di Sporting, a Fucecchio.
Amici, mi sono convertito, non condannatemi; non abiurerò il semiauto, ma il machine shotgun dovrà concedermi un po’ dello spazio che finora è stato tutto suo. Spazio di caccia, momenti di vita diversa: mettere polvere e pallini dentro a una canna dalla volata è come riconoscere che solo questo tipo d’arma ha l’anima.
Passione non plus ultra, piacere massimo.
Aspetti religiosi di un’azione di sparo che ci mette in contatto con l’Assoluto, ci sarà un dio dei fucilieri che pensa a noi? Se oggi ha un senso sfocare delle fiammate di nubi con scintille per aria lo è pensando ai campionati, ma anche alla caccia: è la curiosità del cacciatore che mi ha spinto a tentare un confronto tra due armi dissimili solo negli acciarini.
A caccia uso un semiauto Beretta A 300, l’ho alleggerito e non si è mai inceppato; gli metto in corpo tre mine e aspetto o cerco volatili e prede a quattro gambe, segnatamente colombacci e tordi, ma anche beccacce, cinghiali e lepri. Il semiauto mi dà la sicurezza dell’arma che funziona, spara, estrae, ricarica, ovvero del mezzo super efficiente.
Però mi viene in mente un’analogia che credo molto attinente: tra una moderna moto Honda 750 giapponese a quattro cilindri e una vecchia Guzzi Sport 15 del 1932. Entrambe queste moto, come la caccia, mi servono per togliermi pensieri di testa: per disilludermi che non sono schiavo del Sistema.
La giapponese mi porta sulle strade della mia collina preferita, il S.Baronto, con frenatura, motore, telaistica perfetti. In cinque minuti arrivo in vetta.
La Guzzi è del 1932 ed è già tanto se è in grado di muoversi: mi occorre un’ora, si fa per dire, per scalare quella collina e quando arrivo in cima le dico ce l’abbiamo fatta, flussandole carezza e bacio senza farmi vedere. Tre marce a mano, gas a levetta, rubinetto dell’olio, anticipo per l’accensione e aria per il carburatore da dosare in continuazione o quasi.
Molta manualità, proprio come il Mortimer, che aumenta la beata capacità d’illudersi, ragione positivissima, ragione vera: misticismo oplologico.
Mi dà soddisfazione un fagiano di Riserva colpito dal Mortimer a Percussione o a Pietra Focaia; quello stesso fagiano che abbattuto col Beretta semiauto non saprebbe di niente, niente di niente, niente da ricordare, niente da raccontare, come non fosse mio. Col Mortimer, invece, quello stesso fagianaccio entra a far parte delle mie intime leggende private, diventa un buon ricordo prima di addormentarmi, quando torno alla casetta in tronchi sul lago, canoa, abeti e alci a corredo.
Una giornata intera in Maremma, chilometri, scarponi caldi, selvatici pochi: ritornare a casa con cinque tordi abbattuti a polvere nera ci farà felici e ben disposti verso i familiari; i soliti cinque tordi, acchiappati col fucile moderno, ce li scorderemo dopo poco, forse troveremo in casa tante cose che non vanno.
Avete capito come la penso: cambia la caccia, cambiamo noi insieme a lei, rendendoci conto che non sono più concepibili certi carnieri di ieri: divertiamoci, allora.
Andare a giro per le campagne con un’arma inferiore per prestazioni – ma sarà vero? – ci qualifica di fronte a noi stessi in termini ludici di capacità, l’essere riusciti a rimediare un selvatico con arnesi dei nostri bisarcavoli sarà gratificante oltre ogni misura. Affascinante … no? Ma è un sogno o è possibile davvero? Se oggi l’uso dei calibri 28 e .410 sgorga da queste condizioni, l’avancarica ne prende possesso con prepotenza.
Caldo pomeriggio di fine maggio, il meteo è impazzito e rifiata bollore di estate piena. Dopo un quarto d’ora che cammino sulle alture del Monticiaccio sono lesso, proprio come Viviano, l’amico col quale oggi caccio, m’illudo di cacciare. Siamo nel cuore del Pian di Là, in una Riserva di caccia dell’Alto Appennino Tosco Emiliano. Vengo qui a provare i fucili in periodo di caccia chiusa, una
Riserva che non mi dà l’idea della Riserva.
Tra le mani ho il Mortimer a Percussione, niente cinghia, le mega magliette chiedono striscia di cuoio extra large e io non ne ho; se l’esperimento diventerà scelta di caccia, e di vita, dovrò cercarne una nel catalogo DP o farmela fare; i pesi dei fucili allora erano importanti, fucili come incudini, schioppi veri per uomini veri.
Il Mortimer versione a Percussione pesa kg. 3,610, quello a Pietra Focaia kg. 3,710: inerzie da arnesi per Fossa Olimpica, ma anche un semiauto Cosmi ferma la lancetta su questi valori. E’ dura portare questi libri di storia a spasso dietro al cane, di sicuro verrà con me sul capanno dei colombacci … ho detto verrà? Ma i fucili in prova oggi non sono due? Amici è sempre il cuore che sceglie e già alle prime quaglie fucilate con i fucili degli antenati la passione ha detto ‘Pietra’, sempre e molto fortissimamente ‘Pietra’. Mi sono innamorato di Martellina, Scodellino e Focone.
Egidio, padre padrone della Riserva, mi ha dato un gabbioncino con dieci quaglie e le abbiamo sparse in un lunghissimo campo erboso, mentre Diana, setterina discreta, aspetta il suo turno in macchina. Viviano non è molto convinto, lui quando scioglie il cane pensa alla Regina Beccaccia, alle mattinate umide e piovose dell’inverno inoltrato e oggi sembra giornata adatta allo sciacquettìo dei piedi sul bagnasciuga di qualche località balneare.
Si allontana e va a sciogliere il cane molto lontano. Io intanto prendo dalla tasca sinistra una provetta in plastica dove ho messo 5 grammi di polvere nera Pow-Ex, prodotta in Germany dalla Wano e distribuita dalla DP, la Davide Pedersoli. La verso in canna del Mortimer a Percussione tramite un piccolo imbuto, spingo giù una borra di bianca lana, batto un paio di colpetti – non so quanto forte si debba, ma l’ho visto fare agli esperti – tiro fuori dalla tasca destra una provetta con 32 grammi dipiombo, cerco i cartoncini … li ho lasciati a casa, alzo gli occhi al cielo chiedendogli perché ce l’abbia con me, lasciamo perdere; memento, bisogna dotarsi di una valigetta con tutti gli accessori
necessari alla colubrina; lasciarla in auto e prendere il dovuto.
Sto per chiamare Viviano con la notizia negativa, però mi viene in mente il quotidiano comprato al bar, appallottolo il commento politico di un noto giornalista, lo infilo nella bocca avida del Mortimer e lo spingo giù sul piombo: mai articolo politico di fondo è servito più di questa mattina nell’antro del calibro 12 pronto a vomitare fuoco e fumo, faville e pallini.
Il terreno è secco, il cane gira veloce, lo spazio è tutto suo, Viviano tiene in mano una digitalina per due foto, metto una capsula RWS sul luminello e dopo aver alzato il cane in mezza monta mi avventuro con quest’affare tra le mani, provo l’imbracciatura, penso all’unico colpo a disposizione, non bisogna sbagliare.
La canna lunga e l’hammer del Morty, di notevole quota, mi mettono soggezione, riguardo lo schioppo: bel noce zigrinato bene, brunitura accurata, rossastra nel ‘Pietra’, calcio all’inglese con il Montecarlo, fornimenti tartarugati come l’acciarino e come tutta la ferramenta in esposizione.Il fucile a percussione, con la sua esile potenza, rimane il tetto estetico della bellezza in fatto di armi. Diana ha trovato una quaglia, si siede; è lontana, mi affretto, il Mortimer in traverso filosofico sull’avambraccio sinistro, mamma che caldo, sono sudato, penso alla borraccia in macchina, ora si dovrà fare sul serio, dalla mezza monta tiro indietro, forse sarebbe stato meglio quando fossi stato alle terga del setter …
Il cane del Mortimer restituisce lo sguardo in modo autorevole, quasi altezzoso, diavolo d’un cane, ma non lo sai che sei solo una replica? Gli dico, ma lui non sente, si mostra come un essere superiore, così lontano dal suo essere storico, ma così reale nella configurazione di questo momento. Ecco ci sono, intravedo Viviano alla mia sinistra, la Diana ha un filo di bava dalla lingua che sbrendola e tumpeggia, sono emozionato, il sangue non è acqua, diceva non so chi.
Parte la quaglia; non recita la parte della gabbiarola dimessa, le quaglie di Egidio sono delle volatrici, si alza a quote non sue, si abbassa, si stende, va verso sinistra, l’anticipo parecchio pensando alla capsula, al cane lungo un chilometro che la deve percuotere, all’accensione di quei 5 grammi, insomma penso troppo a tutte queste fisime, sparo e non vedo nulla, l’avrò acchiappata?
La testa di Viviano che dondola mi porta alla realtà della padella, ho dato troppo anticipo, credevo …invece il Mortimer a Percussione spara con la velocità di un fucile moderno.
Per aria c’è ancora residuo di fumo, l’assenza di vento me lo fa respirare, ne annuso l’odore caratteristico, non ha il puzzo di merda avvertito tempo fa quando sparai le prime fucilate, quelle che vi ho detto sopra, ma allora chissà cosa mi caricarono, se Svizzera o Black Silver, forse della datata Fossano …
Prendo la polvere nera Pow-Ex e l’offro come cibo alla culatta affamata, ricarico: polvere, borra, bacchetta, pallini, giornale, bacchetta, capsula; forza Diana, devo riscattarmi.
Viviano domanda e io faccio presente che con questo arnese bisogna sparare come con un fucile moderno, i tempi di accensione sono velocissimi, il rinculo è inesistente, dovuto al peso dello schioppo ma anche alla progressività del propellente. Molto bello e significativo il colpo che non è quello dirompente di una cartuccia moderna, ma progressivo e lungo, è un bellissimo e sonoro Wààchbùùùùùùùùùùmmm, piuttosto che un bum.
Diana è ferma di nuovo, il campo è seminato di gabbiarole; camicia bagnata dal sudore, quanto pagherei per una sorsata d’acqua.
M’avvicino, avverto che col cane in ferma non ho più l’ansia di prima, una voce mi dice dove vuoi che vada … parte da quaglia e muore da quaglia, sento battere le mani, quando si dice gli amici. Il cane riporta al suo padrone che mi mostra il volatile sciupato dalla canna cilindrica; schioppettata a ventidue, venticinque metri, una fucilata con effetti più da modified che da cylinder. Il fucile tira, forse anche troppo. Ne defungo altre due, ne sbaglio un’altra, si torna alla macchina, ah … l’acqua! E’ calda, chissenefrega, è buona, è roba liquida, faccio un gargarismo, me ne butto un po’ tra le mani, bagno le tempie, bevo di nuovo, ah … sorella acqua! Adagio il Mortimer a percussione nel suo
letto di cartone e apro l’altra scatola: lunga … maremma vigliacca com’è lunga!
Il ‘Pietra’ ha la canna di cm 93, un livello decisamente elevato rispetto ai già notevoli 82 del ‘Percussione’.
Ma se la Davide Pedersoli li costruisce così, sicuramente fa fotocopia degli originali dell’epoca, i fucili di sir Thomas Mortimer(1755-1824) e di suo figlio Thomas Jackson(1781-1833) attivi all’indirizzo 44 Ludgate Hill poi al 21 St.James’s Street, sempre di Londra. L’affisso recitava “Mortimer and Son”.
Ci avviamo di nuovo verso il colmo degli alti prati, siamo circa a 1100 metri sul livello del mare, questa volta con la borraccia nella carniera.
Caricare il ‘Pietra’ mi dà un senso sacro dell’operazione, in effetti c’è anche del sangue sacrificale, il mio: la pietra focaia non scherza per niente e mentre maneggio impropriamente l’arma mi taglio, un piccolo frego, niente di preoccupante, però il ‘Pietra’ mi avverte subito che lui non scherza. Per inciso, a fine pomeriggio saranno ben tre i taglietti sulle mie mani; la pietra taglia perché deve tagliare, è come un coltello affilatissimo, lei deve asportare bricioli di acciaio dalla martellina dove va a cadere e strusciare con l’abbattimento del cane. Aziono quest’ultimo, è elaborato, arcaico, è un morsetto che stringe la pietra focaia avvolta da una lamina di piombo; anch’esso ha la mezza monta,
sulla testa dispone di taglio per cacciavite e di un foro trasversale per poter serrare.
Le operazioni di caricamento sono le stesse del ‘Percussione’. La capsula è sostituita da polvere nera FFFFG – di grana più fine dell’ordinaria FFG messa in canna – inserita nel bacinetto, o scodellino, poi chiuso dal coperchio presente sulla parte inferiore della martellina. Cane in mezza monta e via dietro alla Diana e a Viviano che vedendo tutta l’operazione ha qualche attimo di meditazione, dubbi sulle mie capacità mentali, già considerate strane.
Fa un accenno di critica e mi domanda se la prossima volta verremo su queste colline con la fionda di David.
Rispondo che può darsi … mai mettere un freno alla balistica.
La canna lunga mi sembra veramente lunga, considerato anche che io in caccia vagante me la fo con una di cm 62, ma sono pronto alla novità, curioso.
Se uno non ha mai sparato ad avancarica, è d’uopo che lo faccia; è un divertimento allo stato assoluto, ma con aspetti di concreto realismo nel momento dello sparo. Lo imbraccio, non ho preso le misure del calcio, sarà mm 56, 57 al tallone, come il Beretta che adopero. Lo metto giù e lo porto di nuovo in mira, ha misure moderne di brandeggio e imbracciatura, possiamo dimenticare quei cosi dai calci gobbi tipo i Kentucky di Alamo.
Sento una quaglia che canta, penso che attorno ce ne sia anche qualcuna selvatica; Diana sta percorrendo il terreno in discesa, bel galoppo, peccato per quella coda sempre in regime rotatorio, ma è la sua caratteristica, lei comunica con la coda, ma non è un bel vedere. Improvvisamente l’emanazione e uno stop col corpo eretto che neanche un pointer. Poi si ricorda di Laverack e si accuccia, fa due passi, seguita, la quaglia cammina, la setterina fila, quindi ferma tutta storta, sembra un serpente, fine dei giochi, sta a me e al ‘Pietra’.
Sento il peso, accorcio la presa della mano sinistra sul sottocanna, Viviano è vicino a me, con gli occhi mi domanda se sono pronto, tocca Diana sul posteriore, il setter scatta, vola la quaglia, m’imbraccio, sento una subdola scarica d’adrenalina, dimentico il fucile e torno cacciatore, non più solo appassionato d’armi.
Il tiro è facile, va via diritta, la lascio allungare e sparo.
Wààckbùùùùùùmm…
Meraviglioso.
Una bòtta di fumo vicino agli occhi, statico, una spingardata che spinge altro fumo in avanti, dinamica, non vedo niente, l’emozione mi ha garrotato la gola, mi sembra d’essere un bambino alle prese col giocattolo alla mattina della Befana. Ma il ‘ Pietra’ mi ha fatto fare bella figura, Viviano è lì incredulo che mi dice di non aver fatto la fotografia, se ne dispiace, ma vuole sparare anche lui, l’ho convertito. Andiamo avanti tutto il pomeriggio; telefono alla Casa Caccia e una gippe ci porta altre dieci quaglie, ci scambiamo i fucili, è un godimento continuo, anche l’amico vuole provare a caricare il ‘Pietra’. Anche lui si diverte, è un gioco bellissimo, ma è un gioco solo per noi e Diana, le
quaglie impiombate non recitano, non provano illusione, muoiono.
All’inizio dell’800 le armi dei Mortimer erano assai ricercate e potevano fregiarsi sulle canne della nobile dicitura di riconoscenza “ Gun Maker to His Majesty”.
Pedersoli le replica con stretta osservanza, chiudendole in culatta con tappo filettato, il Vitone, dotato di chiocciola portaluminello per il ‘Percussione’ o spianatura della faccia laterale destra sul ‘Pietra’ per ospitare il Focone, il foro di comunicazione della vampa dal bacinetto alla canna. Sulla parte posteriore di ogni Vitone è ricavato un dente-tenone che va ad incastrarsi in una mortisa ricavata nella codetta di bascula fissata al calcio.
Il sistema di chiusura dell’arma è completato dai due tiretti-passetti-tenoni trasversali presenti nel sottocanna: si inseriscono nelle asole-mortise saldate alle canne; sistema antico di buon spessore tecnologico che permette anche un veloce disassemblamento della canna per il trasporto e la pulizia. A proposito di pulizia, ho rimandato al giorno dopo la manutenzione dei fucili, perché ho trovato gente a casa, al mio ritorno.
MAI POSTICIPARE LE OPERAZIONI DI PULIZIA DI UN FUCILE AD AVANCARICA.
Il giorno dopo, un appuntamento di lavoro mi ha distratto dal dovere di pulizia; al terzo giorno i fucili erano in condizioni pietose, fecce e ossidi, sali di risulta, specialmente sul ‘Pietra’, erano lì in grande quantità a rimproverarmi e a dirmi che per diventare un cacciatore o tiratore ad avancarica deve ancora passare del tempo.
Mi dispiace solo di essere in regime di caccia chiusa, ma per settembre mi industrierò nel fare una prova della doppietta DP a percussione, il mondo va avanti e se Dio vuole cambia, e in quei tempi spero di staccare qualche tortora dal cielo, anche se il ‘Pietra’ rimarrà per sempre il guardiano preferito del mio serbatoio di adrenalina, un absolut dream’s maker.
Me li guardo in rastrelliera, il ‘Pietra’ e il ‘Percussione’ svettano sui miei fucili, per lunghezza e autorevolezza.
Vorrei scaldarmi un goccio di latte, ma in casa c’è interruzione di energia elettrica, prendo unaccendino e scintillo sul gas … toh! E’a pietra anche lui, è dal ‘600 che un acciarino a pietra focaia
accompagna l’uomo, scintillando.

Scheda tecnica

Produttore Davide Pedersoli & C.

Via Artigiani, 57 Gardone VT (BS)
www.davide-pedersoli.com

Modello Standard 244 Mortimer Standard 238
Mortimer
Calibro 12 12
Destinazione caccia e divertimento caccia e
divertimento
Canna cm.82 cilindrica cm. 92,5
Mirino sfera sfera
Chiusura due tenoni su vitone di culatta che due tenoni su
vitone di culatta che
impegnano mortise di impegnano
mortise di
faccia di bascula. faccia di bascula.
Tiretti o passetti.tenoni che Tiretti o passetti-
tenoni che
ingaggiano mortise di canna e ingaggiano
mortise di canna e
sottocanna di legno. sottocanna di
legno.
Acciarino a percussione a pietra focaia
Scatto kg. 1,800 kg.1,900
Sicura mezza monta del cane mezza monta del
cane
Legni Buon noce Buon noce
Zigrini grippanti grippanti
Calcio mezza pistola da prolungamento mezzapistola da
prolungamento
a ricciolo di guardia a ricciolo di
guardia
Peso kg. 3,610 kg. 3,710

Antonelli dottor Franco
Website: www.francoantonelli.com
E-mail address: antonelli@gmx.ne