Villa del Barone

Sopra il borgo di Bagnolo di Montemurlo, raggiungibile tramite la Via Bagnolo di Sopra e la Via Baronese, si trova la Villa del Barone: il toponimo non ha origini nobili, ma trae il nome dalla zona in cui sorge. Da qui (siamo alle pendici del Monte Javello) si domina tutta la pianura. Fu Baccio Valori nel 1500 a farla erigere come la conosciamo oggi. Inizialmente sostenitore dei Medici, il montemurlese si ribellò alla nomina di Cosimo I come successore al potere e nel 1537 venne sconfitto durante la battaglia di Montemurlo, giustiziato e tutti i suoi beni confiscati dalla potente famiglia fiorentina. Dal 1546 la Villa fu dei Panciatichi, poi dei Rossi di San Secondo, che la tennero sino al 1693, quando venne venduta per ventunmila scudi a Francesco Tempi, il quale ottenne il 10 dicembre 1714 il titolo nobiliare facendo dichiarare l’ampia tenuta marchesato. In quel periodo furono promossi importanti lavori di ammodernamento, databili tra il 1712 e il 1722 per gli esterni (con rialzamento del piano sottogronda) e tra il 1725 e il 1750 per l’interno. L’architetto incaricato fu Anton Maria Ferri, che dovette redigere il progetto, mentre il cantiere di trasformazione fu diretto dal suo allievo Pietro Paolo GiovannozziIl giardino sul terrazzamento antistante fu risistemato dal fiorentino Alessandro Saller, che subentrò a Ferdinando Ruggieri nella direzione dei lavori. I suoi discendenti tennero la villa fino al 1770, quando passò a Ferdinando Marzi-Medici, che però fu autorizzato dal Granduca ad assumere il cognome Tempi per subentrare nel marchesato. Nel 1847 il casato si estinse di nuovo e definitivamente, passando tutti i beni a Maria Ottavia Vettori Guerrini, nipote dell’ultimo marchese Luigi Tempi, donna colta e raffinata e madre (fuori matrimonio) del pittore macchiaiolo Cristiano Banti. I figli di quest’ultimo ebbero in eredità la villa alla morte della donna. Successivamente, dal 1937-38, venne acquistata dai Coppedè. Passata per altri proprietari, subì gravi problemi strutturali (uno slittamento del terreno verso valle che poteva portare anche al completo crollo) e fu di fatto abbandonata fino alla fine degli anni Novanta, durante i quali subì la dispersione degli arredi (illegale, per la presenza di vincolo della soprintendenza) e numerosi furti e vandalismi. Il degrado si è arrestato solo col il XXI secolo, quando è stata acquistata dagli industriali Bini di Prato, che ne hanno promosso la messa in sicurezza e lavori di restauro. Attualmente, però, sembra in stato di abbandono. Ha pianta ad U, facciata ampia e simmetrica.

 

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