Santa Cristina a Mezzana

Chiesa di Santa Cristina a Mezzana

Santa Cristina a Mezzana e’ una frazione del Comune di Carmignano, da cui dista solo pochi km.: e’ situata lungo la Strada Provinciale n. 43, detta di Pietramarina, che collega Prato ad Empoli, nel tratto che va da Carmignano al Pinone. Il paese e’ stato costruito nella zona sud – est sottostante la chiesa di Santa Cristina. Il nome della chiesa compare per la prima volta dalla fine del secolo XIII, come dipendente dalla pieve di Carmignano. Nei secoli XVI – XVII e’ citata con il doppio titolo di S. Stefano e S. Cristina, ma in seguito non resto’ piu’ traccia del titolo di S. Stefano. Il fonte battesimale fu concesso dal vescovo di Pistoia, Niccolai, in occasione della visita pastorale del 18 maggio 1852.

Torre di Sant’Alluccio (da Sanbusceto per Midolla)

TORRE DI S. ALLUCCIO (da San Busceto per Midolla)

 CARATTERISTICHE ITINERARIO
Dislivello 211 metri – San Busceto 329 m. s.l.m. – Torre di S. Alluccio 540 m. s.l.m.
Distanze progressive – San Busceto – Fonte della Bettina 300 metri, Bivio Midolla 1.000 metri, 1° bivio  2.400 metri, 2° bivio 2.700 metri, S. Alluccio 3.000 metri – Distanza totale fra andata e ritorno 6.000 metri

PERCORSO

Fonte di Sanbusceto

Il nostro itinerario inizia 2 km. sopra Buriano di Quarrata, in località San Busceto: basta proseguire per la larga strada asfaltata che passa per il centro del borgo e si raggiunge la località del Maestrino. Qui la strada asfaltata compie una secca curva a sinistra, noi la seguiamo, tralasciando la sterrata che prosegue a dritto: dopo alcune centinaia di metri incontriamo l’Albergo – Ristorante “Il Rifugio” (ideale per chi ami la tranquillità e la natura). Giunti davanti al ristorante – albergo prendiamo la stretta strada che parte sulla destra, costeggia la recinzione del complesso turistico e dopo circa 150 metri, sulla sinistra, incontriamo un vasto spiazzo per parcheggiare l’auto. Siamo in località San Busceto (329 m. s.l.m.). Ora ci incamminiamo sulla strada sterrata verso sud e incontriamo subito uno spiazzo attrezzato come parco didattico e parco giochi dall’Agriturismo Baugiano: qui si trova la Fonte di San Busceto, una delle antiche fonti del Montalbano. Proseguiamo ora il cammino lungo la carrareccia che tende leggermente a scendere di livello e dopo poche centinaia di metri notiamo

Fonte della Bettina

sulla destra l’indicazione per la Fonte della Bettina (329 m. s.l.m., 300 metri dalla partenza): saliamo gli scalini in pietra ed arriviamo alla sorgente che, in realtà, è formata da due cannelle, una più piccola, che emette acqua in continuazione, ed una più grande che necessita della pressione della mano per far defluire l’acqua. Ricordiamo che con il toponimo Bettina si indica quel tratto di crinale del Montalbano che degrada dal Poggio della Torre di Sant’Alluccio alla zona collinare compresa fra Buriano e Spazzavento. Dopo aver fatto sosta alla fonte riprendiamo il cammino lungo la carrareccia fino a che non giungiamo ad incontrare una strada asfaltata ed un grosso edificio recentemente restaurato ed adibito ad Agriturismo: l’azienda agrituristica prende il nome dall’area sul quale sorge, Midolla (353 m. s.l.m., 1.000 metri dalla partenza da San Busceto).
Agriturismo Midolla – È il primo agriturismo della Toscana bio – rinnovabile. Bio –

Agriturismo Midolla

rinnovabile perché non ci sono solo pannelli fotovoltaici o pale eoliche, ma un complesso di tecnologie avanzatissime. La cosa più originale sono le sonde geotermiche, che si vanno ad aggiungere appunto ai pannelli fotovoltaici, al tetto ventilato, alla raccolta e utilizzo dell’acqua piovana, alle lampadine a basso consumo energetico e alla domotica.  Le quattro sonde geotermiche scendono sotto terra fino a 100 metri per catturare calore e riportarlo in superficie fino a 3 kwh di energia gratuita. Semplice il funzionamento (le pompe tra l’altro dall’esterno non si vedono): all’interno delle sonde di captazione passa un fluido glicolato che cattura nel suo viaggio la temperatura provocando l´evaporazione del refrigerante che circola nel sistema della pompa di calore. All´uscita

Mura del Barco Reale Mediceo in località Midolla

dell’evaporatore il fluido diventa gassoso e viene aspirato all´interno del compressore che, azionato da un motore elettrico, fornisce l´energia meccanica necessaria per comprimere il fluido, determinandone così un aumento di pressione e conseguentemente di temperatura. Il fluido passa attraverso il condensatore (scambiatore) e si trasforma dallo stato gassoso a quello liquido cedendo calore all´aria o all´acqua. Il ciclo termina quando il liquido passa attraverso una valvola di espansione trasformandosi parzialmente in vapore e raffreddandosi, e riportandosi, in questo modo, alle condizioni iniziali del ciclo. Grazie poi al risparmio energetico del tetto ventilato (assicura una circolazione dell’aria ottimale migliorando le qualità termiche del tetto), a 10 pannelli fotovoltaici, all’accorgimento dell’utilizzo di lampadine a bassissimo consumo, alla disattivazione di luci e riscaldamento (o condizionamento) automatica attraverso una scheda quando una o più delle 7 camere doppie dell’agriturismo sono senza ospiti e allo sfruttamento delle acque piovane, l’agriturismo Podere Midolla è quasi totalmente autosufficiente e con costi energetici nettamente inferiori. Tempo previsto per ammortizzare il costo degli impianti: 10 anni. Questa energia sommata a quella prodotta dalla combustione del gas gpl, viene fornita agli ambienti da riscaldare, con un’efficienza molto più alta di qualsiasi nuova caldaia a condensazione. Con questo sistema l’agriturismo riesce a produrre simultaneamente acqua refrigerata fino a –5°C e calda fino a 60°C  oltre a non inquinare l’ambiente.
Incontrata la strada asfaltata andiamo a destra con la strada che diviene subito sterrata e inizia a salire verso il monte: sul lato sinistro si incontra subito un tratto assai lungo e abbastanza ben conservato del muro del Barco Reale Mediceo.
Il Barco Reale Mediceo venne realizzato nel XVI secolo e costituiva una delle più

Firenze da Midolla

importante riserve di caccia della famiglia dei Medici: il toponimo barco stava ad indicare un terreno boschivo circondato da un recinto, in questo caso un territorio delimitato da un robusto muro al cui interno di trovavano tante specie di animali da poter cacciare. Il muro di questa bandita partiva da Poggio alla Malva, dove ancora oggi si trova la Porta d’accesso, raggiungeva Vitolini, Mignana, Faltognano, Papiano, sfiorava San Baronto, aggirava il Montalbano spingendosi sul lato nord oltre il Colle di Montefiore, arrivava a Montemagno (nei pressi del cimitero di questo paese, lungo la strada che conduce a Lucciano, si trova ancora la casa del guardia del Barco), sfiorava Campiglio e Villa la Magia, risaliva subito al di sopra degli abitati di Lucciano, Montorio e Buriano, raggiungeva Spazzavento, oltrepassava a nord il borgo di Bacchereto, superava Santa Cristina a Mezzana e, infine, raggiungeva Artimino, dove si trova la grande villa La Ferdinanda, che era

Torre di Sant’Alluccio

la residenza di caccia dei Medici, e Poggio alla Malva. I lavori di costruzione del Barco Reale iniziarono nel 1624 e terminarono nel maggio del 1626 sotto il regno di Ferdinando I: il muro di recinzione, costruito in  pietre di arenaria e arenaria macigno di dimensioni molto grandi, legate con calce, ed era dotato di cancelli e piccoli ponti per il passaggio delle acque, ma, mentre i cancelli sono del tutto scomparsi, restano ancora piccole tracce dei ponti e cateratte. Le mura delimitavano una grande estensione di terreno, circa 50 km. di cui ne restano tracce per 30 km., al cui interno si trovavano numerose fattorie come quella di Ginestre, di Artimino e molte case abitate dalla Guardie e dai Birri (vedi il Casino dei Birri sul monte Pietramarina), sorveglianti del barco che avevano il compito di tutelare il patrimonio faunistico e boschivo della tenuta. Esistevano, infatti, delle regole molte rigide riguardo la caccia, il taglio dei boschi e il mantenimento delle mura. Con l’avvento dei Lorena nel 1738 il barco fu soggetto ad uno sfruttamento più razionale: la gestione diretta delle fattorie granducali venne affidata agli affittuari che avevano il compito di anticipare la rendita al proprietario. Sempre ai Lorena si deve la suddivisione del barco in dieci parti, chiamate decimi, per la rotazione dei tagli degli alberi, e la realizzazione di una pianta del perimetro della bandita attribuita a Bernardo Sgrilli. Tale planimetria dettagliata fa capire che nella alla metà del Settecento l’interesse per il barco era esclusivamente legato al commercio del legname: dopo la seconda metà del XVIII secolo, per la diminuita richiesta di legname e per i costosi lavori di manutenzione necessari, il barco venne dimenticato. Il granduca Pietro Leopoldo tentò di ripristinare il barco, ma venne fermato nelle sue intenzioni dalle ingenti spese che si sarebbero dovute affrontare: così il 13 luglio 1772 giunse inevitabile la sbandita del Barco Reale, che decretò anche la vendita della fattorie in esso contenute e la demolizione di alcuni tratti delle mura. Nell’ottocento, poi, le pietre del barco vennero usate per delimitare poderi e terreni privati: così oggi non sono molti i tratti visibili, tra i quali quello che si trova su questo percorso è sicuramente uno dei meglio conservati.
Osservato il muro del Barco Reale diamo uno sguardo alla pianura pratese e fiorentina, al borgo di Bacchereto e poi saliamo lungo la carrareccia inoltrandoci nel bosco di pini e castagni: non è possibile sbagliare percorso non essendoci altre strade. Dopo 1.400 metri che abbiamo lasciato l’Agriturismo Midolla incontriamo un bivio con un’altra sterrata che si diparte sul lato destro: la tralasciamo e proseguiamo a dritto su quella principale: questo primo bivio si trova a 2.400 metri dalla partenza da San Busceto. Proseguiamo ancora il cammino sul lato monte e incontriamo un secondo bivio: siamo a 2.700 metri da San Busceto. Anche stavolta tralasciamo la sterrata che parte sulla sinistra e condurrebbe a Bacchereto e proseguiamo a dritto: giungiamo finalmente al Passo che mette in comunicazione la pianura pratese e pistoiese con quella empolese. In mezzo al passo si trova una pianta di castagno: la strada alla nostra sinistra prosegue per il monte Pietramarina e il valico del Pinone, quella a dritto conduce a Faltognano e a Vinci e quella di destra porta al Valico delle Croci e a San Baronto ed è proprio quest’ultima che imbocchiamo, innestandoci sul sentiero di crinale, sentiero CAI n. 300. Dopo poche decine di metri sulla sinistra si nota una vecchia pietra miliare e di fronte ad essa, sul lato destro, si diparte una breve strada che conduce al pianoro della Torre di S. Alluccio (540 m. s.l.m., 3.000 metri dalla partenza. Dell’antica torre di proprietà del Conte Spalletti di Lucciano, della casa del contadino (situata sul lato ovest) e della casa del guardiacaccia ora restano i ruderi, ma sono sufficienti a far intravedere la magnificenza di un tempo. La zona si presenta come un vasto pianoro punteggiato da alberi e da grosse antenne: un tempo qui di alberi ce n’erano pochi e tutta l’area veniva coltivata a grano, orzo e patate, tanto da rendere autosufficienti le famiglie che vi abitavano. Sul pianoro insiste una grossa croce installata dall’Associazione Nazionale Alpini di Quarrata: sono loro che una volta l’anno, in occasione della loro festa che svolgono qui (generalmente nell’ultima domenica del mese di giugno) danno una pulita alla zona.

NOTE STORICHE
Prima della seconda guerra mondiale e fino agli anni cinquanta del Novecento per Ferragosto, Pasquetta e Ascensione era tradizione che le genti di Quarrata e dintorni si recassero alla Torre di S. Alluccio: naturalmente a piedi e in comitiva con il paese che si svuotava quasi del tutto. La sera precedente tutti si preparavano per la gita: pane, braciole impanate (quei pochi che potevano permettersele), uova sode, frittate, frutta, mentre l’acqua veniva presa lungo il percorso alle varie fonti che si potevano incontrare come quella del Nelli, del Sasso Regino, di Tacinaia, della Bettina. Generalmente la colazione veniva fatta al Sasso Regino: per chi capiti ora da quelle parti è difficile credere che la zona fosse priva di alberi e che lo sguardo potesse abbracciare tutta la pianura pratese e pistoiese fino al centro storico di Firenze. Addirittura guardando a ovest, nelle giornate più limpide, si poteva vedere il mare. Nel bellissimo libro Quarrata, voci dal passato, a cura di Laura Caiani Giannini e Carlo Rossetti, Edizioni Gli Ori, ci viene descritto il viaggio fatto da Quarrata a Sant’Alluccio e la permanenza alla torre dove si trovavano anche la casa del contadino e la casa del guardiacaccia: nella casa del guardiaccia fino al 1950 viveva Oreste Baldacci, guardiacaccia del conte Spalletti, con la moglie Spinalba e la figlia. Purtroppo Oreste, che svolgeva le sue mansioni di guardiano dei boschi in compagnia del suo cane Rai, il 3 aprile 1950 venne ucciso a bastonate nella vicina località de Le Croci dal contadino che abitava nella casa situata sul lato ovest della Torre di S. Alluccio, tale Mengarino (questo è il soprannome perché il nome vero non mi è noto), probabilmente sorpreso a rubare legna. Questo triste episodio è stato ricordato dai parenti del Baldacci con un croce posta sopra un masso proprio in località de  Le Croci: di fianco al masso ne è posto un altro più piccolo su cui sono incise O. B. 3.4.1950, cioè le iniziali di Oreste Baldacci e la data del suo assassinio. Per chi volesse vedere il sasso con la croce ricordo che le Croci (dove c’è anche un piccolo circuito per motocross) è il passo che mette in comunicazione Quarrata con Vinci: partendo da Buriano, appena si arriva sul crinale del Montalbano, invece di proseguire per S. Amato di Vinci lungo la strada asfaltata si gira a destra per S. Baronto e dopo pochi metri la si incontra sul lato destro. La zona della Torre di S. Alluccio è stata frequentata fino dall’antichità: da qui passava una delle strade che mettevano in comunicazione la valle dell’Ombrone pistoiese con il Valdarno e, quindi, con la Via Francigena, la più importante arteria del Medioevo. S. Allucio aveva la funzione di ricovero per pellegrini e viandanti: la tradizione afferma che il romitorio sia stato fondato da Alluccio, santo nato in Val di Nievole.
S. Allucio 
(dal sito  www.santiebeati.it) Sant’Allucio è il Santo di Pescia, e le sue reliquie sono accolte nella bella cattedrale della città. Ed è un Santo che ben incarna le caratteristiche di una terra e di un popolo, perché fu strenuo senza essere rigido; ascetico senza essere astratto; votato alla contemplazione, ma anche pronto all’azione; di profonda pietà, ma anche di ardente carità. Egli era nato, nell’XI secolo, a Campugliano, in Val di Nievole, da famiglia contadina. Ragazzo, custodiva gli armenti, quando si fece notare per insoliti episodi che testimoniavano la sua non comune tempra spirituale. Cresciuto d’anni, venne affidato alla sua operosa pietà l’ospizio di Campugliano, praticamente in rovina. Allucio lo riportò ad un’ammirabile efficienza di bene, aiutato da alcuni compagni ricchi come lui di zelo di carità, detti poi Fratelli di Sant’Allucio. Per assistere meglio i poveri e i bisognosi, il giovane Allucio fondò un altro ospizio sul Monte Albano (proprio alla Torre detta di S. Alluccio). Un terzo lo creò presso la riva dell’Arno, sul quale costruì addirittura un ponte, per comodità dei pellegrini. Quest’ultima non fu impresa facile, non soltanto per i problemi tecnici ma perché Sant’Allucio dovette convincere e ammansire il traghettatore locale, che traeva lauti guadagni facendo passare i viaggiatori da una sponda all’altra. 1 miracoli, a detta della tradizione, si moltiplicarono numerosissimi intorno al benefattore dei poveri. Per questo gli furono demandate, in città lontane, vere e proprie missioni diplomatiche, che Allucio svolse con successo, riuscendo a pacificare tra loro, per esempio, le due città rivali di Ravenna e di Faenza. Tra gli interventi miracolosi tramandati dalla devozione, il più insolito fu quello dell’uomo al quale erano stati cavati gli occhi, come punizione per qualche delitto commesso, secondo la cosiddetta ” legge del taglione “, comune nel Medioevo. Non per dispregio della giustizia, ma per pietà dell’accecato, anche se colpevole, Sant’Allucio avrebbe rimesso al loro posto gli occhi nelle cave orbite del condannato, restituendogli la vista. Quanto era attivo nel fare il bene, altrettanto era severo con se stesso, Non mangiava mai carne, né formaggio, né uova. Digiunava tre volte alla settimana. E per sette Quaresime consecutive non toccò cibo affatto. Morì il 23 ottobre 1134, sereno e attivo fino all’ultimo istante. Immediatamente venne fatto oggetto di un vivace culto popolare. Soltanto nel ‘700, però, il suo culto venne autorizzato ufficialmente dalla Chiesa, e pochi anni dopo le reliquie di Sant’Allucio trovavano degna accoglienza nella cattedrale di Pescia, la città di cui l’antico Santo penitente e benefattore sembrava fatto su misura.

Il Repetti nel suo Dizionario Corografico della Toscana, stampato nel 1845 e che costituisce la base fondamentale di tutta la storia e la geografia della Toscana, così descrive la Torre di S. Alluccio e il Montalbano:
Torre di S. Alluccio – Casalone con torre sopra una delle più eminenti creste del Monte Albano, dove, a riferire del biografo di S. Alluccio, sembra che questi vi avesse edificato un qualche ospizio o eremo, divenuto in seguito possessione del vicino monastero di S. Baronto. È un punto di prospettiva magnifico, di dove si dominano le valli dell’Arno dai monti di Vallombrosa sino a bocca d’Arno con tutte le sue tributarie. Risiede a 929 braccia sopra il livello del mare.
Monte Albano nel Pistoiese
Dicesi Monte Albano la più elevata diramazione dell’Appennino che dalla foce di Serravalle stendesi nella direzione di maestro a scirocco fra l’Ombrone pistojese e l’Arno sino alla gola della Golfolina, dal 28° 29′ al 28 ° 41′ di longitudine e dal 43° 44′ al 43° 55′ di latitudine. Le sue principali cime denominate Pietra marina e S. Alluccio sono elevate sopra il livello del mare, quella 984, e questa 929 braccia. Trovansi nel suo fianco orientale le Comunità di Carmignano e di Tizzana, nel lato occidentale Monte Vettolini, Lamporecchio, Vinci e Cerreto Guidi, a settentrione maestro Serravalle, e a scirocco Capraja. – La natura del terreno partecipa nella massima parte di quello di sedimento inferiore, coperto nella sua base orientale da sedimenti palustri, e nel suo fianco occidentale da immensi depositi di ciottoli e ghiaje che ricuoprono una marna ricca di fossili terrestri e marini. Alla parte australe di questa diramazione fu dato il nome di Barco Reale per un vasto parco, vestito di selve, fatto circondare di mura dal Gran Duce Ferdinando II ad uso di caccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torre di Sant’Alluccio (dal Pinone)

TORRE DI S. ALLUCCIO dal Pinone

CARATTERISTICHE ITINERARIO
Dislivello: Località S. Giusto 410 m. s.l.m. – Monte Pietramarina 585 m. s.l.m. – Gli Spianati 545 m. s.l.m. – Monte La Cupola 633 m. s.l.m. – S. Alluccio 540 m. s.l.m.  dislivello totale 386 metri
Distanze progressive: San Giusto – Masso del Diavolo 1.500 metri – Bivio Fonte dello Scodellino in località Gli Spianati 1.900 metri – Fonte dello Scodellino 2.050 metri – Bivio Fonte dello Scodellino in località Gli Spianati 2.200 metri – Poggio Ciliegio 2.800 metri – Bivio Cupola 3.900 metri – Cupola 4.200 metri – Bivio Cupola 4.500 metri – – Torre S. Alluccio 6.100 metri – Distanza totale fra andata e ritorno 12.200 metri

PERCORSO

Abbazia di San Giusto

Il percorso ha inizio non propriamente dal Pinone bensì dalla località San Giusto (410 m. s.l.m.) che è situata nei pressi del Passo del Pinone, sulla strada che collega Carmignano a Vitolini e Empoli: infatti circa 500 metri prima del Pinone, in versante empolese, si trova l’antica Abbazia di San Giusto (410 m. s.l.m.), che è poco distante dalla strada: sul lato opposto della strada stessa ha inizio una carrozzabile asfaltata, preclusa al traffico privato, che conduce ai numerosi ripetitori presenti in questa zona del Montalbano.
Abbazia di S. Giusto –   Attualmente l’Abbazia di San Giusto versa in pessime condizioni perchè vittima dell’incuria e dell’abbandono dell’uomo: volgarmente chiamata San Giustone, venne fondata tra l’XI e il XII sec. come abbazia cistercense dipendente dalla vicina badia di San Martino in Campo. La tradizione afferma essere stata costruita da un monaco eremita francese, San Giusto o Giustone, così come la contemporanea chiesa di San Baronto, fondata dal monaco eremita francese San Baronto. La chiesa è in stile romanico e mostra una semplice facciata arricchita da un arco in marmo bianco e verde: sul retro si trovano tre absidi, mentre la massiccia torre campanaria, separata dalla chiesa,  in origine doveva essere una torre militare.
Dopo aver osservato l’abbazia possiamo attraversare la strada e prendere in direzione di una larga strada chiusa da una sbarra, (ultimamente, però, sempre alzata: ma ricordiamo che c’è il divieto di transito) che corrisponde con il sentiero n. 300 del Montalbano e che si dirige verso la sommità del monte Pietramarina. Continuiamo a salire e volgendo lo sguardo alle nostre spalle ci appare un panorama maestoso: Empoli e tutto il Valdarno Inferiore fanno bella mostra di loro. Camminiamo sempre lungo la strada fino a quando non arriviamo in cima ad una erta salita: sulla sinistra notiamo le indicazioni per monte Pietramarina e Masso del Diavolo, per cui ci dirigiamo proprio a sinistra. A poche decine di metri dalla strada si trova il Masso del Diavolo, immerso nella grandiosa lecceta di Pietramarina (585 m. s.l.m., 1.500 metri dalla partenza).

Masso del Diavolo

Il Masso del Diavolo è un grosso masso di arenaria macigno così chiamato probabilmente per i riti sacrificali che anticamente si svolgevano su di esso: dalla sommità del Masso vasto panorama su tutta la pianura empolese, sulla zona di San Miniato, sul monte Serra e anche su alcune vette delle Alpi Apuane (segnatamente Pania della Croce).
Lecceta di Pietramarina – La parte occidentale del territorio dell’area protetta del monte Pietramarina è caratterizzata da boschi a dominanza di leccio, le cui altezze raggiungono i 20 m., a cui si associano le specie tipiche della macchia mediterranea. Sulla sommità del Monte Pietramarina al leccio si associano numerose piante di agrifoglio a portamento arboreo. Le dimensioni di queste piante di agrifoglio sono uniche nel territorio provinciale, altezze intorno ai 20 m. e diametri del fusto fino ad oltre 50 cm., e probabilmente fra le maggiori in ambito regionale.
Dopo aver osservato il panorama dalla vetta del Masso del Diavolo riprendiamo il cammino: dal masso andiamo a nord lungo la sterrata che giunge nei pressi. Scendendo verso la sella degli Spianati costeggiamo alcuni scavi archeologici che attestano come questa zona del Montalbano fosse abitata fino dai tempi più remoti: agli Spianati (545 m. s.l.m., 1.900 metri dalla partenza) incrociamo nuovamente la strada asfaltata di servizio ai ripetitori . La attraversiamo perché qui siamo al Bivio per la Fonte dello Scodellino: andiamo sul versante opposto della strada e della linea di crinale, versante pratese, e dopo poco raggiungiamo la Fonte dello Scodellino (2.050 metri dalla partenza) una bella e fresca fonte che, però, è quasi sempre secca nel periodo più caldo della stagione, diciamo da inizio

Antenna in località Spianati

luglio a settembre, anche se quest’anno (2008 n.d.a.)  ha continuato a buttare fino alla fine del mese di luglio. Sul lato opposto dello stradello dove si trova la fonte nel 2007 l’Istituto Italiano di Geofisica e Vulcanologia ha installato un impianto per la rilevazione dell’intensità dei terremoti: l’impianto si alimenta con pannelli salari fotovoltaici. Facciamo quindi ritorno nuovamente al Bivio per la Fonte dello Scodellino, la sella degli Spianati (545 m. s.l.m., 2.200 metri dalla partenza) per incrociare la strada asfaltata: ora dobbiamo andare decisamente a destra e iniziare a salire il pendio di Poggio Ciliegio transitando di fianco al grosso ripetitore in cemento armato della Telecom conosciuto come pisellone. Sul Poggio Ciliegio (2.800 metri dalla partenza) si incontra una miriade di ripetitori e fa quasi sorridere il cartello che indica Poggio Ciliegio come sito di rilevanza naturalistica: io direi, piuttosto, come zona da starci il meno possibile perché qui le onde emesse dai ripetitori dovrebbero essere numerose e pericolose per la salute. Proseguiamo il cammino, sempre lungo il sentiero CAI n. 300, e la strada, pur avendo sempre una carreggiata assai larga, diventa ora sterrata, pur se in

Fonte dello Scodellino

ottime condizioni di fondo. Dopo circa un km. di falsopiano troviamo un bivio: siamo al Bivio per il monte La Cupola (3.900 metri dalla partenza). Abbandoniamo la sterrata principale e il sentiero CAI 300 per andare a destra e raggiungere la vetta del monte La Cupola (633 m. s.l.m., 4.200 metri dalla partenza) il colle più alto di tutto il Montalbano: sulla vetta si trovano un edificio e una antenna di servizio per il Corpo dei Vigili del Fuoco. Torniamo quindi al Bivio per il monte La Cupola (4.500 metri dalla partenza) e andiamo a destra lungo la sterrata e il sentiero CAI 300: scendiamo lungo il fianco ovest de La Cupola in versante empolese con ottime vedute sul Valdarno e sul fiume Arno stesso, anche perché la vegetazione è stata tagliata nel corso del 2007 e del 2008 e ora lo sguardo può spaziare in ogni direzione. Camminando ci immergiamo nuovamente nella vegetazione di castagni fino a raggiungere un incrocio di strade al cui centro si trova una pianta di castagno: qui andiamo a dritto in direzione San Baronto tralasciando la strada a destra, diretta a Spazzavento e Bacchereto, e quella a sinistra diretta a Faltognano e Vinci. A poche decine di metri da questo incrocio troviamo sulla sinistra una vecchia pietra miliare : sul lato destro della strada, proprio davanti alla pietra, inizia la breve strada che conduce alla Torre di S. Alluccio (540 m. s.l.m., 6.100 metri dalla partenza).

NOTE STORICHE

Postazione di Vulcanologia

Prima della seconda guerra mondiale e fino agli anni cinquanta del Novecento per Ferragosto, Pasquetta e Ascensione era tradizione che le genti di Quarrata e dintorni si recassero alla Torre di S. Alluccio: naturalmente a piedi e in comitiva con il paese che si svuotava quasi del tutto. La sera precedente tutti si preparavano per la gita: pane, braciole impanate (quei pochi che potevano permettersele), uova sode, frittate, frutta, mentre l’acqua veniva presa lungo il percorso alle varie fonti che si potevano incontrare come quella del Nelli, del Sasso Regino, di Tacinaia, della Bettina. Generalmente la colazione veniva fatta al Sasso Regino: per chi capiti ora da quelle parti è difficile credere che la zona fosse priva di alberi e che lo sguardo potesse abbracciare tutta la pianura pratese e pistoiese fino al centro storico di Firenze. Addirittura guardando a ovest, nelle giornate più limpide, si poteva vedere il mare. Nel bellissimo libro Quarrata, voci dal passato, a cura di Laura Caiani Giannini e Carlo Rossetti,

Torre di Sant’Alluccio 1

Edizioni Gli Ori, ci viene descritto il viaggio fatto da Quarrata a Sant’Alluccio e la permanenza alla torre dove si trovavano anche la casa del contadino e la casa del guardiacaccia: nella casa del guardiaccia fino al 1950 viveva Oreste Baldacci, guardiacaccia del conte Spalletti, con la moglie Spinalba e la figlia. Purtroppo Oreste, che svolgeva le sue mansioni di guardiano dei boschi in compagnia del suo cane Rai, il 3 aprile 1950 venne ucciso a bastonate nella vicina località de Le Croci dal contadino che abitava nella casa situata sul lato ovest della Torre di S. Alluccio, tale Mengarino (questo è il soprannome perché il nome vero non mi è noto), probabilmente sorpreso a rubare legna. Questo triste episodio è stato ricordato dai parenti del Baldacci con un croce posta sopra un masso proprio in località de  Le Croci: di fianco al masso ne è posto un altro più piccolo su cui sono incise O. B. 3.4.1950, cioè le iniziali di Oreste Baldacci e la data del suo assassinio. Per chi volesse vedere il sasso con la croce ricordo che le Croci (dove c’è anche un piccolo circuito per motocross) è il passo che mette in comunicazione Quarrata con Vinci: partendo da Buriano, appena si arriva sul crinale del Montalbano, invece di proseguire per S. Amato di Vinci lungo la strada asfaltata si gira a destra per S. Baronto e dopo pochi metri la si incontra sul lato destro. La zona della Torre di S. Alluccio è stata frequentata fino dall’antichità: da qui passava una delle strade che mettevano in comunicazione la valle dell’Ombrone pistoiese con il Valdarno e, quindi, con la Via Francigena, la più importante arteria del Medioevo. S. Allucio aveva la funzione di ricovero per pellegrini e viandanti: la tradizione afferma che il romitorio sia stato fondato da Alluccio, santo nato in Val di Nievole.
S. Allucio 
(dal sito  www.santiebeati.it) Sant’Allucio è il Santo di Pescia, e le sue reliquie sono accolte nella bella cattedrale della città. Ed è un Santo che ben incarna le caratteristiche di una terra e di un popolo, perché fu strenuo senza essere rigido; ascetico senza essere astratto; votato alla contemplazione, ma anche pronto all’azione; di profonda pietà, ma anche di ardente carità. Egli era nato, nell’XI secolo, a Campugliano, in Val di Nievole, da famiglia contadina. Ragazzo, custodiva gli armenti, quando si fece notare per insoliti episodi che testimoniavano la sua non comune tempra spirituale. Cresciuto d’anni, venne affidato alla sua operosa pietà l’ospizio di Campugliano, praticamente in rovina. Allucio lo riportò ad un’ammirabile efficienza di bene, aiutato da alcuni compagni ricchi come lui di zelo di carità, detti poi Fratelli di Sant’Allucio. Per assistere meglio i poveri e i bisognosi, il giovane Allucio fondò un altro ospizio sul Monte Albano (proprio alla Torre detta di S. Alluccio). Un terzo lo creò presso

Torre di Sant’Alluccio 2

la riva dell’Arno, sul quale costruì addirittura un ponte, per comodità dei pellegrini. Quest’ultima non fu impresa facile, non soltanto per i problemi tecnici ma perché Sant’Allucio dovette convincere e ammansire il traghettatore locale, che traeva lauti guadagni facendo passare i viaggiatori da una sponda all’altra. 1 miracoli, a detta della tradizione, si moltiplicarono numerosissimi intorno al benefattore dei poveri. Per questo gli furono demandate, in città lontane, vere e proprie missioni diplomatiche, che Allucio svolse con successo, riuscendo a pacificare tra loro, per esempio, le due città rivali di Ravenna e di Faenza. Tra gli interventi miracolosi tramandati dalla devozione, il più insolito fu quello dell’uomo al quale erano stati cavati gli occhi, come punizione per qualche delitto commesso, secondo la cosiddetta ” legge del taglione “, comune nel Medioevo. Non per dispregio della giustizia, ma per pietà dell’accecato, anche se colpevole, Sant’Allucio avrebbe rimesso al loro posto gli occhi nelle cave orbite del condannato, restituendogli la vista. Quanto era attivo nel fare il bene, altrettanto era severo con se stesso, Non mangiava mai carne, né formaggio, né uova. Digiunava tre volte alla settimana. E per sette Quaresime consecutive non toccò cibo affatto. Morì il 23 ottobre 1134, sereno e attivo fino all’ultimo istante. Immediatamente venne fatto oggetto di un vivace culto popolare. Soltanto nel ‘700, però, il suo culto venne autorizzato ufficialmente dalla Chiesa, e pochi anni dopo le reliquie di Sant’Allucio trovavano degna accoglienza nella cattedrale di Pescia, la città di cui l’antico Santo penitente e benefattore sembrava fatto su misura.

Il Repetti nel suo Dizionario Corografico della Toscana, stampato nel 1845 e che costituisce la base fondamentale di tutta la storia e la geografia della Toscana, così descriva la Torre di S. Alluccio:
Torre di S. Alluccio – Casalone con torre sopra una delle più eminenti creste del Monte Albano, dove, a riferire del biografo di S. Alluccio, sembra che questi vi avesse edificato un qualche ospizio o eremo, divenuto in seguito possessione del vicino monastero di S. Baronto. È un punto di prospettiva magnifico, di dove si dominano le valli dell’Arno dai monti di Vallombrosa sino a bocca d’Arno con tutte le sue tributarie. Risiede a 929 braccia sopra il livello del mare