Pinone – San Baronto: traversata del Montalbano

CARATTERISTICHE ITINERARIO –

Dislivello: S. Giusto 410 m. s.l.m. – Monte Pietramarina 585 m. s.l.m. – Gli Spianati 545 m. s.l.m. – Monte La Cupola 633 m. s.l.m. – S. Allucio 540 m. s.l.m. – Le Croci 452 m. s.l.m. – Bivio Sassone della Palaia di Pietra 480 m. s.l.m. – Madonnino 443 m. s.l.m. – dislivello totale 549 metri.
Distanze progressive: San Giusto – Masso del Diavolo 1.500 metri – Bivio Fonte dello Scodellino in località Gli Spianati 1.900 metri – Fonte dello Scodellino 2.050 metri – Bivio Fonte dello Scodellino in località Gli Spianati 2.200 metri – Poggio Ciliegio 2.800 metri – Bivio Cupola 3.900 metri – Cupola 4.200 metri – Bivio Cupola 4.500 metri – – Torre S. Alluccio 6.100 metri – Le Croci 7.400 metri – Bivio Sassone della Palaia di pietra 9.000 metri – Madonnino 10.400 metri – distanza totale 10.400 metri.

PERCORSO

Il percorso ha inizio non proprio dal Pinone bensì dalla località San Giusto (410 m. s.l.m.) che è situata nei pressi del Passo del Pinone, sulla strada che collega Carmignano a Vitolini e Empoli: infatti circa 500 metri prima del Pinone, in versante empolese, si trova l’antica Abbazia di San Giusto (410 m. s.l.m.), che è poco distante dalla strada: sul lato opposto della strada stessa ha inizio una carrozzabile asfaltata, preclusa al traffico privato, che conduce ai numerosi ripetitori presenti in questa zona del Montalbano.

Abbazia di San Giusto

Abbazia di S. Giusto –   Attualmente l’Abbazia di San Giusto versa in pessime condizioni perchè vittima dell’incuria e dell’abbandono dell’uomo: volgarmente chiamata San Giustone, venne fondata tra l’XI e il XII sec. come abbazia cistercense dipendente dalla vicina badia di San Martino in Campo. La tradizione afferma essere stata costruita da un monaco eremita francese, San Giusto o Giustone, così come la contemporanea chiesa di San Baronto, fondata dal monaco eremita francese San Baronto. La chiesa è in stile romanico e mostra una semplice facciata arricchita da un arco in marmo bianco e verde: sul retro si trovano tre absidi, mentre la massiccia torre campanaria, separata dalla chiesa,  in origine doveva essere una torre militare.

Dopo aver osservato l’abbazia possiamo attraversare la strada e prendere in direzione di una larga strada chiusa da una sbarra, (ultimamente è sempre alzata, ma ricordiamo che c’è il divieto di transito) che corrisponde al sentiero n. 300 del Montalbano e che si dirige verso la sommità del monte Pietramarina. Continuiamo a salire e volgendo lo sguardo alle nostre spalle ci appare un panorama maestoso: Empoli e tutto il Valdarno Inferiore fanno bella mostra. Camminiamo sempre lungo la strada fino a quando non arriviamo in cima ad una erta salita: sulla sinistra notiamo le indicazioni per monte Pietramarina e Masso del Diavolo, per cui ci dirigiamo proprio a sinistra. A poche decine di metri dalla strada si trova il Masso del Diavolo, immerso nella grandiosa lecceta di Pietramarina (585 m. s.l.m., 1.500 metri dalla partenza).

Masso del Diavolo

Il Masso del Diavolo è un grosso masso di arenaria macigno così chiamato probabilmente per i riti sacrificali che anticamente vi si svolgevano: dalla sommità del Masso vasto panorama su tutta la pianura empolese, sulla zona di San Miniato, sul monte Serra e anche su alcune vette delle Alpi Apuane (segnatamente Pania della Croce).

Lecceta di Pietramarina

Lecceta di Pietramarina – La parte occidentale del territorio dell’area protetta del monte Pietramarina è caratterizzata da boschi a dominanza di leccio, le cui altezze raggiungono i 20 m., a cui si associano le specie tipiche della macchia mediterranea. Sulla sommità del Monte Pietramarina al leccio si associano numerose piante di agrifoglio a portamento arboreo. Le dimensioni di queste piante di agrifoglio sono uniche nel territorio provinciale, altezze intorno ai 20 m. e diametri del fusto fino ad oltre 50 cm., e probabilmente fra le maggiori in ambito regionale.

Fonte delle Scodellino

Dopo aver osservato il panorama dalla vetta del Masso del Diavolo riprendiamo il cammino: dal masso andiamo a nord lungo la sterrata che giunge nei pressi. Scendendo verso la sella degli Spianati costeggiamo alcuni scavi archeologici che attestano come questa zona del Montalbano fosse abitata fino dai tempi più remoti: agli Spianati (545 m. s.l.m., 1.900 metri dalla partenza) incrociamo nuovamente la strada asfaltata di servizio ai ripetitori . La attraversiamo perché qui siamo al Bivio per la Fonte dello Scodellino : andiamo sul versante opposto della strada e della linea di crinale, versante pratese, e dopo poco raggiungiamo la Fonte dello Scodellino (2.050 metri dalla partenza) una bella e fresca fonte. Sul lato opposto dello stradello dove si trova la fonte, nel 2007 l’Istituto Italiano di Geofisica e Vulcanologia ha installato un impianto per la rilevazione dell’intensità dei terremoti: l’impianto si alimenta con pannelli salari fotovoltaici. Facciamo quindi ritorno nuovamente al Bivio per la Fonte dello Scodellino, Sella degli Spianati (545 m. s.l.m., 2.200 metri dalla partenza) per incrociare la strada asfaltata: ora dobbiamo andare decisamente a destra e iniziare a salire il pendio di Poggio Ciliegi,o transitando di fianco al grosso ripetitore in cemento armato della Telecom, noto come pisellone. Sul Poggio Ciliegio (2.800 metri dalla partenza) s’incontrano numerosi ripetitori. Proseguiamo il cammino, sempre lungo il sentiero CAI n. 300, e la strada, avendo sempre una carreggiata assai larga, diventa ora sterrata, pur se in ottime condizioni di fondo. Dopo circa un km. di falsopiano troviamo un bivio: siamo al Bivio per il monte La Cupola (3.900 metri dalla partenza). Abbandoniamo la sterrata principale e il sentiero CAI 300 per andare a destra e raggiungere la vetta del monte La Cupola (633 m. s.l.m., 4.200 metri dalla partenza) il colle più alto di tutto il Montalbano: sulla vetta si trovano un edificio e una antenna di servizio per il Corpo dei Vigili del Fuoco. Torniamo quindi al Bivio per il monte La Cupola (4.500 metri dalla partenza) e andiamo a destra lungo la sterrata e il sentiero CAI 300: scendiamo lungo il fianco ovest de La Cupola in versante empolese con ottime vedute sul Valdarno e sul fiume Arno. Camminando ci immergiamo nuovamente nella vegetazione di castagni fino a raggiungere un incrocio di strade al cui centro si trova una pianta di castagno: qui andiamo a dritto in direzione San Baronto tralasciando la strada a destra, diretta a Spazzavento e Bacchereto, e quella a sinistra diretta a Faltognano e Vinci. A poche decine di metri da questo incrocio troviamo sulla sinistra una vecchia pietra miliare: sul lato destro della strada, proprio davanti alla pietra, inizia la breve strada che conduce alla Torre di S. Alluccio (540 m. s.l.m., 6.100 metri dalla partenza). Dell’antica torre di proprietà del Conte Spalletti di Lucciano, della casa del contadino (situata sul lato ovest) e della casa del guardiacaccia ora restano i ruderi, ma sono sufficienti a far intravedere la magnificenza di un tempo. La zona si presenta come un vasto pianoro punteggiato da alberi e da grosse antenne: un tempo qui di alberi ce n’erano pochi e tutta l’area veniva coltivata a grano, orzo e patate, tanto da rendere autosufficienti le famiglie che vi abitavano. Sul pianoro insiste una grossa croce installata dall’Associazione Nazionale Alpini di Quarrata: sono loro che una volta l’anno, in occasione della loro festa che svolgono qui (nell’ultima domenica del mese di giugno) danno una pulita alla zona.

Torre di Sant’Alluccio

Torre di S. Alluccio – Prima della seconda guerra mondiale e fino agli anni cinquanta del Novecento per Ferragosto, Pasquetta e Ascensione era tradizione che le genti di Quarrata e dintorni si recassero alla Torre di S. Alluccio: naturalmente a piedi e in comitiva con il paese che si svuotava quasi del tutto. La sera precedente tutti si preparavano per la gita: pane, braciole impanate (quei pochi che potevano permettersele), uova sode, frittate, frutta, mentre l’acqua veniva presa lungo il percorso alle varie fonti che si potevano incontrare come quella del Nelli, del Sasso Regino, di Tacinaia, della Bettina. Generalmente la colazione veniva fatta al Sasso Regino: per chi capiti ora da quelle parti è difficile credere che la zona fosse priva di alberi e che lo sguardo potesse abbracciare tutta la pianura pratese e pistoiese fino al centro storico di Firenze. Addirittura guardando a ovest, nelle giornate più limpide, si poteva vedere il mare. Nel bellissimo libro Quarrata, voci dal passato, a cura di Laura Caiani Giannini e Carlo Rossetti, Edizioni Gli Ori, ci viene descritto il viaggio fatto da Quarrata a Sant’Alluccio e la permanenza alla torre dove si trovavano anche la casa del contadino e la casa del guardiacaccia: nella casa del guardiaccia fino al 1950 viveva Oreste Baldacci, guardiacaccia del conte Spalletti, con la moglie Spinalba e la figlia. Purtroppo Oreste, che svolgeva le sue mansioni di guardiano dei boschi in compagnia del suo cane Rai, il 3 aprile 1950 venne ucciso a bastonate nella vicina località de Le Croci dal contadino che abitava nella casa situata sul lato ovest della Torre di S. Alluccio, tale Mengarino (questo è il soprannome perché il nome vero non mi è noto), probabilmente sorpreso a rubare legna. Questo triste episodio è stato ricordato dai parenti del Baldacci con un croce posta sopra un masso proprio in località de  Le Croci: di fianco al masso ne è posto un altro più piccolo su cui sono incise O. B. 3.4.1950, cioè le iniziali di Oreste Baldacci e la data del suo assassinio. Per chi volesse vedere il sasso con la croce ricordo che le Croci (dove c’è anche un piccolo circuito per motocross) è il passo che mette in comunicazione Quarrata con Vinci: partendo da Buriano, appena si arriva sul crinale del Montalbano, invece di proseguire per S. Amato di Vinci lungo la strada asfaltata si gira a destra per S. Baronto e dopo pochi metri la si incontra sul lato destro. La zona della Torre di S. Alluccio è stata frequentata fino dall’antichità: da qui passava una delle strade che mettevano in comunicazione la valle dell’Ombrone pistoiese con il Valdarno e, quindi, con la Via Francigena, la più importante arteria del Medioevo. S. Allucio aveva la funzione di ricovero per pellegrini e viandanti: la tradizione afferma che il romitorio sia stato fondato da Alluccio, santo nato in Val di Nievole.

Pochi sanno che la Torre di Sant’Alluccio era nota anche a Leonardo da Vinci, che la rappresentò in quella che ora è la Carta RL 12685 di Windsor, risalente  al 1503: si tratta della Carta della Toscana di nord – ovest  (da Firenze a Barga, Ripafratta e Bientina) con studi per la deviazione dell’Arno nel Canale di  Firenze, attraverso Prato, Pistoia e Serravalle

Alluccio (dal sito  www.santiebeati.it) Sant’Allucio è il Santo di Pescia, e le sue reliquie sono accolte nella bella cattedrale della città. Ed è un Santo che ben incarna le caratteristiche di una terra e di un popolo, perché fu strenuo senza essere rigido; ascetico senza essere astratto; votato alla contemplazione, ma anche pronto all’azione; di profonda pietà, ma anche di ardente carità. Egli era nato, nell’XI secolo, a Campugliano, in Val di Nievole, da famiglia contadina. Ragazzo, custodiva gli armenti, quando si fece notare per insoliti episodi che testimoniavano la sua non comune tempra spirituale. Cresciuto d’anni, venne affidato alla sua operosa pietà l’ospizio di Campugliano, praticamente in rovina. Allucio lo riportò ad un’ammirabile efficienza di bene, aiutato da alcuni compagni ricchi come lui di zelo di carità, detti poi Fratelli di Sant’Allucio. Per assistere meglio i poveri e i bisognosi, il giovane Allucio fondò un altro ospizio sul Monte Albano (proprio alla Torre detta di S. Alluccio). Un terzo lo creò presso la riva dell’Arno, sul quale costruì addirittura un ponte, per comodità dei pellegrini. Quest’ultima non fu impresa facile, non soltanto per i problemi tecnici ma perché Sant’Allucio dovette convincere e ammansire il traghettatore locale, che traeva lauti guadagni facendo passare i viaggiatori da una sponda all’altra. 1 miracoli, a detta della tradizione, si moltiplicarono numerosissimi intorno al benefattore dei poveri. Per questo gli furono demandate, in città lontane, vere e proprie missioni diplomatiche, che Allucio svolse con successo, riuscendo a pacificare tra loro, per esempio, le due città rivali di Ravenna e di Faenza. Tra gli interventi miracolosi tramandati dalla devozione, il più insolito fu quello dell’uomo al quale erano stati cavati gli occhi, come punizione per qualche delitto commesso, secondo la cosiddetta ” legge del taglione “, comune nel Medioevo. Non per dispregio della giustizia, ma per pietà dell’accecato, anche se colpevole, Sant’Allucio avrebbe rimesso al loro posto gli occhi nelle cave orbite del condannato, restituendogli la vista. Quanto era attivo nel fare il bene, altrettanto era severo con se stesso, Non mangiava mai carne, né formaggio, né uova. Digiunava tre volte alla settimana. E per sette Quaresime consecutive non toccò cibo affatto. Morì il 23 ottobre 1134, sereno e attivo fino all’ultimo istante. Immediatamente venne fatto oggetto di un vivace culto popolare. Soltanto nel ‘700, però, il suo culto venne autorizzato ufficialmente dalla Chiesa, e pochi anni dopo le reliquie di Sant’Allucio trovavano degna accoglienza nella cattedrale di Pescia, la città di cui l’antico Santo penitente e benefattore sembrava fatto su misura.

Tornati sul sentiero n. 300 andiamo a destra fino a scendere alla località Le Croci (quota 452, 7.400 metri dalla partenza): alla strada che s’incontra si va a sinistra e si arriva là dove giunge la strada asfaltata da S. Amato. Noi tralasciamo l’asfalto e procediamo a destra sul sentiero n. 300. Dopo poche decine di metri notiamo una piccola croce sopra un masso e la lapide che ricorda l’omicidio del Guardiacaccia Oreste Baldacci, avvenuta nel 1950 (vedi note storiche). Proseguiamo in leggera ascesa per poi scendere leggermente di quota fino ad arrivare nella zona dove si trova il Sassone della Palaia di pietra (quota 480): con una breve deviazione a sinistra è possibile andare a vedere questo grande sasso.

Sassone della Palaia di Pietra

Sassone della Palaia di Pietra – Questo enorme masso di arenaria macigno un tempo svettava ben al di sopra della vegetazione e dalla sua vetta si poteva godere di un vasto panorama: gli anziani di Montemagno ricordano ancora con nostalgia quando ancora giovani si spingevano sul crinale del Montalbano e salivano sul sasso per poter osservare il mare, mare che tanti di loro hanno visto solo da lassù. Il Sassone altro non e’ che un colossale monolito, alto quasi tre metri, circondato da altri sassi  di minori dimensioni, disposti in circolo attorno ad esso. La sua forma, le sue dimensioni e la collocazione hanno dato origine a diverse e suggestive ipotesi, tra cui quella che possa trattarsi di un luogo di sepoltura o di culto, da collegare alle civiltà megalitiche. Ovviamente non si tratta che di supposizioni tutte da verificare, ma, in certa misura, queste possono essere avvalorate dal toponimo, dalla tradizione locale e anche dal posto in cui si erge il monolito, a dominare le due vallate, come un vero e proprio osservatorio.

Tornati sul sentiero n. 300 andiamo a sinistra: è in questo tratto finale del percorso che s’incontra la parte conservata in maniera migliore delle mura del Barco Reale Mediceo.

Mura del Barco Reale Mediceo

Il Barco Reale Mediceo fu realizzato nel XVI secolo e costituiva una delle più importante riserve di caccia della famiglia dei Medici: il toponimo barco stava ad indicare un terreno boschivo circondato da un recinto, in questo caso un territorio delimitato da un robusto muro al cui interno di trovavano tante specie di animali da poter cacciare. Il muro di questa bandita partiva da Poggio alla Malva, dove ancora oggi si trova la Porta d’accesso, raggiungeva Vitolini, Mignana, Faltognano, Papiano, sfiorava San Baronto, aggirava il Montalbano spingendosi sul lato nord oltre il Colle di Montefiore, arrivava a Montemagno (nei pressi del cimitero di questo paese, lungo la strada che conduce a Lucciano, si trova ancora la casa del guardia del Barco), sfiorava Campiglio e Villa la Magia, risaliva subito al di sopra degli abitati di Lucciano, Montorio e Buriano, raggiungeva Spazzavento, oltrepassava a nord il borgo di Bacchereto, superava Santa Cristina a Mezzana e, infine, raggiungeva Artimino, dove si trova la grande villa La Ferdinanda, che era la residenza di caccia dei Medici, e Poggio alla Malva. I lavori di costruzione del Barco Reale iniziarono nel 1624 e terminarono nel maggio del 1626 sotto il regno di Ferdinando I: il muro di recinzione, costruito in  pietre di arenaria e arenaria macigno di dimensioni molto grandi, legate con calce, ed era dotato di cancelli e piccoli ponti per il passaggio delle acque, ma, mentre i cancelli sono del tutto scomparsi, restano ancora piccole tracce dei ponti e cateratte. Le mura delimitavano una grande estensione di terreno, circa 50 km. di cui ne restano tracce per 30 km., al cui interno si trovavano numerose fattorie come quella di Ginestre, di Artimino e molte case abitate dalla Guardie e dai Birri (vedi il Casino dei Birri sul monte Pietramarina), sorveglianti del barco che avevano il compito di tutelare il patrimonio faunistico e boschivo della tenuta. Esistevano, infatti, delle regole molte rigide riguardo la caccia, il taglio dei boschi e il mantenimento delle mura. Con l’avvento dei Lorena nel 1738 il barco fu soggetto ad uno sfruttamento più razionale: la gestione diretta delle fattorie granducali venne affidata agli affittuari che avevano il compito di anticipare la rendita al proprietario. Sempre ai Lorena si deve la suddivisione del barco in dieci parti, chiamate decimi, per la rotazione dei tagli degli alberi, e la realizzazione di una pianta del perimetro della bandita attribuita a Bernardo Sgrilli. Tale planimetria dettagliata fa capire che nella alla metà del Settecento l’interesse per il barco era esclusivamente legato al commercio del legname: dopo la seconda metà del XVIII secolo, per la diminuita richiesta di legname e per i costosi lavori di manutenzione necessari, il barco venne dimenticato. Il granduca Pietro Leopoldo tentò di ripristinare il barco, ma venne fermato nelle sue intenzioni dalle ingenti spese che si sarebbero dovute affrontare: così il 13 luglio 1772 giunse inevitabile la sbandita del Barco Reale, che decretò anche la vendita della fattorie in esso contenute e la demolizione di alcuni tratti delle mura. Nell’ottocento, poi, le pietre del barco vennero usate per delimitare poderi e terreni privati: così oggi non sono molti i tratti visibili, tra i quali quello che si trova su questo percorso è sicuramente uno dei meglio conservati.

Scendendo di quota arriviamo alla località Madonnino (quota 443, 10.400 metri dalla partenza) dove termina il nostro percorso. Siamo ai piedi del Colle di Montefiore, dove, fino al 1944, si trovava una torre; era la Torre Poggi – Banchieri, perché di proprietà della nobile famiglia che possedeva, e ancora possiede, la villa di Santonuovo. La torre, mèta preferite delle gite degli abitanti di Montemagno e dintorni, venne abbattuta con la dinamite dai tedeschi nel 1944. Da qui San Baronto è raggiungibile in circa 30 minuti di cammino: basta scendere per poche decine di metri lungo la strada asfaltata e poi andare a destra lungo un sentiero ben segnalato e indicato anche da una tabella in legno.

Il Repetti nel suo Dizionario Corografico della Toscana, stampato nel 1845 e che costituisce la base fondamentale di tutta la storia e la geografia della Toscana, così descrive la Torre di S. Alluccio e il Montalbano:
Torre di S. Alluccio – Casalone con torre sopra una delle più eminenti creste del Monte Albano, dove, a riferire del biografo di S. Alluccio, sembra che questi vi avesse edificato un qualche ospizio o eremo, divenuto in seguito possessione del vicino monastero di S. Baronto. È un punto di prospettiva magnifico, di dove si dominano le valli dell’Arno dai monti di Vallombrosa sino a bocca d’Arno con tutte le sue tributarie. Risiede a 929 braccia sopra il livello del mare.
Monte Albano nel Pistoiese
Dicesi Monte Albano la più elevata diramazione dell’Appennino che dalla foce di Serravalle stendesi nella direzione di maestro a scirocco fra l’Ombrone pistojese e l’Arno sino alla gola della Golfolina, dal 28° 29′ al 28 ° 41′ di longitudine e dal 43° 44′ al 43° 55′ di latitudine. Le sue principali cime denominate Pietra marina e S. Alluccio sono elevate sopra il livello del mare, quella 984, e questa 929 braccia. Trovansi nel suo fianco orientale le Comunità di Carmignano e di Tizzana, nel lato occidentale Monte Vettolini, Lamporecchio, Vinci e Cerreto Guidi, a settentrione maestro Serravalle, e a scirocco Capraja. – La natura del terreno partecipa nella massima parte di quello di sedimento inferiore, coperto nella sua base orientale da sedimenti palustri, e nel suo fianco occidentale da immensi depositi di ciottoli e ghiaje che ricuoprono una marna ricca di fossili terrestri e marini. Alla parte australe di questa diramazione fu dato il nome di Barco Reale per un vasto parco, vestito di selve, fatto circondare di mura dal Gran Duce Ferdinando II ad uso di caccia.

 

Badia Monastero

Badia Monastero, detta anche Baia Berardenga o Badia d’Ombrone, attualmente e’ una villa fattoria situata nel comune di Castelnuovo Berardenga, ma un tempo era un grande complesso formato da abbazia e chiesa: nei primi del Novecento le antiche strutture sono state interessate da un intervento radicale, volto alla completa ridefinizione dei prospetti secondo un gusto eclettico di forme neogotiche e neorinascimentali. Sul lato est della villa e’ situato il giardino, al quale si accede attraverso un ponte ligneo. L’accesso principale al cortile e’ costituito da un monumentale portale formato da un arco a tutto sesto impostato su capitelli fogliati e stipiti modanati. La chiesa di S. Salvatore a Badia Monastero ha seguito le vicende dell’abbazia. Nel 1698 venne ricostruito l’altare maggiore e furono intonacate le pareti della chiesa. Nel 1720 il complesso fu restaurato per iniziativa del vescovo di Siena Alessandro Zondadari, il quale fece demolire alcune fortificazioni esistenti. Nei primi dell’Ottocento, a seguito della soppressione ordinata dal governo francese, il convento e i possedimenti rimasti, ad eccezione della chiesa e della casa canonicale, vennero alienati a Giulio Ranieri Piccolomini. Nel 1806 la navata della chiesa fu ridotta di circa meta’ della sua lunghezza tanto che il campanile ne rimase staccato.

Ingresso alla Villa
Veduta panoramica