Badia a Settimo

La Badia a Settimo e’ uno dei piu’ importanti complessi religiosi medievali della piana di Firenze: la tradizione n’attribuisce la fondazione, che risalirebbe all’XI secolo, a Lotario dei conti Cadolingi di Fucecchio, anche se i primi riferimenti documentari sono del 988 e la dedicazione al Salvatore fa pensare ad una presenza gia’ in epoca longobarda. I Cadolingi favorirono il potenziamento dell’abbazia: nei primi due secoli alla guida si alternarono i Benedettini cluniacensi e i Vallombrosani; nel 1236 s’insediarono i Cistercensi, rimasti fino alle soppressioni leopoldine di fine Settecento. Si deve a loro la realizzazione del grande complesso e del potente sistema economico che da esso dipendeva. La Badia si presenta ancora oggi maestosa, ma, a causa dell’alienazione del patrimonio religioso, parte del complesso e’ di proprieta’ privata e non e’ visitabile, mentre si puo’ visitare la parte relativa al culto. All’interno della chiesa, dedicata a S. Salvatore e a S. Lorenzo, si conservano diverse opere d’arte di grande importanza come la terracotta invetriata di Benedetto Buglioni, due piccoli affreschi del Ghirlandaio, l’altare maggiore in pietre dure, il tabernacolo di Giuliano da Maiano, gli affreschi di Giovanni da San Giovanni nella Cappella di S. Quintino. Nella parete sinistra si trovano due tombe: una conserva le ceneri delle contesse Gasdia e Cilla, della famiglia Cadolingi, che morirono negli ultimi anni dell’XI secolo, l’altra il corpo del poeta Dino Campana. Dino Campana e’ morto il 1° marzo del 1932 a Castel Pulci, allora manicomio: viene sepolto nel cimitero di San Colombano (localita’ vicina a Badia a Settimo), in un quadratino di terra all’epoca riservato ai pazzi defunti. Allo scoccare del decimo anno dalla morte il corpo del poeta doveva essere disseppellito per andare a finire nell’ossario comune. Piero Bargellini (fondatore nel 1929 della rivista letteraria “Il Frontespizio” e poi sindaco di Firenze), venuto a San Colombano a visitare la tomba del poeta, volle cercare proprio nell’abbazia degna collocazione ai resti di Campana. Grazie al contributo delle Belle Arti la cappella del ‘300 – dedicata a San Bernardo – venne restaurata e la tomba del poeta poteva essere inaugurata il 3 marzo 1942, proprio all’interno della trecentesca cappella. Nel 1944, pero’, i tedeschi in ritirata minavano il campanile della Badia, che nella caduta travolse anche la cappella: questa non fu mai piu’ ricostruita mentre il campanile e’ stato rifatto come e dov’era; nel ’46, recuperata la cassetta con i resti del poeta, Campana trovo’ finalmente pace all’interno della chiesa.

Tomba del poeta Dino Campana
Lato est
Campanile

 

Badia a Ruoti

Veduta panoramica

Badia a Ruoti e’ un borgo del Comune di Bucine posizionato lungo il corso del torrente Ambra: vi si trova l’antica Abbazia di S. Pietro, la cui prima citazione risale al 1076. Il complesso della badia, formato dalla chiesa con il campanile, dalla chiesa della Compagnia e dal convento con il chiostro, ha subito diverse trasformazioni nel corso dei secoli. La chiesa si presenta con la facciata che ha un portico pensile risalente all’XI secolo: l’interno e’ a croce latina, terminante con un’unica abside. Vi si conserva una pregevole tavola di Neri di Bicci, del 1472, raffigurante l’Incoronazione della Vergine e Santi e l’Annunciazione.

Facciata dell’Abbazia

Abbadia San Salvatore

Abbazia

Situata a circa 800 m. d’altezza alle pendici del Monte Amiata, Abbadia San Salvatore ne e’ stata a lungo il centro piu’ importante, perché qui si trova la grande abbazia benedettina che ha dominato per lungo tempo tutta la zona dell’Amiata e vasta parte della Toscana meridionale. In tempi piu’ vicini a noi la scoperta dei giacimenti di mercurio hanno fatto si che su Abbadia gravitasse la principale fonte economica dell’intero circondario. Il nucleo originario del paese, che nel Medioevo si chiamava Castel di Badia, fu l’abbazia del San Salvatore, uno dei centri religiosi piu’ importanti dei secoli XII, XIII e XIV. La leggenda narra che l’abbazia fosse fatta costruire dal re longobardo Ratchis che, fermatosi nei boschi dell’Amiata per cacciare, ricevette l’apparizione del Salvatore dall’alto degli alberi.

Museo della Miniera